Le relazioni russo-turche tra intese e diffidenze

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Il rapporto tra Russia, Turchia (e il suo impatto sull’Europa), è una vicenda lunga e controversa, segnata da persistenti ostilità e ben undici guerre (compresa la prima guerra mondiale). Il primo conflitto ebbe luogo nel 1568, quando la Russia era ancora nella fase iniziale del suo percorso di formazione statuale.

È utile ricordare che l’unica occasione in cui la Russia (in formato bolscevico) abbia sostenuto la Turchia, e’ stata quando Ankara ha affrontato la pressione degli Alleati occidentali e l’invasione greca dopo la prima guerra mondiale, come rappresaglia per il loro sostegno alle forze controrivoluzionarie “bianche”.

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Questa complessa e problematica cooperazione-confronto, soprattutto a partire dal XVIII secolo, si è scontrata più volte con il più ampio problema della stabilità dell’Europa, del Mediterraneo e del Levante e viene riproposta nell’ oggi, in termini che si sono adattati a diverse situazioni e contesti.

Limitando l’analisi negli ultimi tempi, nonostante molte (vecchie e nuove, e crescenti) divergenze, Mosca e Ankara hanno in comune l’uso della politica estera e di sicurezza come strumento di proiezione per limitare l’impatto dei propri problemi interni attraverso successi esterni e consolidare la coesione interna, erosa da diversi fattori.

Le politiche aggressive della Turchia negli ultimi anni, che hanno suscitato grande preoccupazione tra i suoi alleati e partner della NATO e dell’UE, hanno invece offerto a Mosca un’importante opportunità per beneficiare della nuova linea di Ankara, percepita come elemento di danneggiamento delle architetture economiche e di sicurezza euroatlantiche.

Consapevole delle differenze fondamentali con la Turchia (e dei problemi di gestione connessi), Putin cerca comunque di mantenere la relazione in vita e il più possibile fruttuosa per gli interessi di Mosca.

Russia e Turchia sono state in grado di stabilire un’intesa quasi positiva, molto pragmatica e caso per caso in aree di conflitto dove, spesso, sostengono parti opposte come in Siria, Mar Nero, Libia, Caucaso, Sahel e altrove e questo senza la necessità di accordi formali.

 

La dimensione economica

Per meglio comprendere le dinamiche dei rapporti russo-turchi, e le sue contraddizioni, la dimensione economica resta centrale, anche se appare complessivamente in declino.

Le esportazioni russe in Turchia nel 2019 sono state di circa $ 17,75 miliardi e le sue importazioni di circa $ 3,45 miliardi. Un aumento del 2,5% rispetto al 2018 e inferiore ai 31 miliardi di dollari raggiunti nel 2014, prima della crisi del 2015, quando un aereo russo è stato abbattuto sullo spazio aereo siriano dai jet turchi.

A parte ciò, la Turchia ha gradualmente ridotto la sua dipendenza dal gas russo a causa (in primo luogo) del rallentamento dell’economia nazionale e dello sviluppo di infrastrutture per il gas liquefatto in alternativa. Gazprom ha fornito fino al 52% delle importazioni di gas turco, anche progettando di espandere l’offerta costruendo il gasdotto “TurkStream”, questa fornitura è scesa al 33% nel 2019, a favore dell’Azerbaigian, che è diventato il principale fornitore di Ankara.

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Inoltre, i promettenti risultati dell’esplorazione del gas nel Mar Nero potrebbero consentire di ridurre la dipendenza di Ankara dal gas russo, anche se le speranze in tal senso sono vecchie e ricorrenti (questo piano richiederebbe tempo per essere verificato e, se confermato, sfruttato). Inoltre, l’attivazione del gasdotto “North Stream II” riduce l’urgenza di completare il “South Stream” e, di conseguenza, l’influenza di Ankara.

Nonostante il calo nel settore degli idrocarburi, l’energia resta una componente rilevante della relazione russo-turca perché è in corso un importante progetto, quale la costruzione della centrale nucleare di Akkuyu da parte della società russa Rosatom, il cui completamento è previsto entro il 2023 e con un costo di 20 miliardi di dollari (è molto raro che la Russia condivida la tecnologia nucleare civile con paesi terzi).

