La Russia rafforza le capacità di contrasto satellitare: la vulnerabilità dell’Europa

 

 

A partire dal febbraio 2026 hanno fatto discutere le indiscrezioni pubblicate dal Financial Times, aventi come fonti diversi esperti e ufficiali europei, secondo cui da vari anni i satelliti da telecomunicazioni di paesi dell’Unione Europea sono bersaglio di intercettazioni SIGINT (Signal Intelligence) da parte di satelliti russi che condividono con essi la medesima orbita geostazionaria.

Il che si inquadra nella più generale preoccupazione occidentale per lo sviluppo in Russia, ma anche in Cina, di satelliti che intrecciano capacità di ricognizione con potenziali capacità antisatellite, malamente mascherate dietro la confusa classificazione russa che indica alcuni di questi veicoli spaziali come “satelliti ispettori”.

Un tratto comune a questi satelliti è senz’altro la manovrabilità che consente loro di variare i propri parametri orbitali per avvicinarsi a veicoli spaziali di altri paesi, in modo da captarne meglio le emissioni elettromagnetiche o anche per, eventualmente, porre in atto azioni ostili.

Al di là del fatto che l’utilizzo di satelliti come piattaforme SIGINT non è affatto una novità, la notizia ha comunque confermato le debolezze specifiche dell’Unione Europea nel garantire la sicurezza dei propri veicoli orbitali.

 

I Luch ci ascoltano

Ha suscitato scalpore, sebbene di per sé non rappresentasse una grossa novità, l’articolo uscito il 4 febbraio 2026 sul Financial Times dal titolo sensazionalistico “Russian spy spacecraft have intercepted Europe’s key satellites, officials believe”, ovvero “Veicoli spaziali spia russi hanno intercettato satelliti-chiave dell’Europa, ritengono degli ufficiali”.

Il giornale britannico ha raccolto varie testimonianze da esperti, militari e civili, che hanno confermato l’intensa attività di SIGINT, Signal Intelligence, ovvero l’intercettazione e l’analisi di emissioni elettromagnetiche, compiuta negli ultimi anni in particolare da due satelliti russi del tipo Olymp posti in orbita geostazionaria, cioè a circa 36.000 km di quota, ai danni di importanti satelliti di paesi europei.

L’allarme sta suscitando da varie settimane la preoccupazione dell’Unione Europea e ancora a un mese e mezzo dalla notizia, il 13 marzo 2026, il ministro della Difesa tedesco Boris Pistorius, mentre compiva una visita alla base norvegese di Bardufoss in occasione delle esercitazioni NATO “Cold Response 2026”, dichiarava alla testata Janes: “Siamo preoccupati, ma stiamo aumentando le nostre capacità in termini di spazio, in termini del lanciare satelliti e nell’implementare la nostra sovranità in tutti i settori tecnici”.

Ha al momento negato che ci siano stati “incidenti coi satelliti russi, almeno per quanto ne sono informato io”. Pistorius aveva appena ispezionato, poche ore prima, il poligono di lancio che la società spaziale privata tedesca Isar Aerospace ha aperto proprio in Norvegia, ad Andøya, dove programmava di lanciare il 25 marzo scorso il razzo vettore Spectrum, bistadio alto 28 metri, con capacità di carico compresa fra 700 e 1000 kg, inaugurando in tal modo il primo cosmodromo europeo su suolo continentale, non essendo tale il tradizionale poligono sudamericano usato dall’European Space Agency, quello di Kourou, nella Guyana Francese.

Il lancio di Spectrum, che nell’ogiva celava 5 piccoli “cubesat”, i classici satelliti scientifici modulari, è stato abortito all’ultimo momento per problemi tecnici ed è stato rimandato a una data da definirsi nel corso del mese di aprile 2026.

Un inizio ancora tormentato per una capacità europea, e nello specifico germanica, di porre in orbita satelliti a bassi costi da un territorio continentale. Specie se si rammenta che poco più di un anno fa, il 30 marzo 2025, un primissimo lancio dello Spectrum dalla rampa di Andøya era finito nel peggiore dei modi, dato che il prototipo era sfuggito ai controlli appena 18 secondi dopo il decollo e dopo 30 secondi dall’involo era esploso e infine caduto in mare.

Lo sviluppo dello Spectrum, di cui si attende ancora il primo lancio riuscito, contribuirà certamente alla capacità europea autonoma di immettere a bassi costi numerosi satelliti in orbita.

E può quindi iscriversi nell’ambizioso piano annunciato da Pistorius nel novembre 2025 per un investimento di ben 35 miliardi di euro entro il 2030 nelle capacità spaziali tedesche, in particolare guardando a una rete resiliente di, ipotizzati, 100 satelliti militari per le comunicazioni della Bundeswehr.

Già allora si temeva lo spionaggio SIGINT russo nello spazio, ma è stato nel febbraio 2026 che è risuonata più forte la “sveglia” del quotidiano britannico. Come scriveva il Financial Times: “Ufficiali della sicurezza europei credono che due veicoli spaziali russi abbiano intercettato le comunicazioni di almeno una dozzina di satelliti-chiave al di sopra del continente.

Gli ufficiali pensano che le probabili intercettazioni, le quali non erano state in precedenza riferite, rischiano non solo di compromettere informazioni sensibili trasmesse dai satelliti, ma potrebbero anche permettere a Mosca di manipolare le loro traiettorie o perfino di farli schiantare (suggestiva, in proposito, l’espressione “even crash them”). I veicoli spaziali russi hanno tallonato i satelliti europei più intensamente negli ultimi tre anni, nel periodo di alta tensione fra il Cremlino e l’Occidente seguito all’invasione su vasta scala dell’Ucraina. Per molti anni autorità civili e militari in Occidente hanno tracciato le attività di Luch-1 e Luch-2, due oggetti russi che hanno espletato ripetute manovre sospette in orbita”.

Stando alle fonti del Financial Times, questi due satelliti, il primo dei quali, Luch-1, lanciato già nel 2014 e radiato solo da pochi mesi, il secondo, Luch-2, in volo orbitale dal 2023, si sono spesso portati relativamente vicini, nell’ordine di grandezza delle decine di chilometri, pochissimo in termini astronautici, a svariati satelliti europei rilevandone il traffico radio. Il solo Luch-2 avrebbe “pedinato” ben 17 satelliti in meno di tre anni di operazioni.

Dato il loro posizionamento in orbita GEO, Geostationary Earth Orbit, tali satelliti hanno potuto coprire costantemente una specifica porzione della superficie terrestre, ovvero lo “spicchio” di meridiani corrispondente a Europa, Africa e Medio Oriente.

Fra i più preoccupati, il giornale ha interpellato direttamente il generale tedesco Michael Traut, 61 anni, ufficiale della Luftwaffe che dal 27 settembre 2021 è comandante del Comando Spaziale della Bundeswehr, in tedesco Weltraumkommando der Bundeswehr (WRKdoBw), un embrione di forza spaziale tedesca che dal 1° aprile 2023 ha assunto una maggiore indipendenza, pur restando parte della Luftwaffe.

Secondo Traut: “Entrambi i satelliti sono sospettati di aver compiuto operazioni SIGINT. Il pericolo è che i russi attuino l’intercettazione del collegamento di comando, il canale usato dai controllori di terra per inviare istruzioni, dato che l’accesso a questi dati permetterebbe a un attore ostile di inviare comandi falsi, alterando orbite o disabilitando i satelliti”.

