La rapida ascesa dell’Aviazione Navale cinese

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È il nuovo volto della Cina, capace di ridefinire gli equilibri di potenza sotto molti profili, strategici, operativi e dottrinali. Lineamenti ambiziosi di un paese non più ripiegato esclusivamente nella difesa territoriale, ma smanioso di proiezioni a lungo raggio. Con il secondo budget militare al mondo, le forze armate cinesi si stanno rafforzando a un ritmo frenetico, puntando tutto sulla concretezza per ghermire i sogni di potenza, come testimoniato dai progressi dell’ordito aeronavale e di quello aerospaziale.

La velocità dei progressi qualitativi è addirittura superiore agli incrementi numerici, sebbene la Cina rimanga ancora la seconda potenza militare mondiale, ben lontana dalla forza degli Stati Uniti. Pechino punta a colmare il gap con l’innovazione tecnologica che ha già determinato qualche vantaggio nell’ipersonico e nel cibernetico.

Nell’ultimo mezzo secolo la sua aeronautica ha conosciuto una trasformazione sensazionale, in sintonia con la crescita generale e le nuove ambizioni del paese. Ancora più spettacolare è stata l’ascesa dell’Aviazione di Marina, almeno a partire dall’inizio del nuovo secolo. A lungo trascurata dal potere centrale, la People’s Liberation Army Navy – Air Force (PLAN-AF) è in piena evoluzione. Maturano i velivoli e aumentano i piloti:  entro fine 2020 saranno “combat ready” 55-70 piloti dei caccia imbarcati J-15, gli ultimi 12 hanno ottenuto il brevetto di appontaggio sulla Liaoning in novembre.

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La costituzione progressiva di una flotta di portaerei e la maturazione della strategia della “collana di perle” promettono cambiamenti ancora più radicali nei decenni a venire. In fondo, la storia della PLAN-AF è abbastanza recente. Risale agli inizi degli anni ’50 del secolo scorso e non annovera molte esperienze belliche.

Ricordiamo qualche successo tattico contro i piloti taiwanesi negli anni ’60 e i bombardamenti sul Vietnam nel 1979. Per il resto, l’Aviazione di Marina è sempre rimasta la parente povera dell’Aeronautica, meglio equipaggiata e più moderna.

Un’inferiorità che sta lentamente scemando. Con i nuovi mezzi in dotazione, crescono anche le missioni. Fin dagli inizi, il ruolo essenziale della PLAN-AF è stato quello di garantire il supporto alle unità navali della Marina, attraverso operazioni di superiorità aerea e attacchi antinave. Operazioni tuttora valide, cui si sono aggiunte nei nuovi scenari le missioni di supporto aereo ravvicinato alle fanterie di marina e la lotta antisom.

 

La struttura della PLAN-AF

Con lo sviluppo frenetico dei mezzi di superficie e la galvanizzazione delle ambizioni emisferiche cinesi, la PLAN-AF è stata profondamente ristrutturata. A partire dal 2007, è passata da 8 a 6 divisioni operative, puntellate dall’integrazione di reggimenti fino ad allora indipendenti. Oltre alle unità da trasporto e da addestramento assegnate al quartier generale della Marina, due divisioni a testa sono appannaggio di ciascuna delle tre Flotte (Nord, Est e Sud), a loro volta integrate nei comandi di teatro Settentrionale, Orientale e Meridionale.

L’organizzazione attuale potrebbe presto evolvere sulla falsariga di quanto avvenuto per l’Aeronautica, optando per una struttura in brigate al posto dei reggimenti subordinati alle divisioni. Per il momento, l’aeronavale cinese ha subito una cura dimagrante, con la radiazione degli ultimi velivoli Q-5, J-6 e J-7.

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Una deflazione quantitativa ampiamente compensata sul piano delle capacità dall’arrivo copioso di nuovi intercettori e caccia multiruolo. Fra gli intercettori più anziani in servizio, figurano ancora una cinquantina di J-8H/F, varianti ammodernate del caccia pesante J-8C  (nella foto sotto) degli anni ‘80, prodotte e consegnate all’inizio degli anni 2000, comprese le versioni da ricognizione.

Il J-8F è un aereo di seconda generazione, in linea dal 2003. Concepito come intercettore a grande velocità e alta quota, può raggiungere Mach 2.2 e quasi 21.000 m in altitudine. In quegli stessi anni, a partire dal 2004, la PLAN-AF ha cominciato a ricevere un centinaio di cacciabombardieri JH-7A specializzati nella lotta antinave e derivati dal JH-7, entrato in servizio intermittente a partire dal 1994.

