Se anche Amnesty International diventa “putiniana”

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Chiunque osi mettere in dubbio i dogmi della propaganda ucraina, animata, sostenuta e amplificata da USA e NATO è, per definizione comunemente accettata dal circo politico-mediatico dominante in Occidente, un “putiniano”.
Risulta però difficile inserire nelle “liste di proscrizione”, ormai così in voga nel democratico Occidente e anche in Italia, organizzazioni come Amnesty International che in un rapporto reso noto ieri ha sostenuto che “nel tentativo di respingere l’invasione russa iniziata a febbraio, le forze ucraine hanno messo in pericolo la popolazione civile collocando basi e usando armamenti all’interno di centri abitati, anche in scuole e ospedali”.

Il rapporto afferma che “queste tattiche violano il diritto internazionale umanitario perché trasformano obiettivi civili in obiettivi militari. Gli attacchi russi che sono seguiti hanno ucciso civili e distrutto infrastrutture civili”.
Il rapporto di Amnesty International è stato redatto al termine di una ricerca sul campo sviluppatasi tra aprile e luglio, nelle regioni di Kharkiv, del Donbass e di Mykolaiv.

 

Il rapporto

L’organizzazione – si legge – ha visitato luoghi colpiti dagli attacchi, ha intervistato sopravvissuti, testimoni e familiari di vittime, ha analizzato le armi usate e ha svolto ulteriori ricerche da remoto. I ricercatori di Amnesty International hanno riscontrato prove che le forze ucraine hanno lanciato attacchi da centri abitati, a volte dall’interno di edifici civili, in 19 città e villaggi.

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Per convalidare ulteriormente queste prove, il Crisis Evidence Lab dell’organizzazione per i diritti umani si è servito di immagini satellitari. La maggior parte dei centri abitati dove si trovavano i soldati ucraini era a chilometri di distanza dalle linee del fronte e dunque – aggiunge il comunicato – ci sarebbero state alternative che avrebbero potuto evitare di mettere in pericolo la popolazione civile.

Amnesty International non è a conoscenza di casi in cui l’esercito ucraino che si era installato in edifici civili all’interno dei centri abitati abbia chiesto ai residenti di evacuare i palazzi circostanti o abbia fornito assistenza nel farlo. In questo modo è venuto meno al dovere di prendere tutte le possibili precauzioni per proteggere le popolazioni civili.

Sopravvissuti e testimoni degli attacchi russi nelle regioni di Kharkiv, del Donbass e di Mykolaiv hanno riferito ai ricercatori di Amnesty International che l’esercito ucraino era operativo – prosegue la nota – nei pressi delle loro abitazioni e che in questo modo ha esposto la popolazione civile alle rappresaglie delle forze russe.
I soldati stavano in una casa accanto alla nostra e mio figlio andava spesso da loro a portare del cibo. L’ho supplicato diverse volte di stare lontano, avevo paura per lui. Il pomeriggio dell’attacco io ero in casa e lui in cortile. E’ morto subito, il suo corpo è stato fatto a pezzi. Il nostro appartamento è stato parzialmente distrutto”, ha dichiarato la madre di un uomo di 50 anni ucciso da un attacco russo il 10 giugno in un villaggio a sud di Mykolaiv.

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Nell’appartamento dove, secondo la donna, avevano stazionato i soldati ucraini Amnesty International ha rinvenuto equipaggiamento e divise militari. “Io non capisco il motivo per cui i nostri soldati sparano dalle città e non dai campi”, è la testimonianza di Mykola, che vive in un palazzo di Lysychansk, nel Donbass, più volte centrato dagli attacchi russi.

“C’è attività militare qui nel quartiere. Quando c’è fuoco in uscita, subito dopo c’è fuoco in entrata”, è la testimonianza di un uomo residente nella stessa zona. A Lysychansk – prosegue il report – i ricercatori di Amnesty International hanno visto soldati in un palazzo a 20 metri di distanza dall’entrata di un rifugio sotterraneo usato dagli abitanti e dove un anziano è stato ucciso. In una città del Donbass, il 6 maggio, le forze russe hanno colpito con le bombe a grappolo un quartiere di case per lo più a un piano o a due piani dove era in funzione l’artiglieria ucraina.
I frammenti delle bombe a grappolo hanno danneggiato l’abitazione dove Anna, 70 anni, vive con la madre novantacinquenne.