Inoltre, un “ufficiale europeo d’intelligence”, non citato per nome, ritiene che, con le loro manovre, “i veicoli Luch abbiano mirato quasi certamente a posizionarsi all’interno dello stretto cono di trasmissioni dati emessi verso i satelliti dalle stazioni di controllo a terra”.

L’ufficiale d’intelligence ha espresso il timore che, molto probabilmente, i segnali dei satelliti europei non siano criptati, anche perché sono stati lanciati anni fa e non avrebbero a bordo computer sofisticati di ultima generazione e sistemi di cifratura delle trasmissioni.

In sostanza, non si tratta solo di captare comunicazioni di ogni tipo, civili e militari, scremando quelle di interesse strategico per la Russia, ma anche di clonare i segnali di comando che regolano le funzioni dei satelliti di paesi dell’Unione Europea offrendo un ampio spettro di opzioni.

Le meno distruttive possono contemplare il semplice “jamming” o disturbo dei sistemi, né più né meno che le classiche ECM, Electronic Countermeasure, la guerra elettronica che praticamente esiste in ambito militare da oltre un secolo, da quando si usa la radio.

Ma clonando i segnali di controllo si possono anche imitare i comandi altrui e causare danni fisici al veicolo spaziale avversario. In particolare i russi potrebbero comandare, in caso di guerra, la deorbitazione forzata del veicolo nemico facendone azionare i razzi di manovra in modo da far rallentare il satellite a velocità inferiore a quella necessaria a mantenersi in orbita, ovvero quella che viene denominata “prima velocità cosmica”, o “velocità di parcheggio”, che, nel caso del pianeta Terra, ammonta a circa 7-8 km al secondo, alias 25.000-28.000 km/h, per le orbite basse e a circa 3 km al secondo, cioè 11.000 km/h, per orbite molto alte come quella geostazionaria. Ovviamente telecomandando l’accensione di razzi di manovra del satellite con vettore contrario alla direzione del moto, alias “retrorazzi”, il veicolo rallenterebbe fino a precipitare nell’atmosfera terrestre.

E poiché i satelliti, in genere, non sono attrezzati per il rientro (salvo capsule specifiche), essendo privi di scudo termico e di paracadute, la deorbitazione è per essi sinonimo di sicura distruzione.

Che il pericolo sia reale, e che la Germania sia in prima fila, lo testimonia anche il recentissimo accordo Berlino-Canberra per la sicurezza spaziale, siglato il 26 marzo scorso nella capitale australiana, da Pistorius e dal ministro della Difesa australiano Richard Marles volto alla collaborazione per creare “una rete di sensori globale per preallarme sul sabotaggio dei satelliti”.

La collaborazione militare dell’Australia con la Germania, che già comprende l’interesse di Berlino per i laser anti-droni Apollo della società australiana EOS si espande quindi al fronte spaziale, dove pure la EOS propone il laser con base terrestre Atlas, reputato in grado di tracciare e anche accecare e forse distruggere eventuali satelliti ostili.

Il ministro della Difesa tedesco ha commentato insieme al collega “aussie”: “Nello spazio, Cina e Russia sono nostri diretti vicini. Essi hanno incrementato le loro capacità offensive nello spazio. Essi possono disturbare, accecare o distruggere satelliti. Noi abbiamo bisogno di sapere cosa accade lassù. Solo allora potremo proteggere i nostri propri sistemi”.

L’omologo Marles gli ha fatto eco: “E’ importante per l’Australia approfondire i rapporti con la Germania, un paese che la pensa come noi nel supportare l’ordine internazionale basato su regole”.  

 

Ricognitori e “ispettori”

Gli analisti militari europei considerano i piani di potenziale guerra antisatellite come parte della “guerra ibrida” attuata dalla Russia tramite sabotaggi, cyberguerra e azioni occulte. Niente in realtà di davvero nuovo se si considerano le operazioni speciali che tutti i servizi segreti, anche quelli di nazioni occidentali, hanno sempre attuato nella storia.

Fra gli esperti sentiti dal Financial, l’esperta Belinda Marchand, della ditta americana Slingshot Aerospace, che traccia i veicoli spaziali con sensori terrestri e intelligenza artificiale, ha rimarcato: “I veicoli Luch hanno manovrato all’intorno e si sono parcheggiati vicino a satelliti geostazionari, spesso per molti mesi per volta. Attualmente Luch-2 è in prossimità dell’Intelsat 39, uno dei maggiori satelliti che smistano comunicazioni fra Europa e Africa”.

La Marchand s’è espressa inoltre sul destino del Luch-1 che non sarebbe più operativo dall’autunno 2025, venendo spedito in una cosiddetta “orbita cimitero” a quota più alta di quella geostazionaria, e che potrebbe essersi distrutto. Il 30 gennaio 2026, infatti, telescopi da Terra lo hanno osservato emettere un getto di gas, poi, poco dopo, è apparso in frammenti.

L’esperta di Slingshot Aerospace, ritiene: “Sembra che abbia iniziato con qualcosa che aveva a che fare con la propulsione e che in seguito ci sia stata certamente una frantumazione e che il satellite stia ancora cadendo”.

Dal canto suo, Norbert Pouzin, della ditta francese Aldoria, che si occupa di tracciamento satellitare, ha osservato come le “vittime” dei Luch siano state ricorrenti: “I satelliti russi hanno visitato le stesse famiglie, gli stessi operatori. Così potete dedurre che essi abbiano uno specifico scopo o interesse. E sono tutti operatori basati in paesi NATO. Se anche i russi non riescono a decrittare il messaggio, possono imparare come il satellite viene gestito e mappare i luoghi dei terminali di controllo e gestione a terra”.

Pouzin ha anche rammentato che, oltre ai Luch-1 e Luch-2, nella fascia orbitale più alta operano da alcuni mesi anche due nuovi satelliti russi della categoria che Mosca classifica come “ispettori”, un confuso gioco semantico che potrebbe significare in realtà “intercettori”.

Si tratta degli oggetti denominati Cosmos 2589 e Cosmos 2590, lanciati il 19 giugno 2025 dal poligono di Plesetsk con un razzo vettore Angara e immessi su un’altissima orbita eccentrica con apogeo, ovvero il punto più lontano dalla Terra, di quasi 51.000 km e perigeo, il punto più vicino al nostro pianeta, di circa 20.000 km.

Tutto sta indicare che i due veicoli, di cui il secondo, Cosmos 2590, s’è sganciato da Cosmos 2589 in un secondo tempo, possano essere un’evoluzione d’altissima quota dei satelliti ispettori sviluppati a partire dal 2013 secondo il progetto Nivelir e finora utilizzati nelle orbite medio-basse. Ma torniamo ai Luch e vediamo di che tipo di sistemi spaziali si tratti.

Anzitutto è da ricordare che la denominazione Luch, che in russo significa “raggio”, non è nuova nella nomenclatura spaziale sovieto-russa.

Gli attuali Luch-1 e Luch-2 per missioni SIGINT non vanno confusi, ad esempio, con la serie di satelliti di comunicazione geostazionaria, adoperati soprattutto come ripetitori, chiamati anch’essi Luch, in aggiunta al nome tecnico 11F669/KAUR-4, che erano stati progettati negli anni Ottanta quando l’URSS era ancora unita.

