Reportage – L’avanzata delle truppe russe e la battaglia per Kharkiv

Ukraine: north Kharkiv. E-40 frontline.

 

 

Kharkiv, 

Kharkiv è una città mutilata. I quartieri a sudovest, bombardati tra la fine di febbraio e metà marzo, danno qualche segno di ripresa: gli sfollati stanno tornando e un paio di caffè e di supermercati hanno riaperto fino all’ora del coprifuoco. Ma i distretti a nordest sono un campo di battaglia: da due mesi bersagliati dai missili e dall’artiglieria russa, sono una terra di nessuno che ricorda i giorni più tristi di Beirut, di Grozny, di Aleppo. Le strade sono ingombre di detriti, schegge, colpi inesplosi, vetri frantumati, veicoli carbonizzati. Di notte il buio è assoluto e il silenzio è interrotto solo dai boati delle esplosioni.

La maggior parte della popolazione ha abbandonato gli scheletri dei grigi palazzoni sovietici di Saltivka, sventrati dalle bombe, anneriti dagli incendi, e si è accampata nei vagoni e nelle stazioni della metropolitana: è per questo che il numero delle vittime è relativamente scarso. Ieri cinque morti, oggi quattro. Chi è rimasto, perché infermo o non sa dove andare, sopravvive negli scantinati, a lume di candela, senz’acqua e senza riscaldamento: uomini e donne che emergono come fantasmi dalle catacombe dei rifugi in cerca di qualcosa da mangiare.

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“Oleg”, comandante di un’unità mobile dell’esercito, descrive l’evoluzione del teatro operativo: “Colpiscono le zone del centro con missili a media gittata lanciati dal territorio russo, mentre sui quartieri settentrionali usano l’artiglieria, i mortai, i razzi Grad. È una guerra di posizione.

Le forze russe sono attestate sulle direttrici di Belgorod e di Izjum. Negli ultimi giorni siamo entrati in contatto diretto col nemico nei villaggi a nord e a est di Derhaci, ma non siamo in grado di predisporre una controffensiva su larga scala. Ci mancano uomini e armamenti adeguati, come i sistemi anticarro Javelin a guida infrarossa che si stanno rivelando molto efficaci contro i mezzi corazzati. Kharkiv è un obiettivo strategico e non ci aspettiamo un allentamento della pressione”.

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Razzi e granate piovono senza sosta e i vigili del fuoco, i medici, gl’infermieri, i volontari e le squadre di soccorso attive H24 sono impegnate ogni giorno in decine d’interventi. Spengono gl’incendi, trasportano i feriti, riparano le condutture del gas, rimuovono le macerie, bonificano dagli ordigni inesplosi (UXO l’acronimo in lingua inglese) le aree colpite. Sono sulla prima linea di una guerra urbana che imperversa da più di otto settimane e che non risparmia edifici civili, mercati, centri commerciali, stazioni di servizio, impianti industriali, infrastrutture ferroviarie, centrali elettriche.

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Dall’inizio della seconda fase dell’“operazione speciale” di Putin, il 19 aprile, l’oblast di Kharkiv ha registrato un costante incremento delle operazioni militari. “L’attività più rilevante è intorno a Izjum, dove i russi cercano di sfondare per chiudere a tenaglia il Donbass” conferma il capo dell’amministrazione civile-militare Oleg Sinegubov. “Ma i bombardamenti si sono intensificati anche su Kharkiv”. Tanto che il sindaco della città Igor Terekhov ha rivolto un nuovo urgente appello per l’immediata evacuazione dei residui abitanti di Saltivka, Severnaya e Piatichatki, quartieri ad altissimo rischio.

Diversi testimoni oculari sostengono che i russi utilizzano anche le bombe a grappolo. Il 26 aprile due palazzi di dieci piani sono stati colpiti a Saltivka: secondo gl’inquilini l’attacco, che ha causato la morte di quattro persone, è stato attuato con “cassette bombs”. Alcuni indizi potrebbero confermarlo: l’assenza di crateri o l’ampiezza dell’area investita dall’ordigno, le quote dell’impatto. Non sono però riuscito a trovare submunizioni inesplose, forse già rimosse dalle squadre di emergenza prima del mio arrivo sul posto.

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Movimenti di mezzi e truppe sono stati inoltre rilevati a sud di Kharkiv, in particolare nel villaggio di Zavody, dove sono in corso violenti scontri: una manovra che sembra preludere a un tentativo russo di attestarsi sulla direttrice di Slobozhanski, con l’intento di bloccare la città anche da sudest.

