La “Linea Maginot” di Haftar traccia un solco tra le due Libie

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Il ritiro dei “mercenari stranieri” che combattono al fianco delle due fazioni libiche avrebbe dovuto completarsi entro il 23 gennaio ma la deadline prevista dall’accordo per il cessate il fuoco siglato con il patrocinio delle Nazioni Unite il 23 ottobre scorso a Ginevra, è stata totalmente ignorata dai turchi e dai miliziani siriani (anti-Assad) schierati con il Governo di Accordo Nazionale di Tripoli (GNA) come dai contractors russi e dai mercenari sudanesi, ciadiani e siriani (filo-Assad) schierati con l’Esercito Nazionale Libico del generale Khalifa Haftar (LNA)

All’inizio di dicembre, Stephanie Williams, allora inviata delle Nazioni Unite in Libia, ha sostenuto che sono circa 20mila “le forze straniere e/o i mercenari” che sono ancora in Libia: “Oggi ci sono 10 basi militari occupate totalmente o parzialmente da forze straniere”.

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I siriani filo turchi e guidati da ufficiali dell’esercito di Ankara sono basati per lo più a Misurata e al-Watya, i russi e i mercenari africani e siriano con l’LNA sono schierati in gran parte tra Sirte e la base aerea di al-Jufra: cioè sulla linea del fronte di una potenziale ripresa delle ostilità (vedi qui sopra la mappa degli schieramenti contrapposti).

Secondo fonti diplomatiche il numero di voli da trasporto provenienti dalla Russia è calato negli ultimi mesi dai 93 dell’agosto 2020 a una decina del dicembre scorso.  La Turchia ha effettuato un numero medio di voli simile negli ultimi mesi rafforzando la sua presenza in Libia con la costruzione di strutture per l’addestramento militare, il trasporto di attrezzature e il dispiegamento di batterie missilistiche per la difesa aerea Hawk XXI (nella foto sotto)  e radar 3D Aselsan Kalakan.

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La missione delle Nazioni Unite (Unmsil) ha diffuso un comunicato nel quale ribadisce il sostegno a quell’accordo, esortando le parti libiche ad accelerare l’attuazione del cessate il fuoco, compreso “l’immediato ritiro di tutti i combattenti e mercenari stranieri” ma le risposte da Tripolitania e Cirenaica non sembrano essere incoraggianti.

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I turchi hanno continuato a potenziare gli apparati militari schierati nella base aerea di al-Watya (nella foto sopra), all’aeroporto e al porto di Misurata (nella foto sotto), forse anche nel porto di al-Khoms (ma Tripoli nega) e lungo la linea di confronto con l’LNA tra Abu Grein (a est di Misurata) e Sirte.

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Proprio un anno fa, nel gennaio 2020, arrivarono in Libia i primi 2.500 mercenari siriani, reclutati tra i gruppi armati ostili alla dittatura di Bashar al Assad incluse diverse milizie jihadiste. Arrivarono in circa 17mila su aerei da trasporto noleggiati dall’esercito turco, insieme ad armi, munizioni e attrezzature da combattimento e costituirono il grosso delle forze affiancate alle milizie del GNA che cacciarono le truppe di Haftar dai dintorni di Tripoli e da gran parte della Tripolitania. Oggi i mercenari siriani in Libia sarebbero stati ridotti a meno di 10mila unità.

Sul lato opposto del fronte, i circa 3mila contractors russi della compagnia Wagner (di proprietà di Evgenij Prigozhin, oligarca molto vicino al presidente Vladimir Putin), hanno realizzato nelle ultime settimane una linea difensiva fortificata (nella cartina qui sotto) lungo gran parte dei 120 chilometri che separano la costa mediterranea a ovest di Sirte e la base aerea situata nell’oasi di al-Jufra, dove da mesi sono basati alcuni dei Mig 29 e dei Sukhoi Su-24 che la Wagner impiega a supporto delle forze di Haftar e che utilizzano anche una base aerea più a est, nei pressi di Tobruk.

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La “trincea” è in realtà un ampio fossato anticarro visibile dai satelliti, protetto da bunker e difese in profondità con postazioni per artiglieria, camminamenti e possibili campi minati.

Il governo di Tripoli ha pubblicato alcune immagini che mostrano escavatori e camion che lavorano alla “Linea Maginot di Haftar” (il fossato e la banchina che lo costeggia) sostenendo che i lavori apparentemente sarebbero iniziati a gennaio e quindi realizzati in poche settimane evidentemente impiegando molti uomini e mezzi.