Il primo di essi fu messo in orbita nel 1985 e gli subentrarono altri 4 satelliti similari, dei quali gli ultimi due lanciati già dalla nuova Russia postsovietica, nel 1994 e 1995, ma tutti inattivi dal 1998.

Gli attuali Luch-1 e Luch-2 sono invece gli assai più recenti satelliti del tipo Olymp-K da ricognizione SIGINT, a riconferma della prassi russa di assegnare nomi multipli ai veicoli spaziali, il che non aiuta certo a fare chiarezza. Il primo, Olymp K-1, è stato progettato e costruito dall’industria di satelliti ISS Reshetnev di Zhelezhnogorsk, nella regione di Krasnoyarsk, un rinomato istituto il cui nome esteso è Informatsionnye Sputnikovye Systemy imeny akademika M. F. Reshetnyova.

I dettagli del veicolo sono segreti, ma si sa che l’Olymp K-1/Luch-1 avrebbe una massa di circa 3000 kg ed è stato commissionato dal Ministero della Difesa russo e dal servizio di controspionaggio FSB, che lo gestisce. Sarebbe in grado di lavorare sulla banda C, ovvero con frequenza tra 4 e 8 GigaHerz, e sulla banda Ku, fra 12 e 18 GigaHerz.

E’ stato lanciato dal poligono di Bajkonur, in Kazakhstan, il 28 settembre 2014 con un grosso razzo Proton M a tre stadi alto 58 metri che aveva però, come quarto stadio aggiuntivo un motore di apogeo Briz-M necessario a spingere il satellite fino all’altissima orbita geosincrona. L’Olymp K-1 è così entrato in un’orbita relativamente circolare, con apogeo e perigeo entrambi di circa 35.700 km.

Subito il satellite russo si fece notare per i suoi avvicinamenti sospetti a numerosi satelliti di telecomunicazioni.

Dopo una iniziale fase di continui movimenti che potevano sembrare prove di assetto per testare il funzionamento dei razzi di manovra, Olymp K-1/Luch-1 venne visto il 4 aprile 2015 posizionarsi su un’inclinazione di 18,1 gradi di longitudine Ovest, ovvero fra due importanti veicoli di comunicazioni, Intelsat 7 e Intelsat 901. S’è mantenuto in questa posizione, corrispondente alla verticale di un punto dell’Oceano Atlantico vicino all’estremità occidentale dell’Africa, per ben 5 mesi, fino a settembre, arrivando a distanze minime di 10 km dai citati satelliti europei.

Pur rilevando che il veicolo russo “non aveva interferito con le attività dei due Intelsat”, l’8 ottobre 2015 la presidente di Intelsat General, Kay Sears, lamentò, in un’intervista a Space News: “Questo non è un comportamento normale e siamo preoccupati. Abbiamo assolutamente bisogno di operatori responsabili. Lo spazio è un dominio che deve essere protetto”.

Sears disse anche che Intelsat aveva tentato di contattare il governo russo per chiarimenti, ma senza risultati: “Non stanno comunicando, non stanno collaborando con noi. La sicurezza del volo, che è così importante per gli operatori, è stata messa a rischio. E’ preoccupante, se facessimo tutti così avremmo un mucchio di incidenti”.

Sempre l’8 ottobre 2015, per giunta, un ufficiale americano, il capitano Nicholas Mercurio, portavoce del Joint Functional Component Command (JFCC) for Space del Comando Strategico USA ha riferito a Space News che il Luch-1 s’era avvicinato anche a un altro satellite, la cui identità non è stata divulgata, a una distanza ancor più ravvicinata di circa 5 km.

Poco dopo, lo “spione” orbitale russo cambiava longitudine, portandosi ai 24,4 gradi Ovest, vicino a Intelsat 905. Il 20 ottobre, Ivan Moiseyev, capo dell’Istituto Russo di Politica Spaziale, minimizzava con l’agenzia russa RIA Novosti: “Luch è solo un satellite di collegamento che manda segnali dal veicolo alla Terra. In nessun modo può essere un aggressore. Ogni satellite può fare goffe manovre, ma le collisioni sono estremamente rare”.

Negli anni seguenti, il ricognitore SIGINT russo ha manovrato continuamente avvicinandosi via via a numerosi satelliti e i suoi movimenti sono stati monitorati attentamente sia dal comando aerospaziale americano NORAD, sia da società occidentali di gestione satellitare.

Ci limiteremo a elencare solo alcuni degli episodi. Ad esempio, fra il gennaio e l’agosto 2016 ha tallonato dapprima Skynet 4C, un satellite britannico per le comunicazioni militari delle forze di Londra, e poi Intelsat 3-F7.

Dal settembre 2016 all’ottobre 2017 ha “origliato” il traffico dati di Meteosat 1, Eute 10A e Intelsat New Dawn. Ha in seguito suscitato scalpore, a posteriori, la rivelazione che dal 24 ottobre 2017 all’11 gennaio 2018 s’è avvicinato pericolosamente al satellite militare italo-francese Athena-Fidus, oltre al satellite pachistano, di fattura cinese, Paksat 1R.

Athena-Fidus, messo in orbita nel 2014 da un razzo vettore Ariane 5 decollato dalla rampa di Kourou, nella Guyana Francese, ha una vita operativa dichiarata prevista almeno fino al 2029. Dotato di ben 14 antenne di vario tipo, è stato realizzato da Thales Alenia Space per assicurare alle forze armate di Francia e Italia comunicazioni militari, oltre che a servire per i servizi d’emergenza delle due nazioni.

Può fare da ponte per stazioni riceventi a terra, ma anche per droni in volo. Un assetto strategico, dunque, che è stato intensamente osservato da Luch-1. Fu l’allora ministra della Difesa francese Florence Parly a denunciare, il 7 settembre 2018, durante una sua visita al centro di controllo spaziale di Tolosa, che il satellite russo aveva spiato per mesi l’Athena-Fidus, affermando con toni enfatici: “Tentare di ascoltare il vicino non è amichevole. E’ definibile un atto di spionaggio. E’ arrivato vicino, troppo vicino. Così vicino che si può davvero credere che tentasse di captare le nostre comunicazioni. Queste piccole Guerre Stellari non sono accadute molto tempo fa in una galassia lontana. Sono accadute un anno fa 36.000 km sopra le nostre teste”.

Parly ha dato visibilità a un episodio che tuttavia era stato rivelato già molti mesi prima dall’allora comandante del Comando spaziale francese, il generale Jean-Pascal Breton, alla testa di ciò che dal 2010 era noto come Commandement Interarmées de l’Espace, divenuto dal 2019 Commandement de l’Espace.

Breton, il 20 dicembre 2017, facendo una relazione al Parlamento di Parigi aveva già parlato di satelliti stranieri che avevano spiato quelli francesi, senza dare dettagli sulla nazionalità degli ordigni sospetti: “Al di là dello sviluppo di armi a energia diretta capaci di degradare le nostre capacità, la padronanza della tecnologia di rendez-vous nello spazio permette l’approccio ravvicinato di assetti spaziali di altri paesi in piena orbita. Molti dei nostri satelliti sono stati avvicinati in questo modo da oggetti della classe dei satelliti da ispezione”. Il generale Breton chiedeva già allora il rafforzamento della “capacità di rilevare e identificare i sospetti di attività ostile o aggressiva come condizione essenziale della nostra protezione”.