“Le schegge sono passate attraverso la porta. Io ero dentro casa. L’artiglieria Ucraina si trovava nei pressi del mio giardino. I soldati erano dietro al giardino e dietro la casa. Da quando la guerra è iniziata li ho visti andare e tornare. Mia madre è paralizzata, per noi è impossibile fuggire”.

All’inizio di luglio, nella regione di Mykolaiv, un contadino è rimasto ferito nell’attacco delle forze russe contro un deposito di grano. Ore dopo l’attacco – prosegue il comunicato – i ricercatori di Amnesty International hanno notato la presenza di soldati ucraini e di veicoli militari nella zona del deposito.

Testimoni oculari hanno confermato che quella struttura, situata lungo la strada che porta a una fattoria dove persone vivono e lavorano, era stata usata dalle forze ucraine. Mentre i ricercatori di Amnesty International stavano esaminando i danni arrecati a palazzi e ad altre strutture civili nelle regioni di Kharkiv, del Donbass e di Mykolaiv, hanno udito spari provenienti dalle postazioni ucraine situate nelle vicinanze.

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A Bakhmut – prosegue la nota – molte testimonianze hanno parlato di un edificio usato dai soldati ucraini e situato a neanche 20 metri di distanza da un palazzo a più piani. Il 18 maggio un missile russo ha colpito il palazzo distruggendo parzialmente cinque appartamenti e danneggiando edifici vicini.

Tre abitanti hanno riferito che prima dell’attacco delle forze russe, quelle ucraine avevano utilizzato un edificio dall’altra parte della strada e che due camion dell’esercito ucraino erano parcheggiati di fronte a un’abitazione rimasta danneggiata dal missile.
I ricercatori di Amnesty International hanno rinvenuto tracce, all’interno e all’esterno dell’edificio, della presenza dei soldati ucraini, tra cui sacchi di sabbia, pezzi di plastica nera per coprire le finestre e nuovi kit di pronto soccorso di manifattura statunitense”.

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‘Non ci è permesso dire nulla su cosa fa l’esercito, ma siamo noi a pagare le conseguenze’, ha detto ad Amnesty International un sopravvissuto all’attacco. In cinque diverse località, i ricercatori di Amnesty International hanno visto le forze ucraine usare gli ospedali come basi militari. In due città – si legge ancora nel comunicato – decine di soldati stavano riposando, passeggiando o mangiando all’interno di strutture ospedaliere e in un’altra città i soldati stavano sparando nei pressi di un ospedale.

Il 28 aprile un attacco aereo russo ha ucciso due impiegati di un laboratorio medico alla periferia di Kharkiv dopo che le forze ucraine avevano installato una base nelle immediate adiacenze. Usare gli ospedali a scopi militari è un’evidente violazione del diritto internazionale umanitario.

L’esercito ucraino – prosegue la nota – colloca abitualmente le sue basi all’interno delle scuole dei villaggi e delle città del Donbass e della regione di Mykolaiv. Le scuole sono temporaneamente chiuse ma molte sono situate vicino a insediamenti urbani. In 22 delle 29 scuole visitate, i ricercatori di Amnesty International hanno trovato soldati o rinvenuto prove delle loro attività, in corso al momento della visita o precedenti: tenute da combattimento, contenitori di munizioni, razioni di cibo e veicoli militari.

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Le forze russe hanno colpito molte delle scuole usate dall’esercito ucraino. In almeno tre città, dopo i bombardamenti russi, i soldati ucraini si sono trasferiti in altre scuole, mettendo ulteriormente in pericolo i civili.
In una città a est di Odessa, Amnesty International ha notato in molte occasioni i soldati ucraini usare aree civili per alloggiare e fare addestramento, tra cui due scuole situate in zone densamente popolate – si legge.

Tra aprile e giugno gli attacchi russi contro le scuole della zona hanno causato diversi morti e feriti. Il 28 giugno un bambino e un’anziana sono stati uccisi nella loro abitazione, colpita da un razzo. A Bakhmut, il 21 maggio, un attacco delle forze russe ha colpito un edificio universitario usato come base militare dalle forze ucraine uccidendo sette soldati. L’università è adiacente a un palazzo a più piani, danneggiato nell’attacco insieme ad altre abitazioni civili a non più di 50 metri di distanza. I ricercatori di Amnesty International hanno visto la carcassa di un veicolo militare nel cortile dell’università bombardata.

Il diritto internazionale umanitario non vieta espressamente alle parti in conflitto di installarsi in scuole dove non sono in corso lezioni – si sottolinea. Tuttavia, le forze armate devono evitare di usare scuole situate nei pressi di insediamenti civili, salvo quando non vi sia un’urgente necessità di tipo militare. Anche in questo caso, devono avvisare i civili e se necessario assisterli nell’evacuazione, cosa che nei casi esaminati da Amnesty International non pare si sia verificata.