Gli interessi dei due Stati – sono sempre più divergenti nell’aspetto energetico e questo e’ dimostrato dal caso del petrolio iraniano. Mentre Mosca cerca di evitare di inondare il mercato mondiale perché comporterebbe un calo del prezzo del petrolio, riducendo drasticamente le proprie entrate, Ankara invece desidera che il petrolio e il gas iraniano arrivino sul mercato mondiale attraverso il suo territorio, il che rafforzerebbe l’ambizione della Turchia di diventare un distributore e hub di energia.

Il turismo, tuttavia, continua a registrare una crescita importante con oltre 7 milioni di turisti russi che visitano la Turchia ogni anno, rendendo la Russia uno dei maggiori visitatori del paese Mediterraneo prima del COVID-19.

 

Sicurezza e dimensione militare

Mosca cerca di preservare il rapporto di recente (ri)costruzione, cercando di appianare tutte le crisi che emergono con la Turchia, visto che, nonostante i problemi con Ankara, l’approccio dirompente di Erdoğan verso l’Occidente è molto utile per gli interessi strategici russi.

Un esempio di questa posizione è stato evidente quando la Turchia ha abbattuto un bombardiere russo Su-24 in Siria nel novembre 2015, le relazioni sono diventate molto tese, ma Mosca ha adattato con cura la sua rappresaglia, evitando di estremizzare la situazione e di tenere agganciata Ankara ai suoi progetti.

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Come accennato in precedenza, Mosca cerca di sfruttare il più possibile la serie di controversie che antagonizzano la Turchia con altri stati (Francia, Grecia, Cipro, Israele, Italia, Emirati Arabi Uniti, Egitto) in materia di delimitazione di ZEE e sfruttamento di giacimenti di idrocarburi.

In quest’ottica, questa serie di controversie, nel Mediterraneo orientale e in Libia, aprono alla Russia ottime opportunità per indebolire la solidarietà dell’Alleanza Atlantica e l’ultimo esempio è il recente lo speciale accordo bilaterale firmato tra Atene e Parigi per la sicurezza e la difesa al di fuori dei contesti NATO/UE è, in ultima istanza, un indebolimento della coesione della sicurezza occidentale e un vantaggio per i piani di Mosca.

In questa luce Putin ha sostenuto pienamente Erdoğan dopo il tentato colpo di stato del luglio 2016 e ha offerto alla Turchia l’acquisto del sistema missilistico antiaereo S-400 Triumf, peggiorando la coesione dell’Alleanza Atlantica, mettendo a rischio l’integrazione del suo sistema di difesa aerea e C3.

Per il pilastro UE la situazione è simile in quanto le relazioni della Turchia con Bruxelles sono seriamente deteriorate a causa della situazione di Cipro, delle questioni sui diritti civili, dei dossier libico e siriano o dell’uso della migrazione come strumento di ricatto.

Ma la debolezza dell’UE di fronte al ricatto di Ankara e dell’incapacità di Bruxelles (e dei suoi Stati membri) di affrontarlo con una posizione più ferma è un ulteriore vantaggio indiretto degli obiettivi russi per minare le architetture economiche e di sicurezza occidentali.

 

Due amici freddi

I due leader, Vladimir Putin e Recep Tayyp Erdoğan, non hanno sviluppato alcuna affinità personale, rivelando che entrambi sono consapevoli dei reciproci progetti, punti di vista e percezioni e della natura simile e antidemocratica dei due paesi.

Questa, anche debole, amicizia non è, e probabilmente non sarà, la base dell’avvicinamento ideologico, anche se i due Paesi sono segnati da un approccio autoritario; mentre questa “fratellanza” è più profonda ed evidente tra Russia e Cina, probabilmente a causa della base ideologica comunista.

Uno dei principali elementi di sfiducia nei confronti di Mosca è la vicinanza di Erdoğan (e in molti casi con un sostegno reale, come in Siria e Libia) alla galassia dei gruppi della Fratellanza Musulmana. Questi gruppi sono banditi in Russia e Mosca monitora da vicino le loro attività, specialmente nelle aree popolate da musulmani del Caucaso e dell’Asia centrale e Putin è pienamente consapevole delle ambizioni del leader turco di guidare il mondo musulmano.