Il Luch-1 ha proseguito imperterrito le sue operazioni negli anni seguenti, ad esempio insinuandosi, da ottobre 2018 a febbraio 2019, fra il satellite olandese NSS-12 e quello americano, gestito dalla società del Lussemburgo SES, Astra 1G (oggi disattivato, dal 2023).

Oscillando fra 2019 e 2020 attorno ai 70 gradi Est e rilevando le emissioni di vari Intelsat ed Eutelsat, fra maggio e settembre 2020 s’è avvicinato allo Skynet 4E militare inglese. Nel 2022 è stato spostato a 18 gradi Ovest, quando la sua vita operativa iniziava a volgere al termine.

Si stima che Olymp K-1/Luch-1 abbia, in 11 anni di attività, avvicinato, per intercettazione di segnali, almeno 30 satelliti di comunicazioni, in massima parte civili, ma anche militari.

La Russia avrebbe disattivato tale satellite SIGINT il 7 ottobre 2025, comandandone l’ascesa in una cosiddetta “orbita cimitero”, ovvero una fascia al di sopra di quella geostazionaria, raggiunta dall’oggetto entro il 22 ottobre. La fascia di “orbita cimitero” si individua all’incirca 300-350 km al di sopra dell’orbita geostazionaria e si trova già nella cosiddetta fascia di orbite alte, o HEO, High Earth Orbit, convenzionalmente estesa sopra i 36.000 km, oltre 100.000 km e fino all’orbita della Luna, in media 384.000 km, corrispondente allo spazio circumterrestre cislunare, ossia al di qua della Luna.

Sono le orbite altissime, poco o punto frequentate, in cui vengono spostati, col residuo propellente, i satelliti in disuso. E’ stato nell’orbita cimitero che, il 30 gennaio 2026, Luch-1 è stato visto con telescopi da terra frantumarsi per probabili collisioni con la “spazzatura spaziale” che inizia ormai ad affollare anche quelle vertiginose quote, come confermato dall’azienda svizzera S2A Systems, specializzata nella “space awareness” con telescopi e radar e dislocata nel cantone elvetico del Giura.

 

Operazioni di lunga durata

L’ormai distrutto Luch-1 ha fatto in tempo, come abbiamo visto, a passare la staffetta del suo compito al successore Olymp K-2/Luch-2, immesso in orbita sulla medesima fascia GEO, a 35.000-36.000 km di apogeo e perigeo, il 12 marzo 2023 da Bajkonur con un vettore Proton M-Briz M e posto su un’orbita praticamente equatoriale, con inclinazione compresa fra 0° e 0,03° rispetto all’Equatore terrestre.

In quasi tre anni Luch-2 ha spiato finora almeno 17 satelliti di paesi europei, tra cui, fra gli ultimi, nel febbraio 2026, Intelsat 39, a cui è stato molto vicino per molti giorni. Fin dai suoi primi giorni di missione, nella primavera 2023, non solo il comando americano NORAD e l’US Space Command, ma anche aziende private come Slingshot Aerospace avevano rilevato il suo spostamento verso una longitudine occidentale.

Come testimoniano indiscrezioni che la ditta fece a Breaking Defense il 17 ottobre 2023, già nei primi mesi Luch-2 si avvicinò a vari satelliti-bersaglio fino a distanze minime di 10 km. In tale occasione, rammentando che il 18° Space Defense Squadron dell’US Space Command aveva diramato agli operatori di telecomunicazioni un allarme relativo a potenziali collisioni col SIGINT russo, il vicepresidente della Slingshot, Audrey Schaffer, aveva detto: “Avevamo previsto dove il satellite russo si sarebbe fermato e avrebbe mantenuto la posizione ed esso si è effettivamente fermato in quei punti. Quello che stiamo vedendo è un comportamento che potrebbe essere considerato ostile”.

I dati divulgati il 22 luglio 2024 da The Space Review e forniti dal Combined Space Operations Center (CSpOC) della US Space Force, con sede nella base Vandenberg della California hanno mostrato un’intensa attività del veicolo russo da ascolto elettronico.

Dopo alcune manovre di aggiustamento, fra marzo e maggio 2023, che hanno visto il Luch-2 oscillare da 55 a 78 gradi di longitudine Est, e poi a discendere verso Occidente, ecco che dal maggio al settembre 2023 Luch-2 ha stazionato sui 9 gradi Est fra i satelliti televisivi Eutelsat 9A ed Eutelsat 9B, poi s’è spostato, fra ottobre e novembre, presso Eutelsat 3B, su 3,2 gradi E.

Da novembre 2023 a marzo 2024 ha navigato sui 2,6 gradi Est, scandagliando i segnali di Eutelsat Konnect VHTS, da Very High Throughput Satellite, grosso e potente veicolo da 6400 kg dedicato a telecomunicazioni, messo in orbita nel settembre 2022 e diventato pienamente operativo da ottobre 2023, in grado di garantire connessioni internet e comunicazioni aeree, marittime e governative.

In seguito, da marzo a giugno 2024 ha pedinato Astra 4A, della società lussemburghese SES. Nel luglio 2024 la ditta francese di monitoraggio Aldoria rilevava il Luch-2 avvicinarsi al satellite norvegese Thor 7, arrivando a 0,54 gradi Ovest dopo aver valicato idealmente il meridiano di Greenwich, dapprima portandosi a 80 km da esso, poi riducendo la distanza a soli 20 km.

Proseguendo su tale falsariga, il Luch-2 ha esaminato svariati altri satelliti occidentali, soffermandosi per settimane o mesi a poca distanza da ognuno di essi.

Non s’è avuta notizia, finora, di possibili interferenze elettromagnetiche nei segnali causate dall’ordigno russo, pertanto sembra che abbia operato solo in modalità passiva, captando e registrando il tipo emissioni, le frequenze, la tempistica, eccetera, dando probabilmente la precedenza allo studio dei segnali di comando e alle vulnerabilità in termini di hackering informatico.

Il Luch-2 potrebbe in tal modo essere considerato una versione particolare di satellite ispettore, forse in grado, all’occorrenza, di danneggiare o distruggere i satelliti avversari inviando loro ordini autodistruttivi, come appunto la paventata deorbitazione.

Ciò aggiunge una dimensione in più, sfumata e occulta, alla strategia antisatellite che Mosca ha espletato negli ultimi anni con i satelliti ispettori noti collettivamente sotto l’etichetta del programma Nivelir.

Se al grosso di tali veicoli viene attribuita la capacità di distruzione fisica diretta, con proiettili a energia cinetica, fasci a energia laser o perfino cariche nucleari, dei satelliti nemici, da prevedersi nelle prime drammatiche ore di un grande conflitto internazionale, l’impiego di strumenti “soft” come ECM distruttivi e falsi segnali è più difficile da dimostrare, meno palese, e può essere adatta a situazioni di crisi che precedano un conflitto aperto, offrendo la possibilità di negare responsabilità, data la minor evidenza rispetto ad attacchi fisici, e di proporre come contro-narrativa, l’alibi di un incidente dovuto a malfunzione dell’apparato orbitale nemico.