Oggi il JH-7A opera con più unità basate nella penisola di Shandong: integra infatti il 14° Reggimento della 5a Divisione di caccia della marina cinese, di stanza a Laishan, e la 15a Brigata di Aviazione di Weifang. Ma l’unità storica e cruciale per l’impiego del cacciabombardiere è il 27° Reggimento della 9a Divisione aerea della Marina cinese.

I 24 JH-7A del reggimento sono basati a Ledong, una piccola contea autonoma nel sud-est dell’isola di Hainan, amministrata dalla minoranza etnica Li. La base di Ledong è strategica, lambita dal Mar Cinese Meridionale, e distante meno di 400 km dall’isola di Woody, nelle Paracels, e meno di 1.100 km da Fiery Cross, nelle Spratleys.

Aspetto che permette ai suoi velivoli di raggiungere qualsiasi punto del quadrante in meno di un’ora. La costituzione della 9a divisione aerea risale all’agosto 1968 e si compone di quattro reggimenti tra i quali il 27° è stato il primo ad essere equipaggiato con i JH-7/JH-7A (nella foto sotto).

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La qualifica dei piloti e la padronanza dei velivoli sono state acquisite in 8 mesi. Tra gli altri tre reggimenti della divisione il 25°, basato sull’isola di Woody e armato con velivoli J-11BH e J-11BSH, il 26° reggimento di Sanya con aerei da trasporto ed elicotteri, e un reggimento di nuova formazione, ancora non identificato, con aerei ASW GX-6 e AWACS KJ-500H.

In un reportage del China Daily, poi rimosso dal web, si vedevano i vari ruoli dei JH-7A del 27° reggimento. Parliamo di un velivolo capace di trasportare mine, bombe a caduta libera o guidate, missili antinave YJ-83 e missili antiradar YJ-91 per la soppressione delle difese aeree (SEAD)

A Ledong alcune immagini mostrano JH-7A  armati di pod di disturbo elettronico e di 4 missili antiradar YJ-91, ma la stragrande maggioranza dei cacciabombardieri è dedicata ancora alla lotta contro obiettivi di superficie, a terra e in mare. Negli anni a venire, una parte dei JH-7A e dei J-8H/F potrebbe esser rimpiazzata da due versioni dei Flanker, probabilmente varianti dei J-11D o dei biposto J-16 multiruolo.

A parte l’età, i JH-7A non sembrano molto affidabili. Sono noti almeno 13 incidenti occorsi al velivolo dal 1994 ad oggi, costati la vita a non meno di 15 piloti. Quanto ai Flanker, similmente a quanto avviene per l’Aeronautica, sono la spina dorsale dell’Aviazione Navale cinese.

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Due dozzine di Su-30MK2 (nella foto sopra) polivalenti sono state consegnate a partire dal 2004, rappresentando un vero e proprio salto operativo. Questi velivoli sono capaci di imbarcare un’intera gamma di missili e bombe a guida laser, infrarosso o TV. Fra questi meritano di essere menzionati i missili aria-terra Kh-29, i missili da crociera Kh-59 e i Kh-31 antiradar o antinave.

Le bombe pesanti a guida laser KAB-500/1500L di origine russa sono affiancate oggi da ordigni di produzione nazionale, che vedremo meglio in seguito. Ai Su-30MKK sono seguiti nel 2010 una mezza dozzina di squadroni di J-11BH monoposto e J-11BSH biposto. Sono proprio i J-11BH del 22° Reggimento di Jialai ad aver intercettato un P-8A Poseidon dell’US Navy nell’agosto 2014, all’est dell’isola di Hainan, in un corridoio marittimo molto bazzicato dai sottomarini lanciamissili balistici della marina cinese

Ultimi arrivati nei reggimenti basati a terra, il J-10AH (nella foto sotto) e il biposto J-10SH affiancano dal 2010 i J-11, JH-7 e J-8. Inizialmente destinato alla difesa aerea locale, il monoreattore J-10 sembra dotato almeno da tre anni a questa parte di capacità di strike di precisione.

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Nel 2016, il canale televisivo dell’esercito cinese ‘Primo Agosto’ aveva diffuso un reportage ad hoc su questi monoreattori della Marina, in prima linea fronte al Giappone nel mar cinese orientale. Le immagini, non più disponibili on line, li mostravano con un nuovo pod di designazione laser, del tipo K/JDC01A.

