Iran: guerra, propaganda e fratture interne

Pubblichiamo il secondo di due articoli di Luca Gabella dedicati alla propaganda e alla percezione della guerra che oppone USA e Israele all’Iran. Il primo articolo è stato pubblicato ieri.
La “Guerra dei Dodici Giorni” del giugno 2025 e l’Operazione Epic Fury del febbraio 2026 hanno rivelato la complessità dell’Iran. Il nazionalismo difensivo emerge forte nei sondaggi del CISSM. Ma nasconde fratture che i numeri non catturano appieno. La propaganda decennale del regime ha plasmato il sentiment interno in profondità. Tuttavia, la società iraniana urbana possiede strumenti critici che resistono all’indottrinamento. Tra diaspora entusiasta e residenti silenziosi, tra metropoli e campagna, si aprono abissi di percezione. Questo articolo esplora queste fratture attraverso la teoria dei cleavage di Stein Rokkan, applicata alla realtà iraniana del 2026.
Nazionalismo difensivo e propaganda
Dopo ogni attacco militare esterno, l’Iran produce un effetto classico. Si chiama “rally around the flag”. Il conflitto di giugno 2025 non ha fatto eccezione. Secondo il sondaggio del CISSM dell’Università del Maryland, condotto nell’ottobre 2025, nove iraniani su dieci non hanno percepito quella guerra come una sconfitta. Quattro su cinque hanno approvato la risposta militare del governo. Questi numeri sembrano indicare un supporto massiccio. Ma questa lettura è superficiale e rischia di essere fuorviante.

La propaganda iraniana opera da decenni su più livelli simultaneamente. L’IRGC controlla i canali Telegram ufficiali e amplifica vittorie spesso false o esagerate. Le televisioni statali proiettano un’immagine continua di resistenza e orgoglio nazionale. Il sistema educativo insegna, sin dall’infanzia, la narrativa della cospirazione occidentale contro l’Islam. Questo investimento ideologico ha prodotto risultati concreti. Quattro iraniani su cinque credono che siano stati gli USA a iniziare la guerra. Oltre l’80% è convinto che Israele abbia attaccato per provocare un cambio di regime. Tre quarti degli iraniani ritengono che Washington abbia usato i negoziati come copertura per guadagnare tempo militare.
Tuttavia, il nazionalismo difensivo non equivale a supporto per il regime. La professoressa Paola Rivetti della Dublin City University distingue chiaramente questi due piani. La grande maggioranza della popolazione è contraria a un intervento militare esterno prolungato. Preferisce soluzioni diplomatiche che migliorino le condizioni economiche. Per il 60% degli iraniani il problema principale è la corruzione interna e la cattiva gestione. Non le sanzioni. Non la guerra. Questa distinzione è cruciale per comprendere il vero sentiment della popolazione. Il rally attorno alla bandiera è un riflesso condizionato. Non è un atto di fede nel regime.

La questione nucleare aggiunge un ulteriore strato di complessità. Per la prima volta, una sottile maggioranza di iraniani ha dichiarato di volere anche la bomba atomica. Quattro su cinque vogliono ricostruire il programma nucleare dopo i bombardamenti americani. Sette su dieci ritengono che l’Iran debba armarsi molto meglio. Questi dati non riflettono un entusiasmo bellico. Riflettono una risposta razionale alla minaccia esistenziale. La deterrenza nucleare è percepita come l’unica garanzia reale di sopravvivenza nazionale. Non è ideologia. È il calcolo strategico di una popolazione che ha imparato la lezione libica e irachena.
Diaspora contro residenti
La diaspora iraniana nel mondo guarda alla guerra con occhi profondamente diversi. Dalle strade di Los Angeles, Londra, Parigi e Toronto, milioni di iraniani in esilio vedono nei conflitti militari un’opportunità. Un’opportunità per abbattere la Repubblica Islamica e tornare in una patria libera. Il principe in esilio Reza Pahlavi utilizza sistematicamente i social media per mobilitare questo fronte. I contenuti della diaspora su Instagram, X e TikTok dominano il dibattito internazionale in lingua persiana. Chiedono la fine del regime, il cambiamento politico, la solidarietà con le vittime civili. Questa narrativa è potente, visibile, amplificata dai media occidentali.

Ma questa narrativa entusiasta non trova piena corrispondenza all’interno del paese. Il blackout quasi totale di Internet, imposto dalle autorità dopo l’Operazione Epic Fury del 28 febbraio 2026, ha silenziato le voci interne. La Guardia Rivoluzionaria aveva già avvertito con chiarezza. Qualsiasi “scambio di informazioni” interpretato come supporto a Israele sarebbe punito severamente. Nei casi estremi, con la pena capitale. Questo crea un effetto devastante di autocensura digitale. Misurare il sentiment reale dall’interno dell’Iran diventa quasi impossibile. Chi parla? Chi tace per paura? Distinguere le due categorie è la sfida metodologica principale degli studiosi.
Le reazioni documentate da NPR e Iran International dopo gli attacchi del 28 febbraio rivelano una polarizzazione tripolare. Una parte della popolazione, soprattutto urbana e istruita, ha provato sollievo e speranza di cambiamento. Un’altra parte ha reagito con paura e shock: le bombe cadevano sulle città e i bambini venivano rimandati a casa dalle scuole. Una terza parte ha espresso rabbia nazionalista pura, amplificata dalla narrazione ufficiale. La diaspora tende a enfatizzare solo la prima reazione. Ma questa è spesso la minoranza più rumorosa. Non quella prevalente nel paese reale.

