Raids in Somalia e Libia per Navy Seal e CIA

seal-swcc-dot-com-navy-seal-photo-download-000003

(aggiornato il 7 ottobre ore 6,00)

E’ stato un reparto di Navy Seal ad attaccare un non meglio precisato  leader del gruppo qaedista degli Shabaab nella sua casa nella città portuale somala di Baraawe, 250 chilometri a sud di Mogadiscio. Lo scrive il New York Times, citando fonti americane, secondo le quali il raid è stato il più significativo da parte dei truppe statunitensi in territorio somalo dall’uccisione di Saleh Ali Saleh Nabhan, una delle menti di al-Qaeda, quattro anni fa. Il blitz è scattato poco prima dell’alba di sabato ma è stato pianificato una settimana e mezza fa”, ha riferito al Nyt una fonte delle forze di sicurezza Usa, specificando che si tratta di una “risposta all’attacco al Westegate” il centro commerciale di Nairobi in Kenya dove i terroristi uccisero 67 persone.  I Navy Seal pare abbiano agito sbarcando sulla spiaggia davanti alla villa e avrebbero utilizzato armi silenziate. Baraawe è la roccaforte dei combattenti stranieri nelle file degli Shebab. Testimoni locali hanno riferito di un’intensa sparatoria durata circa un’ora con elicotteri che hanno sorvolato la zona per fornire sostegno ai commando a terra.

 

 

 

 

 

 

 

Washington aveva informato dell’azione il governo somalo che ha fornito i nomi di 4 dei membri degli Shbaab coinvolti nell’attacco al centro commerciale di Nairobi: Abu Baara al-Sudani, Omar Nabjhan, Khattab al-Kene ed un uomo conosciuto solo come Umayr.
Inizialmente l’attacco a Baraawe era stato attribuito genericamente a forze occidentali. “Abbiamo potuto sentire scambi di colpi d’arma da fuoco tra le forze straniere ed i combattenti”, ha raccontato un residente all’agenzia di stampa Xinhua. Secondo Radio Mogadiscio, nel raid sarebbe stato impegnato almeno un velivolo, mentre negli scontro è rimasto ucciso un miliziano. Il bilancio delle vittime è salito più tardi a 7 miliziani come riferito le forze di sicurezza somale e alcuni residenti di Baarawe.

 

 

 

 

 

 

“Truppe straniere con elicotteri e motovedette hanno invaso alcune delle nostre basi a Baraawe questa mattina, uccidendo uno dei nostri coraggiosi fratelli e ferendone alcuni altri, ma abbiamo sconfitto gli invasori”, ha detto un portavoce degli al-Shabab, Sheikh Abdiasis Abu Muscab. “Hanno lasciato dietro di loro armi, medicinali e macchie di sangue, ma noi li abbiamo scacciati”. Ufficiali dell’intelligence di Mogadiscio avevano riferito che il raid era stato effettuato da forze speciali francesi o statunitensi che avevano come obiettivo un comandante ceceno di al-Qaeda chiamato Abu Diyad il quale sarebbe rimasto ferito. Ucciso invece il capo della sua scorta, anch’egli straniero ma la cui nazionalità non è stata precisata. Se dalla Francia è stato esplicitamente smentito qualsiasi coinvolgimento nell’operazione, dagli Stati Uniti è stato invece mantenuto per molte ore un rigoroso silenzio.

 

 

 

 

 

 

 

Nel pomeriggio il portavoce dei jihadisti somali Musab ha attribuito il raid a forze speciali britanniche e turche aggiungendo che nella battaglia sarebbe rimasto ucciso il capo del commando straniero, un ufficiale dello Special Air Service e 4 suoi subordinati sarebbero stati feriti gravemente, e verserebbero adesso in condizioni critiche. Lesioni avrebbe riportato inoltre un militare turco. Anche Londra e Ankara hanno negato il coinvolgimento in operazioni in Somalia. Anche la Nato e la Navfor (forza Ue impegnata nel contrasto della pirateria nell’ambito della missione Atlanta) hanno negato qualsiasi coinvolgimento.  In tarda serata (ora italiana) la conferma da Washington che l’incursione è stata effettuata dai Navy Seal che hanno probabilmente ucciso un leader degli Shabaab,forse l’attuale capo del movimento Mukthar Abu Zubery, alias Godane. Fonti citate dal New York Times ritengono si tratti invece un kenyano di origine somala noto come Abdulkadir Mohamed Abdulkadir, noto come Ikrimah (obiettivo poi confermato dal Pentagono), che sarebbe legato da tempo ad al-Qaeda e coinvolto persino negli attentati alle ambasciate in Kenya e Tanzania dell’agosto 1998. L’uccisione dell’esponente di spucco degli Shabaab non è confermata perché, a quanto pare, gli incursori dell’US Navy sono stati costretti a ritirarsi prima di poterla accertare con esattezza. Il portavoce del Pentagono, George Little, ha precisato la sera del 5 ottobre che al momento non è possibile confermare se il leader di Shabaab sia stato ucciso ma fonti citate dalla Cnn hanno aggiunto che non ci sono indicazioni di Navy Seal feriti o colpiti durante il raid.

