Trump cancella l’invio di missili da crociera e ritira 5mila soldati dalla Germania

Gli Stati Uniti annunciano il ritiro di 5.000 militari dalla Germania dopo giornate di tensione e botta e risposta tra Donald Trump e Friederich Merz. Berlino cerca di smorzare le polemiche affermando che tale iniziativa era già nell’aria ma il presidente statunitense rilancia subito dopo sostenendo la riduzione delle truppe americane in Germania sarà ben più ampia di 5.000 unità sottolineando che il livello delle forze in Germania scenderà in modo significativo.
Trump del resto all’inizio del suo mandato aveva preannunciato il ritiro di 10.000 soldati dalla Germania e la sua rappresaglia contro gli alleati europei colpevoli di non averlo aiutato nella guerra all’Iran prende di mira soprattutto la Germania dove sono schierati 36.500 militari USA, ma valuta come “probabile” anche il ridimensionamento delle forze schierate in Italia e Spagna, pari rispettivamente a 12.662 e 3.814 soldati americani.
Sean Parnell, portavoce del Pentagono, ha spiegato che nei prossimi 6-12 mesi 5.000 soldati lasceranno la Germania. Il ritiro “fa seguito a un’attenta revisione del dispiegamento delle forze del Dipartimento in Europa ed è dettata dalle esigenze operative e dalle condizioni sul campo”.

Sul piano strategico però il colpo più duro inferto da Trump alla Germania è costituito dallo stop al programma varato dall’Amministrazione Biden per schierare nei prossimi anni in Germania missili da crociera statunitensi (forse anche le nuove armi ipersoniche) come deterrente contro la “minaccia russa”.
Merz in un’intervista a ARD sembra aver confermato che il previsto dispiegamento di missili da crociera a lungo raggio Tomahawk statunitensi in Germania è stato annullato, almeno per il momento. Ha citato come motivo la riduzione degli arsenali a causa delle guerre in Iran e Ucraina. “Gli americani stessi non ne hanno abbastanza al momento”, ha detto.
La rinuncia a schierare queste armi appare come un ulteriore passo distensivo nei confronti di Mosca che aveva protestato con gli Stati Uniti nel 2024 lamentando una ulteriore escalation nel confronto con la NATO.
Berlino ospita il secondo contingente statunitense all’estero più numeroso dopo quello dislocato in Giappone, una presenza militare che risale alle forze di occupazione del 1945 da fine della Seconda Guerra mondiale. Al culmine della Guerra Fredda, gli Stati Uniti gestivano circa 50 basi principali e oltre 800 siti in Germania, che spaziavano da enormi aeroporti e caserme a postazioni di ascolto. Molte sono state chiuse dopo la caduta del Muro di Berlino nel 1989 e il crollo dell’Urss due anni dopo.

Negli anni ’60, ’70 e ’80, il numero di truppe statunitensi in Germania superava spesso le 250 mila unità, con centinaia di migliaia di familiari che vivevano all’interno e nei dintorni delle basi.
Secondo il Defense Manpower Data Center statunitense – citato dal Guardian – alla fine dello scorso anno le forze armate statunitensi contavano 68 mila militari in servizio attivo assegnati in modo permanente alle basi d’oltremare in Europa, di cui 36.500 di stanza in Germania in una quarantina di basi e installazioni.
A Stoccarda hanno sede i quartier generali del Comando europeo (EUCOM) e del Comando Africa (AFRICOM), la base aerea di Ramstein ospita 8.500 militari e il quartier generale delle forze aeree statunitensi in Europa (USAFE). A Wiesbaden ha sede il comando dell’US Army in Europa e Africa, reparti dell’US Army sono schierati a Grafenwohr, Vilseck e Hohenfels mentre a Spangdalhem è basato uno stormo di F-16 dell’USAF.
A Landstuhl è schierato il più grande ospedale militare statunitense all’estero destinato a venire rimpiazzato da una nuova struttura in costruzione nella vicina Weilerbach mentre le armi nucleari statunitensi sono custodite nella base aerea di Buechel, in Renania-Palatinato.
I guai di Merz
I duri attacchi a Berlino umiliano il cancelliere già provato sul fronte interno, travolto da un riarmo costosissimo e misto a manie di grandezza legate all’aspirazione di disporre delle forze armate più potenti d’Europa, il tutto in condizioni energetiche ed economiche sempre più precarie.

