Reuters: le Marine occidentali non riuscirebbero a garantire la libera navigazione a Hormuz

 

 

Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump avrebbe detto ai suoi collaboratori di voler evitare un conflitto prolungato con l’Iran e di puntare a una conclusione della guerra entro poche settimane. Secondo fonti vicine alla Casa Bianca citate dal quotidiano “Wall Street Journal”, l’obiettivo resta una durata complessiva di quattro-sei settimane, anche in vista di un possibile vertice con il presidente cinese Xi Jinping, rinviato per ora al prossimo maggio.

Nonostante segnali di apertura diplomatica, i negoziati tra Usa e Iran sarebbero ancora nelle fasi preliminari e Teheran non ha accettato colloqui diretti con Washington. Inoltre il conflitto contro l’Iran pesa anche sul piano politico interno statunitense, in vista delle elezioni di medio termine.

Secondo quanto rivelato dalla televisione israeliana Channel 12, gli Stati Uniti avrebbero proposto all’Iran un piano in 15 punti per concludere il conflitto. Durante i colloqui, gli Stati Uniti continueranno i loro attacchi contro l’Iran ma senza colpire i siti energetici di Teheran.

Lo ha riferito il portale Semafor, citando un funzionario statunitense, che durante quelli che il presidente Donald Trump ha definito dei “colloqui produttivi” con funzionari iraniani non identificati. “La sospensione degli attacchi per cinque giorni riguarda solo i loro siti energetici“, ha detto un funzionario statunitense, aggiungendo che “non riguarda i siti militari, la marina, i missili balistici e la base industriale della difesa. Le iniziative iniziali dell’Operazione ‘Epic Fury’ proseguiranno”.

L’Iran ha negato di aver intrapreso negoziati con gli Stati Uniti ma tra i punti in esame citati da Channel 12 vi sarebbero:

  • lo smantellamento delle capacità nucleari esistenti che sono già state accumulate
  • l’impegno da parte dell’Iran a non perseguire mai lo sviluppo di armi nucleari
  • il trasferimento dell’uranio arricchito fuori dal territorio con la consegna all’’Agenzia dell’ONU per l’energia atomica (AIEA) che avrà pieno accesso all’Iran per le ispezioni
  • lo smantellamento dei siti nucleari di Natanz, Isfahan e Fordow,
  • la cessazione degli aiuti militari dell’Iran alle milizie scite irachene, Houthi, Hamas e Hezbollah (secondo le forze armate israeliane la milizia libanese ha perduto in questa guerra 700 combattenti e ha lanciato contro Israele 3.500 razzi, missili e droni)
  • la riapertura dello Stretto di Hormuz che sarà una zona marittima libera
  • la limitazione dell’arsenale missilistico balistico iraniano in termini di numero di armi e raggio d’azione
  • Teheran incasserebbe in cambio la rimozione di tutte le sanzioni e l’aiuto a promuovere e sviluppare il progetto nucleare civile a Bushehr per la produzione di elettricità.

Tra le ipotesi discusse figura anche l’accesso statunitense a parte del petrolio iraniano nell’ambito di un eventuale accordo., sulla falsariga degli accordi tra Washington e il Venezuela dopo le incursioni statunitensi e il rapimento del presidente Nicolas Maduro.

Negoziati?

L’Iran “non intende negoziare” con gli Stati Uniti. Il ministro degli Esteri di Teheran, Abbas Araghchi, smentisce con forza ancora maggiore Washington, da cui giungono segnali ambigui ma concilianti. Poco prima la portavoce della Casa Bianca, Karolin Leavitt, aveva assicurato che i contatti con la Repubblica Islamica per porre fine alle ostilità “continuano” e “sono produttivi”.

Dall’intervento di Leavitt sembra emergere la volontà del presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, di chiudere il prima possibile un conflitto che l’opinione pubblica americana non capisce e non condivide.

Se da una parte Leavitt promette che Trump “scatenerà l’inferno” se non coglierà “l’opportunità di cooperare” offerta a quelli che definisce “i resti del regime“, si parla di un’operazione “molto vicina a raggiungere i suoi obiettivi” che era stata concepita per durare “dalle quattro alle sei settimane” ed è addirittura “in anticipo di venti giorni sulla tabella di marcia”.

Con l’avvicinarsi all’area di operazioni di due unità da assalto anfibio con 4.400 marines e di almeno 3.000 paracadutisti della 82° Divisione, l’Iran sembra aver predisposto il rafforzamento delle difese dell’isola di Kharg per respingere una possibile operazione di assalto anfibio e dal cielo.