I J-10 filmati montavano tutti serbatoi supplementari, segno che la distanza da percorrere nell’esercitazione era abbastanza lunga. La camera del pod segnalava inoltre che i bersagli si trovavano su un’isola o su una zona costiera. Basta prendere una mappa per accorgersi che i nemici designati di queste esercitazioni avrebbero potuto essere i taiwanesi, i giapponesi o gli americani di Okinawa, tutti ubicati a meno di 750 km dalla base aerea della Marina di Luqiao, a tiro anche dei missili da crociera e dei vettori balistici a corto raggio come i DF-15.

 

Pod e bombe

Negli anni ’90, quando il programma J-10 era ancora in fase di sviluppo, la foto di un simulacro mostrava già che il velivolo era previsto per essere equipaggiato con un pod di targeting, nel pilone sotto la presa d’aria. Proprio come si vede oggi, segno che il J-10 non è stato concepito unicamente come un caccia dedicato all’intercettazione e al combattimento aria-aria.

È stato necessario attendere parecchi anni dopo l’ingresso in linea del J-10, nel 2003, per vedere il caccia equipaggiato con un pod ad hoc o lanciare bombe guidate al laser. Raramente le due cose avvenivano però in simultanea. Inoltre, il pod in dotazione ai J-10 era stato finora il K/JDC01. Il nuovo pod il K/JDC01 è stato sviluppato dall’Istituto di optronica 613 Luoyang del gruppo AVIC all’inizio degli anni 2000 e rappresenta la seconda generazione di pod di targeting.

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Più noto è l’altro prodotto dell’Istituto 613 destinato all’export: il pod WMD-7, presentato più volte ai saloni aeronautici di Zuhai. Si tratta di un pod di designazione che include canali infrarosso, televisivo e laser, pesa 280 kg e può designare bersagli fino a 13 km di distanza.

Il K/JDC01A dei J-10 della Marina dovrebbe avere una portata maggiore, per supportare una nuova generazione di armi laser, una sensibilità dei sensori ottimizzata e un campo visivo allargato. A parte il J-10, ne sarebbero equipaggiati anche il JH-7A e l’aereo da attacco al suolo Q-5L, in uso nella sola Aeronautica. Mentre il pod del JH-7A è identico a quello del J-10, il Q-5L ne impiega una variante semplificata, meno costosa, chiamata K/PZS01H.

Molti costruttori cinesi offrono bombe a guida laser sia per il mercato interno che per l’export, fra cui citiamo:

  • la famiglia Tiange, TG-xx o GB-xx, del gruppo terrestre NORINCO;
  • la famiglia Feiteng, FT-xx, del gruppo aerospaziale CASC;
  • la famiglia YZ del gruppo aerospaziale CASIC;
  • e la famiglia Lei Shi, LS-xx, del gruppo aeronautico AVIC.

Famiglie di bombe che si dividono in varie categorie e in modi differenti di guida, variabili dai 50 kg per le più piccole ai 1.000 kg per le più grandi. Alcune versioni sono proposte come bombe plananti. La prima generazione scelta dalla Marina e dall’Aeronautica cinese è la LS500J del gruppo AVIC, anche nota come LT-2 nella variante per l’estero. Pesa 564 kg, 450 dei quali di carica esplosiva. Ha un raggio superiore a 10 km e un errore circolare probabile inferiore o uguale a 6,5 m, secondo le specifiche del costruttore.

Guidata da un doppio fascio laser e capace di effettuare una manovra a S all’approssimarsi del bersaglio, la LT-2 rimane comunque una bomba di prima generazione, con guida bang-bang.

Ciò significa che il bersaglio deve restare illuminato fino all’impatto, e quindi il JTAC al suolo o l’aereo equipaggiato di pod devono restare in zona per guidare la bomba, esposti al pericolo potenziale durante il volo degli ordigni. Ad esempio, nel reportage, i piloti del J-10 confidavano di esser rimasti al di sopra dei bersagli per ‘diverse decine di secondi’. Per le nuove bombe guidate, la Marina e l’Aeronautica sembrano aver optato per i modelli TG-250 da 250 kg e per le TG-500 da 500 kg di NORINCO.

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Il loro raggio d’azione è superiore a 20 km e il CEP inferiore a 4 metri grazie a un kit planante che ne estende il raggio a oltre 80 chilometri, superiore a quello della maggioranza dei sistemi di difesa antiaerea ravvicinata.

L’ingresso in linea del pod K/JDC01A e delle bombe laser di nuova generazione sono la prova supplementare che la dottrina cinese è ormai cambiata, passando da puramente difensiva a un mix difensivo-offensivo.