Alla data del 30 marzo 2026, secondo i dati di fonte NORAD dal sito di monitoraggio satellitare n2yo, Luch-2 risultava sempre in orbita geostazionaria equatoriale, spostato sopra il centro dell’Oceano Indiano, a una latitudine di 0,03° Sud e una longitudine di 61,98 ° Est, con apogeo di 35.800 km e perigeo di 35.788 km. Una posizione ancora corrispondente al “pedinamento” di Intelsat 39, che alla stessa data navigava su latitudine di 0,04° Sud, longitudine 61,96 Est, apogeo di 35.795 km e perigeo di 35.793 km.

La Russia, oltre agli Olymp conta su svariati altri satelliti SIGINT, specie sulle orbite medio-basse, per esempio i Lotos, su apogeo di 900 km e perigeo di 239 km, che forniscono dati di intelligence utili soprattutto alle operazioni aeronavali sugli oceani, integrati nella cosiddetta rete Liana. I primi quattro Lotos, lanciati fra il 2009 e il 2018, non sono più operativi, mentre gli esemplari attivi sono i quattro immessi in orbita tra il 2021 e il 2023. Con compiti simili, c’è il Pion NKS, che viaggia attorno alla Terra su 447 x 462 km ed è stato lanciato da Plesetsk il 25 giugno 2021. Ma la maggiore preoccupazione dell’Occidente è sempre relativa ai satelliti “ispettori” sospettati di avere capacità fisiche di danneggiamento o distruzione di altri veicoli spaziali e quindi catalogabili come vere e proprie armi ASAT, Anti Satellite.

Abbiamo anticipato che fra i più recenti esempi del programma di veicoli intercettori che in Russia è stato battezzato Nivelir (cioè “livella”) sarebbero da annoverarsi Cosmos 2589 e Cosmos 2590, che costituirebbero una classe di Nivelir specializzata per le orbite altissime, di fascia HEO (High Earth Orbit). In verità, al momento del lancio, il 19 giugno 2025, formavano un’unica entità, poi, il 26 giugno, Cosmos 2589 ha sganciato il “subsatellite” noto inizialmente come Object D e poi classificato Cosmos 2590.

I veicoli percorrevano inizialmente una altissima ed eccentrica HEO di 51.000 x 20.000 km, dal profilo vagamente simile alle orbite di tipo Molniya, sebbene le vere Molniya abbiano un perigeo molto più piccolo, che consentiva loro di incrociare l’orbita geostazionaria circa due volte al giorno.

I due veicoli hanno presto iniziato complesse manovre di reciproco avvicinamento e allontanamento, evidenti prove generali di inseguimenti ostili di satelliti stranieri in caso di crisi o guerra aperta. Dopo aver volato in formazione molto larga, i due satelliti, o meglio il satellite-madre e il subsatellite, hanno ridotto la loro distanza reciproca, dal 22 al 27 luglio, da 100 km a meno di 1 km. Si sono poi allargati a 60 km, per portarsi il 2 agosto a soli 10 km. Il 16 agosto hanno variato in poche ore la loro distanza da 55 a 130 km.

Dopo una fase di apparente quiescenza attorno a settembre 2025, i veicoli Nivelir si sono avvicinati fino a 7 km il 1° ottobre, per poi riallontanarsi e portarsi a 200 km entro il 10 ottobre.

A partire dallo scorso autunno, Cosmos 2589 e Cosmos 2590 si sono in sostanza separati definitivamente immettendosi su due tracciati indipendenti. In particolare è Cosmos 2589 che a partire dal 19 novembre 2025 ha iniziato gradualmente a modificare la sua orbita per trasformarla, così sembra, da HEO ellittica a GEO circolare, con un processo ancora in corso.

I rilevamenti radar in tempo reale del NORAD davano alla fine di febbraio 2026 il Cosmos 2589 su apogeo di 41.200 km e perigeo di 30.300 km, con una tendenza all’arrotondamento dell’orbita che, dalle stime degli analisti, dovrebbe portarlo su una effettiva geosincrona entro fine aprile 2026.

Al contrario, il suo gregario Cosmos 2590 è rimasto grossomodo su una quota HEO simile a quella iniziale, 51.000 x 20.000 km, come confermato dai rilevamenti NORAD di fine febbraio.

Come interpretarlo? Potrebbe significare che il “subsatellite” Cosmos 2590 era solo un veicolo ausiliario destinato a fare da “bersaglio” per le esercitazioni di rendez-vous e che il vero “ispettore”, dotato di sistemi offensivi cinetici, sia il Cosmos 2589, il quale, completate le prove, è ora pronto a pattugliare l’orbita geostazionaria, una volta che vi si sarà assestato.

Non è comunque da escludersi che il Cosmos 2590 possa rimanere attivo come ausilio, con eventuali apparati di comunicazioni o telemetria o sensori a vari livelli.

 

Minacce crescenti

La missione del Cosmos 2589, se compiuta con la dislocazione finale su una quota di circa 36.000 km, segnerà una tappa importante per il programma di satelliti ispettori Nivelir, poiché per la prima volta questa sorta di intercettori orbitali ASAT debutterà nella fascia geostazionaria, mentre negli ultimi anni questi sistemi, progettati dal noto ufficio tecnico NPO Lavochkin, sono stati sempre immessi su orbite basse.

Certamente fra i possibili obbiettivi possono esserci anche gli apparati orbitanti della rete Starlink di Elon Musk, ampiamente sfruttati dall’Ucraina durante la perdurante guerra contro la Russia e preziosi per le nazioni occidentali poiché offrono una struttura diffusa e capillare, in grado di resistere, almeno in parte, a possibili distruzioni di molte sue componenti, a patto di poter smistare il traffico dati sulle residue strutture selezionando in caso di guerra solo i flussi di informazioni reputati vitali.

I russi stessi hanno appena iniziato ad abbozzare una sorta di loro versione di Starlink, per uso nazionale sia civile che militare. E’ il sistema Rassvet (“Aurora”) di cui pochi giorni fa, il 23 marzo 2026 sono stati immessi in orbita i primi 16 satelliti, grazie a un vettore Sojuz 2-1b dal poligono di Plesetsk. Ognuno dei satelliti Rassvet, progettato dal Buro 1440 del gruppo IKS, ha sistemi di comunicazione laser per i data-link da satellite a satellite ed è ovvio che costituirà un supporto di comunicazioni a banda larga utile anche per le forze armate russe.

Ma non solo, i laser link di bordo potrebbero (anche se è solo un’ipotesi) essere stati progettati con tecnologia dual-use che potrebbe consentire alle forze di Mosca di utilizzare, almeno parzialmente, i Rassvet come ausilio di tracking e telemetria per individuare e localizzare con precisione eventuali oggetti spaziali nemici le cui coordinate verrebbero presumibilmente trasmesse alle armi ASAT. I Rassvet orbitano a quote di circa 800 km, più in alto degli Starlink americani, che stanno sui 550 km, in sostanza sovrastandoli.

Hanno motori di manovra al plasma, il che assicura loro una certa agilità nel modificare la propria orbita. I piani prevedono di metterne in orbita alcune centinaia, almeno 250, mediante un rateo di 10-12 lanci multipli all’anno, con inizio del servizio web nel 2027 e copertura totale del ciclopico territorio russo entro il 2035.

