Negoziare con i Pasdaran: considerazioni di Cultural Intelligence

 

 

di Elena Leoni e Federico Prizzi (ItaliensPR)

Lo scopo di questo articolo è quello di fornire alcuni spunti iniziali di riflessione tratti dal Cultural Intelligence a supporto di una ipotetica negoziazione, fatta da operatori sul campo, con Key Leaders del Corpo delle Guardie della rivoluzione islamica, meglio noti al grande pubblico come Pasdaran.

Per un approfondimento sul Cultural Intelligence si rimanda il lettore a F. Prizzi, (2021), Cultural Intelligence ed etnografia di guerra, Il ruolo dell’antropologia nello studio dell’Information Warfare di Al Shabaab, Pavia, Edizioni Altravista.

L’assumption di partenza è che anche nelle fasi iniziali di un conflitto, ovvero quando le parti in campo tendono a radicalizzarsi sulle proprie posizioni poiché prese dall’escalation degli effetti cinetici e non di una guerra, vi sia comunque la necessità di mantenere aperto il dialogo con la controparte.

Un dialogo con il nemico che se non diretto, passa almeno attraverso degli intermediari che sono considerati credibili da entrambe le parti. In particolare, si vuole qui evidenziare alcuni aspetti culturali che delineano il modus agendi et pensandi dei Guardiani della Rivoluzione.

Una dimensione culturale che, strettamente connessa al Ta’arof, non può essere ignorata da chiunque sia attualmente coinvolto in trattative ufficiali, e non, con figure chiave dell’establishment iraniano.

Ciò è soprattutto vero se la controparte è un rappresentante dei Pasdaran, ovvero di quel nocciolo duro iraniano che attualmente incarna al meglio la mentalità da “assedio safavide”.

Non saranno invece oggetto di approfondimento in questo articolo tutte le fasi che caratterizzano la pianificazione di una negoziazione operativa quali: l’analisi degli obiettivi che si intendono raggiungere con l’engagement, la raccolta informativa sulla controparte, lo studio dell’ambiente dove si svolgerà il negoziato da un punto di vista geografico e culturale, nonché dal punto di vista delle procedure di sicurezza da adottare. Così come, l’individuazione delle possibili strategie negoziali e le tecniche per contrastare le strategie avversarie.

(Per un approfondimento sulla pianificazione di una negoziazione si veda F. Prizzi, (2022), Il Cultural Intelligence e la Negoziazione Operativa nelle Aree di Crisi, Sicurezza Terrorismo Società, Milano, EDUCatt)

 

L’“archeologia del potere” iraniana vista dal Cultural Intelligence

Per lo sviluppo di un’attività di negoziazione operativa è necessario prima di tutto scavare tra i sedimenti culturali che definiscono l’“archeologia del potere” dell’identità politica persiana.

Data la sua cultura stratificata, lo Stato iraniano non è un blocco monolitico. L’Iran è un esempio precoce di Stato-nazione territoriale; la sua formazione è graduale e stratificata con miti, leggende e prove archeologiche. Essendo una delle civiltà più antiche e ininterrotte al mondo, l’Iran possiede una profonda “memoria di civiltà” che persiste indipendentemente da qualsiasi epoca politica specifica.

Il primo e più profondo di questi strati è quello achemenide, che fornisce la base della legittimità storica per l’egemonia sul Golfo Persico.

Al cuore di questa eredità risiede il “Cilindro di Ciro”, un reperto di argilla del 539 a.C. considerato la prima carta dei diritti umani al mondo. Quanto riportato sul cilindro costituisce una sorta di “Costituzione Invisibile”.

Per Teheran, questo oggetto non è solo un simbolo di tolleranza antica, ma il manifesto di un “potere giusto”.

Nell’ambito di questa visione geopolitica, nata con Ciro e consolidata da Dario il Grande, il Golfo Persico non viene visto come un confine o una via di transito internazionale, ma come un bacino interno, un “Lago Persiano”, prolungamento naturale della sovranità di Teheran necessario a proiettare influenza fino all’Oman, all’India e allo Yemen.

Nella situazione attuale, la rivendicazione iraniana sugli stretti strategici non deve quindi essere letta come espansionismo, ma come la restaurazione di questo spazio vitale millenario.