Non è chiaro se l’Aviazione di Marina integri anche armi a guida satellitare, come già avviene per la PLAAF. Si tratta di bombe simili a quelle americane JDAM, come le Fei Teng prodotte dalla CASC o le versioni più pesanti delle Lei-Shi di AVIC, che ha sviluppato un’ampia gamma di munizioni con il nome LS-6.

Generalmente montate a coppie sotto le ali dei caccia tattici, le bombe pesanti di prima e seconda generazione si prestano perfettamente alle missioni di interdizione, consistenti in raid pianificati nella profondità del dispositivo nemico contro obiettivi come concentrazioni di veicoli, depositi di carburante e di munizioni, centri di comando e di comunicazione.

Oltre alla gamma Lei-Shi, AVIC propone dal 2008 una nuova versione della Lei Ting, la LT-3 che abbina la guida laser a quella satellitare. Abbastanza da permettere un impiego in ogni condizione contro bersagli fissi e obiettivi di opportunità. Le ultime generazioni di bombe guidate lasciano intendere nuove possibilità d’impiego all’insegna della versatilità.

La guida laser e satellitare si accompagna a quella inerziale per poter bombardare in tutte le circostanze, con tempistiche decisionali rapide e una maggiore reattività delle forze. Oltre ai kit di guida, l’industria cinese sta integrando seeker laser, elettroottici e satellitari su munizioni di piccole dimensioni, puntando alla polivalenza degli impieghi e alla molteplicità degli usi.

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Nelle versioni da 50 e 100 kg, le LS-6 sembrano destinate ad esempio a essere impiegate tanto dai caccia leggeri e dai velivoli tattici, quanto dagli aerei furtivi, stivate in baie per armamenti, per attacchi di saturazione.

Sono impiegabili anche dai droni e dagli elicotteri, in molteplici versioni, per il supporto aereo ravvicinato (CAS), l’appoggio alle forze speciali come il reggimento Sea Dragon della Flotta del Sud o i reparti della Fanteria di Marina.

Le foto più recenti mostrano che la nuova variante del J-10, la J-10B, vola con un pod di designazione e due bombe laser nei piloni. Non è chiaro se si tratti dello stesso modello del K/JDC01A o di un altro più recente, ma la suite avionica del velivolo sarebbe ottimizzata per le missioni aria-superficie, enfatizzate rispetto a quelle del J-10A e del J-10S.

Il J-10 armato di bombe laser potrebbe rappresentare la colonna portante delle unità di supporto aereo ravvicinato durante le operazioni di assalto anfibio, essendo il Close Air Support ancora poco padroneggiato dai piloti della PLAN-AF. A termine, l’Aviazione Navale potrebbe ricevere una versione adattata del J-10C, ultima versione multiruolo del velivolo in servizio nella PLAAF.

 

I bombardieri pesanti

Come visto in questa breve rassegna, le forze basate a terra dell’Aviazione Navale cinese garantiscono missioni di superiorità aerea, d’interdizione e di CAS a profitto delle truppe di Marina, unitamente a operazioni antinave, sempre più spesso in sinergia con le unità di superficie.

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Per allungare il raggio delle missioni oltre la prima catena di isole, la PLAN-AF conta inoltre su una trentina di bombardieri regionali H-6G, in uso nella flotta dell’Est, e sugli H-6J della flotta del Sud, affiancati da un pugno di H-6DU per il rifornimento in volo. Introdotto a inizio anni 2000, l’H-6G può imbarcare fino a quattro missili da crociera antinave, mentre il recentissimo H-6J, versione navale dell’H-6K, dispone di sei piloni.

 

La sfida del trasporto logistico e delle piattaforme specializzate

La crescita della Marina e della sua aviazione procedono sinergicamente all’evolvere dei requisiti geostrategici regionali di Pechino, alle sfide imposte dal revisionismo nel Mar Cinese Meridionale e alle esigenze della nuova Via della Seta marittima. Con gli aerei da trasporto, da pattugliamento e da ascolto elettronico, la PLAN-AF partecipa alla preservazione e al rifornimento delle basi operative avanzate negli isolotti del Mar Cinese Meridionale e alla logistica delle prime basi cinesi della “collana di perle” nelle isole Paracelso e Spratley.

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Per tali operazioni l’Aviazione di Marina può contare su una cinquantina di velivoli di due famiglie distinte: i bimotori Y-7 e MA-60, derivati dall’An-24 russo, e gli Y-8 e Y-9 quadrimotore mutuati dall’An-12.

