REPORTAGE – IL FRONTE IMMOBILE (O QUASI) DEL KURDISTAN

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Il generale Tarik Sulyman, comandante della brigata peshmerga “Spilk”, mi riceve nella sala riunioni del quartier generale in mezzo ai suoi ufficiali. È cortese, affabile, felice di farsi fotografare. Mi spiega – attraverso l’interprete – che i suoi 1.600 uomini sono chiamati a difendere 32 chilometri di fronte in uno dei settori strategicamente più delicati, a sud-est del lago formato dalla diga di Mosul.

Chiedo se ho capito bene: solo loro? Solo 1.600 peshmerga proteggono la vitale strada di comunicazione e la pipeline che uniscono Erbil alla Turchia, e che passano appena più a oriente? No, risponde il generale, in effetti la brigata “Spilk” non è la sola unità in questa zona, ce ne sono alcune altre…

Sembra leggermente in difficoltà e rimane sul vago, quindi non riesco ad avere una stima esatta delle forze del KRG (Kurdistan Regional Government, lo stato curdo ormai di fatto autonomo nel nord dell’Iraq) presenti nel suo settore: ma l’impressione è che non ci siano problemi di sovraffollamento.

Entra un portaordini, saluta militarmente e batte i tacchi. Come tutti porta una mimetica un po’ troppo scura, visto il paesaggio circostante, con la bandiera del KRG cucita su una spalla e la scritta “K. Army” sul petto.

I peshmerga si stanno trasformando in un esercito regolare, e ci tengono a metterlo in chiaro. Salutiamo il generale Sulyman per andare finalmente a visitare la prima linea. Dobbiamo percorrere solo un paio di chilometri di rettilineo attraverso la pianura completamente nuda: il fronte è segnato da un terrapieno alto meno di due metri, con casematte di sacchetti di sabbia a intervalli regolari, ed è protetto da una trincea anticarro scavata a breve distanza.

Nella postazione che ci viene mostrata ci sono una mitragliatrice e un lanciarazzi; dietro ad ogni caposaldo c’è un prefabbricato con il tetto rinforzato un po’ alla buona, destinato evidentemente ad ospitare la piccola guarnigione di otto uomini e tenerla al riparo dal caldo feroce della tarda estate.

Il generale Behçet Bandi, che ci ha accomoagnato da Duhok e ci ha presentato al comandante della brigata “Spilk”, mi passa un binocolo e mi indica il serbatoio d’acqua di un villaggio esattamente davanti a noi, a meno di un chilometro.

“Daesh”, mi dice: e in effetti con un po’ di sforzo si distingue una bandiera nera afflosciata sulla sua asta, immobile nell’aria rovente. Nessun segno di vita; il nemico, se c’è, sta al coperto.

Da molti giorni la situazione è questa, me lo confermano tutti. Non uno sparo, non un aereo in cielo, nemmeno il ronzìo di un drone. È una guerra che non viene più combattuta – non qui, almeno.

Tornato in albergo a Duhok metto ordine nei miei appunti. Ho visto i peshmerga sulla via di diventare l’esercito del Kurdistan; ho visitato una linea difensiva consolidata ma apparentemente fragile; ho fotografato il vuoto di una guerra sospesa.

Aspetti della situazione abbastanza facili da spiegare: il KRG, creato grazie alla protezione statunitense e affidato alla guida di Mesud Barzani e del suo PDK, ha ormai bisogno di truppe regolari; il fronte può essere tenuto da forze relativamente esigue perché la loro sicurezza è comunque garantita dal potere aereo americano.

La guerra in questo settore è sospesa sia perché i curdi non hanno alcun interesse a spingersi oltre i propri confini (“Mosul è araba”, dicono molti di loro: “ci pensino gli arabi a liberarla”), sia perché i cacciabombardieri possono intervenire entro 15 minuti da un eventuale allarme, e sarebbe quindi un suicidio da parte dei miliziani dell’ISIS attaccare su questo terreno completamente scoperto.

La situazione non è molto diversa in due settori del fronte difesi dai guerriglieri dell’HPG, la forza combattente del PKK di Abdullah Oçalan, che sono riuscito a visitare grazie al mio interprete.

I ragazzi e le ragazze in uniforme verde – molto disciplinati, molto professionali, molto diversi dall’idea che abbiamo del guerrigliero “rivoluzionario” – montano la guardia nei loro avamposti giorno dopo giorno, si esercitano al tiro, puliscono le armi.

Le posizioni sulle colline a sud-est di Makhmur sembrano davvero la fortezza Bastiani del Deserto dei Tartari: solo che a cercare bene, con un buon binocolo, a volte si riescono a distinguere gli immancabili Toyota Hilux del nemico mentre pattugliano un tratto della pianura desolata che si estende fino al Tigri.

Gli uomini dello HPG sono stati rapidissimi nell’occupare i vuoti lasciati dai peshmerga poco più di un anno fa, quando molti dei “(senza paura) di fronte alla morte” – questo significa peshmerga – decisero che non valeva la pena di sacrificarsi per Mosul, Sinjar, Makhmur, Kirkuk.