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Le immagini elaborate dal network satellitare Maxar sembrano mostrare sia la trincea che si estende lungo una strada principale, sia una trentina di le fortificazioni scavate nel deserto e sui pendii che si estendono per circa 70 chilometri con una serie di bunker attorno alla base aerea di al-Jufra e anche all’aeroporto di Brak, più a sud, dove sono state installate e fortificate postazioni radar e difese antiaeree con batterie mobili di sistemi russi Pantsir.

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Un’opera militare complessa, a cui a quanto pare hanno lavorato anche i miliziani siriani filo-Assad, che divide in due la Libia e destinata a contrastare eventuali puntate offensive contro Sirte (città natale di Muammar Gheddafi e fedele all’LNA benchè negli anni scorsi siano state le milizie di Misurata a liberarla dalle forze dello Stato Islamico che ne avevano fatto la roccaforte libica del Califfato) e contro la base aerea di al-Jufra che il GNA ha sempre sostenuto di voler riconquistare come parte del territorio della Tripolitania prima di negoziare una pace stabile.

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Il valore strategico delle due località è evidente. Il loro controllo da parte dell’LNA consente ad Haftar di disporre di un “trampolino” per poter lanciare nuove offensive contro Misurata e in prospettiva, contro Tripoli. Al contrario, il possesso di Sirte e al-Jufra permetterebbe al GNA di mettere al sicuro le principali città della Tripolitania e di poter minacciare la “mezzaluna petrolifera” del Golfo della Sirte con i terminal costieri di Mersa el-Brega e Ras Lanouf che raccolgono il greggio prodotto dai pozzi nel deserto della Cirenaica.

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Difficile credere che l’opera difensiva sia stata eretta senza il via libera di Emirati Arabi Uniti, Egitto e Russia, grandi sponsor dell’LNA e di Haftar mentre la realizzazione della grande e costosa opera militare sembra indicare che il feldmaresciallo Haftar ha ripreso pienamente le redini della Cirenaica dopo una fase in cui sembrava che il presidente del parlamento di Tobruk, Aguila Saleh, avesse assunto la guida della Libia Orientale.

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Non a caso funzionari statunitensi sentiti dalla CNN hanno espresso preoccupazione per gli obiettivi a lungo termine del Cremlino in Libia tenuto conto che i russi sembrano interessati a utilizzare a tempo pieno la base aerea di al-Ghardabya a Sirte (oltre che a quella di al-Jufra dove sono schierati oggi Mig 29 e Sukhoi Su-24 (nella foto sotto) e il porto della stessa città.

Secondo un funzionario dell’intelligence Usa la linea fortificata indicherebbe che la Wagner (e quindi la Russia) si sta attrezzando “per restare un bel po’ di tempo in Libia”. La CNN ha precisato di aver tentato di contattare il governo russo per un commento, senza ricevere risposta.

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Il mancato ritiro delle milizie straniere schierate su ambo i fronti dimostra sul piano politico come le due entità governative libiche non tengano più saldamente le redini, cedute ormai ai loro grandi sponsor internazionali.

La trincea è uno dei motivi per cui “non vediamo alcuna intenzione o movimento da parte delle forze turche o russe di rispettare l’accordo mediato dalle Nazioni Unite – ha dichiarato la fonte dell’intelligence Usa.  Un aspetto che potenzialmente “potrebbe far deragliare il fragile processo di pace ed il cessate il fuoco. Sarà un anno davvero difficile”. Esplicito anche il ministro della Difesa del Gna, Salaheddin Al-Namroush, secondo il quale “non credo che nessuno che scavi una trincea del genere se ne andrà presto”.

Il ministro, notoriamente vicino ad Ankara, non ha però commentato il mancato ritiro delle truppe turche e dei mercenari siriani loro alleati dai territori in mano al GNA.

@GianandreaGaian

Foto: Maxar, GNA, LNA, DigitalGlobe e Clash Report

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Giornalista bolognese, laureato in Storia Contemporanea, dal 1988 si occupa di analisi storico-strategiche, studio dei conflitti e reportage dai teatri di guerra. Dal febbraio 2000 dirige Analisi Difesa. Ha collaborato o collabora con quotidiani e settimanali, università e istituti di formazione militari ed è opinionista per reti TV e radiofoniche. Ha scritto diversi libri tra cui "Iraq Afghanistan, guerre di pace italiane" e “Immigrazione, la grande farsa umanitaria”. Dall’agosto 2018 al settembre 2019 ha ricoperto l’incarico di Consigliere per le politiche di sicurezza del ministro dell’Interno.

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