Ulteriori riduzioni per le truppe USA in Afghanistan e Iraq

U.S. Marines lower their flag during a handover ceremony, as the last U.S. Marines unit and British combat troops end their Afghan operations, in Helmand October 26, 2014.  REUTERS/Omar Sobhani

(aggiornato alle ore 19,15)

Gli Stati Uniti ridurranno le proprie truppe in Afghanistan e Iraq rispettivamente da 4.500 e 3 mila effettivi a 2.500 in ciascun Paese a partire dal 15 gennaio 2021. Lo ha annunciato il Segretario alla Difesa ad interim Christopher Miller, che da pochi giorni il presidente (uscente?) Donald Trump ha posto al vertice del Pentagono in sostituzione di Mark Esper.

Miller ha spiegato che Washington intende mettere fine ad una guerra che dura “da una generazione”, essendo gli Usa presenti militarmente in Afghanistan dal 2001 e in Iraq dal 2003. Miller ha inoltre detto di aver parlato con gli alleati di Washington, compresa la Nato, e con il governo afghano.

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Il ritiro di 2.000 militari dall’Afghanistan e 500 dall’Iraq verrà quindi completato prima che Trump debba (eventualmente) cedere la Casa Bianca a Joe Biden, il 20 gennaio.

Trump aveva promesso di mettere a fine a “guerre infinite” ma il comando militare statunitense a Kabul ritiene pericolosamente inadeguata la presenza di soli 2.500 militari per fornire il supporto necessario alle forze afghane, già gravemente indebolite negli ultimi anni da elevati tassi di perdite e diserzioni.

Non a caso i talebani hanno definito un “passo positivo” l’annuncio del ritiro di ulteriori soldati statunitensi. “E’ un passo per i popoli di entrambi i Paesi”, ha dichiarato alla France Presse il portavoce dei talebani, Zabihullah Mujahid.

L’accelerazione del ritiro americano imporrà passi analoghi anche agli alleati Nato europei che ancora schierano contingenti nel paese asiatico. Il governo tedesco si è detto “molto preoccupato” e ha rivelato di avere in corso contatti con i partner americani mentre a Roma il ministro della Difesa, Lorenzo Guerini ha detto di ave avuto un confronto in proposito con il segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg.

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“Come sapete la posizione italiana ci riassume nel motto ”in togheter, out togheter, adjust togheter”, ci siamo arrivati insieme, ce ne andremo insieme, decideremo insieme” ha detto Guerini.

“Dalla conversazione e di questa mattina con il segretario generale della Nato, dalle conversazioni avute ieri con i partner americani e anche dalle valutazioni che sono convenute alla nostra attenzione da parte del Generale Miller, comandante delle truppe in Afghanistan, ci è stata data assicurazione che gli Stati Uniti ritengono di mantenere inalterata la presenza delle strutture abilitanti, soprattutto dal punto di vista dell’aviazione ad ala fissa e ala rotante e di mantenere inalterato il sostegno di strutture e assetti provenienti al di fuori dell’ Afghanistan, come ad esempio la base americana in Qatar”.

Guerini ha infine aggiunto che “la Ministeriale Nato di febbraio, dopo l’insediamento della nuova amministrazione americana, sarà il momento in cui l’alleanza dovrà valutare la propria postura in Afghanistan. Dovrà decidere se continuare la missione, come continuare la missione oppure se procedere alla conclusione della missione con il ritiro complessivo dei contingenti li schierati”.

In Iraq invece il governo di Baghdad ha confermato che gli Stati Uniti “hanno attuato passi per la riduzione delle proprie forze in Iraq” e “le forze che resteranno” nel Paese arabo “non sono reparti da combattimento”. Lo ha affermato il ministro degli Esteri, Fuad Hussein, in dichiarazioni riportate dalla tv Alsumaria.

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A proposito dei dissapori tra Casa Bianca e Pentagono protrattisi per tutta la durata dell’’Amministrazione Trump e in particolare proprio incentrati sui ritiri voluti dal presidente ma ostacolati dai comandi militari e da esponenti di Dipartimento di Stato e Pentagono, sono da evidenziare le dichiarazioni rese il 14 novembre da James Jeffrey, rappresentante speciale uscente degli Stati Uniti in Siria, che ha ammesso di aver tenuto nascosto agli alti funzionari dell’amministrazione di Donald Trump il numero esatto di militari dispiegati in Siria, teatro operativo da cui Trump ha dichiarato il ritiro di gran parte delle forze nel 2019.

“Facevamo dei giochetti per non chiarire alla nostra leadership quante truppe avevamo sul posto”, ha detto Jeffrey (nella foto sopra) in un’intervista alla testata Defence One citata dall’Agenzia Nova.

Jeffrey ha detto che il numero di soldati statunitensi rimasti in Siria è “molto più’ alto” dei 200 soldati che Trump ha accettato di lasciare. “Quale ritiro della Siria? Non c’è mai stato un ritiro della Siria”, ha detto l’alto funzionario esprimendo soddisfazione per essere riuscito ad aggirare le decisioni della Casa Bianca. Secondo indiscrezioni i militari americani presenti ancor oggi in Siria sarebbero circa un migliaio.

Foto US DoD, US Dept. of State e Difesa.it

 

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