Sufficienti a inizio anni 2000, queste flotte sono oggi del tutto inadeguate alle nuove esigenze, limitate per raggio operativo e tassi di disponibilità. Una delle sfide dei prossimi anni verterà pertanto sulla modernizzazione dell’aviazione da trasporto tattico. Si impone logicamente l’acquisto rapido dei MA-60H e soprattutto degli Y-9, versione ammodernata degli Y-8C, visto che i bisogni urgenti di piattaforme specializzate assorbono la quasi totalità degli Y-9 disponibili. (nella foto sotto in versione ELINT Y-9JZ)

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Ma la PLAN-AF punta a dotarsi di una flotta da trasporto strategico. Ricorrere agli Y-20 potrebbe essere una soluzione, essendo il velivolo disponibile anche in versione da rifornimento in volo.

Acquisirlo significherebbe colmare alcune lacune nel trasporto strategico e permetterebbe al contempo di rimpiazzare gli H-6DU, oggi incapaci di rifornire i cacciabombardieri J-11 e J-15 della PLAN-AF, in attesa di un tanker cinese ancora più prestante.

Per ora, l’Y-20 in versione cisterna volante può trasportare fino a 60 tonnellate di kerosene, sufficienti a rifornire dodici J-10A/B/C in un raggio di 2.200 chilometri. Per il trasporto strategico nel Mar della Cina si evoca spesso l’acquisto dell’aereo anfibio pesante AG-600, capace di servire come piattaforma di salvataggio, da pattugliatore marittimo o per la lotta antisom.

Se paragonata alle missioni che le competono e all’ampiezza della zona di responsabilità, la PLAN-AF ha una carenza cronica di mezzi antisom a lungo raggio.

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Negli ultimi anni, ha integrato una dozzina di Y-8Q/KQ-200 (nella foto sopra), velivoli resistenti e ben armati, capaci di completare verso l’alto le innumerevoli microflotte di aerei da sorveglianza marittima. Gli Y-8Q sono entrati in linea nel 2015, derivati da una piattaforma da trasporto Y-8, si riconoscono facilmente per il lungo MAD o rilevatore di anomalia magnetica in coda e per un grosso radome sotto la punta anteriore, sede di un radar di ricerca di superficie.

Questo nuovo pattugliatore marittimo cinese può essere armato con quattro missili antinave YJ-83KH sotto la fusoliera o con 8 siluri leggeri Yu-11K nella baia interna. Dispone di 4 aperture dietro la stiva interna per rilasciare boe sonore. Con un’autonomia di 10 ore in volo o 5.000 km di distanza percorribile, il KQ-200 è un mezzo ASW importante della marina cinese, similmente al P-3C o al Poseidon americano, sia verso l’Est, di fronte a una flotta di sottomarini diesel giapponesi che si rinnova rapidamente, sia a Sud e nel Mar Cinese Meridionale, teatro ideale per i sommergibili.

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Se i requisiti per piattaforme da sorveglianza marittima e antisom sono enormi, la catena di produzione dell’Y-9 dovrebbe fornire altre varianti specializzate dell’aereo. Non meno urgenti sono i bisogni in velivoli radar. L’aviazione navale allinea una decina di aerei AEW basati sull’Y-8, vale a dire gli Y-8J e i KJ-200H, e almeno sei KJ-500H basati su Y-9 modificati per lo stesso impiego, oltre agli Y-9JZ specializzati in missioni di ascolto elettronico.

Parallelamente a questi velivoli ad hoc, la PLAN-AF opera un numero crescente di droni MALE e HALE, configurati talvolta in maniera originale. Dotato di un’ala romboidale, l’EA-03 Soaring Dragon II è un drone HALE più compatto e veloce dei suoi omologhi occidentali.

L’Aviazione di Marina l’ha adottato per rimpiazzare la trentina di BZK-500 e farne una piattaforma versatile e centrale nella detezione di unità di superficie nemiche e nell’ascolto elettronico, al fianco di droni MALE più convenzionali della famiglia Wing Loong. Intanto, l’Istituto 603 Xi’an di AVIC starebbe lavorando al primo AWACS imbarcato cinese e il roll out del velivolo sarebbe imminente.