Va precisato, tuttavia, che se il regime invoca il “Cilindro di Ciro” per legittimare il suo ruolo di guida regionale, le nuove generazioni lo brandiscono come simbolo di un passato pluralista e laico per delegittimare l’oppressione clericale (la cosiddetta “Sindrome di Ciro”), contrapponendo la tolleranza del 500 a.C. alla rigidità teocratica attuale.

Sopra queste fondamenta poggia la consapevolezza iraniana di una capacità di resilienza bellica ereditata dai Parti e dai Sasanidi. Questa capacità si basa sulla “Pazienza Strategica”, che permette di assorbire colpi da parte di un avversario superiore in organizzazione e tecnologia. Questa eredità si traduce poi operativamente nella “Difesa a Scacchiera” o “Difesa a Mosaico”, che suddivide il territorio in cellule autonome e decentralizzate.

Tale struttura rende la nazione “indigeribile” a qualsiasi invasore: la caduta dei centri urbani o la decapitazione dei vertici nella capitale non interrompe la resistenza, poiché ogni cellula è progettata per combattere in modo indipendente, riflettendo una mentalità derivata dall’ambiente montano iraniano che sfida la logica della vittoria convenzionale.

Pertanto, alla finta ritirata diplomatica associata alla “Pazienza Strategica” e alla “Difesa a Scacchiera” può seguire il momento del “Colpo Partico”, che consiste in un contrattacco improvviso, spesso di tipo asimmetrico.

Parallelamente, la dottrina strategica sasanide rivive nella “Difesa Avanzata”, dove la sicurezza del cuore dell’Iran, l’Iranshaar (l’antico concetto sasanide di “Terra degli Iraniani” intesa non solo come territorio, ma come spazio politico e spirituale unitario che deve restare puro e indipendente dalle influenze esterne), è garantita dalla creazione di una zona cuscinetto di instabilità controllata nelle periferie regionali.

L’attuale uso dei proxy (Hezbollah in Libano, milizie sciite in Iraq e Houthi in Yemen) non è un’invenzione moderna, ma appunto il discendente diretto della gestione degli stati clienti di epoca Sasanide. È la “Buffer Hegemony”: ove la sicurezza del cuore dell’Iran è garantita dall’instabilità controllata delle sue periferie.

Un successivo strato culturale risiede nell’auto-percezione dell’Iran come minoranza eletta in un sistema internazionale ostile. Ogni pressione esterna viene infatti letta attraverso la lente del Martirio di Hussein a Kerbala: la sconfitta militare si converte in vittoria morale. Durante il periodo della Restaurazione Safavide (1501–1736), caratterizzato dall’istituzione dello Sciismo come religione di stato, l’Iran si definì come il “Bastione Sacro” o “Cittadella Sciita” assediata da potenze sunnite (Ottomani) e occidentali.

In questo contesto, al fine di creare un velo diplomatico difensivo venne sviluppato il Ta’arof (dall’arabo arafa, “conoscere/riconoscere”), che rappresenta tutt’oggi l’ossatura del sistema sociale e comunicativo persiano. In pratica, il Ta’arof è un’arma diplomatica di resistenza che consiste in un sistema di “ambiguità cerimoniale” per mascherare le vulnerabilità.

Coerentemente con l’archetipo del “Bastione Sacro” safavide, il suo utilizzo non persegue il mero vantaggio economico, bensì l’autonomia strategica e la salvaguardia della “Cittadella”, specialmente nelle delicate fasi di successione politica. Il Ta’arof non rappresenta solamente una forma di cortesia, ma un complesso sistema semiotico di “reciprocità ritualizzata” che governa le gerarchie di potere che opera attraverso una dinamica di auto-umiliazione dell’emittente ed esaltazione del ricevente.

Questo paradosso comunicativo serve a negoziare il proprio status in un contesto dove il conflitto diretto è considerato socialmente distruttivo, permettendo al contempo di proteggere il proprio onore (Aberoo) e la propria interiorità (Bātin) dietro una facciata pubblica impeccabile (Zāher). La diplomazia di Teheran è quindi un’architettura complessa dove il Ta’arof funge da facciata, mentre le fondamenta poggiano su millenni di egemonia culturale e resilienza militare.

L’impiego contemporaneo del Ta’arof si manifesta in tre direttrici strategiche. La prima consiste nel “Negoziato Negato” e nella “Regola del Terzo Invito”: il silenzio non è assenza di dialogo, ma una “manovra di stallo”. Il Ta’arof prevede infatti anche il rifiuto rituale: accettare una proposta al primo o secondo invito è considerato un segno di disperazione.

