Trump e il ritiro delle forze USA: forse non tutti i mali vengono per nuocere

Donald Trump continua a dare i voti in pagella agli (ex) alleati della NATO minacciando di colpire le nazioni meno ubbidienti ai suoi diktat con punizioni che variano dall’aumento degli immancabili dazi alla promessa di ritirare o ridurre le truppe e le basi militari statunitensi in Europa.
Tra i “cattivi” della NATO che secondo Trump non hanno aiutato gli USA nella guerra in Iran il mirino della Casa Bianca si è posato su Germania, Spagna e Italia.
Non sorprende che, come è sempre accaduto con tutte le amministrazioni statunitensi, il “bersaglio grosso” sia la Germania, locomotiva (n realtà un ben po’ acciaccata) dell’Europa. Al cancelliere Friederich Merz il presidente americano ha riservato un paio di “uno-due” da esperto boxeur per punirlo delle affermazioni sulla guerra all’Iran.
Con una lucidità che non sempre balena dai suoi discorsi, Merz ha affermato quello che è sotto gli occhi di tutti: gli Stati Uniti sono del tutto “privi di strategia per uscire dal conflitto in Iran”, aggiungendo che Teheran “sta umiliando un’intera nazione“, con riferimento agli USA.

Poiché Trump è implacabile nel punire il reato per lui più grave, quello di “lesa maestà”, al malcapitato Merz è stato prima annunciato il ritiro di almeno una parte dei 39 mila militari stanziati in una quarantina di basi sul territorio tedesco, poi impartito il severo consiglio di occuparsi “dell’Ucraina e del suo Paese in rovina” piuttosto che dell’Iran.
Subito dopo al cancelliere è stato notificato il ritiro entro 6/12 mesi di 5 mila militari statunitensi con in aggiunta la minaccia di Trump che seguiranno presto ritiri di altre forze dalla Germania.
Il colpo più forte Trump lo ha infine assestato bloccando il programma varato dall’Amministrazione Biden per schierare nei prossimi anni in Germania missili da crociera statunitensi (forse anche le nuove armi ipersoniche) come deterrente contro la “minaccia russa”.
Merz in un’intervista a ARD ha confermato che il previsto dispiegamento di missili da crociera Tomahawk statunitensi in Germania è stato annullato, almeno per il momento. Ha citato come motivo la riduzione degli arsenali a causa delle guerre in Iran e Ucraina. “Gli americani stessi non ne hanno abbastanza al momento”, ha detto.
Il gesto di Trump verrà certo apprezzato da Vladimir Putin, il cui ruolo oggi potrebbe essere molto rilevante per Washington alla ricerca di un difficile accordo con l’Iran, stretto alleato di Mosca. In quest’ottica potrebbe non essere casuale che il disimpegno americano dalla Germania giunga a pochi giorni dallo stop russo alle forniture di petrolio kazako diretto a Berlino attraverso un oleodotto sul territorio russo.
Nel mirino di Trump anche Spagna e Italia
Probabile che Trump, che aveva strapazzato anche il premier britannico Keir Starmer prima di accogliere Re Carlo a Washington, punti a regolare i conti con i leader europei che offrirono il loro appoggio a Kamala Harris nelle ultime elezioni presidenziali.
Questo vale anche per il premier socialista spagnolo Pedro Sanchez. Alla domanda se prenderebbe in considerazione anche per Roma e Madrid l’ipotesi di una riduzione delle truppe americane, Trump ha risposto: “Probabilmente si. L’Italia non è stata di alcun aiuto. E la Spagna è stata terribile“, ha aggiunto. “È la Nato. Non è nemmeno una questione di quanto siano cattivi. Sarebbe un conto se avessero detto le cose con garbo”, ha spiegato Trump. “Guardate il livello di assistenza che stanno fornendo all’Ucraina. Hanno creato un disastro in Ucraina: un caos totale.
E noi li aiutiamo con l’Ucraina. L’Ucraina non c’entra niente. Siamo separati da un oceano. Riguarda loro. E’ come se fosse la loro porta di casa. Noi li aiutiamo. E Biden ha dato loro 350 miliardi di dollari, il che è stato folle. E’ uno dei motivi per cui la guerra è continuata. Ma quando avevamo bisogno di loro, non c’erano. Dobbiamo ricordarcelo. La cosa incredibile è che hanno utilizzato lo stretto di Hormuz, mentre noi non lo usiamo”, ha evidenziato riferendosi al fatto che lo Stretto del Golfo Persico è più importante per gli europei che per gli americani come fonte di energia.

