Piroterrorismo e attacchi incendiari: il fuoco come strumento di terrore

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Gli incendi che hanno martoriato Israele a fine novembre 2016 sono stati rivendicati da Ma’sadat al-Mujahideen, gruppo salafita palestinese collegato ad al-Qaeda. La rivendicazione ˗ di dubbia attendibilità ˗ ha ulteriormente alimentato il clima di sospetto e tensione sviluppatosi attorno ad una tragedia caratterizzata da centinaia di abitazioni ridotte in cenere e decine di migliaia di sfollati. Da una parte Netanyahu e membri del Governo hanno immediatamente propeso per la pista terroristica promettendo pene esemplari, dall’altra inquirenti ed alcuni parlamentari hanno cautamente stemperato toni ed accuse basati su conclusioni frettolose. Tuttavia, se confermato il coinvolgimento jihadista ci troveremmo dinanzi ad un caso di piroterrorismo: tattica low-cost tanto caldeggiata da Bin Laden nella sua strategia delle “mille ferite” per dissanguare l’Occidente.

Tra il 22 ed il 28 novembre sono divampati ben 1.773 roghi tra Israele e territori occupati, i maggiori dei quali hanno divorato i sobborghi di Haifa, Gerusalemme e centri abitati della West Bank. Fortunatamente nessuna vittima, ma centottanta i feriti per intossicazione da fumo, più di 600 abitazioni distrutte e 75.000 sfollati, di cui 1.700 rimasti senza casa. L’Autorità Israeliana di Protezione dei Parchi Naturali Nazionali ha segnalato la perdita di 7.400 acri di aree protette e 32.000 di foreste naturali. I danni ammonterebbero complessivamente a € 250 milioni.

Alle operazioni di soccorso hanno lavorato incessantemente 15 aerei di dieci Paesi, 2.000 vigili del fuoco israeliani, 69 ciprioti e 8 autopompe palestinesi con relative squadre di pompieri. Sono intervenuti anche 450 soldati del Home Front Command ed un’aliquota aggiuntiva di 800 agenti di polizia come rinforzi anti sciacallaggio. Insomma, una grande mobilitazione per la maggior ondata incendiaria dopo quella del Monte Carmelo del 2010, di cui lo stesso gruppo salafita si è nuovamente attribuito i “meriti”.

Il premier Netanyahu ha accusato Palestinesi ed Arabi-Israeliani di vero e proprio terrorismo, promettendo la demolizione delle abitazioni dei responsabili e la revoca della cittadinanza. I media hanno conseguentemente parlato di “The Arson Intifada”, “A Wave of Arsons” e “Dozens of Fire Attacks” (“Intifada Incendiaria”, “Un’ondata di incendi dolosi” e “Dozzine di attacchi incendiari”). Sui social media gli utenti israeliani si sono abbandonati a minacce di ritorsioni e vendette. Anche dalla parte opposta vi è stata mobilitazione, sia contro che a favore di Israele. A livello globale la notizia degli incendi è stata salutata festosamente con hashtag come #IsraelIsBurning (Israele sta bruciando) o stati come quello del Comandante delle Forze di Sicurezza di Dubai “Israele ha cacciato il muezzin e ha preso fuoco. Lodato sia Allah.” O il tweet di un imam kuwaitiano “Buona fortuna con gli incendi J.”

 Nonostante ciò, non sono mancate condanne e critiche di esponenti del mondo arabo verso piroterroristi, istigatori e loro sostenitori. L’Autorità Palestinese ha inviato squadre di vigili del fuoco ed ha favorito l’attivazione di numerose iniziative private di soccorso, senza distinzioni di nazionalità o religione: Gli Arabi-Israeliani sono stati altrettanto vittime dei roghi quanto gli Israeliani.

Nel corso di tutta l’emergenza gli inquirenti hanno agito più prudentemente del Governo israeliano, lasciando intendere che parlare di terrorismo e motivazioni politiche fosse alquanto avventato e prematuro. Su 1.773 incendi la Polizia è stata chiamata ad investigarne una novantina; 30-40 sarebbero stati indicati come dolosi, ma non necessariamente terrorismo, negligenza piuttosto.