Merz gode dell’approvazione solo del 15% per cento dei tedeschi (ultimo in classifica tra 20 politici germanici) e se si votasse oggi Alternative fur Deutscheland (partito sovranista ostile al sostegno all’Ucraina e favorevole alla pace con la Russia) raggiungerebbe il 27%, cinque punti in più dei CDU/CSU e 15 in più dell’SPD, secondo il rilevamento di Forsa RTL/NTV pubblicato il 28 aprile.
Il cancelliere, che appare sempre più isolato perfino nel suo partito, con il giornale Bild che riferisce di manovre interne alla maggioranza (risicata, si regge su appena 12 voti) per sostituirlo in corsa, ha risposto agli attacchi di Trump affermando di non avere problemi col presidente statunitense.
“In questo periodo turbolento seguiamo una linea chiara. Questa linea resta fondata sulla NATO e su un partenariato transatlantico affidabile“, ha affermato. Peccato che la NATO di fatto non esista più e gli USA non siano più da tempo alleati degli europei.
Le reazioni
Berlino ha replicato sulla riduzione delle truppe americane dicendo di essere preparata a questo scenario, che in realtà venne paventato fin dal 2020, durante la prima Amministrazione Trump con l’ipotesi di trasferire 12.000 militari dislocati in Germania.
Più dura, ma anonima, la replica di un funzionario di Berlino che a Politico ha detto che la “politica di minacce grossolane” di Trump ha “raggiunto il suo limite. La sua retorica è diventata inefficace. Il ritiro delle truppe statunitensi dalla Germania indebolirebbe gravemente gli Stati Uniti stessi, e ci chiediamo quando gli adulti a Washington intendano tornare alla ribalta”, ha commentato la fonte.
Il ministro degli Esteri tedesco Johann Wadephul (Cdu), in un’intervista alla Faz ha sostenuto che “l’alleanza transatlantica è solida” precisando che il futuro della base aerea di Ramstein non è in discussione, perché la sua “funzione è insostituibile sia per gli Stati Uniti che per noi”.
Wadephul ha poi ha aggiunto che i dazi e le minacce americane alla Groenlandia “mi preoccupano. Alcune di queste cose sono davvero non necessarie. Sono arrivato alla conclusione che gli Usa, molto più che nel passato, mettono in chiaro che loro perseguano i propri interessi e che diano a questi la priorità. Ma che allo stesso tempo sono vincolati all’alleanza. E concepiscono questa come qualcosa di utile anche a loro. La nostra collaborazione sarà sempre buona e stretta, fintanto che entrambe le parti la riterranno utile e adeguata a supportare i rispettivi interessi. Bismark diceva la politica estera è politica interna”.

In Europa sembra però prevalere il tentativo di non irritare la Casa Bianca. Allison Hart, portavoce della Nato, ha scritto su X che l’alleanza sta “collaborando con gli Stati Uniti per comprendere i dettagli della loro decisione sul dispiegamento delle forze in Germania. Questo aggiustamento sottolinea la necessità per l’Europa di continuare a investire maggiormente nella difesa e ad assumersi una maggiore responsabilità’ per la nostra sicurezza comune“, ha aggiunto la portavoce.
Per il ministro tedesco della Difesa Boris Pistorius “noi europei dobbiamo assumerci maggiori responsabilità per la nostra sicurezza. Berlino sta aumentando le sue forze armate, acquisendo più equipaggiamento molto più rapidamente e costruendo ulteriori infrastrutture. Era previsto in anticipo che gli Stati Uniti avrebbero ritirato le forze dall’Europa, compresa la Germania“, ha commentato il ministro della Difesa tedesco, avvertendo che “la presenza di soldati americani in Europa, e soprattutto nel nostro Paese, è nel nostro interesse e in quello degli Stati Uniti“.
Il presidente della commissione Difesa del Bundestag, Thomas Roewekamp (CDU), ha dichiarato al Rheinische Post che si ratta di un “campanello d’allarme” ma non di un “motivo di panico”, aggiungendo però che “la NATO non è un mercato. Pertanto, le continue provocazioni del presidente americano sono inaccettabili”.
Toni più allarmati dal responsabile esteri della CDU, Juergen Hardt, che ha definito “deplorevole” una decisione che “mina la credibilità della deterrenza europea“.
Foto: US Dept. of War e Casa Bianca
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