Lo ha riferito CNN citando fonti dell’intelligence americana. Secondo l’emittente, le misure difensive comprendono ulteriori sistemi portatili di difesa aerea e mine antiuomo e anticarro collocate attorno all’isola, anche lungo tratti di costa dove potrebbero sbarcare forze statunitensi. Una fonte ha aggiunto che il Comando Centrale degli Stati Uniti (UCENTCOM), mantiene una sorveglianza quasi costante sull’isola, consentendo ai militari di rilevare cambiamenti del terreno e possibili segnali della presenza di trappole. Kharg è il terminal principale per l’imbarco sulle petroliere del greggio iraniano.

In attesa di segnali che indichino concreti sviluppi nei negoziati in corso tra Stati Uniti e Iran va evidenziato che i colloqui non coinvolgono Israele, che secondo il New York Times punterebbe a intensificare i raids sull’Iran nelle prossime ore colpendo il maggior numero possibile di obiettivi chiave nel timore che la guerra possa fermarsi presto.

Secondo le fonti il premier Benjamin Netanyahu ha ordinato ieri di compiere ogni sforzo nelle prossime 48 ore per distruggere il più possibile dell’industria bellica iraniana. Israele teme che possa essere raggiunto un accordo fra gli Stati Uniti e l’Iran prima del raggiungimento degli obiettivi previsti nelle operazioni belliche.

Del resto gli sforzi di Washington per coinvolgere nel conflitto le monarchie arabe del Golfo Persico e gli alleati europei sembrano concentrarsi ora su obiettivi diversi dal crollo del governo iraniano e dalla distruzione delle sue capacità nucleari e missilistiche.

 

Riaprire Hormuz

Lo scopo sembra essere oggi mantenere aperto lo Stretto di Hormuz assicurando la libertà di navigazione nelle sue acque, oggi attraversate solo da poche petroliere e mercantili grazie a intese dirette con l’Iran che avrebbe iniziato a chiedere diritti di passaggio per 2 milioni di dollari a nave.

Nella settimana terminata il 23 marzo, il traffico marittimo attraverso lo Stretto di Hormuz è crollato del 95% rispetto a prima del conflitto, secondo Clarksons Research che ha rilevato solo 4 transiti al giorno rispetto ai 125 in media prima del conflitto e un totale di 10 petroliere per circa 12 milioni di barili di petrolio rispetto alle circa 250 petroliere in condizioni normali (con 300 milioni di barili).

Secondo gli analisti di Clarksons, circa 1.100 navi – tra cui 300 petroliere – si trovano attualmente all’interno del Golfo Persico, escluse le navi mercantili locali. Il blocco quasi totale dei transiti nello stretto ha avuto ripercussioni anche sui costi di trasporto: quelli dagli Stati Uniti all’Asia sono raddoppiati, attestandosi intorno ai 10 dollari per barile, rispetto ai circa 5 dollari per barile all’inizio dell’anno.

Circa il cambio delle priorità belliche, il ministro della Difesa pakistano, Khawaja Muhammad Asif, ha ironizzato su X sulle contraddizioni degli Stati Uniti: “L’obiettivo della guerra sembra essere passato ora all’apertura dello Stretto di Hormuz, che era aperto prima della guerra”, ha scritto Asif.

Gli europei finora hanno offerto una componente navale per pattugliare lo Stretto ma solo una volta che il conflitto si sarà concluso, quindi quando probabilmente non ci sarà più bisogno di forze militari in quelle acque.

Va però rilevato che si sta intensificando il coinvolgimento britannico nelle operazioni militari che il governo di Keir Starmer insiste a definire “difensive” a protezione degli alleati del Golfo coinvolti dalla risposta dell’Iran agli attacchi di Israele e Usa. Ieri Londra ha reso noto che  la RAF ha abbattuto la notte precedente 14 doni iraniani lanciati nuovamente contro la base occidentale di Erbil, nel Kurdistan iracheno, il numero più elevato in 4 settimane.

Secondo il ministero della Difesa britannico l’abbattimento dei droni indirizzati verso Erbil ha visto impegnato in particolare il sistema di difesa aerea a corto raggio Rapid Sentry con missili Martlet.

Downing Street ha confermato quanto riferito in Parlamento dal ministro John Healey su un bilancio totale di 900 ore circa di volo assicurate dalle forze di difesa aerea britannica dall’inizio della guerra a tutela “dei partner” arabi mediorientali, oltre che delle basi britanniche a Akrotiri.

Sauditi, emiratini e qatarini non sembrano volersi far coinvolgere in un conflitto che finora ha determinato solo distruzioni e danno economici ingentissimi ai regni che ospitano basi militari statunitensi e hanno subito gli attacchi dei droni e dei missili iraniani.

Ieri la Turchia, tra le nazioni indicate con Pakistan e Oman tra i possibili negoziatori di un accordo tra USA e Iran, ha scoraggiato Arabia Saudita e gli altri regni del Golfo dall’entrare in guerra contro Teheran.

