A Monaco gli Sati Uniti snobbano l’Europa in delirio bellicista  

 

Più slogan che contenuti, più propaganda che politica, più bugie che concreto realismo. La Conferenza sulla Sicurezza di Monaco non si è differenziata molto dei summit degli ultimi anni mettendo in luce ancora una volta la profonda inadeguatezza di molti leader europei rispetto alle sfide che devono affrontare.

Quanto peso attribuissero gli Stati Uniti agli “alleati” europei era del resto già evidente prima dell’inizio della Conferenza sulla Sicurezza di Monaco, quando solo il segretario di Stato aveva annunciato la sua presenza mentre il vice-presidente J.D. Vance e il capo del Pentagono Pete Hegseth, quest’ultimo non pervenuto neppure al summit dei ministri della Difesa della NATO pochi giorni prima della conferenza.

Benché con ton i pacati rispetto al ruvido intervento contro i leader europei di cui si rese protagonista JD Vamce nell’edizione de 2025, Marco Rubio ha affermato che USA ed Europa hanno un destino comune, precisando però tra le righe che tale destino viene deciso a Washington.

Come ha evidenziato il generale Maurizio Boni che da Monaco ha seguito la conferenza per Analisi Difesa, dietro le parole rassicuranti, Rubio ha ribadito le posizioni di fondo dell’amministrazione Trump secondo la quale le Nazioni Unite non hanno giocato nessun ruolo nella risoluzione dei conflitti; l’ordine internazionale basato su regole ha portato a “migrazioni di massa che destabilizzano i paesi occidentali”; le istituzioni globali devono essere “riformate e ricostruite”.

Nelle parole iniziali del suo intervento “siamo preoccupati per l’Europa”, e nel suo successivo sviluppo, ritroviamo i contenuti (e il linguaggio) della strategia di sicurezza nazionale divulgata nel dicembre dello scorso anno. In altre parole, l’America vuole un’Europa forte, ma nella quale una delle priorità degli Stati Uniti è quella di “sviluppare l’opposizione all’attuale traiettoria europea all’interno delle nazioni europee”, intendendo il sostegno a movimenti o partiti europei contrari alle attuali politiche dell’UE.

Infatti la visita di Rubio è sembrata una tappa di passaggio verso gli incontri più importanti, con i leader più filo-Trump del Vecchio Continente, lo slovacco Robert Fico e l’ungherese Viktor Orbam.

Proprio da Budapest, ieri Rubio ha rivendicato che gli Stati Uniti sembrano essere “l’unica nazione sulla Terra in grado di portare rappresentanti ucraini e russi al tavolo per parlare. Non voglio insultare nessuno, ma le Nazioni Unite non sono in grado di farlo, non c’è un altro Paese in Europa che è stato in grado di farlo”, ha aggiunto il segretario di Stato Usa rispondendo alle domande dei giornalisti durante la conferenza stampa con Viktor Orban.

Difficile smentirlo, anche se a chiarire ulteriormente l’interesse di Rubio per gli europei va sottolineato che si è sottratto all’ultimo minuto da un incontro chiave con i leader europei sull’Ucraina e non ha incontrato il presidente ucraino Volodymyr Zelensky.

Gli europei sembrano aver compreso il distacco ormai irreversibile con gli Stati Uniti. Certo la NATO pare destinata a restare in piedi ma sarà sempre di più una scatola vuota, nella consapevolezza che Washington non rischierà la guerra nucleare per difendere l’Europa.

Per questo sono state annunciate trattative tra Francia e Germania con in più la Gran Bretagna per puntare a un deterrente nucleare europeo. Progetto tecnicamente fattibile ma politicamente molto complesso e che verrebbe osteggiato da USA e Russia.

Certo, al di là delle dichiarazioni iperboliche e decisamente sopra le righe di tanti leader europei, occorrerebbe riflettere sul fatto che tedeschi e francesi sembrano sul punto di mandare a monte dopo anni e miliardi buttati al vento i progetti comuni per un nuovo aereo da combattimento di 5a generazione (FCAS) e per un nuovo carro armato (MGCS). Non riescono a mettersi d’accordo per produrre armi, figuriamoci sulla “sovranità” europea dell’arsenale nucleare di Parigi che punta sul ritiro statunitense per conquistare la leadership militare d’Europa.

Lo sbando totale dell’Europa è stato ben evidenziato a Monaco dagli interventi di numerosi leader, quasi tutti sopra le righe ma soprattutto del tutto avulsi dalla concretezza della situazione militare ed economica, quasi come se chi governa gran parte d’Europa viva oggi in un limbo sospeso e distaccato dalla realtà

“Il vecchio mondo non tornerà mai più e l’Europa deve essere in grado di gestire più crisi in contemporanea”, ha dichiarato a Monaco la premier danese, Mette Frederiksen. Facile credere che si riferisse alla guerra in Ucraina e il confronto con la Russia e alle minacce statunitensi di conquistare la Groenlandia.

E invece no, come ha chiarito il premier danese, le crisi in corso sono tutte interconnesse ma la minaccia sono ovunque “i sogni imperiali della Russia che coinvolgono l’Ucraina, l’Artico e la guerra ibrida contro l’Europa. La porta della regione del Sahel e ora spalancata alla Russia e noi siamo fuori”, ha avvertito poi Frederiksen dimenticando che la Russia non invade l’Artico per sogni imperiali, la Russia si affaccia sull’Artico per la sua estensione geografica. L’unica minaccia di invasione di territori artici finora è quella portata dagli USA alla Groenlandia.

Nella fiera delle bestialità di Monaco (dove meritoriamente non si è fatto vedere il premier italiano Giorgia Meloni) pronunciate da alte personalità europee non poteva deludere l’Alto rappresentante della politica estera dell’Unione europea Kaja Kallas intervenendo alla Conferenza di Monaco sulla sicurezza.

Parliamoci chiaro sulla Russia: non è una superpotenza. Dopo oltre un decennio di conflitto, inclusi 4 anni di guerra su vasta scala in Ucraina, la Russia è appena andata oltre i limiti del 2014, e il costo? 1,2 milioni di vittime. Oggi la Russia è allo sbando, la sua economia è a pezzi, è scollegata dai mercati energetici europei e i suoi cittadini sono in fuga, La minaccia più grande che la Russia rappresenta in questo momento è che otterrà di più al tavolo delle trattative di quanto abbia ottenuto sul campo di battaglia”, ha affermato.

Peccato che Mosca disponga di 6.200 testate nucleari, di cui 1.500 di pronto impiego mentre nella guerra contro Kiev ha iniziato la guerra controllando il 7 per cento del territorio ucraino (Crimea più una parte del Donbass e oggi ne controllano tra il 19 e il 20 per cento e continuano ad avanzare.

Quanto all’economia la Russia soffre certo la guerra ma probabilmente molto meno dell’Europa priva di energia e materie prime. Del resto, ma Kallas non se n’è accorta, la fine delle forniture energetiche russe sta determinando gravissimi problemi all’Europa più che a Mosca.

A Monaco hanno dunque prevalso i toni propagandistici sulla valutazione attenta e concreta della situazione. Zelensky ha strappato applausi quando ha raccontato dell’impegno ucraino a uccidere non più solo 30 mila russi al mese ma bensì 50mila. Numeri assurdi come 1,2 milioni di morti russi citati da Kallas, quando dovremmo invece tutti preoccuparci delle spaventose perdite ucraine confermate anche dall’ormai fuori controllo fenomeno della diserzione e della renitenza alla chiamata alle armi.

Delle migliaia di droni e centinaia di missili lanciati dai russi, secondo Zelensky il 90 per cento vengono abbattuti: affermazione che stride con le devastazioni subite dalla quasi totalità delle infrastrutture energetiche, aree industriali, aeroporti, basi militari e ferrovie in Ucraina.

Ciò nonostante l’ex segretario generale della NATO, oggi ministro delle finanze norvegese, Jens Stoltenberg, ha ribadito che “non c’è dubbio che l’Ucraina debba prevalere”. Per il cancelliere tedesco Friedrich Merz “questa guerra finirà solo quando la Russia sarà almeno economicamente e, potenzialmente, militarmente esausta. Ci stiamo avvicinando a quel momento, ma non ci siamo ancora. La Russia deve arrendersi in questa terribile guerra contro l’Ucraina”. e noi dobbiamo impegnarci al massimo sul piano militare, economico, politico e diplomatico affinché questo accada”, ha affermato Merz.

Merz parla come se le truppe di Kiev fossero alle porte di Mosca invece che in ritirata su tutti i 1.500 chilometri di fronte in Ucraina ma del resto, come sosteneva Federico Fellini, “non si interrompe un’emozione”. Né a Merz né al ministro degli Esteri lettone Baiba Braze, per il quale “la Russia parlerà seriamente di pace in Ucraina e accetterà serie trattative di pace solamente quando sarà militarmente ed economicamente in ginocchio”.

Peccato che, cronache alla mano, la Russia abbia indicato fin dalla fine del 2022 le condizioni per negoziare la pace ma la cessione delle 5 regioni ucraine (di cui 2 già in mani russe e le altre tre per l’80 per cento) , la neutralità dell’Ucraina e l’assenza di truppe NATO sul suo territorio.

Condizioni che sono state finora respinte da Kiev e dalla UE, dove Kallas pretende addirittura che la Russia negozi il dimezzamento delle sue forze armate.

Più pragmatico, ma non è una buona notizia per l’Europa, è stato invece il segretario generale della NATO Mark Rutte, che dopo aver chiamato Trump “paparino” continua a curare gli interessi finanziari statunitensi. A Monaco infatti si è raccomandato con gli europei che non offrano a Kiev aiuti militari bilaterali, cioè armamenti prodotti in Europa ma paghino invece le armi “made in USA”.

“Gli Stati Uniti stanno ancora fornendo una quantità massiccia di armi all’Ucraina, questo è il programma PURL pagato da Canada e alleati europei, che quest’anno costerà 15 miliardi di dollari, 12 miliardi di euro. Per favore usate il PURL, c’è una lista di quello di cui gli ucraini hanno bisogno. Non date aiuti bilaterali fuori da quella lista perché è bello, vi dà foto sui giornali ma noi sappiamo esattamente di cosa hanno bisogno, per favore usate quella lista”.  

Rutte finge di non sapere che le armi europee donate a Kiev finanziano aziende e posti di lavoro in Europa, mentre spendere soldi europei per armi americane serve solo a sostenere l’industria di Trump e affossare la nostra. Giusto sottolinearlo anche per ribadire da che parte del tavolo gioca il massimo vertice politico della NATO e comprendere perché questa alleanza sia morta.

Dopo le raccomandazioni a vantaggio di Washington, Rutte non ha resistito a lanciarsi anche lui nelle previsioni di guerra. Dopo aver affermato che la Russia non è un orso ma bensì una lumaca visto il ritmo con cui avanza, ha aggiunto che “vinceremo ogni battaglia con la Russia se ci attaccano ora, e dobbiamo assicurarci che tra due, quattro, sei anni la situazione sia ancora la stessa” ha detto sottolineando che la NATO è sufficientemente forte da impedire alla Russia di tentare un attacco. Del resto, aggiunge Rutte, la Russia sta subendo “perdite folli” in Ucraina, con circa 65.000 soldati persi negli ultimi due mesi.

Ma se davvero i russi subiscono perdite folli, avanzano in Ucraina come lumache, hanno l’economia in ginocchio e oggi non vincerebbero neppure una singola battaglia contro la NATO, perché dovremmo riarmarci in modo forsennato, indebitandoci ogni oltre limite e in condizioni economiche ed energetiche così penalizzanti per l’Europa?

A Monaco nessuno lo ha spiegato.

Persino il presidente finlandese, Alexander Stubb, accortosi con un leggero ritardo che l’ingresso nella NATO gli impone di difendere 1.340 chilometri di confini con la Russia con un esercito di appena 17mila militari, a Monaco ha ammesso che “al momento non c’è’ una minaccia diretta dalla Russia” pur prevedendo però che “quando la guerra in Ucraina sarà terminata, la minaccia non sarà finita perché la vocazione della Russia è nell’imperialismo e nell’espansione”.

Perché tale “vocazione russa a imperialismo ed espansione” non si sia mai espressa in 80 anno di neutralità della Finlandia e debba invece manifestarsi ora che Helsinki è membro della NATO il presidente Stubb non lo ha spiegato.

Foto: MCS e Marco Rubio/X

 

Gianandrea GaianiVedi tutti gli articoli

Giornalista bolognese, laureato in Storia Contemporanea, dal 1988 si occupa di analisi storico-strategiche, studio dei conflitti e reportage dai teatri di guerra. Dal 1991 al 2014 ha seguito sul campo i conflitti nei Balcani, Somalia, Iraq, Afghanistan, Sahara Occidentale, Mozambico e Sahel. Dal febbraio 2000 dirige Analisi Difesa. Ha collaborato o collabora con quotidiani e settimanali, università e istituti di formazione militari ed è opinionista per reti TV e radiofoniche. Ha scritto diversi libri tra cui "Iraq Afghanistan, guerre di pace italiane", “Immigrazione, la grande farsa umanitaria” e "L'ultima guerra contro l’Europa". Presso il Ministero dell’Interno ha ricoperto dal 2018 l’incarico di Consigliere per le politiche di sicurezza di due ministri e un sottosegretario.

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