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Al salone di Zuhai del novembre 2018, l’Istituto 14 NRIET del gruppo elettronico cinese CETC ha presentato un video nel quale si vede un AWACS con un radar AESA in configurazione dorso su dorso. I

l velivolo, di taglia media, presenta due turbopropulsori e quattro impennaggi verticali, simili a quelli dell’E-2 Hawkeye di Northrop Grumman. Secondo la descrizione, l’AWACS in questione monta il radar KLC-7, proposto ormai anche all’export. Parliamo di un radar capace di individuare e seguire bersagli aerei e missili da crociera volanti a bassissima quota e obiettivi navali, fornendone le coordinate in 3D.

Non è chiaro se l’AWACS imbarcato impiegherà lo stesso radar, fatto sta che la Cina è l’unico paese al mondo a proporre questo sensore sul mercato internazionale, dato che l’AN/APY-9 sviluppato da Lockheed Martin per l’Advanced Hawkeye è riservato per il momento alle sole forze armate americane.

 

Portaerei e portaelicotteri

Parallelamente all’incremento qualitativo e quantitativo della flotta di superficie cinese, c’è stato un aumento numerico e capacitivo dei velivoli di supporto basati a terra, ma soprattutto degli apparecchi imbarcati, elicotteri e cacciabombardieri. Dal 2019, la Cina dispone di due portaerei STOBAR, a decollo corto con arresto assistito. Le due navi hanno una stazza di circa 60.000 t e possono imbarcare una trentina di velivoli su un ponte di volo equipaggiato con un trampolino a 14° di inclinazione.

Una terza portaerei da 80.000 t, dotata di catapulte elettromagnetiche, è in fase avanzata di costruzione. Dovrebbe entrare in bacino entro fine anno. Al cantiere navale Jiangnan Changxing si sono rimboccati le maniche. Lunedì 18 maggio hanno messo in mare un dock flottante di 250×60 m, capace di trasportare fino a 32.000 t di carico. Abbastanza per convogliare i moduli dell’unità verso il bacino secco.

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Quanto al dock, dovrebbe essere pienamente operativo già da metà settembre. Nel frattempo, la Marina Cinese riceverà a breve la prima portaelicotteri da assalto LHD Type-075 (nella foto sotto) ,un’unità da 40.000 tonnellate che opererà 28-30 elicotteri delle forze terrestri e dell’aeronavale, fra Z-18 multimissione, WZ-10 d’attacco, multimissione Z-20, futuri elicotteri da combattimento pesanti e da trasporto, e un domani i caccia a decollo e atterraggio verticale J-18, sviluppati da AVIC China Shenyang Aircraft Corporation.

Attesa per la fine dell’anno, la capoclasse delle 075 è stata vittima di un incendio l’11 aprile, un inconveniente che ne ritarderà la consegna anche se a fine ottobre è stata fotografata vicino a Sanya, isola di Hainan, nel Mar Cinese Meridionale mentre iniziato le prove in mare della seconda unità della classe.

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Il 25 maggio scorso la portaerei Type 002 Shandong è stata ripresa dalle immagini satellitari mentre lasciava il porto ospitante. Tre giorni dopo navigava nel mar Giallo, fra la penisola coreana e la Cina. Il prossimo agosto potrebbe svolgere manovre congiunte con la capoclasse intorno all’arcipelago delle Pratas, giuridicamente taiwanese.

Per armare la Liaoning e la Shandong, la PLAN-AF dispone di due gruppi aerei imbarcati direttamente subordinati al quartier generale della Marina. Quest’ultimo opera una ventina di cacciabombardieri multiruolo J-15.

Direttamente derivati dal prototipo T-10K-7 acquistato in Ucraina nel 2004, il J-15 è un cugino e non una copia del Sukhoi Su-33. L’ufficio studi 601 Shenyang ne ha derivato non solo il J-15 ma anche una serie di varianti che non hanno più nulla da spartire con gli antenati russi.

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Varianti biposto J-15S e altre versioni destinate a missioni SEAD, come la J-15D biposto e una versione monoposto, sono state regolarmente osservate, mentre sono in corso i test a terra di una versione catapultabile per la terza portaerei cinese (J-15A).

Perché Shenyang avrebbe sviluppato una variante biposto? Lo studio, sfociato nel 2012 nel J-15S, rispondeva a uno dei bisogni operativi più urgenti della Marina Cinese, ossia quello di avere una piattaforma imbarcata capace di compiere non solo missioni di superiorità aerea o antinave, ma anche di addestramento e di proiezione più ampia. Diversamente dalla versione biposto del Su-33, in cui i piloti siedono fianco a fianco, il cockpit del J-15S è configurato in tandem, come nella maggioranza dei caccia biposto odierni. Dal J-15S, Shenyang ha sviluppato un’ulteriore variante, dedicata alla guerra elettronica, per missioni di jamming di scorta durante una sortita offensiva di un gruppo aereo o per paralizzare le forze anti-aeree avversarie, similmente a quanto avviene con gli EA-18G Growler dell’US Navy.

