Washington cerca l’escalation a Taiwan. Pechino la accontenta

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Come aveva annunciato, la Cina ha lanciato “un’esercitazione militare senza precedenti” nei mari e nei cieli intorno a Taiwan in risposta alla visita all’isola-stato della presidente della Camera degli Stati Uniti Nancy Pelosi, conclusasi il 3 agosto.

Le Forze Missilistiche di Pechino hanno lanciato almeno 11 missili balistici a medio raggio Dongfeng 15, forse anche Dongfeng 15B e probabilmente anche gli ipersonici Dongfeng 17 al largo della costa orientale dell’isola di Taiwan e non lontano dalle Isole Matsu, arcipelago controllato da Taiwan a poche miglia dalle coste della Cina Popolare.

Le aree interessate dai lanci missilistici erano state precedentemente segnalate e interdette ai voli aerei e al traffico marittimo.

A causa delle esercitazioni militari cinesi, che hanno coinvolto anche numerosi aerei da combattimento e si protrarranno fino all’8 agosto, l’aeroporto internazionale di Taipei ha cancellato ieri oltre 50 in arrivo e in partenza.

Pechino ha indicato sette aree marittime in cui opereranno in esercitazione altrettanti gruppi navali. Il porto più vicino alla nuova zona di esercitazioni e quello di Hualien, sulla costa orientale a circa 130 chilometri di distanza.

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Il ministero della Difesa di Taipei ha reso noto ieri che i missili sono caduti al largo delle coste e che 68 aerei (tra questi anche J-11, Sukhoi Su-35, J-16 e i caccia stealth J-20) e 13 navi militari avevano attraversato la “linea mediana”, la linea di demarcazione non ufficiale ma precedentemente rispettata del territorio di Taiwan, con incursioni brevi ma frequenti mentre velivoli non identificati – probabilmente velivoli senza pilota UAS  – hanno sorvolato nella notte l’area di Kinmen, piccolo arcipelago controllato da Taiwan a ridosso delle coste della provincia cinese del Fujian.

Il comando della guarnigione di Kinmen, ha dichiarato che due droni cinesi in formazione hanno sorvolato l’area dell’arcipelago due volte nella serata del 4 agosto. Altri 4 droni sono stati rilevati intorno all’isola la notte tra il 5 e il 6 agosto. In risposta, l’esercito di Taiwan ha sparato razzi di avvertimento. Taipei si aspetta anche altri tipi di minacce da parte di Pechino.

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Il governo ha esortato le aziende a potenziare la loro cybersecurity nei prossimi giorni, dato che le autorità hanno registrato un numero record di attacchi ai loro siti web a causa dell’escalation delle tensioni con la Cina. Taipei annuncia inoltre la massima attenzione contro eventuali operazioni di “infiltrazione o guerra psicologica” sottolineando che le esercitazioni stanno fisicamente bloccando le comunicazioni aeree e marittime con l’isola.

Le manovre militari cinesi coinvolgono anche i gruppi da attacco delle portaerei Laoning e Shandong, 2 incrociatori Type 055 e hanno visto navi cinesi giungere ad appena 15 miglia dalla costa di Taiwan.

Non si erano mai spinte così in profondità nello Stretto, nemmeno in occasione della crisi a cavallo tra il 1995 e il 1996 quando Pechino lanciò missili nelle acque attorno all’isola per mostrare l’irritazione per la visita a Washington dell’allora presidente taiwanese che incontrò il presidente Bill Clinton.

La Marina degli Stati Uniti ha annunciato che la portaerei Reagan si sta dirigendo verso le acque a Sud-Est di Taiwan. “La Uss Ronald Reagan e il suo gruppo d’attacco sono operativi nel Mar delle Filippine e continuano le normali operazioni programmate come parte del suo pattugliamento di routine a sostegno di un Indo-Pacifico libero e aperto”, ha annunciato il portavoce della Marina americana.

Il portavoce della Casa Bianca, John Kirby, ha aggiunto che la portaerei resterà nell’area di Taiwan per “monitorare la situazione”.

 

Valutazioni militari

Il viaggio di Nancy Pelosi è stato criticato da molti osservatori anche negli Stati Uniti. Non da tutti però, dal momento che in termini strategici non manca una corrente di pensiero che negli Stati Uniti vorrebbe una politica più muscolare non solo nei confronti di Mosca ma anche di Pechino.

Sono fiero di quello che ha fatto Nancy Pelosi. La sua determinazione nel visitare Taiwan ha mostrato il bluff di Pechino. Ha dimostrato che la Cina non può interferire con le regole internazionali e stabilire dove e quando si può volare. La sua missione va considerato un successo. Incoraggerà altri a schierarsi apertamente a fianco di Taiwan” ha detto in un’intervista a “La Repubblica” il generale a riposo Ben Hodges, ex comandante delle forze dell’US Army in Europa.