Ma anche in questo ambito la relazione è frammentata e contraddittoria; la Turchia continua ad esprimere sostegno alle minoranze musulmane tartare in Crimea (regione ucraina annessa unilateralmente dalla Russia nel 2014), ma evitando di irritare la Russia e senza alcuna reale azione.

 

Influenza reciproca?

In ogni relazione bilaterale, l’influenza che un partner può esercitare sull’altro, è un parametro fondamentale per analizzarla.

Appare che la Russia abbia una maggiore influenza nei confronti della Turchia rispetto al contrario. Questa situazione asimmetrica è emersa dopo che un aereo russo è stato abbattuto in Siria nel 2015 da scherzi turchi.

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Da allora, la Russia, pur evitando di mettere all’angolo la Turchia ha aumentato le pressioni su Ankara, dalle restrizioni al commercio e alla circolazione delle persone tra i due Paesi, alla minaccia di cancellare il progetto della centrale nucleare e al lancio di media e social media campagna contro Erdoğan e i suoi familiari per i presunti affari in Siria utilizzando una galassia di fonti ben gestita, ereditata dalla Guerra Fredda.

Inoltre, Mosca ha in mano una risorsa antica, ma ancora potente e destabilizzante contro la Turchia. È il sostegno al sogno dell’indipendenza e di unione delle popolazioni del Kurdistan, soprattutto con l’assistenza al PKK, il Partito Curdo dei Lavoratori, sostegno che esiste dai tempi dell’ex URSS e dell’era della Guerra Fredda.

Questo è un problema serio e una fonte costante di irritazione per Ankara. Inoltre, anche se in modo più nascosto, la Russia sostiene le forze curde che operano in Siria e Iraq e ciò è un altro motivo di preoccupazione per la Turchia, che vede nella presenza curda, sia essa in casa o altrove, una minaccia alla propria sicurezza nazionale.

Allo stesso tempo Ankara è convinta che l’intervento russo in Siria impedirebbe il consolidamento dell’autonomia curda nella regione e che usa questo tema come mezzo di pressione politica contro essa.

Il governo di Bashar Al Assad, strettamente legato a Mosca, nonostante abbia utilizzato le forze curde per combattere l’insurrezione islamista, è fortemente contrario a qualsiasi idea di costituzione di una regione autonoma curda all’interno della Siria; e questo è accolto con favore anche dai vicini turchi.

Tuttavia, Ankara crede di avere diverse risorse di influenza, come i russi (principalmente dal Tatarstan) che studiano nelle università turche; la diaspora del Caucaso settentrionale che vive in Turchia; o i milioni di russi che come turisti ogni anno si godono le spiagge.

 

Il conflitto siriano

La Siria è lo scenario principale dove c’è il più alto rischio di collisione tra Turchia e Russia ma, allo stesso tempo, è l’area in cui i due poteri, nonostante la loro polarizzazione e interessi divergenti, hanno stabilito, anche se instabile, un modello di cooperazione.

L’intervento russo, dal settembre 2015 ha impedito la caduta del governo di Bashar al-Assad, che era (ed è tuttora) l’obiettivo a lungo termine della Turchia. Va ricordato che l’indebolimento della Siria è un obiettivo strategico della Turchia.

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Erdoğan, va ricordato, inizialmente sostenne apertamente gli insorti islamisti e, per un periodo, si schierò apertamente con loro ed era un forte alleato del sostegno degli Stati del Golfo al progetto di ISIS/al-Qaeda per smantellare la Siria (e l’Iraq), distruggere lo schema di accordo Sykes-Picot e creare uno stato islamico radicale, fino al suo possibile assorbimento (o fine sotto l’influenza) da parte dell’Arabia Saudita, secondo notizie informate.

Riyad aveva, e sembra avere fino ad oggi, il sogno di riproporsi come il ‘nuovo’ (o vecchio) progetto hashemita, ovviamente in mano saudita, di riunire tutti i popoli e i territori arabi del Mashrak in un regno unificato o con soggetti ad esso asserviti.

