Il ruolo della base cinese nel crocevia strategico di Gibuti

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“La Cina emerge come la forza economica esterna dominante in Africa e i suoi investimenti in Africa stanno superando quelli degli Stati Uniti e dei suoi alleati. La Cina usa il suo peso economico anche per offrire prestiti sfavorevoli ai paesi africani, che funzionano come trappole del debito che aiutano a garantire l’accesso di Pechino alle infrastrutture chiave. “Sono letteralmente ovunque nel continente”…

Con queste si è espresso il generale Stephen Townsend, comandante dell’Africa Command (Africom), alla commissione per le forze armate della Camera USA a proposito della presenza cinese in Africa, riportate da Stripes.

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La crescente presenza della Cina a Gibuti ha attirato un’attenzione senza precedenti sul paese africano e ne ha fatto un termine di paragone nel dibattito sugli obiettivi globali in espansione di Pechino.

Gibuti è un piccolo stato del Corno d’Africa con poco più di 900.000 abitanti, un territorio di soli ventitremila chilometri quadrati tra l’Etiopia e la Somalia. Posizionato all’estremità meridionale del Mar Rosso risulta strategicamente importante. Il Corno d’Africa, si trova nell’intersezione di importanti passaggi marittimi tra cui Bab-el-Mandeb e il Golfo di Aden, vitale per il flusso di petrolio e le esportazioni cinesi e dove le grandi potenze competono per ottenere una base militare.

Considerato una rara oasi di stabilità nell’area, grazie alla sua posizione può favorire il commercio con un terzo del continente africano. Il suo porto è posto all’ingresso del Mar Rosso e del Canale di Suez, su una delle rotte marittime più trafficate del mondo e di fondamentale importanza per la salute dell’economia mondiale. Ogni anno vi passano 20.000 navi con circa il 30 per cento delle esportazioni mondiali.

Il paese ospita diversi avamposti di potenze militari, Stati Uniti (con 4500 militari), Giappone (con 180 militari), Francia (con 1.450 militari presenti da sempre nella ex colonia), Italia (nel mese di marzo l’Italia ha assunto nuovamente il Comando della Forza Navale – operazione antipirateria “Atalanta” – imbarcato su Nave Carabiniere), Spagna e, più recentemente, Cina (con 2.000 militari) e Arabia Saudita.

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La Base Militare Italiana di Supporto (BMIS) garantisce il supporto logistico agli assetti nazionali in transito sul territorio di Gibuti e a quelli impegnati nelle operazioni nella regione somala.

La missione presente nel paese è composta da un contingente nazionale di 117 militari e 18 mezzi terrestri. Altri paesi come Germania, Regno Unito e Spagna sono presenti appoggiandosi alle basi militari degli alleati.

Anche Russia e India, avrebbero espresso il loro interesse a stabilire accordi per una presenza militare a Gibuti.

L’affitto delle aree per uso militare è il principale sostentamento economico di Gibuti. Gli Stati Uniti pagano 63 milioni di dollari all’anno per un contratto di locazione di 10 anni dell’area utilizzata, mentre la Cina paga 20 milioni di dollari all’anno con un mix di investimenti commerciali. Il governo di Gibuti dipende principalmente dalle basi sia economicamente sia dal punto di vista militare per la sicurezza.

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La base americana, Camp Lemonnier (nella foto sopra), la più estesa base militare permanente americana in Africa, ospita le forze speciali statunitensi, aerei da combattimento, droni ed elicotteri ed è una base rilevante per le operazioni con droni in Yemen e Somalia ed è sede del Comando Africa degli Stati Uniti (AFRICOM)

La decisione della Cina di costruire una base navale dell’Esercito popolare di liberazione (PLA) a Gibuti è stata approvata dal presidente cinese Xi Jinping nel 2013.

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Nel 2015 Pechino aveva definito la sua prima base militare all’estero come “struttura logistica”, assegnandole un numero limitato di missioni. Ciò includeva la partecipazione a operazioni di mantenimento della pace (PKO) delle Nazioni Unite, missioni di scorta antipirateria nel Golfo di Aden e aiuti umanitari. La costruzione della base è iniziata nel 2016.