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Hodges, oggi analista del Center for European Policy Analysis, ritiene che “la Cina ha fatto e farà ancora molto rumore. Ma è tutto a beneficio interno. Il presidente Xi Jinping, lo sappiamo, è in cerca di un terzo mandato che dovrà essere confermato ad ottobre. Intanto però ha problemi economici e di salute pubblica interni molto seri. Ovvio che vuol mostrare forza in casa sua a beneficio di telecamere e propaganda tv”, ha aggiunto il generale che considera “possibile, ma improbabile” un’escalation da parte della Cina. “Non siamo sull’orlo di una guerra o di un’invasione. I cinesi violano regolarmente lo spazio aereo di Taiwan”.

Hodges, che il 12 aprile scorso dichiarò che in Ucraina l’esercito russo era stato “messo in ginocchio”, ben rappresenta una corrente di pensiero tesa a sostenere una politica di contrasto anche militare a Cina e Russia che negli USA sta prendendo piede nei think-tank per lo più di area vicina al Partito Democratico

Difficile dire se l’escalation della crisi di Taiwan possa davvero indebolire il leader cinese Xi Jinping. Di certo, osservandola da un’altra angolazione, più che a smascherare il bluff cinese la provocazione statunitense attuata dalla visita della Pelosi sembra aver offerto il destro ai cinesi per attuare, giustificati, le prove generali di un conflitto teso a prendere il controllo della provincia ribelle.

Il lancio di un numero non irrilevante di missili balistici a raggio intermedio con prestazioni ipersoniche, testata convenzionale e concepiti per colpire portaerei e grandi unità navali nemiche o postazioni strategiche terrestri rappresenta in realtà una prova di credibilità dello strumento di deterrenza con cui Pechino punta a tenere lontana dalle sue coste le formazioni navali di superficie statunitensi.

Al tempo stesso la mobilitazione di sette gruppi navali rappresenta un test importante per un’operazione di blocco navale abbinato al bombardamento delle installazioni militari sull’isola, che costituisce la più probabile forma di attacco militare che Pechino potrebbe attuare contro Taiwan.

L’interesse cinese è di inglobare l’isola-stato con il suo apparato industriale e la sua ricchezza, non certo di conquistarla dopo averla rasa al suolo e con una popolazione di 24 milioni di abitanti ostili da mantenere e tenere sotto controllo.

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Del resto un assalto anfibio a Taiwan, possibile solo sulle coste settentrionali e meridionali, comporterebbe costi altissimi e elevati rischi di insuccesso: del resto la pur poderosa Marina Cinese è priva di esperienza bellica e non ha mai effettuato operazioni anfibie.

Probabilmente Pechino non aveva alcun interesse a cercare di impedire fisicamente l’atterraggio dell’aereo che trasportava Nancy Pelosi ma è stata ben più interessata a sfruttare la provocazione statunitense per attuare le prove generali di una grande operazione di logoramento di Taiwan che preveda il blocco navale e la costante pressione sulle acque e sui cieli taiwanesi sfruttando la superiorità numerica assoluta in termini di missili e velivoli da combattimento.

In assenza di provocazioni da parte di Washington, un simile schieramento aereo e navale non avrebbe avuto giustificazioni e permette invece oggi a Pechino di testare procedure e capacità di imporre il blocco ai porti e allo spazio aereo di Taiwan, isola che importa tutte le materie prime che consuma ed esporta via mare le merci che garantiscono il suo ricco PIL.

Una eventuale guerra tra le “due Cine” si svilupperebbe con ogni probabilità su questo scenario con Pechino impegnata a perseguire l’obiettivo di indurre Taiwan a rinunciare alla sua indipendenza e sovranità grazie a un lungo assedio e a un successivo negoziato ma senza guerre sanguinose e devastanti.

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Un’operazione che grazie alla signora Pelosi i cinesi stanno oggi testando nello Stretto di Formosa, come ha confermato questa mattina il quartier generale delle Forze Armate Taiwanesi. Al di là delle ampie manovre militari la risposta cinese ha assunto dimensioni politiche e diplomatiche che hanno colto molti di sorpresa a Washington.

La Cina ha infatti annunciato sanzioni contro Nancy Pelosi e ha sospeso la cooperazione con gli Stati Uniti in 8 settori strategici, inclusi gli incontri nel campo della Difesa, la cooperazione nella lotta ai cambiamenti climatici, il rimpatrio degli immigrati clandestini, l’assistenza giudiziaria, la lotta ai crimini transnazionali e al traffico di droga.

Come era facile immaginare per Pechino la questione di Taiwan riguarda esclusivamente il tema della sovranità nazionale, come ha ribadito il ministero degli Esteri cinese. Infine, va rilevato che la crisi di Taiwan provocata dalla visita di Nancy Pelosi ha rafforzato ulteriormente l’asse russo-cinese in chiave anti USA e anti-Occidente.

