Il nuovo corso dell’Italia e il vento del Sahel

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Il vento del deserto e la pandemia non frenano traffici di esseri umani, terrorismo e insurrezioni jihadista. Con il nuovo governo italiano si delinea un approccio strategico caratterizzato da maggiore pragmatismo a difesa degli interessi nazionali nel Mediterraneo e nel Sahel.

 

Si intravede finalmente più chiarezza e incisività, con la speranza che i fatti confermino l’assunto, nella tutela degli interessi nazionali prioritari anche al di là delle nostre frontiere terrestri e marittime. Con l’insediamento del nuovo governo Draghi si percepiscono segnali di svolta nella nostra proiezione internazionale in una prospettiva non più arrendevole, dialogante al ribasso, subordinata alle scelte degli altri siano essi organismi internazionali quali Ue e Onu, presso cui la nostra influenza è declinata fino all’irrilevanza, che Stati alleati a noi vicini quali Francia e Germania. Fuori dal conteggio delle influenze non richieste gli Usa, tradizionali alleati troppo rilevanti su scala mondiale per non essere naturalmente influenti sulle scelte globali delle medie potenze alleate come l’Italia.

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Senza ripercorrere nei dettagli episodi e dichiarazioni recenti la migliore sintesi sul tema sono state probabilmente le prese di posizione, non gridate eppure chiare e precise, del Presidente del Consiglio e del Ministro della Difesa e la visita di Stato in Libia. Il nuovo Presidente del Consiglio, preso atto delle reiterate decisioni inadeguate dei recenti vertici europei, Consiglio europeo e riunioni interministeriali su vaccini, rapporti con la Turchia, situazione nel Mediterraneo, crisi migratoria, forte della sua autorevolezza in campo internazionale, ha semplicemente chiarito che in mancanza di riscontri e di azioni coordinate nell’interesse dei Paesi membri Ue, l’Italia avrebbe agito di conseguenza tutelando in prima battuta l’interesse nazionale.

Draghi ha fatto intendere agli interlocutori nazionali ed internazionali che non si sarebbe trattato esclusivamente della questione vaccini, peraltro affrontata con decisione inusuale rispetto ai comportamenti ambigui, sostanzialmente deboli del precedente governo nei consessi internazionali. Comportamenti che al netto delle giubilanti dichiarazioni, a fini interni, di vittorie internazionali ottenute, ove mai lo fossero, solo con contributi e aiuti determinanti e interessati di Germania, Francia e persino Spagna, hanno di fatto portato al declino, ad un ruolo subalterno se non alla quasi irrilevanza italiana su più fronti internazionali.

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Sulla stessa linea di chiarezza si è espresso anche il ministro della Difesa Lorenzo Guerini su Mediterraneo orientale, Libia, partecipazione delle forze speciali italiane nel Sahel nell’ambito dell’operazione Takuba. Come da anni auspicato da Analisi Difesa e dall’autore di questo e altri articoli sul tema, il ministro ha semplicemente ma chiaramente indicato che le evoluzioni delle varie situazioni di crisi che interessano direttamente l’Italia, Sahel, Corno d’Africa, Golfo di Guinea, Libano inclusi, richiederanno un maggiore impegno diretto, bilaterale italiano accanto alle partecipazioni alle operazioni multilaterali.

La traduzione in fatti implicherà una visione strategica, da perseguire che superi gli interventi emergenziali ad hoc, caratteristica del precedente governo, concreta visibilità operativa della Marina militare a tutela dei nostri interessi nazionali, non solo nelle operazioni multilaterali, quali Irini, Atlanta, Hormuz ecc.

Partecipazione diretta e bilaterale delle truppe speciali terrestri con supporto aereo accanto ai nostri alleati occidentali, Francia in primo luogo, a sostegno dei Paesi G5 Sahel (Mauritania, Mali, Niger, Burkina Faso, Chad). La partecipazione italiana all’operazione Takuba fu decisa invero nel 2020 dal precedente governo Conte su richiesta della Francia ma pur sempre con l’attiva condivisione dello stesso ministro della Difesa Guerini, quest’ultimo, confermato nel suo ruolo, capace in breve tempo di ribaltare in positivo, con il sollievo delle nostre Forza Armate, la disastrosa quanto dannosa gestione del dicastero da parte del suo predecessore.