Il presidente Recep Tayyip Erdogan ha ammonito sul rischio posto da un’ulteriore escalation: “Non vogliamo che la guerra si trasformi in una guerra di logoramento tra i Paesi della regione. Le azioni di rappresaglia, soprattutto contro i Paesi del Golfo, comportano tale rischio”.

 

I limiti delle forze occidentali

Al di là della volontà politica disfidare i pasdaran iraniani schierando navi  militari nelle acque ristrette e insidiose di Hormuz, l’agenzia di stampa Reuters ha intervistato ieri 19 esperti di sicurezza marittima, tutti scettici circa la capacità delle forze navali dell’Occidente di assicurarsi il controllo di Hormuz, dove le sfide da affrontare appaiono insormontabili.

Gli alleati occidentali che cercano di negoziare una soluzione per proteggere lo Stretto di Hormuz per il trasporto di energia si troverebbero di fronte a uno scenario operativo più insidioso di quello dello Stretto di Bab el Mandeb, all’imboccatura meridionale del Mar Rosso, dove lo scorso anno le milizie Houthi hanno messo in scacco le flotte occidentali.

Un’operazione costata miliardi di dollari e conclusasi con un fallimento. La costosa esperienza del Mar Rosso – quattro navi mercantili affondate, oltre un miliardo di dollari in armi antiaeree e antimissile spese per abbattere droni e missili in una rotta marittima che la gran parte degli armatori continua a evitare.

La missione statunitense per proteggere il traffico marittimo nel Mar Rosso dagli Houthi è iniziata nel dicembre 2023, con le nazioni europee che si sono unite con una propria operazione pochi mesi dopo.

Gli alleati hanno abbattuto centinaia di droni e missili, ma gli Houthi hanno comunque affondato quattro navi tra il 2024 e il 2025. Gli armatori ora evitano in gran parte il passaggio, un tempo punto di transito del 12% del commercio mondiale, optando per un viaggio molto più lungo intorno al Corno d’Africa.

Con le navi che avevano quasi esaurito i missili da difesa aerea, gli Stati Uniti chiusero le ostilità con gli Houthi che un accordo che di fatto ha sancito la vittoria delle milizie yemenite e l’incapacità statunitense di distruggerne la minaccia.

Ancora più complessa sarebbe l’operazione nello Stretto di Hormuz, l’arteria marittima utilizzata da circa un quinto delle forniture globali di petrolio e gas naturale liquefatto, con un avversario, l’Iran, ben più temibile degli Houthi.

Le minacce dell’Iran allo Stretto e i suoi attacchi alle infrastrutture energetiche nei vicini Paesi del Golfo hanno fatto impennare i prezzi del greggio, causando la peggiore interruzione delle forniture di petrolio e gas della storia. In assenza della riapertura dello stretto, la carenza di risorse si aggraverà, minacciando un aumento dei prezzi di energia, cibo e numerosi altri prodotti in tutto il mondo, evidenzia Reuters.

“Non c’è alternativa allo Stretto di Hormuz“, ha dichiarato lo sceicco Nawaf Saud Al-Sabah, CEO di Kuwait Petroleum, in un acceso intervento in videoconferenza trasmesso in streaming alla conferenza sull’energia CERAWeek di Houston martedì. “È lo stretto del mondo, secondo il diritto internazionale e la realtà dei fatti”.

Martedì i membri del Consiglio di Sicurezza stavano negoziando risoluzioni per la protezione dello stretto, con alcune nazioni, come il Bahrein, che hanno assunto una posizione ferma che autorizzerebbe l’uso di “tutti i mezzi necessari” per proteggere lo stretto, il che potrebbe significare l’uso della forza.

Reuters ha intervistato 19 esperti di sicurezza e marittimi che hanno descritto la miriade di sfide che gli Stati Uniti e i loro alleati devono affrontare per proteggere lo stretto. L’Iran possiede forze militari di gran lunga più avanzate degli Houthi, un arsenale di droni a basso costo, mine galleggianti e missili, oltre a un facile accesso allo stretto canale dalla sua ripida costa montuosa.

“Difendere le operazioni di convoglio nello Stretto di Hormuz è significativamente più difficile che nel Mar Rosso”, ha affermato il contrammiraglio in pensione Mark Montgomery, che nel 1988 fu coinvolto nelle scorte di petroliere statunitensi attraverso lo Stretto di Hormuz durante la guerra Iran-Iraq.

Questa è una grande preoccupazione per il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, che cerca di giustificare la guerra contro l’Iran in vista delle elezioni di medio termine di novembre, di fronte agli elettori americani stanchi dell’inflazione e ora alle prese con la benzina a quasi 4 dollari al gallone. Secondo gli analisti, l’impennata dei prezzi dell’energia non dovrebbe arrestarsi completamente fino alla riapertura del canale.