 

Valutazioni politiche  

La leader democratica, giunta a Taipei nella serata del 2 agosto alla guida di una delegazione composta da cinque rappresentanti del suo partito, ha portato a Taiwan un messaggio di “impegno a difesa della democrazia”, ribadito in occasione dell’incontro con la presidente Tsai Ing-wen, il momento più atteso della visita. Le due hanno avuto un colloquio a porte chiuse di 30 minuti, a seguito del quale hanno rilasciato dichiarazioni alla stampa.

Pelosi ha spiegato nell’occasione di esser giunta sull’isola per “chiarire in maniera inequivocabile” che gli Stati Uniti non abbandoneranno l’impegno nei confronti di Taiwan.

“Abbiamo costruito un fiorente partenariato basato sui nostri comuni valori di governo e sulla determinazione a tutelare gli interessi di sicurezza reciproci nella regione e a livello globale”, ha detto la presidente della Camera Usa. Pelosi ha fatto eco al presidente degli Stati Uniti Joe Biden, affermando che “la determinazione degli Stati Uniti a preservare la democrazia a Taiwan e in tutto il mondo resta ferrea”.

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Di fatto quindi la visita della Pelosi, secondo molti a Washington considerata inopportuna, non aveva nessuna motivazione specifica né ha offerto a Taiprei maggiori garanzie circa il supporto militare americano. Non si erano registrate particolari provocazioni da parte di Pechino né si può dire che gli USA non avessero altre priorità tra la crisi in Ucraina, le crescenti difficoltà economiche e i guai politici di un’Amministrazione Biden sempre meno popolare a pochi medi dalle elezioni di Mid-term.

Anzi, la visita a Taiwan ha aperto un nuovo fronte ed è stata considerata a Pechino (come era ampiamente prevedibile) una grave provocazione, anche perché determinata dalla massima esponente del Partito Democratico e presidente della Camera dei deputati, l’82enne Nancy Pelosi, la cui missione a Taiwan sarebbe stata fino all’ultimo scoraggiata anche dalla Casa Bianca, retta dall’ottantenne Joe Biden.

Facile liquidare con una battuta la “muscolarità senile” della leadership democratica statunitense (che sta provocando malumori e mal di pancia anche in molti ambienti militari) ma non si può escludere che il protagonismo internazionale della Pelosi abbia obiettivi legati più alla politica interna che al confronto con la Cina nel Pacifico.

Con una sconfitta alle prossime elezioni del Congresso che secondo molti potrebbe essere senza precedenti e con un presidente in evidente difficoltà a completare il suo mandato a causa dell’età e dei gravi problemi di salute, non si può escludere che la presidente della Camera punti in realtà a imporsi come figura di riferimento nel partito e a livello istituzionale, specie se si considera la debolezza del vice presidente Kamala Harris.

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Che si tratti di avventurismo in politica estera o di giochi di potere destinati a riflettersi più su Washington che sul Pacifico, la visita della Pelosi a Taiwan rischia di rafforzare la crescente diffidenza che si registra in diverse aree del mondo nei confronti degli USA e più in generale dell’Occidente.

Il fallito tentativo di allargare il fronte dell’adesione alle sanzioni alla Russia, (limitato a neppure tutti i paesi europei, USA e Canada, Australia, Nuova Zelanda e marginalmente al Giappone) ha dimostrato come molte nazioni non solo non intendano aderire alle “crociate” di Washington ma abbiano maturato la convinzione che l’approccio statunitense delle sanzioni possa presto o tardi colpire qualunque stato abbia un governo sgradito agli USA e ai loro alleati.

Non a caso negli ultimi tempi sono aumentate le richieste di adesione ai BRICS (Brasile, Russia, Cina, India, Sudafrica) da parte di nazioni che hanno un ruolo di potenza regionale e dispongono di vaste risorse energetiche quali Egitto, Turchia, Algeria e Arabia Saudita.

@GianandreaGaian

Foto: Xinhua, Ministero Difesa di Taiwan e PLA

 

 

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Giornalista bolognese, laureato in Storia Contemporanea, dal 1988 si occupa di analisi storico-strategiche, studio dei conflitti e reportage dai teatri di guerra. Dal febbraio 2000 dirige Analisi Difesa. Ha collaborato o collabora con quotidiani e settimanali, università e istituti di formazione militari ed è opinionista per reti TV e radiofoniche. Ha scritto diversi libri tra cui "Iraq Afghanistan, guerre di pace italiane" e “Immigrazione, la grande farsa umanitaria”. Dall’agosto 2018 al settembre 2019 ha ricoperto l’incarico di Consigliere per le politiche di sicurezza del ministro dell’Interno.

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