Come in Donbass, l’avanzata degli invasori è lenta, difficoltosa, ma inesorabile. E la resistenza ucraina fatica a contenerla, anche perché la consegna dei nuovi armamenti promessi dalla Nato è rallentata da problemi logistici: i russi hanno distrutto numerosi ponti sulle principali reti stradali, hanno colpito almeno cinque snodi ferroviari, oltre a depositi e magazzini di stoccaggio.

Ucraina: Kharkiv.

Se continueranno a perdere terreno in campo aperto, gli ucraini dovranno adottare una strategia imperniata sulla difesa dei centri, come è avvenuto a Kiev, Mariupol, Chernihiv e nella stessa Kharkiv nelle prime settimane della guerra. In questa fase, tuttavia, Kharkiv appare sguarnita di uomini e mezzi, in gran parte dirottati sul fronte di Izjum. Sempre attive sono comunque la contraerea e le unità dotate di lanciarazzi multipli, che rispondono colpo su colpo all’incessante martellamento russo.

Non ci sono fonti indipendenti in grado di dare conto delle perdite ucraine, che devono essere consistenti. I bollettini ufficiali menzionano soltanto le vittime civili ed è vietato l’accesso agli ospedali e agli obitori.

Subito nord di Kharkiv il villaggio di Derhaci, controllato dagli ucraini, è ancora sotto il fuoco nemico. Si vedono edifici bombardati, compresa un’ala dell’ospedale, il municipio, la chiesa russo-ortodossa, la statua con la stella rossa sovietica e la lapide che commemora i caduti nella guerra contro i nazisti.

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Si sentono, vicini, i colpi in partenza dell’artiglieria e quelli in arrivo dei russi, appostati a nordest a una decina di chilometri di distanza.

Una fabbrica di serramenti è stata rasa al suolo. Tra le macerie e nei crateri delle bombe sono sparpagliate centinaia di schegge, frammenti di razzi Grad e di proiettili di mortaio. All’improvviso un fischio e due forti esplosioni a una distanza stimata di 300 metri. Devo correre a rifugiarmi all’interno del “palazzo della cultura” dove i militari e i volontari distribuiscono viveri (patate, carote, pane, omogeneizzati), acqua e medicinali ai pochi civili rimasti.

Un ufficiale della Difesa territoriale mostra una mappa con le posizioni dei russi e le coordinate dei tre villaggi (Bezruky, Slatyne e Prudyanka) che secondo i comandi ucraini sono stati appena liberati. Chiedo di verificare e dopo una lunga trattativa accetta di accompagnarmi verso Bezruky.

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Dopo tre chilometri su una stradina sfondata dalle granate mi viene mostrata la carcassa di un semovente antiaereo russo colpito da un Javelin: un Tunguska 2K22 ancora armato di missili SA-19 “Grison”.

Insisto per raggiungere Bezruky, ma una grandinata di colpi d’artiglieria c’impedisce di proseguire. L’ufficiale è costretto a riconoscere che nei tre villaggi si continua a combattere. E si lascia scappare un’informazione riservata: due tank ucraini sono stati neutralizzati, ci sono alcune vittime ma non è ancora stato possibile recuperare i corpi.

Tre giorni dopo anche la strada per Derhaci è sbarrata. E poco più a est, nel più avanzato dei posti di blocco di Piatichatki, una barricata di cemento armato e camion rovesciati a ridosso dell’autostrada E-40, i militari affermano che le postazioni russe si trovano ormai a tiro di kalashnikov.

Foto: Giovanni Porzio

http://www.giovanniporzio.it/

 

 

 

Giovanni PorzioVedi tutti gli articoli

E' nato a Milano nel 1951. Giornalista, scrittore, fotoreporter, è stato per 30 anni inviato speciale del settimanale Panorama. Oggi collabora con il Venerdì di Repubblica. Ha seguito sul campo i maggiori conflitti in Medio Oriente, in Africa, nei Balcani, nel Caucaso, in Asia e in America Latina. Durante la Guerra del Golfo del 1991 è stato uno dei primi giornalisti a entrare a Kuwait City: pochi giorni dopo viene catturato con altri colleghi dalle truppe di Saddam Hussein a Bassora durante l'insurrezione sciita. Ha insegnato giornalismo all'Università Complutense di Madrid, ha vinto numerosi premi giornalistici tra cui il prestigioso "Max David" per i suoi reportage dall'Afghanistan. Ha scritto dieci libri sul Medio ed Estremo Oriente, la Somalia, l'Iraq e l'Africa.

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