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La nuova linea guida sembra dunque quella di riacquisire l’influenza perduta da mantenere con continuità a difesa degli interessi nazionali, del ruolo strategico italiano nel Mediterraneo allargato, in Libia, Medioriente, Balcani.

Il declino internazionale così evidente del nostro Paese dopo le ultime azioni degne di nota dei ministri degli interni Minniti e Salvini (che a loro volta sostituirono nei fatti e nelle azioni colleghi degli esteri disinteressati per non dire incapaci di coordinamento decisionale e operativo sui dossier più scottanti quali Libia e immigrazioni incontrollate), ha richiesto e richiederà un ribaltamento netto rispetto ad una debolezza italiana non solo percepita, purtroppo, ma ampiamente sfruttata a proprio vantaggio da Turchia, in primo luogo, e perfino dai nostri vicini Francia, Germania, Spagna.

 

Una scossa salutare

Un Paese come l’Italia, prima potenza marittima del Mediterraneo, membro fondatore dell’Ue, terza nazione per rilevanza nella Ue, membro del G8, non può continuare a essere considerato nella sostanza, al di là quindi delle classifiche formali del debito pubblico, come un’entità declinante, in perdita d’influenza persino nella tutela dei propri interessi nazionali. Le conseguenze dell’inazione a livello bilaterale anche quando i fatti richiedevano perlomeno una reazione su diversi fronti: crisi in Libia, confronto con la Turchia, incremento dei flussi migratori illegali anche da Tunisia e Algeria e sostegno a Grecia e Cipro non accordato dal governo Conte con il risultato di essere rimpiazzati dalla lontana Francia.

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Elementi che hanno di fatto portato in un breve arco di tempo alla sconfitta sul campo nel confronto con competitori più aggressivi. Siano essi Stati alleati o nuovi attori nelle aree dove fino ad ieri l’influenza italiana pesava. Il provincialismo deteriore della maggior parte della nostra classe politica sulla scena internazionale, l’incompetenza, persino la mancata conoscenza delle consuetudini negli ambienti internazionali di ministri di primo piano, l’assuefazione alle decisioni altrui hanno condotto alla necessità di una scossa la quale non potrà più essere progressiva e modulabile, come sarebbe stato possibile se non avessimo rinunciato in partenza a giustificate reazioni di contrasto, bensì secca, determinata con minori margini di manovra.

E’ quanto ci si attende e si è palesato senza i clamori e le dichiarazioni roboanti del recente passato (prive peraltro di consistenza effettiva) con il nuovo Presidente del Consiglio. Non un eroico salvatore della Patria bensì uomo di grande competenza ed esperienza internazionale, autorevole e soprattutto rispettato dagli interlocutori. Persona idonea quindi a riaffermare, senza equivoci né ambiguità, il legittimo ruolo internazionale del nostro Paese riacquisendo autonomia e spazi lasciati ad altri senza colpo ferire, indicando la linea oltre la quale non sarà possibile evitare reazioni proporzionate del nostro Paese.

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In questo contesto l’iniziativa del Presidente del Consiglio di recarsi in Libia come prima visita di Stato all’estero rappresenta la conferma del nuovo corso italiano: riprendere ruolo e iniziativa in Libia, evitare settarismi politici e ideologici e ripristinare autorevolezza e affidabilità del nostro Paese. Con lo stesso ministro degli esteri del precedente governo e con la Farnesina indebolita e declinante, è probabile e auspicabile che Draghi assuma in prima persona la direzione delle operazioni sui dossier più rilevanti.

La pandemia ancora in atto non aiuta ma tra i settori prioritari comunque non eludibili per la vita stessa del Paese vanno oggettivamente compresi difesa, sicurezza, politica estera commisurati alle dimensioni, ambizioni e posizione dell’Italia.

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Il tempo dei rinvii, delle deleghe, delle decisioni subordinate ad altri anche su materie strettamente legate agli interessi nazionali, all’identità stessa di uno Stato pur nel rispetto di alleanze, multilateralismo, dovrebbe finalmente lasciare il passo al pragmatismo di azioni e reazioni adeguate al contesto, alle mosse degli altri ed alle situazioni di crisi cui siamo direttamente o indirettamente coinvolti.

La politica di appiattimento acritico su Onu e Ue nelle aree di crisi a noi vicine con la conseguente assenza di iniziative autonome ed incisive non ha funzionato. Al contrario, ha accelerato la dolorosa retrocessione. Da qui la necessità di una svolta seria, dell’unità di intenti di maggioranza e opposizione su politica estera, di difesa e sicurezza oltre che sull’emergenza sanitaria. Negli altri Paesi a noi vicini, alleati e competitori, la pandemia non ha impedito alle amministrazioni di occuparsi operativamente degli interessi oltre confine anche se non collegati all’emergenza.

 

Sahel: disimpegno o piano Marshall?

L’aggressività della pandemia mondiale è risultata finora meno preoccupante nella regione semi desertica situata al di sotto del Sahara. Il vento del deserto sembra abbia spazzato virus e contagi, non i traffici di ogni genere, di esseri umani, la recrudescenza pericolosa del terrorismo islamico, gli attacchi e gli attentati diretti a Stati e popolazioni inermi.

La pandemia, per fortuna in questo caso, ha inciso relativamente negli gli Stati africani saheliani coinvolti nella guerra al terrorismo, alle fazioni dirette rispettivamente, per semplificare, dalle case madri al-Qaeda nel Maghreb islamico e Stato Islamico in concorrenza tra loro per conquiste di territori e soprattutto armi e finanziamenti ma anche in grado di riavvicinamenti e convergenze contro gli infedeli occidentali e gli stati saheliani alleati. La situazione di crisi si è costantemente deteriorata al punto da imporre un dilemma fondamentale, di tutta rilevanza per l’Italia, la Ue, l’Occidente, la Russia.

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La Cina conquistatrice di mercati e risorse naturali e la Turchia, finanziata non marginalmente dal Qatar, da oltre 10 anni in grande fase espansiva politico economica, restano per il momento casi a parte nello scacchiere Saheliano e africano in generale.

Meglio iniziare un disimpegno progressivo con tutti i rischi futuri da mettere in preventivo o al contrario investire massicciamente e seriamente, non solo in difesa e sicurezza, per risollevare gli Stati africani coinvolti e sconfiggere soprattutto economicamente e socialmente le violente sette terroristiche?

Probabilmente i rischi di un disimpegno, pur graduale, risulterebbero in un futuro prossimo ben superiori ai possibili benefici, realisticamente non assicurati in partenza, di un intervento massiccio, coordinato ed integrato che impegni sicurezza e difesa a supporto di investimenti cospicui nella cooperazione civile. Questi ultimi, tuttavia, andrebbero erogati esclusivamente sulla base di accordi e controlli ben definiti, sottoscritti dalle parti affinché da un lato raggiungano in larga parte i beneficiari finali ovvero le popolazioni periferiche, l’occupazione giovanile, educazione, sanità, infrastrutture per lavori ad alta intensità di manodopera, dall’altro consentano senza intoppi i rimpatri assistiti degli immigrati economici e i non aventi titoli di legalità.

Il varo di una sorta di “Piano Marshall” per il Sahel dovrebbe restare più che mai di attualità e dovrebbe venire impostato prioritariamente a fini preventivi nella lotta all’espansione terroristica, nell’interesse economico sociale delle popolazioni locali ma anche nostro.

Sarebbe la strada maestra per indebolire, sconfiggere il terrorismo e le mire egemoniche, ben presenti al di là di speculazioni e congetture, di quei Paesi che finanziano, trafficano con il terrorismo più radicale al fine di creare le migliori condizioni per allontanare l’Occidente dall’Africa, procedere a sradicamenti di popolazioni dai loro territori, conquistare e radicalizzare popolazioni e governi ed in ultima analisi incentivare ulteriormente le migrazioni di massa verso un’Europa indebolita, poco unita, demagogica, burocratizzata.

L’esempio attualmente più emblematico di una crisi che non può lasciarci indifferenti è proprio la cosiddetta zona delle tre frontiere, Il Liptako Gourma, fra Mali, Niger e Burkina Faso, dove saranno operative le forze speciali italiane, dislocate in Mali. Lasciando ad altri articoli pubblicato su Analisi Difesa la cronologia dettagliata degli attacchi terroristici degli ultimi mesi in Mali, Burkina Faso e Niger, va rilevata l’impressionante sequenza degli attacchi in successione mai così ravvicinata contro avamposti periferici di polizia, forze armate locali e popolazioni inermi.

 

La presidenza di Mohamed Bazoum In Niger

Solo in Niger (dove l’autore di queste note ha lavorato e vissuto per 3 anni), da gennaio a marzo 2021 oltre 300 vittime causate dal terrorismo. Bilancio senza precedenti. Nel biennio 2019-20, tra le vittime di attacchi in Niger e Mali anche militari francesi, americani, truppe Onu dislocate in Mali. Centinaia anche le vittime causate da Boko Haram in Nigeria e nelle località frontaliere del Niger.

Chi avrebbe immaginato fino qualche anno fa che anche Camerun e Mozambico sarebbero stati invischiati pesantemente nella spirale terroristica del jihadismo? E’ quanto é accaduto a conferma di una strategia di attacchi coordinata finalizzata ad annessioni di territori e alla creazione di un gran Califfato africano. A rendere ancor più critica la situazione vanno considerate le sconfitte subite dallo Stato Islamico in Iraq e Siria con il conseguente trasferimento di assatanati jihadisti in Libia e nei territori Saheliani. Questi ultimi ideali, causa grandi spazi desertici e governi deboli, per traffici di tutti i generi, sottomissione di fasce di popolazioni, conquiste territoriali.

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Il nuovo Presidente del Niger Mohamed Bazoum, insediato il 2 aprile scorso, è uomo esperto, rispettato a livello internazionale, deciso e poco incline a eventuali trattative con i terroristi. Ricordo che fu tra i primi a sollecitare un maggior impegno occidentale a fianco del Niger, ancor prima dell’operazione francese Serval in Malì, nella lotta contro un terrorismo in espansione verso il Sahel dalla fine della sciagurata guerra contro Muammar Gheddafi.

Di etnia Oueled Slimane, chiamati “arabi” in Niger in cui sono presenza minoritaria, provengono dal sud libico, sono tradizionalmente alleati della Francia, considerati rivali dei Touareg e soprattutto dei Toubous, ben presenti nel nord del Niger. Il fattore etnico, unito alla caratura del personaggio e alla lealtà verso il suo predecessore Issoufou, non gli ha certo ridotto i nemici interni ed esterni benché nessuno ne metta in dubbio le capacità.

Nel discorso d’insediamento il neo Presidente ha sottolineato che il suo mandato si svolgerà principalmente su tre assi portanti: lotta aspra alla corruzione interna, al terrorismo, i cui capofila non sono presenti in Niger e perseguimento di una maggiore giustizia sociale.

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Conoscendo Bazoum da quando ricopriva l’incarico di ministro degli Esteri, non dubiterei della sua energica volontà di raggiungere gli obiettivi prefissati. Allo stesso tempo non mi sorprenderei se emergesse che gli attacchi terroristici del mese di marzo e il tentativo di colpo di stato notturno, peraltro mal preparato, 2 giorni prima del suo insediamento, fossero da considerare non solo minacciosi avvertimenti diretti alla sua persona ma collegati da interessi comuni.

Un presidente debole in Niger faciliterebbe in effetti i piani dei nemici interni ed esterni. Stretto alleato della Francia, verosimilmente con spirito più critico ed autonomo rispetto ad altri capi di Stato dei paesi vicini, non fu tenero con l’Italia al momento del lancio della missione MISIN.

In quel caso tuttavia contribuì allo stallo della missione militare italiana, oltre un anno di umiliante attesa con i nostri militari già schierati presso gli americani all’aeroporto di Niamey senza riconoscimento giuridico e operativo, non solo per le pressioni francesi ma anche per la pessima preparazione della missione italiana da parte di Roma che riuscì ad urtare i nigerini per la scarsa conoscenza preventiva di cultura, usi e costumi locali.

Nel contesto attuale, risolti finalmente malintesi ed equivoci anche per il riavvicinamento fra le posizioni italiane e francesi sul Sahel, il ruolo italiano potrebbe avere un rilancio positivo proprio con un Presidente decisionista, dalla forte personalità, temuto da avversari e rivali.

 

Conclusioni

Pare quindi opportuno sottolineare tre aspetti non secondari che depongono a favore di un nuovo pragmatico sistema di aiuti ad integrazione del sostegno nel settore sicurezza.

Le dispendiose operazioni militari Onu presenti da anni in Mali e Congo hanno sostanzialmente fallito nel raggiungimento dell’obiettivo finale: la stabilizzazione. Le regioni sono al contrario divenute più instabili. Le ragioni principali vanno individuate nella disomogeneità dei contingenti militari, nelle palesi falle delle regole d’ingaggio, nella mancanza di unità di comando infine nella dolorosa ma reale incapacità dimostrata nella difesa delle popolazioni contro le razzie terroristiche dovuta anche alla scarsa propensione al combattimento da parte di diverse unità di caschi blu.

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Senza bisogno di individuare stati di appartenenza è noto che molti Paesi lontani ed estranei dalle realtà africane, in alcuni casi pervasi persino da intimo razzismo mascherato nei confronti dei locali, inviino contingenti perché ben retribuiti dall’Onu attraverso i contributi dei Paesi donatori e per concedere indennità e premi ai militari che negli stessi Paesi sono in genere sottopagati o mal pagati.

Quali capacità di intervento possono garantire tali unità? Ad aggravare il bilancio va aggiunta una rigida e pesante burocrazia che scoraggerebbe qualsiasi velleità di rapidità ed efficacia. Scandali di corruzione e accuse di stupri nel corso degli anni hanno facilitato da un lato le scorribande terroristiche, dall’altro l’odio delle popolazioni locali per coloro accolti inizialmente come protettori.

D’altra parte le agenzie di sviluppo dell’Onu presenti sul territorio non sono riuscite ad ottenere risultati tangibili sul campo per le solite rigidità burocratiche, per le corruttele locali e per un approccio alle operazioni non più attuale. Oramai in molte aree conflittuali o post-conflittuali per controllare e finalizzare progetti di sviluppo civile è necessaria una cooperazione rafforzata se non un’integrazione civile militare sul campo. Ai militari garantire una cornice di sicurezza affinché si possano completare le iniziative civili e rassicurare le popolazioni locali.

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Dal 2007 sostengo l’integrazione civile-militare sul campo a seguito delle proficue esperienze in Kosovo ed in Iraq dove senza il supporto dei militari anche nel settore civile nulla si sarebbe potuto realizzare concretamente.

Quattordici anni dopo, pur registrando qualche timido miglioramento, il discorso resta incompiuto anche se rimane tuttavia necessario un impiego dell’Onu, unico organismo capace di garantire una presenza capillare nei Paesi in via di sviluppo.

Non è andata meglio l’azione civile Ue. La rigidità burocratica da rispettare per qualsiasi intervento sia esso strutturale o di emergenza ha di fatto impedito di centrare le finalità ultime degli interventi stessi: assicurare sviluppo sostenibile, completare grandi opere infrastrutturali, impiegare il massimo di manodopera locale, lottare contro la corruzione, formare nuove classi dirigenti, riequilibrare i bilanci degli Stati.

Sono state spese enormi quantità di denaro pubblico dei contribuenti europei sproporzionate rispetto ai risultati conseguiti, soprattutto rispetto alle prospettive di miglioramento delle condizioni di vita delle fasce più deboli delle popolazioni locali.

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Sono mancate la capacità di pianificazione e adattamento alle condizioni locali, una flessibilità maggiore negli interventi e nei controlli, una capacità negoziale autorevole con gli Stati beneficiari degli aiuti, un collegamento costruttivo con stampa e media locali indispensabili per raggiungere le popolazioni anche quelle più emarginate.