Non si sa se l’iniziativa possa essere eventualmente legata al recentissimo aumento di antenne satellitari sui tetti di edifici di proprietà russa registrato di recente nella capitale austriaca Vienna, come ha segnalato lo scorso 16 marzo dal Financial Times, che sta alimentando sospetti di attività SIGINT russa, nello specifico del servizio segreto estero SVR, su larga scala in una città nodale essendo sede di numerose istituzioni internazionali.

A Vienna, tuttora, ci sono ben 255 diplomatici russi accreditati, una delle maggiori concentrazioni al mondo, fra i quali possono benissimo esserci tecnici SIGINT sotto copertura diplomatica, senza contare i “residenti clandestini”, per usare la vecchia terminologia del KGB.

Le antenne sarebbero in grado, si teme, non solo di intercettare comunicazioni dei governi occidentali e delle istituzioni ONU con sede a Vienna sia terrestri, sia via satellite, ma anche di ritrasmetterle a Mosca in forma criptata, a riprova dell’inestricabile intreccio fra classico spionaggio terrestre e intelligence spaziale.

Di certo, con l’estensione della potenziale minaccia antisatellite russa su più livelli, l’ambiente spaziale diventa sempre più pericoloso per i veicoli spaziali occidentali, ed europei in particolare.

–осси€. јрхангельска€ область. —тартовый стол на территории космодрома ѕлесецк.  осмодром ѕлесецк выполн€ет задачи в интересах видов и родов ¬ооруженных сил –‘, в насто€щее врем€ здесь эксплуатируютс€ ракеты-носители легкого класса “јнгара-1.2”, “—оюз-2.1в”, “–окот”, среднего класса “—оюз-2.1а”, “—оюз-2.1б”, т€желого класса “јнгара-ј5”. ¬адим —авицкий/пресс-служба ћинобороны –‘/“ј——

Lanciati fin dal 2013, prototipi del programma Nivelir hanno cominciato a preoccupare sempre più per le loro manovre inizialmente fatte passare come “ispezioni delle condizioni di altri satelliti russi”, soprattutto con la missione del Cosmos 2542, lanciato nel 2019, che sganciò un subsatellite, Cosmos 2543. Fra dicembre 2019 e marzo 2020, entrambi i “satelliti ispettori” russi, operanti fra 400 e 600 km di quota, inseguirono un satellite spia americano KH-11, mostrando la capacità di reagire alle manovre evasive del veicolo USA, standogli alle costole.

Poi, il 15 luglio 2020, dal Cosmos 2543 fu sparato un “proiettile spaziale” che non colpì nulla, ma sembrava rappresentare il collaudo di una sorta di cannoncino da usare in orbita. Negli anni seguenti si intensificarono ulteriori esperimenti in proposito e gli inseguimenti di satelliti occidentali da parte degli “ispettori” russi si fecero più frequenti.

Fra gli esempi, è noto quello del Cosmos 2558, immesso il 1° agosto 2022 in orbita polare con un vettore Sojuz 2-1v dal poligono di Plesetsk (nelle foto sopra e sotto) e messosi, già il giorno dopo, alle costole del satellite spia americano USA-326, del tipo Crystal, su orbita di 489 x 517 km.

L’ispettore russo s’è posto su un’orbita un po’ più bassa, talché incrociava il satellite spia americano inizialmente a distanze di 60-70 km. Un ulteriore avvicinamento s’è avuto nel marzo 2023, quando l’oggetto del Cremlino s’è avvicinato almeno 4 volte al satellite americano a distanze di 50 km. D’improvviso, il 13 marzo 2023 ha azionato i motori di manovra, salendo di quiota fino a circa 467 km.

In tal modo ha potuto ridurre la distanza col potenziale bersaglio fino ai 30 km del 7 aprile, dopodiché la distanza minima è risalita a 45 km. Dopo un anno, nell’aprile 2024, Cosmos 2558 era ancora su un’orbita di tallonamento del satellite USA-326, ovvero con apogeo di 472 km e perigeo di 464 km, abbastanza arrotondata e inclinata di 97,2 gradi rispetto all’Equatore. Continuava a seguire il satellite spia americano stando circa 30 km più in basso di esso.

Pur essendo in orbita da ormai tre anni, Cosmos 2558 ha aspettato tuttavia il 26 giugno 2025 per espellere un suo subsatellite, chiamato Object C, che ha iniziato a manovrare per conto suo, avvicinandosi a USA-326 fino a 58 km. Mentre Object C aumentava la sua quota orbitale, portandola a oltre 453 km, il suo satellite-madre scendeva sempre più, sotto i 453 km. Al febbraio 2026, Cosmos 2558 risultava attestato su un’orbita ancor più bassa, di 401 x 399 km. Un altro probabile Nivelir, Cosmos 2588, veniva lanciato il 23 maggio 2025 su un’orbita di circa 483 x 489 km dando la “caccia” fin dai primi giorni a USA-338, un altro satellite spia americano di tipo Crystal, riuscendo a posizionarsi in modo da incrociare il suo percorso quattro volte al giorno a una distanza minima di 94 km.

La maggior parte dei Nivelir staziona nelle orbite basse fra circa 400 e 600 km d’altitudine circa, ma sul confine fra la fascia di orbite basse e medie, attorno ai 2000 km di quota, è stato immesso il 5 febbraio 2022, poche settimane prima dell’invasione russa dell’Ucraina, il misterioso satellite Cosmos 2553 Neitron, ufficialmente un veicolo da ricognizione radar, ma che secondo gli americani sarebbe il prototipo di un’arma ASAT in grado di trasportare a bordo un ordigno nucleare la cui detonazione neutralizzerebbe con il potentissimo impulso elettromagnetico, comprensivo di raggi gamma e raggi X, i satelliti di una vasta fascia orbitale limitrofa.

L’allarme sul Neitron, considerato da Washington una sorta di testata orbitante, è stato ufficialmente lanciato dagli americani dopo una riunione d’alto livello presieduta il 15 febbraio 2024 dal consigliere alla Sicurezza Nazionale Jake Sullivan e preceduta il giorno precedente dalle anticipazioni del deputato repubblicano Mike Turner, presidente della commissione Intelligence della Camera USA, che ammoniva: “C’è una seria minaccia alla sicurezza nazionale e il presidente Joe Biden deve informare tutto il Congresso, l’amministrazione USA e i nostri alleati affinché possano apertamente discutere le azioni necessarie a rispondere a questa minaccia”.

Nei mesi seguenti il Cosmos 2553 è apparso sostanzialmente inattivo, salvo aumentare leggermente di quota fra novembre 2024 e gennaio 2025, ma dal 25 aprile 2025 è stato considerato “fuori controllo” e presumibilmente non più operativo, date rotazioni incontrollate che ne ostacolerebbero il corretto orientamento delle antenne e dei pannelli solari.

Rappresenterebbe comunque un prototipo suscettibile di sviluppi che potrebbero portare i russi a presidiare sia le orbite basse, sia le medio-alte, e fino alla geostazionaria, con sistemi in grado causare danni elettromagnetici irreparabili agli apparati elettronici dei satelliti di tutti i tipi, compresi quelli della rete Starlink, i quali orbitano in una fascia compresa fra 480 e 570 km di quota.

Fin qui, la minaccia russa, ma non è meno insidiosa per i paesi occidentali, quella cinese, dato che Pechino ha sviluppato sempre più i suoi veicoli orbitali SIGINT. Nell’ultimo decennio i cinesi hanno lanciato in orbita geostazionaria quattro satelliti mascherati sotto la denominazione Tongxin Jishu Shiyan, come veicoli da “test per comunicazioni”, ma reputati in realtà veicoli da intelligence elettronica del tipo Qianshiao 3.