Nel 2017, la Cina ha aperto la base militare a Gibuti per rafforzare l’influenza globale della Cina e proteggere meglio gli interessi di sicurezza cinesi lontano dalle sue coste, in particolare in Africa e nell’Oceano Indiano.

La base si trova nei pressi di Dawalih, un’area compresa nel Porto di Gibuti e non lontano dalla base militare americana. Alcuni ipotizzano una presenza di 10.000 persone, ma fonti diplomatiche indicano un numero intorno alle 2000 unità.

La base militare di Gibuti, che inizialmente la Cina aveva dichiarato sarebbe stata una struttura logistica offshore, avrebbe missioni differenti da quanto inizialmente affermato.

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La base comprende personale di varie armi, inclusi marines (qui a fianco, in apertura e sotto le foto del loro addestramento a Gibuti) e forze speciali. È dotata di un eliporto utilizzabile anche da droni. Ha inoltre costruito un molo lungo 660 metri, dove presto potranno ormeggiare grandi navi del PLA. Attualmente, la base navale cinese a Gibuti sarebbe abbastanza grande per ospitare portaerei, aspetto che evidenza come Pechino stia cercando di espandere e consolidare la propria presenza militare nella regione.

Secondo il comandante di AFRICOM, generale Stephen Townsend, la base cinese sarebbe stata appena ampliata e potrebbe supportare anche le loro portaerei in futuro. La base si sta trasformando in una “piattaforma per proiettare il potere in tutto il continente e le sue acque”. La Cina ha due portaerei in servizio: la Liaoning, una ex portaerei russa incompleta e pesantemente modificata, e la Shandong, una versione modernizzata della Liaoning.

Secondo un rapporto del Congressional Research Service a marzo, una terza portaerei potrebbe essere pronta entro il 2024 e dovrebbe essere la prima equipaggiata con catapulte che gli consentirebbero di lanciare aerei più pesanti.

Sempre secondo Townsend, Pechino vuole basi aggiuntive in Africa per promuovere i suoi interessi geostrategici. La Cina ha anche intensificato gli sforzi di addestramento militare e la vendita di armi in Africa, ma questi sforzi sono meno preoccupanti e talvolta finiscono per “essere favorevoli per noi” a causa della scarsa qualità dell’equipaggiamento cinese e dei consiglieri militari.

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Come riportato in un articolo su EastAsiaForum di Jean-Pierre Cabestan, Professore di Scienze Politiche presso il Dipartimento di Governo e Studi Internazionali della Facoltà di Scienze Sociali della Hong Kong Baptist University, dalla sua apertura, la base cinese di Gibuti non si è dedicata a quelle che erano le sue missioni ufficiali. La pirateria nel Golfo di Aden è diminuita in modo significativo e non è più la ragione principale della presenza della Marina Cinese (come delle altre forze navali) a Gibuti.

Nessun peacekeeper cinese è transitato da Gibuti, indicando che la base ha una rilevanza limitata per il mantenimento della pace. La Marina del PLA conduce missioni di scorta umanitaria per le spedizioni del Programma alimentare mondiale in Somalia, ma solo una volta all’anno in collaborazione con l’Unione europea. La base invece viene utilizzata per dare riposo agli equipaggi navali cinesi mentre la Cina rafforza la sua presenza nell’Oceano Indiano e migliora le sue capacità di proiezione nei “mari lontani”, alimentando la competizione strategica con l’India.

 

Nato a Cassino nel 1961, militare in congedo, laureato in Scienze Organizzative e Gestionali. Si occupa di Country Analysis. Autore del Blog 38esimoparallelo.com, collabora con il Think Tank internazionale “Il Nodo di Gordio”. Alcuni suoi articoli sono stati pubblicati su “Il Giornale.it", “Affari Internazionali”, “Geopolitical Review”, “L’Opinione”, “Geopolitica.info”.

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