Al contrario, dimostrare di non avere “fame” dell’accordo consente allo stesso tempo di proteggere l’Aaberoo (Onore) e di alzare la posta, obbligando il contendente a inviare un “terzo invito” ancora più generoso o formale.

Anche la narrazione sarà conseguente: quando l’accordo arriverà, non sarà presentato come una “resa alle sanzioni”, ma come una concessione magnanima dell’Iran per la pace nel “Lago Persiano”.

La seconda direttrice consiste nell’isolamento degli avversari: il Ta’arof viene usato selettivamente, fungendo da cuneo diplomatico per frammentare il fronte regionale. La terza direttrice consiste nella “Falsa Tattica”. Applicato alla dottrina militare iraniana, la disponibilità al dialogo o facciata pubblica di moderazione (Zāher) serve infatti a coprire la sostanza o realtà strategica interna non negoziabile (Bātin), per esempio il riposizionamento degli asset militari per un eventuale contrattacco letale.

Nello Zāher, il portavoce iraniano deve negare i colloqui. Ammetterli subito, specialmente dopo i pesanti attacchi subiti, equivarrebbe a mostrare vulnerabilità e a piegarsi alla volontà dell’oppressore. Il Bātin, invece, è il tavolo negoziale reale che avviene tramite canali mediatori.

Negare pubblicamente la trattativa permette di negoziare in segreto senza perdere l’onore di fronte alla propria fazione più radicale e alla popolazione. Questo spiega perché l’Iran neghi ritualmente i negoziati con i contendenti: non si tratta di una chiusura definitiva, ma di una manovra di stallo volta a proteggere l’onore, attendendo il momento in cui l’accordo potrà essere presentato non come una resa, ma come un atto di benevolenza imperiale.

Il Ta’arof può rappresentare anche una “trappola cognitiva” soprattutto per l’Occidente. I portavoce iraniani sanno che il pragmatismo occidentale interpreta la smentita pubblica come una chiusura totale. Questo crea una “nebbia della cortesia” (o del disprezzo rituale) che confonde l’avversario.

Mentre gli antagonisti occidentali discutono se l’Iran sia diviso o meno, Teheran guadagna tempo prezioso per stabilizzare la politica interna e per riposizionare gli asset della “Difesa a Scacchi”.

L’errore delle potenze occidentali è interpretare la cortesia come debolezza o la negazione formale come chiusura definitiva. Questa strategia di linguaggio diplomatico serve anche a coprire la “Difesa Avanzata”, offrendo stallo e negoziazione mentre i proxy agiscono come sensori e dissuasori asimmetrici. Nella crisi geopolitica attuale, il regime di Teheran ha elevato il Ta’arof ad arma di stato.

Questa complessa architettura diplomatica iraniana, le cui fondamenta poggiano su millenni di egemonia culturale e di resilienza militare, funge, in ultima istanza da facciata, per permettere alla nazione sotto assedio di mantenere intatta la propria dignità mentre negozia la propria sopravvivenza.

Il successo di un eventuale negoziazione operativa dipenderà dalla capacità di decodificare correttamente questi segnali: riconoscere il rango della controparte come “Pari Sovrano”, comprendere che il silenzio è spesso una forma di negoziazione e sapere che, sotto lo strato di fumo del Ta’arof, batte ancora il cuore di un impero che non ha mai smesso di considerarsi il legittimo custode del proprio mare.

Immagini: Telsy, Tasnim e IRNA

 

 

Federico PrizziVedi tutti gli articoli

Antropologo, Polemologo e Storico Militare specializzato nell'applicazione degli studi antropologici alla guerra non convenzionale e alle PSYOPs, è anche Civil-Military Cooperation (CIMIC) Subject Matter Expert. Tra le numerose pubblicazioni è autore di "Cultural Intelligence ed Etnografia di Guerra" (2021), "Al Manar, la Guerra Psicologica di Hezbollah" (2012), "I Manifesti Armati. Analisi delle tecniche di attrazione nella guerra psicologica" (2010). Collabora con Università, Think Tank e Centri Studio in Europa e Africa.

Login

Benvenuto! Accedi al tuo account

Ricordami Hai perso la password?

Lost Password

Attenzione: alcune funzionalità di questa pagina potrebbero essere bloccate a seguito delle tue scelte privacy: