Generali in politica e nelle istituzioni: una moda che ritorna

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Non accade di frequente ma ogni tanto la politica si accorge che i militari possono essere una risorsa per incarichi di governo o di alta amministrazione. Alla formazione del gabinetto giallo-verde Il generale Sergio Costa è stato così nominato Ministro dell’Ambiente. Un’indubbia valorizzazione delle qualificate competenze del Corpo Forestale, che Renzi ha indubbiamente maltrattato, salvo farlo confluire, militarizzandolo, nell’Arma dei Carabinieri.

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Ora il generale della Guardia di Finanza Antonino Maggiore è chiamato alla direzione dell’Agenzia delle Entrate. Eppure non è passato molto tempo da quando era fortemente sostenuta l’idea di smilitarizzare i Finanzieri, soprattutto perché un braccio armato non era ritenuto consono all’esercizio dei compiti di polizia tributaria.

La Guardia di Finanza ha provveduto con la sua compattezza ed efficienza a smentire posizioni così chiaramente strumentali. Senza contare che, per talune tra le più importanti missioni del Corpo, la coesione militare ha mostrato di essere garanzia più che impedimento: si pensi alla lotta contro la criminalità organizzata, oggi fortemente intrusiva nell’economia e nella finanza; oppure alle attività di contrasto al terrorismo ed al contrabbando; al controllo sul mare.

La propensione a chiamare ufficiali di alto grado a ricoprire cariche istituzionali di vertice non è prerogativa di un solo schieramento politico. Già Berlusconi, che dal voto di marzo si aspettava un più soddisfacente risultato, aveva evocato il generale Leonardo Gallitelli, Comandante Emerito dell’Arma dei Carabinieri, quale figura più adatta per la carica di Presidente del Consiglio.

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In tutto questo è da salutare positivamente un’innovata attitudine e considerazione per i militari. Tuttavia non sfugge che ricorrere alle gerarchie per ruoli politici ha il sapore di scelte dettate da contingenze se non eccezionali, comunque non ordinarie, che si reputa dover affidare alla gestione di personalità fortemente caratterizzate, come altro non possono essere generali e ammiragli.

Ne dà conferma anche un rapido excursus della storia nazionale. Se si eccettuano le vicende belliche ed i primi anni dopo l’unità, quando ad alcuni protagonisti delle campagne risorgimentali di stretta osservanza piemontese (ovviamente non Garibaldi) fu attribuita anche la direzione della politica, militari che abbiano svolto ruoli cruciali sono stati pochissimi. Il crepuscolo del secolo decimo nono vide il generale Luigi Gerolamo Pelloux assumere la carica di primo ministro.

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Fu prescelto per arginare i dilaganti moti di piazza che a Bari era riuscito a contenere senza ricorrere alla legge marziale, ma ben presto anch’egli si impantanò in progetti di leggi eccezionali e fu costretto alle dimissioni. Devono passare oltre quarant’anni per incontrare l’ultimo generale presidente del consiglio: Pietro Badoglio, chiamato dal Re alla guida del Governo nella tragica estate del ’43. Risorsa per tutte le stagioni, la sua immagine è strettamente legata ai disastri dell’8 settembre.

Anche nell’epoca della Repubblica è l’emergenza a determinare l’affidamento di poteri, non proprio eccezionali ma carichi di un alto significato simbolico sul piano della difesa delle Istituzioni, al generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, prima nella lotta al terrorismo e poi contro la criminalità mafiosa, fino al suo estremo sacrificio.

Anche le nomine di questi mesi potrebbero sembrare collocarsi in un contesto di non ordinarietà, tanto da affidare la responsabilità di affrontare problematiche quanto meno complesse a personalità militari, sicuramente ben dotate sul piano della fermezza e dell’energia.

Certamente questo Governo, almeno per talune sue componenti, vuol far vedere di saper mostrare i muscoli. Intende inviare un segnale forte agli elettori: del resto assecondarne gli umori, piuttosto che scrutare gli orizzonti delle necessità in termini di bene comune, è la cifra ricorrente delle odierne classi politiche, i cui esponenti nulla dicono e meno fanno senza consultare i sondaggi, che portano sempre in tasca.

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Ma già al Ministero della Difesa, che pure dovrebbe essere il santuario dei militari, si respira aria diversa. La Ministra Trenta sembra più preoccupata di sindacalizzare le forze armate, proposito indubbiamente nuovo e proiettato nel futuro, piuttosto che valorizzare l’esperienza dei più alti livelli gerarchici se è vero, come riportano alcuni organi di stampa, che in ambito gabinetto ha attribuito ad ufficiali col solo grado di tenente colonnello alcuni ruoli determinanti.

Si deduce così che l’attuale discesa in campo di alti gradi militari si delinea in un quadro di confusione istituzionale, con un Governo forse in alto negli indici di gradimento, ma in bilico su uno scomodo crinale operativo. In un versante si intravede un intento, invero densamente fumoso e molto indefinito, di modernizzare apparati per troppo tempo ingessati ed autoreferenti.

Nell’altro versante si stagliano nitidamente propositi punitivi verso compagini politiche ed amministrative legate a diversi referenti, oppure considerate troppo indipendenti. La nomina del generale Maggiore può agevolmente essere letta anche così, visti i malumori riportati dalla stampa e riferiti alla dirigenza dell’Agenzia delle Entrate, notoriamente gelosa di una consolidata autonomia sul piano amministrativo.

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I militari corrono allora grossi pericoli di inopportune esposizioni, in grado di danneggiare e magari compromettere il loro indispensabile e distintivo tratto di equidistanza. Un’esigenza che dovrebbe essere in primis colta dal politico, cui purtroppo non è facile oggi (come del resto non lo è stato nel recente passato) chiedere finezze del genere e correlate sensibilità giuridiche ed istituzionali.

Sono passati quasi due secoli da quando Alfred de Vigny, in “Servitù e grandezza militari”, esaltava il soldato nella sua solitudine, al pari del nobile e del poeta, in un isolamento caratterizzato da abnegazione e rassegnazione, ma capace di generare grandi gesta ed immensi perdoni. Evocare oggi un autore del genere può essere temerario.

Ma anche rimanessimo davvero soli, continueremmo a preferire che i militari siano soltanto dediti al culto della bandiera e pronti ad assumersi unicamente l’onere supremo di difendere le Istituzioni ed i cittadini.

Foto Ansa. Difesa.it e web

 

Carlo CorbinelliVedi tutti gli articoli

Nato a Tavarnelle Val di Pesa (FI) nel 1955, è laureato in Scienze Politiche presso la Facoltà "Cesare Alfieri" dell'Università di Firenze ed in Scienze della Sicurezza presso l'Ateneo di Tor Vergata. Ha conseguito vari diplomi post-universitari nel campo delle relazioni internazionali e della tecnica legislativa. Ha prestato per 36 anni servizio quale ufficiale dei Carabinieri, con incarichi in Italia e all'estero in tutti i settori di competenza dell'Arma. Da Colonnello ha retto la Segreteria del Sottosegretario alla Difesa, Il Comando Provinciale di Perugia ed il 2° Reggimento Allievi Marescialli di Firenze. Nella riserva dal marzo 2015, svolge attività di consulente in qualità di esperto di "Security". Collabora con il Centro di Studi Strategici Internazionali ed Imprenditoriali dell'Università di Firenze.

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