Anche l’utilizzo massiccio di ONG internazionali e locali non ha risposto alle aspettative.

Si è proceduto nella realizzazione degli interventi con le stesse procedure rivelatesi obsolete, non adatte alle mutate circostanze, alla necessità di ottenere risultati visibili nel breve termine, alle condizioni di sicurezza sempre più vincolanti.

L’ex potenza coloniale francese da parte sua ha continuato a privilegiare l’approccio bilaterale per salvaguardare la propria visibilità, i propri interessi sovente in contrapposizione con le azioni Ue e Onu contrastando anche gli interventi di Paesi alleati, caso Italia in Niger, quando ritenuti potenziali concorrenti.

Salvo poi richiedere un aiuto concreto sul campo una volta appurato che le spese annuali per mantenere l’operazione Barkhane, 5.100 militaridislocati nel Sahel in funzione anti terroristica, a protezione degli interessi strategici e dei governi deboli filo francesi, si rivelano sempre più insostenibili.

Eppur nonostante il groviglio di interessi contrapposti, l’attitudine poco amichevole dei francesi i rischi sono tali da dover unire le forze, stringere i ranghi fra alleati competitori per un interesse superiore che ci accomuna sempre più ai Paesi saheliani, al mantenimento delle frontiere del mediterraneo allargato.

Le ultime analisi seguite all’incremento delle spese di sicurezza, dei contingenti militari stranieri nei territori saheliani, degli attentati terroristici, delle vittime civili, riportano la crescente protesta delle popolazioni contro i tradizionali alleati occidentali. Proteste e insoddisfazioni giustificate, fomentate certamente dai jihadisti e dai loro finanziatori, da ribaltare con decise iniziative civili, assunzioni giovanili, ripristino di scuole periferiche, case di cura, aiuti al piccolo commercio, alla stampa e ai media locali, una maggiore presenza dell’amministrazione statale di competenza affinché si scoraggino e si combattano le sirene del radicalismo e del terrore.

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Qualora non potessero essere mobilitati ingenti finanziamenti nel breve, sarebbe opportuno iniziare con iniziative preparatorie, visibili, di pronto impatto, dai costi limitati. Il discorso vale anche per iniziative bilaterali di sostegno al piano più ambizioso.

Si raggiungerà l’ottimizzazione dei costi e dei benefici nel momento in cui saranno adottate procedure più agili e soprattutto saranno messe in cantiere iniziative proposte da persone che hanno o hanno avuto concreta esperienza sul campo, responsabilità e conoscenze dirette nelle aree di intervento. Da decenni vengono spesso imposti programmi e azioni dai quartieri generali e dalle cancellerie da politici, funzionari con scarse conoscenze delle reali situazioni del terreno, portando quasi ineluttabilmente al fallimento delle operazioni e alla frustrazione sia dei beneficiari degli aiuti che di coloro che hanno le responsabilità operative sul terreno.

Foto: Governo Libico, MISIN/Difesa.it, Ministero della Difesa svedese, Ministero della Difesa francese

 

E' uno dei maggiori esperti italiani di operazioni internazionali di stabilizzazione, peacebuilding, cooperazione e comunicazione nelle aree di crisi. Dagli anni 80 ha ricoperto incarichi di responsabilità crescenti per l’Onu, la UE e il Ministero degli Esteri in Africa (13 anni), Medio Oriente e Balcani. Specialista di negoziati complessi, è stato Sindaco Onu in Kosovo della città mista di Kosovo Polje dal 1999 al 2001, ha guidato, primo non americano, il PRT di Nassiriyah in Iraq nel 2006 ed è stato Portavoce e Capo della comunicazione della missione europea di assistenza antiterrorismo EUCAP Sahel Niger fino al 2016. Destinatario di un’alta onorificenza presidenziale Senegalese, per l’editore Fermento ha scritto "Alla periferia del Mondo". Scrive su riviste specializzate ed è un apprezzato commentatore per radio e tv.

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