Secondo alcuni analisti, quando Erdoğan venne a conoscenza di questo piano che si scontrava con il suo stesso progetto egemonico di ristabilire il dominio ottomano sul vicino oriente, ha rotto con Riyad e si è avvicinato al nuovo nemico dei sauditi, il Qatar. Doha, allo stesso tempo mantiene, accanto a una importante base militare turca, una statunitense e compra sistemi d’arma statunitensi ed europei in grandi quantità per avere il sostegno delle potenze occidentali

La riunione di Astana del 2016 ha posto le basi per un compromesso nell’ottobre 2019 sulle “zone di controllo”, che, sebbene non abbia soddisfatto nessuno dei partecipanti, rimane in vigore nonostante le numerosissime violazioni e scaramucce tra russi turchi, siriani e milizie annesse.

Quando la Turchia ha aumentato significativamente il suo coinvolgimento nel conflitto siriano, il governo di Assad non ha avuto altra scelta che avvicinarsi più che mai alla Russia, mentre l’Iran non ha avuto la capacità di contrastare l’ingresso della Turchia in quell’architettura disegnata da Mosca, se non aiutando le milizie degli Hezbollah in funzione antisraeliana.

Il coinvolgimento turco ha quindi permesso a Mosca di dominare, sia pure indirettamente, lo schema siriano, riducendo e limitando l’influenza iraniana, oltre a quella di Ankara, e solo alla zona di confine con la Turchia.

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A loro volta, altri attori regionali come l’Arabia Saudita hanno gradualmente ridotto il loro impatto sul Levante, così come la diplomazia occidentale, lasciando nelle mani di Ankara il controllo di alcune delle forze di opposizione siriane.

In questo modo, controllando le fazioni in guerra in Siria (come per la Turchia, i cosiddetti “moderati” islamisti, le milizie etniche turcofone nelle regioni di confine), Mosca e Ankara sono ora, anche se su fronti opposti, i padroni del conflitto (che è tragicamente inizato nel 2011).

Esempi di questa intesa russo-turca o “ostilità cooperativa” si possono trovare nel 2016 quando la Russia ha dato il via libera alle operazioni della Turchia in Siria, ricevendo in cambio il via libera per la riconquista da parte delle forze governative siriane di Aleppo, la più importante città sotto i ribelli controllo, in un chiaro quid pro quo e avvicinarsi alla presa, che sarà verosimilmente solo questione di tempo di Idlib.

Nella mutevole situazione in Siria la Russia sembra ferma nel rimanere, soprattutto ora che Damasco ha superato la crisi peggiore mentre gli Stati Uniti potrebbero decidere di cambiare nuovamente la loro strategia, il che muterebbe ulteriormente lo scenario della situazione attuale, l’impatto sulla posizione turca e le relazioni con Mosca.

 

Il Nord Africa

Il Nord Africa sembra essere una ulteriore area dove i due approcci divergenti di Russia e Turchia trovano finora il miglior esempio.

Il primo caso è la Libia. Alla fine del 2019, la Turchia ha deciso di aumentare il proprio coinvolgimento in Libia inviando consiglieri militari, mercenari siriani e unità di droni appartenenti alle forze armate regolari del paese a del governo (formalmente) appoggiato dall’ ONU e UE, con sede a Tripoli, che però l’appoggio di diverse milizie islamiste. Sul lato opposto ci sono le forze del maresciallo Haftar, sostenute da Emirati Arabi Uniti, Egitto, Russia e Francia.

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Il sostegno turco ha fermato l’offensiva di Haftar, costringendolo a cercare ulteriore sostegno da Mosca, che ha reagito inviando operatori della società di sicurezza privata Wagner e moderni sistemi d’arma (compresi i caccia MIG-29 e i bombardieri Su-24 e i sistemi missilistici da difesa aerea) insieme al personale per operare questi sistemi e formare il personale locale.

In questa situazione di stallo Turchia e Russia sono ancora una volta le potenze più influenti nel conflitto, favorito anche dalla passività statunitense e dalla spaccatura intraeuropea, come la polarizzazione tra Francia e Italia, dove Roma, appoggia apertamente il governo di Tripoli, mentre Parigi, nonostante un appoggio dichiarato allo stesso esecutivo sembra mantenere un approccio più discreto e ambiguo e quello di Bengasi.