Solo una minoranza dei residenti vede la guerra come vera opportunità di cambio di regime. La disperazione economica spinge alcuni a sperare in un salvatore esterno. Ma la paura del caos supera spesso la speranza del cambiamento. L’esempio dell’Iraq post-2003 è vivo nella memoria collettiva. La Libia post-Gheddafi è un monito ancora più recente. Nessuno vuole diventare Tripoli. Questo spiega perché nazionalismo difensivo e rifiuto del regime coesistano nella stessa mente senza contraddizione. Non è incoerenza. È la tragica razionalità di chi è intrappolato tra un regime oppressivo e una guerra devastante.
La teoria di Rokkan: tre cleavage nell’Iran contemporaneo
Stein Rokkan è il grande teorico delle fratture politiche nelle democrazie occidentali. La sua teoria dei cleavage, elaborata negli anni Sessanta e Settanta, sembra a prima vista lontana dall’Iran teocratico. Eppure si applica con sorprendente pertinenza alla società iraniana contemporanea. Rokkan teorizzava che le fratture politiche profonde nascono dall’interazione tra centro statale e periferie etniche, religiose ed economiche. In Iran questa dinamica è strutturale e acutissima. Il centro persiano-sciita di Teheran esercita un controllo culturale, politico ed economico su periferie radicalmente diverse. Questa tensione precede la Repubblica Islamica e le sopravviverà.

Il primo cleavage è economico. Le grandi città di Teheran, Isfahan e Shiraz vivono con un’inflazione a due cifre devastante. Nelle periferie rurali più povere, dove il pane è il bene di riferimento primario, l’inflazione alimentare ha superato il 113%. Sette iraniani su dieci giudicano la situazione economica “cattiva”.
Ma questa percentuale media nasconde disparità geografiche enormi. Le proteste scoppiate tra dicembre 2025 e gennaio 2026 hanno seguito esattamente questa linea di frattura. Partite dal bazar di Teheran, si sono estese rapidamente alle zone più arretrate e povere: Yasuj, Marvdasht, Saman, Sangsar, Kushk.
L’analista Saeed Laylaz definisce esplicitamente questo movimento come “la rivolta della periferia contro il centro”.
Il secondo cleavage è etnico-religioso. I Persiani rappresentano circa il 60% della popolazione iraniana. Le minoranze periferiche mostrano atteggiamenti profondamente diversi verso il conflitto. I Curdi di Sanandaj, durante le proteste di gennaio 2026, hanno optato per uno sciopero regionale totale. Una scelta consapevole per minimizzare il rischio di massacri.
Ci sono testimonianze di milizie irachene filo-iraniane portate dall’IRGC per reprimere le proteste curde nelle province occidentali. La tabella seguente sintetizza il posizionamento delle principali minoranze etnico-religiose rispetto al conflitto attuale.
| Minoranza | Localizzazione | Posizione verso la guerra |
| Curdi (~10%) | Ovest, confine Iraq/Turchia | Contro il regime; alcuni gruppi cercano autonomia con supporto esterno |
| Beluci (~2%) | Sud-est, conf. Pakistan/Afgh. | Marginalizzazione religiosa (sunniti in stato sciita); ostilità strutturale |
| Arabi del Khuzestan | Sud-ovest, conf. Iraq | Focalizzati su stabilizzazione locale; distanza dal nazionalismo persiano |
| Azeri (~15%) | Nord-ovest | Cauti; integrati nel sistema politico e militare iraniano |
| Persiani urbani (~60%) | Teheran, Isfahan, Shiraz | Divisi: nazionalismo difensivo vs speranza di cambio di regime |
Il terzo cleavage è coercitivo, e in questo l’Iran diverge dal modello rokkaniano classico delle democrazie competitive. L’IRGC e le Basij sono strumenti del centro persiano-sciita per controllare le periferie. Non sono eserciti di difesa nazionale nel senso tradizionale. Sono strumenti di controllo interno. Durante le proteste di gennaio 2026, le atrocità più gravi sono state documentate nelle province curde e beluci: arresti di massa, sparatorie indiscriminate, processi sommari senza avvocati. Il regime usa il pretesto bellico per giustificare la repressione interna. La guerra esterna diventa così strumento di controllo interno. Le periferie etniche lo sanno. E reagiscono con un dissenso più profondo di quanto i sondaggi nazionali riescano a catturare.
Città e campagna: coscienza critica urbana e periferia silenziosa
La frattura più immediata e visibile è quella tra città e campagna. Le élite urbane iraniane sono cosmopolite, istruite, connesse al mondo attraverso VPN e canali clandestini. Hanno sviluppato un livello critico che la propaganda non riesce a sopire completamente. Teheran è una metropoli di quasi dieci milioni di abitanti, con università di eccellenza, musei, teatri, caffetterie e una vivace vita culturale. Isfahan, Mashhad e Shiraz hanno tradizioni culturali millenarie. Questa urbanità produce individui capaci di riconoscere la disinformazione. Capaci di sviluppare posizioni politiche complesse e sfumate. La propaganda trova qui il suo limite più evidente.

I dati GAMAAN di Ammar Maleki dell’Università di Tilburg mostrano che il 70-80% degli iraniani non voterebbe per la Repubblica Islamica.
Questo dato è sorprendentemente uniforme tra province, aree rurali e urbane, classi d’età e generi. Il rifiuto del regime è dunque trasversale. Ma le forme di risposta divergono profondamente tra i diversi contesti.
Le élite urbane e la diaspora vedono la guerra come possibile occasione per il cambio di regime. Le periferie rurali sono concentrate sulla sopravvivenza economica quotidiana. Non è passività. È una diversa valutazione dei rischi concreti, fondata sull’esperienza vissuta e non su proiezioni ideologiche.
Le università sono in rivolta. Gli scioperi continuano nelle grandi città. La professoressa Rivetti segnala che all’interno dell’élite politica cominciano a emergere crepe su come gestire le domande della società civile. Il regime ha ancora una solida presa attraverso l’IRGC.
Ma la sua legittimità popolare è ai minimi storici. Circa la metà della popolazione dichiara di non avere fiducia nelle istituzioni della Repubblica Islamica. Il presidente Pezeshkian gode di un’approvazione di circa due terzi. Ma questa approvazione è personale, non istituzionale. È la fiducia verso un individuo percepito come moderato. Non è sostegno al sistema in quanto tale.
Lo studio del sentiment su Twitter durante la Guerra dei Dodici Giorni conferma questa polarizzazione. Il 44% dei tweet era negativo, il 46% neutro e solo il 10% positivo. Le regioni con una storia di tensioni sociali più marcate hanno mostrato la concentrazione più alta di sentiment negativo. I tweet positivi venivano condivisi 2,3 volte più frequentemente degli altri grazie alla macchina propagandistica. Ma la distribuzione di base del sentiment reale rimane profondamente critica. La città pensa. La periferia soffre. Entrambe resistono, ma con strumenti, tempi e modalità diversi.
Un nazionalismo difensivo fragile
Il sentiment iraniano verso la guerra è una costruzione complessa e stratificata. Il nazionalismo difensivo che emerge dai sondaggi riflette prevalentemente la voce delle élite urbane. Le periferie, che costituiscono circa il 40% della popolazione totale, mostrano un profilo di dissenso e fragilità molto più articolato. La propaganda decennale ha lasciato il segno. Ma non è riuscita a produrre un consenso monolitico. L’Iran è un paese che sostiene la difesa della propria terra. E che allo stesso tempo odia il regime che la governa. Queste due verità coesistono senza contraddirsi.

La teoria di Rokkan ci insegna che le fratture profonde non si cancellano con la retorica nazionale. Centro e periferia, città e campagna, maggioranza etnica e minoranze, apparati coercitivi e cittadini disarmati: queste fratture precedono la Repubblica Islamica e la sopravvivranno. La diaspora proietta dall’estero speranze di libertà che non sempre corrispondono alle priorità di chi vive le bombe, il blackout internet e l’inflazione al 113%. Capire questa distanza è fondamentale. Non solo per leggere l’Iran. Ma per non costruire politiche sbagliate su percezioni distorte.
La vera domanda non è se il regime sopravviverà alla guerra. È se riuscirà a sopravvivere alla pace. Le fratture interne accumulate — economiche, etniche, generazionali, culturali — emergono con ogni crisi. Vengono temporaneamente coperte dall’effetto rally. Ma tornano più profonde di prima. La società iraniana urbana ha già varcato una soglia critica di consapevolezza. La periferia la sta raggiungendo, trainata dalla crisi economica devastante. Il momento in cui queste due forze si incontreranno pienamente sarà il momento decisivo della storia iraniana contemporanea. Non la guerra. La pace che verrà dopo.
Foto IRNA
Fonti principali: CISSM University of Maryland (ottobre 2025); Rivetti, Dublin City University; Laylaz (Terrasanta.net, gennaio 2026); GAMAAN/Maleki, Università di Tilburg; Iran International; NPR; Università di Torbat Jam (agosto 2025).
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Consulente specializzato nell'analisi e nell'esecuzione di operazioni internazionali a favore delle aziende europee. Laureato in Scienze Politiche Internazionali presso l'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano e con un Master of Science (MSc.) in Middle East Politics presso la School of Oriental and African Studies (SOAS) di Londra. Con quasi venti anni di esperienza di lavoro negli Stati Uniti, Svizzera, Regno Unito, Iraq ed Emirati Arabi Uniti, ha uno spiccato interesse per le dinamiche politiche, economiche e di sicurezza nell'area del Mediterraneo allargato. Sito internet: https://www.mandati-internazionali.eu/.