3. Pezzo in posizione

I conflitti armati pregiudicano gravemente il diritto all’istruzione. Inoltre, l’uso a scopo militare delle scuole può dar luogo a distruzioni che, a guerra finita, possono continuare a negare quel diritto. L’Ucraina è uno dei 114 stati che hanno sottoscritto la Dichiarazione sulle scuole sicure, un accordo che intende proteggere l’istruzione durante i conflitti armati e che prevede l’utilizzo di scuole abbandonate o evacuate solo quando non vi siano alternative praticabili.

Molti degli attacchi delle forze russe documentati da Amnesty International nei mesi scorsi sono stati portati a termine mediante l’uso di armi inerentemente indiscriminate, come le bombe a grappolo che sono messe al bando a livello internazionale, o di armi esplosive che producono effetti su larga scala – prosegue il comunicato. Altri attacchi sono stati condotti con armi guidate con vari livelli di precisione che, in alcuni casi, hanno effettivamente colpito il bersaglio designato.

La tattica delle forze ucraine di collocare obiettivi militari all’interno dei centri abitati non giustifica in alcun modo attacchi indiscriminati da parte russa. Tutte le parti in conflitto devono sempre distinguere tra obiettivi militari e obiettivi civili e prendere tutte le precauzioni possibili, anche nella scelta delle armi da usare, per ridurre al minimo i danni ai civili. Gli attacchi indiscriminati che uccidono o feriscono civili o danneggiano obiettivi civili sono crimini di guerra.

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“Chiediamo al governo ucraino di assicurare immediatamente l’allontanamento delle sue forze dai centri abitati o di evacuare le popolazioni civili dalle zone in cui le sue forze armate stanno operando. Gli eserciti non devono mai usare gli ospedali per attività belliche e dovrebbero usare le scuole o le abitazioni dei civili solo come ultima risorsa, quando nessun’altra alternativa sia percorribile”, ha dichiarato Agnès Callamard, segretaria generale di Amnesty International.

Il diritto internazionale umanitario chiede a tutte le parti in conflitto di fare il massimo possibile per non collocare obiettivi militari all’interno o nei pressi di centri abitati. Altri obblighi circa la protezione delle popolazioni civili prevedono la loro evacuazione da luoghi prossimi a obiettivi militari e un preavviso efficace su ogni attacco che possa avere conseguenze per le popolazioni civili – conclude il comunicato – Il 29 luglio Amnesty International ha trasmesso al ministero della Difesa di Kiev le conclusioni delle sue ricerche.

 

Le reazioni a Kiev

Dopo la pubblicazione del rapporto le reazioni stizzite di Kiev non si sono fatte attendere. Il presidente Volodymyr Zelensky ha accusato Amnesty Internacional di giustificare gli attacchi russi all’Ucraina denunciando di non aver visto “rapporti  così chiari ed opportuni di organismi internazionali sui crimini commessi dai terroristi russi. 

Abbiamo visto un rapporto completamente diverso di Amnesty, che purtroppo tenta di discolpare la Russia e di trasferire la responsabilità dall’aggressore alla vittima”, ha detto Zelensky.
Il presidente ha sottolineato che “non si può tollerare che un’organizzazione realizzi un rapporto equiparando la vittima all’aggressore. Se questi sono rapporti che manipolano la realtà, allora condividono la responsabilità per la morte delle persone”.

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Su Twitter, il consigliere presidenziale Mykhailo Podolyak ha reagito replicando che “Mosca sta cercando di screditare le forze armate ucraine agli occhi delle società occidentali con la sua rete di agenti. È una vergogna che un’organizzazione come Amnesty partecipi a questa campagna di disinformazione e propaganda”.

Il ministro degli Esteri ucraino Dmytro Kuleba ha definito il rapporto ingiusto. ”Questo rapporto di Amnesty International non intende trovare e denunciare la verità al mondo, ma creare una falsa equivalenza tra l’autore del reato e la vittima, tra il Paese che distrugge centinaia e migliaia di civili, città, territori e un Paese che si difende disperatamente” mentre il ministro della Difesa Oleksiy Reznikov ha definito il rapporto di Amnesty “perverso” poiché, ha affermato, metteva in dubbio il diritto degli ucraini a difendere il loro paese.