Questa nuova versione del J-15 si distingue facilmente per il pod, simile in apparenza all’AN-ALQ-218 del Growler, installato sul bordo dell’ala. Quanto ai velivoli catapultabili, i primi J-15A avrebbero già raggiunto il reggimento basato a Xincheng.

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Ma il futuro e i piani di Shenyang dicono altro. Per le portaerei CATOBAR venture, con decollo assistito da catapulta e recupero arrestato, la Marina prevede di dotarsi di un terzo caccia furtivo di quinta generazione, forse basato sull’FC-31 o sul J-20, di un AEW (Airborne Early Warning) derivato dall’Y-7 e ribattezzato KJ-600 e di droni da ricognizione e combattimento.

Il gruppo aereo già imbarcato sulla Liaoning opera anche diverse varianti dell’elicottero Z-18 (nella foto sopra), destinate al trasporto, alla lotta antisom ASM (Z-18F) e alla detezione radar lontana (Z-18J).

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Derivato molto migliore del Z-8, copia cinese del Super Frelon francese, lo Z-18 è un elicottero pesante che beneficia degli ampi spazi della Liaoning e che potrebbe conferire alle prossime Type-075 delle capacità di lotta ASM puntuali.

Se lo Z-8 continua a svolgere missioni ASM, sono i piccoli Z-9C/D a rappresentare l’ossatura degli elicotteri imbarcati di referenza per le fregate e i caccia cinesi, affiancando una quindicina di Ka-28 di origine russa. Limitato nella capacità di carico e nell’autonomia, lo Z-9 (nella foto sopra) dovrebbe essere rimpiazzato negli anni a venire da un nuovo elicottero ASM, forse derivato dall’H-175/AC352 o, più probabilmente, da una variante dello Z-20, ispirato all’S-70 americano.

 

Una forza aeronavale oceanica all’orizzonte

Se sarà confermato il requisito di 6 portaerei e 6 portaelicotteri, per ora incerto, la messa in linea di una tale flotta dimostrerà al mondo intero la strategia assertiva della Cina. Sul piano operativo, la moltiplicazione delle unità di più grosso tonnellaggio si giustificherebbe con l’ampiezza delle missioni ormai assegnate alla flotta di superficie cinese. L’economia del paese dipende massicciamente dalle esportazioni e dall’import di materie prime via mare.

Il controllo marittimo garantito dalle portaerei sarebbe pertanto inteso come un’assicurazione sulla vita e come una polizza per la protezione del territorio, delle risorse e dei mercati della Repubblica popolare.

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Al di là degli aspetti puramente difensivi, le portaerei rappresenterebbero un atout offensivo di prim’ordine per assicurare il dominio aereo, gli strike in profondità e il controllo, pur limitato nel tempo e nello spazio, di un punto culminante e chiave della prima catena di isole, vale a dire Taiwan

Per ora, la dottrina aeronavale della Cina non è ancora definitivamente stabilita. I prossimi dispiegamenti operativi dovrebbero svelare qualcosa in più delle ambizioni cinesi in campo aeronavale: le immagini di Planet Labs hanno ripreso la portaerei Shandong in crociera di addestramento con il gruppo di scorta nel mar Giallo, il 27 novembre

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Sarà inoltre interessante studiare e conoscere la frequenza delle proiezioni congiunte delle portaerei con le LHD, e sorvegliare la messa in bacino di nuove unità dopo la terza portaerei. Se tre unità sono sufficienti a garantire la permanenza in mare e in battaglia di un unico gruppo aeronavale, ne occorrono almeno sei per potersi proiettare su grandi distanze, ad esempio nell’Oceano Indiano, e assicurare contemporaneamente la gestione di una crisi locale.

Un formato a sei portaerei confermerebbe allora le ambizioni emisferiche della marina cinese, potenza in ascesa che punta a proteggere i suoi interessi marittimi fino al Medioriente e oltre. Sarebbe anche una scelta logica sul piano industriale, essendo lo sviluppo di catapulte elettromagnetiche EMALS e di aerei catapultabili un investimento oneroso e non giustificato per una sola unità. Rimarrà da vedere che ruolo giocheranno le due portaerei STOBAR nella futura flotta, se secondario o primario. Ad ogni modo, saranno servite almeno a creare e addestrare la caccia imbarcata. E non è cosa da poco.

