Salvate l’antimilitarismo della signora Murgia

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Le affermazioni della signora Michela Murgia sulle uniformi hanno riscosso un clamore mediatico eccessivo conseguendo ella, così almeno credo, il vero scopo prefissato. Confesso, ad esempio, che prima, mai la sua opera aveva suscitato il mio interesse, mentre la vicenda mi ha invece indotto ad una qualche lettura. Devo riconoscere che l’ho trovata, oltre che estroversa, per molti aspetti tutt’altro che banale.

Certo che quando si è troppo attenti all’audience, si tende a pontificare su tutto, con il rischio di finire fuori tema. Sui militari ha nozioni evidentemente confuse e, direi, preconcette, che non le consentono di cogliere la differenza tra Salvo D’Acquisto e i generali della Birmania.

E tuttavia le sue dichiarazioni non mi hanno riscaldato né, tanto meno, trafitto: il metodo democratico va sempre confermato nel suo valore intangibile e considero rispettabile anche l’idea che non condivido, pure allorquando non riesce a contenersi in limiti di stile e scade in espressioni larvatamente denigratorie.

E poi la condizione militare, specie quando è il risultato di scelte consapevoli e forti, non è in attesa di alcun plebiscito. Perché allora nascondere che Murgia ha dato sfogo ad un pensiero nel paese non inconsistente, anche se non prevalente? C’è difatti da ritenere che, come nel passato, la maggioranza si confermi silenziosa, anche se non monocromatica al pari di un tempo.

Meglio allora la sua franchezza rispetto alle prassi di coloro che, più accortamente mimetizzati e defilati, occupano cattedre, redazioni, case editrici, palcoscenici e pulpiti e che abilmente insinuano conflittualità e disgregazione sociale piuttosto che lavorare per la coesione, magari al riparo di solidarismi più addotti che praticati e salvo poi pretendere la prima fila alle parate.

Comprendo la fierezza di tanti colleghi che, colpiti nelle loro più profonde motivazioni, hanno inteso rispondere confermando la pienezza del proprio status, mostrandosi in divisa su taluni social. Ma, per quanto mi riguarda, preferisco invece nel caso mantenere l’uniforme accuratamente riposta nell’armadio e non impegnarla in una diatriba così chiaramente divisiva.

Men che meno ritengo che essa possa essere utilizzata per contrapporsi a un’espressione qualsiasi di quel ceto intellettuale che per buona parte è tuttora pervicacemente arroccato tra le macerie della Storia. Ma anche questo si può comprendere: è da quelle parti che il potere permane più solido e può garantire stipendi più lauti. Ove il vento dovesse poi mutare, si può sempre cambiare casacca: l’uniforme che ho indossato io, questo non lo permette.

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Nato a Tavarnelle Val di Pesa (FI) nel 1955, è laureato in Scienze Politiche presso la Facoltà "Cesare Alfieri" dell'Università di Firenze ed in Scienze della Sicurezza presso l'Ateneo di Tor Vergata. Ha conseguito vari diplomi post-universitari nel campo delle relazioni internazionali e della tecnica legislativa. Ha prestato per 36 anni servizio quale ufficiale dei Carabinieri, con incarichi in Italia e all'estero in tutti i settori di competenza dell'Arma. Da Colonnello ha retto la Segreteria del Sottosegretario alla Difesa, Il Comando Provinciale di Perugia ed il 2° Reggimento Allievi Marescialli di Firenze. Nella riserva dal marzo 2015, svolge attività di consulente in qualità di esperto di "Security". Collabora con il Centro di Studi Strategici Internazionali ed Imprenditoriali dell'Università di Firenze.

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