In Italia si trovano circa 13 mila soldati americani in varie basi di cui Aviano, Vicenza, Sigonella e Camp Darby sono le più importanti. In Spagna gli americani in uniforme sono poco meno di 4 mila, per lo più schierati nella base aerea di Moròn e in quella navale di Rota.
Il governo spagnolo, unico in ambito NATO a rifiutare il diktat americano di spendere il 5% del PI per la Difesa e Sicurezza e tra i pochi a condannare esplicitamente l’attacco israelo-americano all’Iran, non ha commentato le parole di Trump ma ha espresso tranquillità a quanto hanno riferito fonti dell’esecutivo all’agenzia Efe.
“La Spagna è un alleato totalmente affidabile della Nato e abbiamo in questo momento uno spiegamento storico di militari e di aerei che aiutano, ad esempio, alla sicurezza dei cieli dei Paesi Baltici” ha dichiarato ieri il ministro degli Esteri, José Manuel Albares, che ha ribadito che “l’impegno di Madrid è fuori di ogni dubbio. Sinceramente mi dedico a fare e non a commentare commenti”.
Alla domanda se Madrid tema rappresaglie ripetutamente minacciate dall’inquilino della Casa Bianca per la posizione sul conflitto in Iran e l’opposizione a elevare la spesa in difesa dall’attuale 2% al 5% stabilito dagli impegni Nato, il ministro ha replicato: “Sarebbe il mondo al contrario”, poiché “Spagna ha una politica estera coerente e sempre assolutamente concorde con il diritto internazionale. Il suo obiettivo è la protezione degli interessi dei propri cittadini, degli spagnoli e delle spagnole, e allo stesso tempo cercare la pace, la stabilità, la sicurezza internazionale. La nostra posizione sull’Iran è stata chiara, dal primo momento, e non cambierà”, ha ripetuto Albares.
In Italia il capo del governo Giorgia Meloni non ha risposto ma è evidente che dopo aver incassato per oltre un anno gli elogi di Trump ora è finita anche lei mirino della Casa Bianca per aver criticato (lesa maestà!) l’attacco del presidente americano al Papa.
La risposta di Roma è stata affidata al ministro della Difesa, Guido Crosetto: “Non capirei le ragioni di un ritiro dei soldati. Come è evidente a chiunque, non abbiamo usato Hormuz. E ci siamo anche resi disponibili ad una missione per proteggere la navigazione. Cosa che peraltro è stata molto apprezzata dai militari americani”.
Germania (le reazioni tedesche le potete leggeri in questo articolo), Spagna e Italia sembrano quindi minimizzare le parole di Trump cercando di non offrire motivi di ulteriori polemiche.
Preoccupazioni …..
Il primo ministro polacco Donald Tusk (nella foto sotto) ha denunciato la “continua disintegrazione della nostra alleanza. La minaccia più grande per la comunità transatlantica non sono i suoi nemici esterni, ma la continua disintegrazione della nostra alleanza. Dobbiamo tutti fare il necessario per invertire questa tendenza disastrosa”.