Trump si è mostrato evasivo riguardo al coinvolgimento degli Stati Uniti, affermando inizialmente che la Marina statunitense avrebbe scortato le navi quando necessario, per poi dichiarare, più recentemente, che altre nazioni avrebbero dovuto guidare l’operazione.

Di fatto la Marina statunitense ha negato la scorta attraverso Hormuz a molti mercantili che l’hanno richiesta ma Donald Trump ha accusato di “codardia” le nazioni europee che non intendono inviare le proprie navi a svolgere la stessa missione per far uscire dal Golfo le oltre mille navi bloccate da quando sono iniziati gli attacchi congiunti tra Stati Uniti e Israele contro l’Iran, il 28 febbraio.

La zona di pericolo intorno allo Stretto di Hormuz è fino a cinque volte più ampia dell’area di attacco degli Houthi intorno allo Stretto di Bab el-Mandeb.  A differenza degli Houthi, il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche iraniane è una forza armata professionale con proprie fabbriche di armi e accesso ai finanziamenti.

Fornire scorte per lo stretto richiederebbe fino a una dozzina di grandi navi da guerra, come cacciatorpediniere, supportate da jet, droni ed elicotteri per far fronte alle limitazioni create dalla mancanza di spazio di manovra.

La copertura aerea risulterebbe fondamentale per proteggere sia dai droni in volo, sia da imbarcazioni con o senza equipaggio cariche di esplosivo, che possono facilmente mimetizzarsi nel traffico marittimo.

“Un cacciatorpediniere può intercettare i missili, ma non può contemporaneamente bonificare le mine, contrastare sciami di droni e imbarcazioni provenienti da più direzioni e gestire le interferenze GPS”, hanno affermato gli analisti di SSY.

Gli analisti ritengono che i combattenti delle Guardie Rivoluzionarie iraniane abbiano depositi di missili e droni nascosti in edifici e grotte lungo le centinaia di chilometri di costa scoscesa e montuosa. In alcune zone, la costa si avvicina così tanto alle navi che i droni potrebbero accerchiare un’imbarcazione in appena cinque o dieci minuti, hanno affermato gli esperti.

“Ci sono missili balistici, droni, mine galleggianti e, anche se si riuscisse a distruggere queste tre minacce, esistono comunque operazioni suicide”, ha dichiarato Adel Bakawan, direttore dell’Istituto europeo per gli studi sul Medio Oriente e il Nord Africa.

Le mine marine e i mini-sottomarini pesantemente armati rappresentano una minaccia che gli Stati Uniti non hanno incontrato nel Mar Rosso, ha affermato Tom Sharpe, comandante in pensione della Royal Navy. Ha aggiunto che la posta in gioco per contrastare queste minacce è enorme.

“Se (gli americani) perdessero un cacciatorpediniere in questa situazione… cambierebbe completamente il quadro generale. Si tratterebbe di 300 persone”, ha detto Sharpe, riferendosi alle potenziali perdite di marinai statunitensi. Non ci sono prove certe che l’Iran abbia minato lo stretto, ha dichiarato all’inizio di questo mese il Segretario alla Difesa statunitense Pete Hegseth, dopo le notizie secondo cui l’Iran avrebbe dispiegato una dozzina di mine nel canale.

Una combinazione di sminamento, scorte militari e pattugliamenti aerei dovrebbe alla fine consentire la ripresa del traffico nello stretto, ha affermato Bryan Clark, esperto di guerra autonoma presso l’Hudson Institute. “Potrebbe essere necessario continuare per mesi prima di riuscire a neutralizzare definitivamente la minaccia del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche (IRGC)”, ha aggiunto Clark.

A ribadire la minaccia iraniana sul mare, anche a distanza ragguardevole dalle proprie coste,  ieri il comandante della Marina iraniana, il contrammiraglio Shahram Irani, ha affermato che la portaerei USS Abraham Lincoln (che secondo alcune fonti sarebbe attualmente in navigazione a oltre mille chilometri dall’Iran) sarà presa di mira se entrerà nel raggio dei sistemi missilistici iraniani. “Non appena la portaerei entrerà nel raggio dei sistemi missilistici, sarà colpita da attacchi schiaccianti”, ha affermato l’ammiraglio.

L’Iran dispone di diversi tipi di missili antinave, per lo più di origine cinese.

Dai balistici Khaliji Fars e Zolfaqher con raggio d’azione di 300 e 700 chilometri, ai missili da crociera della famiglia Noor e Qadr (derivati dai C-802 cinesi), CM-302 (versione da esportazione dei missili YJ-12) in grado di volare a pochi metri dal mare a 3.500 chilometri orari e con un raggio d’azione di circa 300 chilometri ai Abu Mahdi, accreditati di mille chilometri di raggio d’azione.

Foto:  US Navy US Navy/The War Zone 2023, Tasnim, Casa Bianca e Royal Navy

Vignetta di Alberto Scafella

 

 

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