L’attuale situazione di stallo si potrebbe concludere con le elezioni libiche, previste per la fine dell’anno in corso o all’inizio del 2022. Indipendentemente dalla tempistica, i risultati del voto e la formazione di un governo nazionale in Libia che seguirà, si potrebbero riaprire i termini delle relazioni di Mosca e Ankara.

La Russia, come la Turchia, appare fermamente orientata a ristabilire una base in territorio libico, espandendo lentamente ma con fermezza, la sua area di influenza nel Mediterraneo (ha già basi a Tartus e Latakia, in Siria) con l’obiettivo di avere una base navale base a Bengasi e/o una base aerea a Tobruk. Se realizzato, questo piano rafforzerebbe sostanzialmente la posizione di Mosca nel Mediterraneo centrale, consolidando quella orientale e aprendo la strada a quella occidentale.

L’Algeria è l’altra sub-area del bacino del Mediterraneo in cui Mosca e Turchia cooperano. Dall’indipendenza, ottenuta nel 1962, l’Algeria è stata un perno della grande strategia di Mosca per ottenere influenza nella regione mediterranea e durante la Guerra Fredda e l’uso del porto di Orano/Mers El Khebir fu una vera minaccia per le forze navali della NATO in Mediterraneo occidentale e centrale.

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Dopo il crollo dell’URSS, nonostante la fine della presenza ad Orano, Mosca riuscì a mantenere forti legami con l’Algeria, soprattutto con la vendita di sistemi d’arma sempre più sofisticati; l’Algeria, per far fronte all’ostilità del Marocco, pienamente filo-occidentale, ha mantenuto buoni rapporti anche con Mosca.

Ora, con la persistente crisi in Libia, e per riproporre il sogno ottomano (quando l’Algeria aveva uno status semi-autonomo guidato da un ‘bey’ sotto la sovranità nominale del Sultano di Costantinopoli), ma anche in termini più prosaici, per rendere più efficiente la sua presenza a Tripoli, Ankara ha potenziato la sua politica di penetrazione in Algeria.

La dirigenza algerina, che ha schiacciato col pugno di ferro una sanguinosa insurrezione islamista negli anni ’90, guarda con sentimento misto all’azione diplomatica turca, soprattutto per le simpatie per l’islam politico di Ankara. Ma la necessità di stabilizzazione in Libia richiede un’azione collettiva, e Ankara può rappresentare un partner, anche se con limiti.

A riprova delle sue perplessità, Algeri ha rifiutato la richiesta turca di ospitare unità aeree incaricate di operare in Libia nel suo suolo e non ha consentito l’uso dello spazio aereo nazionale ai jet turchi.

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Il recente peggioramento delle relazioni franco-algerine, dovuto alle dichiarazioni del presidente Macron (e ad altre questioni precedenti), potrebbe essere considerato una finestra di opportunità, dove sia Russia che Turchia spingono Algeri ad antagonizzare la Francia e ridurre l’influenza di Parigi nella sua ex colonia (e a seguito, i partners politici, economici e militari della Francia).

Per la Russia, il declino dell’influenza francese (e occidentale) in Algeria è un obiettivo principale, per il peso e il ruolo del Paese nordafricano in Africa, mondo arabo, Europa e Mediterraneo e Mosca ha chiarito sin dal 2014 che cerca più basi navali in giro per il mondo, e l’Algeria è stata espressamente citata in un discorso del ministro della Difesa Serghei Shoigu.

 

Il conflitto azero-armeno

Nel frattempo, lo stesso modello di confronto cooperativo e reciprocamente vantaggioso tra Russia e Turchia ha visto una recente ripresa del conflitto del Nagorno-Karabakh tra Azerbaigian e Armenia e le successive tensioni.

Il fallimento del Gruppo di Minsk dell’OSCE (Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa) nel tentare di stabilire un quadro negoziale per la regione del Nagorno-Karabakh, in sospeso dal 1991, è stata la scusa per l’Azerbaigian per lanciare la sua ultima offensiva di successo, riconquistare gran parte della regione, infliggendo una pesante sconfitta militare alle forze armene. Baku è stato fortemente sostenuto dalla Turchia con consulenti militari e attrezzature all’avanguardia in termini di droni (comprese le versioni suicide), sistemi di comunicazione e sensori.

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Questi successi hanno rafforzato i legami della Turchia con l’Azerbaigian, al punto da lanciare l’idea di “due paesi, un popolo” (riproposto in piccola scala, il sogno del panturanesimo come progetto di unire i popoli di etnia turca dal Mediterraneo all’Asia, è il terzo elemento dell’architettura ideologica dell’Erdoganismo, insieme alla ricostruzione dell’Impero ottomano e alla difesa dell’Islam) ed Erdoğan ha visitato lo scorso dicembre il suo omologo azero Ilham Aliev per celebrare la vittoria congiunta contro l’Armenia cristiana e occidentalizzata.

La Turchia (ma anche la Russia) ha così consolidato la sua influenza nella regione e attraverso l’Azerbaigian cerca di ottenere l’accesso al Mar Caspio e di affermarsi in un’area in cui ritiene che le sue origini culturali, etniche e linguistiche possano attribuirle influenza.

Va aggiunto che, dopo il conflitto, Ankara ha cercato di dispiegare osservatori militari nell’area ma l’opposizione russa lo ha impedito e ha limitato la presenza dei militari turchi alla forza di pace, nominalmente binazionale, tra Armenia e Aerbaigian, ad alcuni ufficiali di stato maggiore presso il quartier generale della missione.

epa09521810 Russian President Vladimir Putin attends a plenary session during the REW 2021 Russian Energy Week international forum at the Manege Central Exhibition Hall in Moscow, Russia, 13 October 2021. The forum takes place from 13 to 14 October. EPA/MIKHAIL METZEL / SPUTNIK / KREMLIN / POOL / POOL MANDATORY CREDIT

Sebbene possa sembrare contraddittorio, anche la Russia ha beneficiato del conflitto sostenendo l’Armenia sconfitta. Dal 2018, infatti, il premier armeno Nikol Pashinyan è stato convinto da USA e Francia (dove esiste una grande, influente e ricca diaspora armena) a perseguire un’agenda filo-occidentale, a scapito degli interessi e dei legami storici della Russia.

Ma, dopo il successo bellico azero, l’Armenia è stata abbandonata dalle potenze occidentali, costringendo Erevan a rivolgersi al suo tradizionale alleato e garante della sicurezza russo. Mosca, ora che l’Armenia è rientrata nella sua area di influenza, fornisce un’ulteriore garanzia di sicurezza a Erevan in caso di possibile attacco da parte di Baku e contro una pressione militare dalla Turchia a sostegno dell’Azerbaigian.

La Russia sta consolidando la sua posizione di potenza dominante sull’indebolita Armenia – approfittando della volubilità dell’Occidente – e di garante dell’accordo di pace. Mosca per il momento ha rafforzato la “zona cuscinetto” verso le sue frontiere meridionali contro la pressione della NATO e ha aumentato la pressione contro la Georgia filo-occidentale.

 

L’Africa subsahariana

Il recente tour del presidente turco in Angola, Nigeria e Togo coincide con l’annuncio della fine o del ridimensionamento dell’operazione francese “Barkhane” del Sahel. Erdoğan sembra determinato a investire molto nel terreno africano e a continuare la sua offensiva contro la Francia e l’Occidente, ovunque.

La Turchia ha già un peso economico significativo in Africa occidentale, che le ha permesso di ottenere da diversi governi della subregione la chiusura delle scuole vicine alla confraternita islamista di Gülen (dal nome dell’imam che Erdogan accusa di aver fomentato il tentato colpo di stato del luglio 2016), come è avvenuto nel 2017 in Senegal. Sul fronte della sicurezza, tuttavia, questa cooperazione è ancora agli inizi. La Turchia, che ospita ufficiali del Mali per l’addestramento dal 2018, ha donato 5 milioni di dollari alla forza del G5 Sahel e ha firmato un accordo militare con il Niger nel 2020.