Il primo è decollato dal poligono di Xichang con un razzo Chang Zheng (“Lunga Marcia”) CZ-3B il 12 settembre 2015. Gli altri tre, fino al più recente, lanciato il 20 dicembre 2024, sono parimenti partiti da Xichang su CZ-3B. Poiché sono geosincroni rispetto ai territori dell’Asia Orientale, posizionati attorno ai 154 gradi di longitudine Est, questi non riguardano direttamente la sicurezza delle telecomunicazioni satellitari dell’Europa, ma dimostrano come la Cina sia in grado, volendo, di schierare simili veicoli anche al di sopra del nostro continente.

Comunque è nutrita anche la flotta di satelliti SIGINT cinesi di orbita bassa, che quindi transitano periodicamente anche sopra l’Europa e vicino ai satelliti di quella fascia. Esistono però nutrite “costellazioni” di satelliti SIGINT cinesi che presidiano orbite basse e quindi passano spesso anche sull’Europa e sull’Atlantico. Anzitutto gli Yaogan 30, lanciati in 10 “triplette” di tre veicoli per lancio, immessi fra il 2017 e il 2021 su orbite di 592 x 601 km. In sostanza, ogni “tripletta” vola in formazione per facilitare la triangolazione e geolocalizzazione dei segnali captati da Terra.

A quota più alta, con apogeo di 1100 km e perigeo di 1050 km, sono stati posti gli Yaogan 31, anch’essi organizzati per “triplette”, inviati nello spazio in quattro lanci fra 2018 e 2021. Ma la Cina espande la sua attività anche con satelliti considerabili simili agli “ispettori russi”, ovvero Shijian 17, lanciato nel 2016, e Shijian 21, lanciato nel 2021, entrambi operanti in orbita geostazionaria.

Quanto al misterioso veicolo spaziale riutilizzabile, navetta-drone senza equipaggio, noto col nome informale di Shenlong, “Drago Divino”, ma che i cinesi chiamano ufficialmente con l’ampollosa denominazione di Kěchóngfùshǐyòng Shìyàn Hángtiānqì, ovvero “Veicolo Spaziale Sperimentale Riutilizzabile”, sorta di spazioplano che sarebbe simile all’X-37B americano, il 7 febbraio 2026 è stato lanciato per una nuova missione segreta in orbita bassa di circa 320 x 350 km, di durata ignota, dopo che già per tre volte è stato spedito su orbite simili, fra il 2020 e il 2023, sempre utilizzando il vettore CZ-2F e il poligono spaziale di Jiuquan, come punto di partenza, con atterraggio a fine missione su una pista a Lop Nur.

 

L’Europa esposta

L’allarme sulla vulnerabilità dell’Europa alle minacce spaziali russe, ma anche cinesi, lanciato il 4 febbraio 2026 dal Financial Times ha suscitato ripetute ammissioni da parte di numerosi funzionari ed esperti, che hanno riconosciuto come il problema sia reale e i paesi dell’UE debbano cercare di rimettersi in pari ai colossi come USA, Russia e Cina in un settore vitale come quello dello spazio.

Come primo commento a caldo, il portavoce della Commissione UE Thomas Regnier, ha ricordato che si tratta di un problema fattosi annoso: “Prendere di mira le risorse spaziali o i satelliti europei è qualcosa che la Russia fa da anni, se non da decenni, quindi non c’è nulla di nuovo. Siamo pronti a contrastare queste azioni.

Oltre al sistema di navigazione Galileo, già in posizione e in grado di rilevare e scoraggiare tali attacchi, prevediamo uno scudo spaziale comune”. Dal canto suo, il ministro della Difesa tedesco Boris Pistorius ha rincarato la dose: “Le reti satellitari sono il tallone d’Achille delle società moderne, le attività russe sono una minaccia fondamentale”.

Già un anno fa, nel marzo 2025, l’ENISA, European Network and Information Security Agency, ovvero l’Agenzia europea per la cybersicurezza, aveva dedicato un lungo rapporto, intitolato “Space Threat Landscape”, ai risvolti spaziali dello spionaggio e del sabotaggio telematici. Fin dalle prime pagine del rapporto (disponibile integralmente in pdf), vi si legge: “Diventando l’ossatura di alcune delle moderne attività economiche, la nuova corsa allo spazio ha anche incrementato il potenziale per dannosi effetti di perdita di capacità, non importa quale ne sia la causa, aprendo la porta a nuove vulnerabilità.

L’utilizzo di componenti hardware e software pronti all’uso e open source, tendenze come i satelliti software-defined, le riconfigurazioni in orbita, l’intelligenza di bordo e le tecnologie quantistiche stanno rendendo le risorse e i dati spaziali sempre più vulnerabili agli attacchi informatici. Considerando le recenti previsioni di una media di 2800 lanci di satelliti all’anno tra il 2023 e il 2032 – l’equivalente di 8 satelliti al giorno – vi è un’urgente necessità di affrontare i rischi e le minacce che il settore spaziale deve affrontare oggi, per garantire una comunicazione ininterrotta ed efficace

in futuro. Eppure, nonostante il consenso generale sul fatto che il settore spaziale richieda un’attenzione mirata, con la mancanza di analisi e controllo sulle infrastrutture spaziali riconosciuta tra le principali minacce alla sicurezza informatica che emergeranno entro il 2030, vi è ancora una relativa mancanza di linee guida dettagliate e specifiche per il settore in materia di sicurezza informatica per gli operatori satellitari commerciali”.

Il rapporto UE, fin dallo scorso anno, tanto evidenziava l’importanza ormai basilare delle infrastrutture satellitari per il funzionamento complessivo non solo delle forze armate, ma anche delle società civili europee in termini di comunicazioni, servizi economici, connettività, geolocalizzazione, navigazione aeronavale e anche terrestre, cultura, eccetera, quanto lamentava che, di fatto, non si erano ancora compiuti passo concreti per la protezione di sistemi così vulnerabili.

Il rapporto proseguiva: “Nel dominio della politica spaziale e della ricerca sulle operazioni satellitari, molte pubblicazioni hanno illustrato le severe conseguenze che possono sorgere da cyberattacchi mirati su assetti spaziali critici. Tali problemi sono ulteriormente aggravati dal riconosciuto uso duplice o multiplo dell’infrastruttura satellitare, per cui la tecnologia commerciale destinata all’uso civile può comunque essere utilizzata come arma a supporto di obiettivi geopolitici”.

E’ ovvio che cyberattacchi potrebbero essere portati per via elettromagnetica anche dai citati satelliti SIGINT russi e cinesi e che in questo spettro potrebbero rientrare anche le imitazioni di falsi segnali di comando volte a far compiere ai satelliti bersaglio funzioni autodistruttive.

Nel gennaio 2026 l’allarme è stato rinnovato dallo studio “Per aspera ad astra: undersea cables, satellites for telecommunications and the European strategic autonomy”, scritto dagli esperti italiani Giovanni Cabroni e Andrea Gilli per la serie dei Policy Brief dell’Institute for European Policymaking dell’Università Bocconi (IEP).