 

 

 

 

 

Nelle stesse ore in cui i Navy Seal colpivano in Somalia altre forze speciali, probabilmente un team della CIA, catturavano Nazih Abdul-Hamed Nabih al-Ruqai (nella foto qui sopra), libico 49 enne, nome di battaglia Anas al-Liby, e uomo chiave di al-Qaeda nei sanguinosi attentati alle ambasciate americane in Kenya e Tanzania dell’agosto 1998. Secondo il New York Times, che cita fonti ben informate, al-Liby (nella lista dei “most wanted” da almeno 13 anni con una taglia di 5 milioni di dollari) sarebbe stato preso per le strade di Tripoli da un gruppo di non meglio precisati “uomini armati”. ”La cattura o l’uccisione di Anas al-Liby assesta un nuovo colpo a quello che resta dell’originale organizzazione di al-Qaeda dopo la campagna americana che va avanti da 12 anni per catturare o uccidere la sua leadership” afferma il New York Times, sottolineando che Al-Liby non avrebbe avuto un ruolo nell’attacco al consolato americano di Bengasi lo scorso anno, ma potrebbe aver giocato la propria parte nel cercare di costituire una rete qaedista in Libia.

 

 

 

 

CIA ed FBI ritengono che al-Liby sia entrato in contatto con l’organizzazione di Osama bin Laden agli inizi degli anni ’90, quando i due si trovavano in Sudan. Si sarebbe successivamente trasferito in Gran Bretagna, dove gli è stato concesso asilo politico. Nel 2000 le autorità di New York lo hanno accusato di aver aiutato a “sorvegliare” anche fotograficamente l’ambasciata americana a Nairobi nel 1993 e nel 1995, e di aver discusso con un altro leader di al-Qaeda l’idea di attaccare un target americano come ritorsione per le operazioni di peacekeeping degli Stati Uniti in Somalia. Dopo gli attacchi del 1998, la polizia britannica ha compiuto un raid nel suo appartamento, dove ha trovato un manuale di addestramento per terroristi di 18 capitoli in arabo, dal titolo “Studi Militari per la Jihad contro i tiranni”, che includeva indicazioni su attacchi con bombe, torture, sabotaggi e travestimenti. Al-Libi si troverebbe ora a bordo della nave da assalto anfibio San Antonio, in navigazioine nel Mediterraneo, dove verrà presumibilmente sottoposto a interrogatorio al di fuori di ogni tutela legale.

Il governo libico non ha gradito l’incursione di Tripoli. Il primo ministro Ali Zeidan ha fatto sapere di non essere stato informato del blitz – a differenza di quanto riferito da Washington – e di aver “contattato le autorità Usa per chiedere spiegazioni”. Mentre altre fonti governative hanno denunciato “il rapimento” di Al-Libi, il quale – a credere alle testimonianze di alcuni vicini – si era adattato negli ultimi mesi a un basso profilo, tutto ‘casa e moschea’. “E’ molto male che le nostre istituzioni non abbiano avuto la minima informazione” dagli Stati Uniti, ha rincarato Abdul Bassit Haroun, ex militante islamico radicale asceso ai vertici dei servizi di sicurezza di Tripoli. Aggiungendo in dichiarazioni alla Reuters che la nuova Libia può “dimostrare di non essere diventata rifugio di terroristi internazionali. Ma pretende rispetto”.   Il blitz statunitense a Tripoli potrebbe avere un impatto negativo sulla stabilità del Paese, già di fatto fuori dal controllo delle autorità governative con il rischio di rappresaglie qaediste contro obiettivi statunitensi o occidentali. Un allarme che coinvolge anche l’Italia che a Tripoli mantiene, oltre alla sede diplomatica, decine di consiglieri militari  della Missione Italiana in Libia.

Foto:  Us Navy SEAL

Login

Benvenuto! Accedi al tuo account

Ricordami Hai perso la password?

Lost Password