 

Conclusioni

Se l’Aviazione Navale cinese sta conoscendo uno sviluppo fuori dal comune, si trova ancora a fronteggiare molteplici sfide, causate in parte dalla sua rapida ascesa. Non sono solo gli aspetti logistici a preoccupare, ma anche l’addestramento dei piloti. Sebbene i sillabi formativi siano stati recentemente riorganizzati, la PLAN-AF sta pagando uno squilibrio forte di mezzi e una certa disorganizzazione interna.

Oltre ai piccoli aerei da addestramento, dispone unicamente di una trentina di JH-8H da formazione di base e di una cinquantina di trainer avanzati JL-9H/G e JL-10H. Dopo aver selezionato il JL-9 come aereo scuola di addestramento e trasformazione avanzata a dispetto del JL-10 più moderno, l’aviazione navale sembra oggi sul punto di invertire la rotta.

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I JL-9H (nella foto sopra) si sono rivelati costosi nella manutenzione, mentre i JL-9G non sono idonei all’appontaggio su portaerei. Ecco perché secondo il Global Times, la Guizhou Aviation Industry Corporation starebbe già sviluppando una variante imbarcata del trainer.

Attualmente, la formazione dei futuri piloti della caccia imbarcata cinese avviene su trampolini e simulacri di ponte, in scala 1:1. Condizioni lontane anni luce da quelle operative in mare, dove incidono la meteorologia, i movimenti della nave, il rollio, l’ondeggiamento e così via.

Non a caso il 17 novembre il comandante dell’Aviazione di Marina ha detto chiaro e tondo che: ” i trampolini al suolo non sono più adatti alla formazione in massa dei piloti”. Se ne deduce che le infrastrutture in scala 1:1 del centro di addestramento di Xingcheng saranno smantellate e si useranno solo le portaerei e presto i simulatori.

Bisognerà rinforzarne la struttura e ripensarne la motorizzazione. dei JL-9 da addestramento. La coesistenza fra due tipi di portaerei in configurazione STOBAR e CATOBAR con catapulte e cavi d’arresto potrebbe complicare ulteriormente lo scenario. L’altra sfida gravosa per la PLAN-AF riguarda le sinergie e il posizionamento rispetto all’aviazione della PLAAF, con un problema di concorrenza e sfide cooperative, e priorità nell’assegnazione dei nuovi velivoli in fase di consegna.

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In seno ad ogni comando di teatro, i mezzi della PLAAF e dell’Aviazione di Marina sembrano per ora mobilitati secondo la prossimità geografica delle unità e non secondo le specialità e le peculiarità di ciascuno.

Gli addestramenti congiunti restano merce rara, e le due forze sono più intercambiabili che complementari. L’arrivo delle nuove portaerei e dei gruppi di volo imbarcati dovrebbero spingere l’aviazione navale a specializzarsi nelle operazioni oceaniche, cedendo la difesa aerea litoranea alle unità della PLAAF.

L’estensione delle capacità aeronavali verso le blue waters potrebbe convincere la PLAN-AF a integrare maggiormente le capacità di raid antinave a lunghissimo raggio, incorporando più bombardieri H-6J, nuovi tanker, futuri bombardieri regionali furtivi e missili ipersonici.

Nell’immediato, gli sforzi dell’aeronavale cinese dovrebbero concentrarsi sulle migliorie incrementali e quantitative dei mezzi in dotazione, accrescendo le componenti rifornibili in volo e i mezzi attribuiti al pattugliamento marittimo, alla lotta ASM e al rifornimento logistico.

 

Francesco PalmasVedi tutti gli articoli

Nato a Cagliari, dove ha seguito gli studi classici e universitari, si è trasferito a Roma per frequentare come civile il 6° Corso Superiore di Stato Maggiore Interforze. Analista militare indipendente, scrive attualmente per Panorama Difesa, Informazioni della Difesa e il quotidiano Avvenire. Ha collaborato con Rivista Militare, Rivista Marittima, Rivista Aeronautica, Rivista della Guardia di Finanza, Storia Militare, Storia&Battaglie, Tecnologia&Difesa, Raid, Affari Esteri e Rivista di Studi Politici Internazionali. Ha pubblicato un saggio sugli avvenimenti della politica estera francese fra il settembre del 1944 e il maggio del 1945 e curato un volume sul Poligono di Nettuno, edito dal Segretariato della Difesa.

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