Il saggio fa un parallelo molto istruttivo tra le vulnerabilità delle comunicazioni via cavi sottomarini e quelle delle comunicazioni via satellite, inquadrandole nella complessiva prassi della “guerra ibrida” attribuita alla condotta strategica di Mosca.

Dando una dimensione quantitativa dell’importanza dei satelliti, gli autori specificano: “Tutti i sistemi geostazionari provvedono per circa soli 7 Terabit al secondo di capacità utilizzabile, mentre i sistemi in orbita bassa hanno una capacità di quasi 50 Terabit al secondo”.

Anziché puntare per le telecomunicazioni su pochi satelliti geostazionari appare preferibile puntare su costellazioni in orbita bassa che offrano, con la forza del numero, una ridondanza utile sia in caso di guasti, sia di veri e propri attacchi.

Perciò, secondo Cabroni e Gilli: “La logica delle costellazioni sostituisce quella dei singoli satelliti GEO: la capacità non è più legata all’impronta di un singolo satellite, ma distribuita su sciami di satelliti, in costante movimento e sempre in grado di connettersi con il dispositivo ricevente o la stazione di terra sulla Terra. Costellazioni e mega-costellazioni – definite come costellazioni con più di 1.000 satelliti – sono progettate non solo per aumentare la capacità e ridurre i costi di lancio, ma anche per semplificare la vita degli operatori satellitari. La loro scalabilità e la ridondanza integrata fanno sì che, quando alcuni satelliti smettono di funzionare, i sostituti possano essere lanciati senza interrompere le prestazioni complessive della rete. Nel complesso, il modello riduce i costi di sviluppo e operativi, garantendo al contempo una copertura globale dettagliata e consentendo nuovi servizi. I satelliti LEO, grazie alla latenza estremamente bassa, potrebbero offrire servizi come gaming, comunicazioni 5G/6G, controllo autonomo dei veicoli e trading veloce in ogni angolo del mondo”.

L’Europa, quindi, può per ora indirizzarsi, per aumentare la resilienza a proposito di attacchi alle sue infrastrutture satellitari, sullo sviluppare capacità di lanci di massa in orbita bassa per sostituire i sistemi danneggiati, in attesa di sviluppare resistenti cifrature dei segnali e dei codici, nonché eventualmente sistemi ASAT che possano proteggere i propri satelliti da quelli potenzialmente ostili.

Non a caso lo scorso 13 febbraio Toni Tolker-Nielsen, direttore dei Trasporti spaziali dell’Agenzia Spaziale Europea, ha annunciato il potenziamento delle capacità di lancio dell’ESA grazie alle ultime versioni della serie di razzi vettori Ariane 6.

Parlando all’indomani del primo lancio dell’Ariane 64, nuova versione con 4 booster aggiuntivi, con capacità di carico praticamente raddoppiata in orbite LEO, da 10 a 20 tonnellate, che il 12 febbraio 2026 ha posto in orbita dal poligono di Kourou ben 32 satelliti internet Amazon LEO per una massa totale di 18.000 kg, ha spiegato: “Maggiore è la capacità di carico del tuo razzo, più i costi di lancio sono competitivi.

Nel corso del 2026 introdurremo altre due migliorie: booster più potenti con una maggiore quantità di propellente, grazie ai motori P180, e miglioramenti al motore Vinci a propulsione liquida. Novità che porteranno la capacità di carico a 21,9 tonnellate. Oggi l’Europa ha l’esigenza di lanciare molti più satelliti di prima, si sta puntando alla realizzazione di nuove costellazioni, satelliti per la difesa o per servizi vari. Ma per rispondere dobbiamo aumentare la cadenza dei lanci e puntare su razzi capaci di trasportare carichi maggiori”.

Le minacce tuttavia sono molteplici e imprevedibili. Il 4 febbraio scorso ha fatto scalpore l’arresto di quattro sospette spie, di cui due erano cittadini cinesi, che avrebbero “spiato dati militari sensibili tramite satelliti per conto del governo cinese”.

Così è stato dichiarato dalla procura di Parigi, secondo cui i quattro sono stati fermati nella regione sud-occidentale della Gironda, dopo che i due cinesi avevano affittato un appartamento su Airbnb. Stando alle autorità francesi, i due sospetti cinesi sarebbero arrivati in Francia per “captare dati provenienti dal sistema satellitare Starlink e da altre entità di importanza vitale e poi trasmetterli in Cina”. Come copertura figuravano ingegneri di un’azienda di apparati wireless.

Il 16 febbraio 2026, il capo di Airbus Defence and Space, Michael Schoellhorn, (nella foto), ha rilasciato al giornale tedesco Handelsblatt un’ampia intervista in cui ha ricordato l’importanza di una joint venture fra Airbus, Leonardo e Thales per rafforzare le capacità strategiche dell’Unione Europea nello spazio, in modo da recuperare il tempo perduto e il divario in capacità, specialmente militari, accumulato rispetto agli Stati Uniti, ma anche a Russia e Cina.

“Abbiamo bisogno delle economie di scala che i nostri concorrenti americani, in particolare, sfruttano. Noi europei possiamo continuare a comportarci come se il mondo fosse solo il nostro cortile. Ma possiamo anche finalmente accettare di essere coinvolti in una competizione globale. E che è importante per l’Europa partecipare a questa competizione attraverso le sue dimensioni e la sua scala”, ha dichiarato.

Si riferiva al memorandum firmato l’autunno precedente, il 23 ottobre 2025, per una società spaziale con sede a Tolosa, che dovrebbe essere formata entro il 2027 dai rami spaziali di Airbus, Leonardo e Thales con quote rispettive del 35%, 32,5% e 32,5%.

Schoellhorn ha proseguito osservando: “Se non completiamo questa fusione, forse è più probabile che tra qualche anno non ci sarà più alcuna concorrenza in Europa, perché tutto sarà determinato esclusivamente dall’esterno”. E infine, cercando di dare la sveglia a un’Europa che, per certi aspetti, fatica ancora a pensare in termini di armamenti “hard” da schierare effettivamente nello spazio, diversamente dalle altre grandi potenze che invece non si pongono problemi etici, ha saggiamente ammonito: “Ogni satellite delle Forze Armate tedesche ha ora un satellite russo che orbita attorno ad esso, lo ispeziona e lo monitora. E’ quindi rende necessario sviluppare una deterrenza. Dobbiamo anche essere in grado di bloccare e accecare elettronicamente; dobbiamo anche essere in grado di osservare, intercettare i satelliti o tirarli fuori dall’orbita. E forse un giorno dovremo anche sparare”.

Immagini: Roscosmos, Wikipedia, Russian Space Web, ISS, Aldoria, Kandinsky, Sora, Eutelsat, Roscosmos, Intelsat e Airbus

 

Nato nel 1974 in Brianza, giornalista e saggista di storia aeronautica e militare, è laureato in Scienze Politiche all'Università Statale di Milano e collabora col quotidiano “Libero” e con varie riviste. Per le edizioni Odoya ha scritto nel 2012 “L'aviazione italiana 1940-1945”, primo di vari libri. Sempre per Odoya: “Un secolo di battaglie aeree”, “Storia dei grandi esploratori”, “Le ali di Icaro” e “Dossier Caporetto”. Per Greco e Greco: “Furia celtica”. Nel 2018, ecco per Newton Compton la sua enciclopedica “Storia dei servizi segreti”, su intelligence e spie dall’antichità fino a oggi.

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