 

La replica di Amnesty International

Amnesty International ha documentato “dozzine di crimini di guerra” commessi dall’esercito russo dall’inizio della guerra in Ucraina, ha scritto l’ufficio ucraino dell’Ong in un comunicato.

“Amnesty International protegge i diritti umani in tutto il mondo da oltre 60 anni. Fin dai primi giorni della guerra su vasta scala, Amnesty International ha riconosciuto l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia come un atto di aggressione e una grave violazione della Carta delle Nazioni Unite, che è un crimine ai sensi del diritto internazionale.

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In quanto organizzazione internazionale, Amnesty International indaga e documenta i crimini di guerra durante la guerra russo-Ucraina. Dal 24 febbraio, i ricercatori dell’organizzazione hanno documentato dozzine di crimini di guerra e hanno dimostrato che erano stati commessi dall’esercito russo. In particolare, l’attacco al teatro di Mariupol, l’attacco a un edificio residenziale e a una località balneare a Serhiyivka, i crimini di guerra nella regione di Kiev, ecc. Amnesty International trasferirà i dati documentati alla Corte penale internazionale, che contribuirà alla giustizia internazionale e assicurerà gli autori alla giustizia. Un team separato del dipartimento di risposta alle crisi di Amnesty International si occupa dell’accertamento dei fatti e della preparazione dei materiali.” Si legge nel comunicato.

La stessa Callamard ha accusato “troll delle reti sociali di attaccare le indagini di Amnesty International. Questa si chiama propaganda di guerra, disinformazione e cattiva informazione. Ma non danneggerà la nostra imparzialità né cambierà i fatti”.

 

Valutazioni

Il rapporto di Amnesty International non svela nulla che non fosse già noto da tempo, almeno a chi non avesse deciso di abbeverarsi in modo acritico solo alla propaganda di Kiev.
Non solo perché le testimonianze circa l’uso di edifici abitati, ospedali e scuole come postazioni militari erano già emersi in modo evidente soprattutto sui media russi (censurati in Occidente e che non possono certo venire considerati neutrali) ma anche nei resoconti di alcuni reporter di guerra occidentali.

Va rilevato che il rapporto sottolinea l’impiego di bombe a grappolo definendolo vietato dai trattati internazionali ma dovrebbe ricordare che la convenzione sulle “cluster bombs” non è stata firmata da Russia e Ucraina, né da Usa, Cina, India, tutto il nord Africa, mezzo Sud America e da quasi tutta l’Asia.

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Il valore del rapporto di Amnesty International resta insito nella sua accuratezza, dovuta a un’inchiesta sviluppatasi per mesi nelle zone di guerra intervistando testimoni e soprattutto al fatto che l’Ong non può essere certo accusata di essere al servizio di Mosca o “putiniana”.

Il rapporto conferma quindi con dati circostanziati alcuni elementi rilevanti di questo conflitto che finora sono stati volutamente ignorati da gran parte di politica e media in Occidente ma che sono stati, fin dall’inizio dell’intervento militare russo, ben evidenziati da Analisi Difesa.

Innanzitutto quella in atto, che si trascina da 8 anni nel Donbass, è anche una guerra civile che vede 50 mila combattenti ucraini schierati con i russi e una parte molto rilevante della popolazione delle regione coinvolte nei combattimenti attendere l’arrivo dei russi.

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Una ragione che spiega perché in molti centri abitati attraversati dalla linea del fronte e dove vi sono stati scontri cruenti e prolungati molti civili hanno preferito rifugiarsi nelle cantine e attendere che la battaglia finisse invece di evacuare.

Questo spiega anche i continui bombardamenti ucraini contro il centro abitato di Donetsk, in mano alle milizie filo-russe, utilizzando anche artiglierie calibro 155 fornite dai paesi della NATO.

Inoltre questo spiega perché il governo di Kiev cerchi di imporre, pare senza grandi successi, l’evacuazione di 250 mila abitanti di quella parte della provincia di Donetsk ancora sotto il controllo delle forze ucraine ma che viene progressivamente conquistata dalla lenta ma progressiva avanzata russa, tesa a ridurre per quanto possibile perdite e distruzioni in un territorio che le forze di Mosca e del Donbass intendono liberare.

“Potremmo avanzare molto più in fretta, ma questo causerebbe perdite assai ingenti non solo tra i nostri soldati, ma anche tra la popolazione in gran parte russa di questi territori. Inoltre un’avanzata più veloce implicherebbe distruzioni più consistenti di città e infrastrutture che appartengono alle nostre repubbliche e dovremmo, alla fine, ricostruire a nostre spese” –  sosteneva nel giugno scorso il capitano Ivan Filiponenko (nella foto sotto), portavoce delle forze della Repubblica popolare di Luhansk, intervistato da Gian Micalessin (vedi il reportage del 24 giugno su Analisi Difesa), uno dei più noti e autorevoli reporter di guerra italiani.

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Certo si tratta di una fonte belligerante ma rinunciare ad ascoltare “entrambe le campane” è il modo migliore per prendere abbagli e soprattutto per non avere una visione il più possibile realistica della situazione.

Nello stesso reportage Micalessin evidenziava “il favore delle popolazioni pronte ad accogliere i russi come liberatori anziché come forze occupanti. Tutti fattori ampiamente sottovalutati da un Occidente che ha spesso chiuso gli occhi sulla situazione di un Donbass dove la popolazione, in maggioranza russofona e filo russa, rifiuta fin dal 2014 la sovranità di Kiev e combatte, da allora, una sanguinosa guerra civile”.

Un contesto che spiega la diffidenza e l’ostilità delle forze di Kiev nei confronti della popolazione nel Donbass e in altre aree a maggioranza russofona.

Video diffusi in questi mesi sui social dagli stessi reparti ucraini hanno mostrato plotoni accasermati in scuole e dichiarazioni in cui i militari lamentavano l’ostilità ricambiata della popolazione.
Inoltre Kiev ha fin da subito impiegato in prima linea reparti della Guardia Nazionale (di cui fanno parte anche i reparti di ispirazione nazista Azov, Aydar e altri) e ha armato i civili: uomini certo motivati ma che solitamente non hanno la formazione, la disciplina e la sensibilità dei militari nei confronti dei civili.

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Il report di Amnesty sembra quindi fotografare una realtà in cui le truppe di Kiev non esitano a mettere a rischio una popolazione che evidentemente considerano in buona parte ostile, non il proprio popolo da proteggere dall’invasore.

Come in tutte le guerre vale poi la considerazione cinica che provocare vittime civili da attribuire al fuoco indiscriminato del nemico costituisce sempre un ottimo strumento di propaganda, elemento cardine della condotta della guerra da parte di Kiev, come dimostra ogni giorno lo stesso presidente Zelensky.

Inoltre, come in tutte le guerre violenze e abusi si consumano su ambo i lati del fronte e, come in tutte le guerre civili, il confine tra invasore e liberatore è molto labile e dipende dai punti di vista. Così come vi sono “collaborazionisti” dei russi nei territori in mano a Kiev e degli ucraini nei territori controllati da Mosca e dalle milizie del Donbass che possono venire definiti traditori o patrioti sui differenti lati della barricata.

Tutti elementi che rendono più complesso l’esame del conflitto in atto e la messa a punto di soluzioni per farlo cessare. Complessità che certo cozzano col una comunicazione dominante tesa a semplificare questa guerra dividendo i buoni dai cattivi, gli aggressori dagli aggrediti.  Non a caso come in Russia è vietato definire “guerra” la cosiddetta operazione militare speciale in Ucraina, Kiev vieta di parlare di “guerra civile” e di contestare la versione ufficiale del conflitto con una legge che ha portato tra l’altro a mettere al bando ben 12 partiti politici.

Di questi elementi in Europa e in Italia (dove hanno preso subito il sopravvento militanza, tifoseria e ultimamente un considerevole disinteresse per il conflitto in Ucraina) si tiene davvero poco conto e in molti sono pronti a etichettare chi li evidenzia come “putiniano”.

Eppure è proprio sulla comprensione di questi elementi che si potrà sviluppare la possibilità di far cessare al più presto un conflitto che si annuncia disastroso per le sorti dell’Europa.

@GianandreaGaian

Foto Gian Micalessin, Ministero della Difesa Ucraino e Ministero della Difesa Russo

 

 

Gianandrea GaianiVedi tutti gli articoli

Giornalista bolognese, laureato in Storia Contemporanea, dal 1988 si occupa di analisi storico-strategiche, studio dei conflitti e reportage dai teatri di guerra. Dal febbraio 2000 dirige Analisi Difesa. Ha collaborato o collabora con quotidiani e settimanali, università e istituti di formazione militari ed è opinionista per reti TV e radiofoniche. Ha scritto diversi libri tra cui "Iraq Afghanistan, guerre di pace italiane" e “Immigrazione, la grande farsa umanitaria”. Dall’agosto 2018 al settembre 2019 ha ricoperto l’incarico di Consigliere per le politiche di sicurezza del ministro dell’Interno.

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