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Sembra che Recep Tayyip Erdogan cerchi di colmare le lacune lasciate dal parziale ritiro della Francia dal Sahel. Questa opzione potrebbe scontrarsi almeno con uno i punti caldi della nuova offensiva politico-diplomatico-militare della Russia nella cosiddetta “FranceAfrique”: il Mali e la Repubblica Centrafricana.

Mosca sembra aver fatto una scommessa importante a Bamako fornendo assistenza militare attraverso i contractor del Wagner Group e con forniture militari e approfittando della crescente ostilità della popolazione locale per tutto ciò che è occidentale come la missione di addestramento dell’UE (EUTM-M), la missione delle Nazioni Unite (MINUSMA), la task force di forze speciali multinazionale Takuba e la presenza dei droni statunitensi.

Per il momento sembra prematuro prevedere una possibile polarizzazione tra Mosca e Ankara nell’area ma l’unico elemento certo per qualsiasi analisi è che i due lavorano contro la Francia e indirettamente contro NATO, UE, USA.

 

Conclusione

Sebbene il modello di cooperazione russo-turca, essenzialmente uno schema ad alto contenuto militare, abbia mostrato la sua utilità, trasformando le zone di guerra in aree di conflitti congelati a beneficio di entrambi gli attori, potrebbe avere i suoi limiti.

Questa situazione potrebbe portare la erratica politica di Erdoğan a considerare che l’allineamento con gli alleati occidentali potrebbe fornirgli una maggiore influenza nelle zone di conflitto.

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Un segno evidente di questo tentativo di pacificazione con la Turchia è il comunicato del vertice NATO del giugno 2021, dove non si faceva menzione dei tentativi di espansione della Russia nel Mediterraneo orientale e in Nord Africa. Questo perché non voleva esasperare la Turchia, anche se all’interno dell’Alleanza (come nella UE) cresce l’irritazione contro i ricatti, gli insulti e le provocazioni di Ankara, soprattutto lanciati per mere necessità interne.

La situazione porta Mosca a strumentalizzare il più possibile le crisi originate da Ankara all’interno dell’area euro-atlantica con l’obiettivo di creare e/o ampliare le spaccature all’interno delle alleanze.

In termini più ampli, il dinamismo russo e turco fanno parte di una nuova tendenza geopolitica globale in cui nuove potenze emergenti agiscono in modo coordinato per sfidare consolidati interessi occidentali.

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Nonostante i legami economici ridotti e le differenze ideologiche, Mosca e Ankara hanno raggiunto un pragmatico livello di cooperazione reciprocamente accettabile nonostante sostengano fazioni opposte in vari teatri geo-strategici.

Ma la relazione rimane debole, soprattutto per Erdoğan. Il leader turco ha compensato il crescente malcontento interno con successi e interventi militari esterni anche se di breve durata poiché è prevedibile che sarà costretto ad imbarcarsi in nuove e costose avventure all’estero e ad aumentare ulteriormente la già pesante pressione sulla crescente opposizione interna, estremizzando le tensioni soprattutto con l’UE.

Una di queste potenziali variabili esterne, e la minaccia più grave al proseguimento di relazioni stabili tra Mosca e Ankara, potrebbe essere determinata dal coinvolgimento della Turchia nella crisi ucraina, come il sostegno alla modernizzazione delle forze armate di Kiev, richiesta dalla NATO.

L’Ucraina è una linea rossa per Mosca e per la natura dei due stati: il rischio è di un’escalation incontrollabile dall’esito estremamente preoccupante e incerto. La gestione di un simile scenario dovrebbe essere prevista in anticipo a causa degli enormi rischi che comporterebbe, specie valutando le limitate possibilità di un riavvicinamento in materia di sicurezza tra i due Stati.

Foto: TASS, Anadolu, Sputnik, Ministero Difesa Turco, Ministero Difesa Russo, RIA Novosti e CSIS

 

 

Enrico MagnaniVedi tutti gli articoli

Funzionario di un'organizzazione internazionale, è specializzato in questioni politico militari dell'Africa e del Vicino Oriente. Collabora con riviste italiane e straniere e ha pubblicato opere e presentazioni specializzate sui temi legati alle operazioni di stabilizzazione.

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