Carl Bildt, Copresidente del Consiglio europeo per le relazioni estere ed ex primo ministro svedese, ha fatto notare che se si osserva l’andamento dei ritiri militari statunitensi dall’Europa si nota che riguardano esclusivamente le risorse destinate alle operazioni della NATO, mentre non toccano le vaste reti di basi e strutture fondamentali per le operazioni non NATO al di fuori dell’Europa“.
Se Bildt ha ragione, a Washington non interessa più contribuire alla sicurezza degli “alleati” europei ma mantiene l’unico interesse a controllare le basi in territorio europeo utili o necessarie alla proiezione delle sue forze in tutto il mondo.
Il segnale di un ulteriore deteriorarsi dei rapporti transatlantici appare quindi inequivocabile, soprattutto per la coincidenza tra ritiri annunciati e minacciati di militari dall’Europa e l’incremento al 25% dei dazi su auto e camion provenienti dall’Ue, una misura destinata a colpire soprattutto Berlino, prima potenza manifatturiera d’Europa (la seconda è l’Italia).
Una ulteriore conferma che l’obiettivo che persegue Trump contro il Vecchio Continente è anche economico. Un aspetto non secondario cui aggiungere che non può essere il mancato ruolo di Italia, Germania, Spagna ed altre nazioni europee nel conflitto iraniano a giustificare l’ostilità di Trump.
Questo al massimo può essere un pretesto poiché in quel conflitto nessun alleato europeo avrebbe potuto “fare la differenza” e nelle pericolose acque dello Stretto di Hormuz neppure le navi militari a stelle e strisce si sono avventurate durante le ostilità con Teheran.
…..e opportunità
Meglio forse separarsi che continuare a sorprendersi nel constatare che il “coniuge” è infedele. Del resto il contesto attuale da un lato acutizza la crisi transatlantica fino a renderla forse irreversibile, dall’altro potrebbe offrire agli europei ampi margini per alzare la posta con l’ex alleato americano, ipotizzando o promuovendo il ritiro totale delle forze americane dalle basi in Europa.
Appare chiaro che l’approccio morbido e tollerante nei confronti delle dichiarazioni roboanti di Trump (che ora minaccia anche di conquistare Cuba) non sembra funzionare. Alle nazioni europee prese di mira sarebbe forse più utile rilanciare, esortare cioè Trump ad andare fino in fondo, a togliere quel “probabilmente” e affrettarsi a sgombrare al più presto basi e truppe dal territorio europeo.
Del resto è ormai evidente che Washington non muoverà un dito per difendere l’Europa da eventuali attacchi, mentre l’avventurismo militare di Washington potrebbe rendere le basi americane più un problema che una risorsa di deterrenza, come hanno imparato a loro spese le monarchie arabe del Golfo Persico nella recente guerra contro l’Iran.
A tal proposito meglio ricordare i tanti interrogativi emersi nel marzo scorso anche sui media italiani circa la vulnerabilità della base di Sigonella ai missili balistici iraniani.

Il ritiro degli Stati Uniti ci imporrebbe di occuparci pienamente della nostra difesa in un contesto di piena sovranità, recuperando necessariamente un ruolo, strategico ed energetico, più multilaterale e meno sbilanciato nei confronti della Russia e del conflitto in Ucraina, che a europei e italiani ha cagionato solo rischi militari, disastro economico e instabilità.
Al di là dell’inaccettabile atteggiamento da bullo-pirata di Trump, la minaccia di ritirare le sue truppe dall’Italia costituisce in fondo anche un’occasione per Roma per riguadagnare sovranità nei confronti dell’ex alleato, trasformatosi (nel perseguire in modo spregiudicato i propri interessi sempre più lontani dai nostri) da garante della nostra sicurezza a motore permanente di instabilità e conflittualità nel giardino di casa nostra, dal Mediterraneo al Golfo Persico, dal Sahel al Medio Oriente.
E questo da ben prima che alla Casa Bianca arrivasse Donald Trump, poiché la divaricazione tra gli interessi statunitensi ed i nostri appare ben evidente già con l’Amministrazione Obama, l’attacco alla Libia e il sostegno di Washington alle cosiddette “primavere arabe”.
Nessuna dimensione strategica, né europea né nazionale, sarà mai possibile se non ci liberiamo prima della presenza militare americana e del vassallaggio nei confronti degli Stati Uniti. Se oggi è la Casa Bianca a offrircene l’opportunità, cogliamo almeno l’occasione per aprire un dibattito circa la futura postura strategica e geopolitica dell’Italia invece di continuare a nutrire l’illusione di doverci affidare a un’alleanza che non esiste più.
Foto: Casa Bianca, US EUCOM, US Department of War e Donald Tusk/X
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Gianandrea GaianiVedi tutti gli articoli
Giornalista bolognese, laureato in Storia Contemporanea, dal 1988 si occupa di analisi storico-strategiche, studio dei conflitti e reportage dai teatri di guerra. Dal 1991 al 2014 ha seguito sul campo i conflitti nei Balcani, Somalia, Iraq, Afghanistan, Sahara Occidentale, Mozambico e Sahel. Dal febbraio 2000 dirige Analisi Difesa. Ha collaborato o collabora con quotidiani e settimanali, università e istituti di formazione militari ed è opinionista per reti TV e radiofoniche. Ha scritto diversi libri tra cui "Iraq Afghanistan, guerre di pace italiane", “Immigrazione, la grande farsa umanitaria” e "L'ultima guerra contro l’Europa". Presso il Ministero dell’Interno ha ricoperto dal 2018 l’incarico di Consigliere per le politiche di sicurezza di due ministri e un sottosegretario.