Così adesso sul terreno le forze “rivoluzionarie” che fanno capo al PKK si sono guadagnate alcuni posti in primissima fila, dopo aver salvato la situazione nell’agosto 2014, e ne ricavano un notevole ritorno in fatto di popolarità e legittimazione, almeno a livello locale.

Oltre che delle basi di partenza per un’eventuale lotta per il Kurdistan meridionale.

Di passaggio a Erbil, leggo su “Repubblica” che ci sono stati combattimenti nella zona di Dakok, una quarantina di chilometri a sud di Kirkuk.

Due soli giorni dopo, visitando le posizioni dell’HPG nella stessa area, io avevo trovato tutto tranquillo; ma questa guerra è strana, può accendersi all’improvviso in uno spazio di qualche centinaio di metri e poi cessare del tutto, in quello stesso settore, per giorni e settimane.

Cerco comunque di capire cosa sia successo, e me lo spiega il comandante italiano del KTCC (Kurdistan Training Coordination Center, ovvero l’organismo incaricato di coordinare l’attività addestrativa svolta dalle forze di sette paesi della NATO in Kurdistan), che incontro nella base all’interno dell’aeroporto internazionale: ha saputo anche lui che a Dakok i peshmerga hanno “rettificato il fronte”.

Una piccola avanzata, un mezzo corazzato nemico distrutto, niente di troppo impegnativo. Tanto per giustificare gli sforzi fatti per armarli e addestrarli, si direbbe.

Perché ci stiamo impegnando non poco, noi italiani, nel tentativo di trasformare i vecchi peshmerga in qualcosa di simile a un moderno esercito “leggero”.

Abbiamo la responsabilità del BPCT (Building Partner Capacity Team) di Erbil, le cui finalità ufficiali meritano di essere citate: “The purpose of Erbil BPC Team is to develop through demand driven, flexible and adaptive training operational capabilities of KSF soldiers and units in preparation for future operations against Da’ish…”

Abbastanza chiaro, dunque: addestrare i peshmerga – altre unità militari del neonato stato del Kurdistan non ce ne sono, dal momento che i guerriglieri dello HPG appartengono a un’ “organizzazione terroristica” – in modo che possano essere in grado di “condurre future operazioni” (autonome, suppongo) contro l’ISIS. Bello, in teoria; ma anche vero?

È legittimo dubitarne. L’ impressione, di fronte alla “drôle de guerre” mesopotamica, è che stiamo addestrando un esercito per una guerra che non dovrà combattere: liberare Mosul non è cosa che riguardi i curdi, e per difendere il loro paese da un nuovo, improbabile attacco dell’ISIS sono e resteranno necessari gli aerei della coalizione.

E allora? Probabilmente più che all’esterno del Kurdistan, si deve guardare all’interno; ovvero, stiamo trasformando i peshmerga da milizia di popolo, da guerriglieri destinati a difendere la loro gente e la loro terra, in una forza armata quasi-regolare, il cui compito sarà soprattutto quello di garantire la stabilità del paese, e quindi i duraturi vantaggi dei nostri investimenti.

In altre parole, lungi dal non immischiarci nella politica locale, e dal pensare in primo luogo alla lotta contro Daesh, stiamo dando una mano a consolidare la diseguale diarchia Partito Democratico  Curdo (PDK) – Unione Patriottica Curda (UPK), i partiti “storici” curdo-iracheni che compongono la struttura portante dell’Alleanza per il Kurdistan, l’organismo politico che esprime il governo della regione autonoma.

Qualora dovesse rivelarsi necessario, i peshmerga saranno in grado di combattere non solo e non tanto per difendere i confini, ma soprattutto per garantire la sicurezza del governo che l’Occidente avrà deciso di appoggiare – il cliente del momento, quali che ne siano i difetti – “a son of a bitch, but our son of a bitch” (come il presidente Franklyn D. Roosevelt definiva dittatore nicaraguense Anastasio Somoza).

Niente di nuovo sotto il sole, nemmeno sotto il sole implacabile del Medio Oriente, che pure ne ha viste tante di imprese militari di questo tipo.

Foto: Reuters, Rudaw, TMNews AP,  Getty Images,sm/tumblr, KTCC,

 

Gastone BrecciaVedi tutti gli articoli

Nato a Livorno nel 1962, laureato in Lettere classiche, dal 2001 insegna Storia e Letteratura Bizantina all'Università di Pavia. Ha curato per la collana "I Millenni" il volume antologico L'arte della guerra. Da Sun Tzu a Clausewitz (Torino, Einaudi 2009), cui sono seguiti vari saggi quali I figli di Marte. L'arte della guerra nell'antica Roma (Milano, Mondadori 2012); L'arte della guerriglia (Bologna, Il Mulino 2013); 1915. L'Italia va in trincea (Bologna, Il Mulino 2015). Nel 2011 ha seguito sul campo il conflitto afghano da cui è nato il volume La tomba degli imperi (Milano, Mondadori 2013) e nel 2015 quello in Iraq e Siria.

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