Nell’arco di pochi giorni, dei 35 arrestati – tutti palestinesi e arabi-israeliani –  con l’accusa di incendio doloso, solo dieci sono rimasti in custodia. Alla fine: Due incriminati, di cui uno ha ammesso di aver dato fuoco alla spazzatura per protesta. Anche l’Autorità Fiscale israeliana, trovatasi a dover gestire numerose richieste di risarcimento per atti “terroristici”, ha dichiarato l’assenza di prove incontrovertibili sulla natura della catastrofe. Molteplici e pesanti sono state quindi le critiche per le accuse infondate. Membri di Joint List – coalizione araba del Parlamento israeliano – si sono rivolti al Procuratore Generale affinché venga avviata un’indagine nei confronti di Netanyahu per incitamento all’odio.

Il leader dell’opposizione, Isaac Herzog aveva già da tempo attaccato il Governo per mancanza di preparazione ad incendi su vasta scala. In aggiunta, alcuni ambientalisti hanno accusato Israele per le condizioni in cui ha tenuto i suoi spazi aperti, agevolando la propagazione del fuoco: forestazione intensiva, mancata rimozione di sterpaglie e creazione di zone cuscinetto tra foreste e centri abitati, mancanza di pascoli ecc. E che dire delle condizioni atmosferiche tali da far proibire l’uso di fiamme libere per timore di incendi?

Non è escluso che venga dimostrata la natura terroristica dei roghi e che il sostegno palestinese altro non sia stato che uno stratagemma per occultare il proprio coinvolgimento: Essi hanno più volte incitato alla violenza contro Israele, salvo poi condannare. Nel frattempo, il maggior pericolo è stata l’atmosfera generata dai politici israeliani. Secondo Yoram Schweitzer, ex funzionario dell’intelligence israeliana, la diffusione di un clima di tensione ha sempre favorito i terroristi, rendendo la comunità d’appartenenza solidale con essi invece di distanziarla. Oltretutto, ben più palese e recente è stato l’impiego di attacchi incendiari da parte di coloni estremisti, responsabili della morte di Muhammad Abu Khdeir (16 anni) e Ali Dawabsheh (18 mesi).

 

Un fenomeno non nuovo

Ciò che non lascia adito a dubbi è invece l’impiego ripetuto e di lungo corso del fuoco, sia come strumento di guerra che di terrore e di crimine comune. Nel passato i villaggi nemici venivano ridotti in cenere per evitare che gli abitanti vi facessero ritorno, streghe ed eretici venivano messi al rogo e la gente di colore veniva terrorizzata con attacchi incendiari nel profondo sud degli Stati Uniti. Durante la Seconda Guerra Mondiale i Giapponesi hanno lanciato ben 9.000 palloni aerostatici incendiari contro gli Stati Uniti: Danni diretti e vittime sono stati molto contenuti, ma incalcolabile è risultato l’impatto psicologico ed il dispiegamento di risorse economico-militari per il contrasto. In Vietnam gli Americani hanno incendiato foreste per eliminare i santuari dei Vietcong ed obbligarli ad uscire allo scoperto ed ammassarsi per spegnerli.

Il piroterrorismo o terrorismo incendiario consiste nell’utilizzo di incendi dolosi – su larga o ridotta scala –  per attaccare, intimidire o coercizzare un governo, la popolazione o qualunque suo segmento per conseguire obiettivi politici, sociali o religiosi da parte di un soggetto od organizzazione non statuale.

Secondo il The RAND Database of Worldwide Terrorism Incidents dal 1968 al 2010 sono stati compiuti ben 1.188 attacchi piroterroristici o incendiari nel Mondo, che hanno provocato 388 morti e 362 feriti. Per Il Global Terrorism Database invece, utilizzando criteri  inclusivi molto più ampi (comprendendo ad esempio anche gli attacchi sventati, falliti, quelli di natura incerta ecc.), il numero sarebbe addirittura di 11.850 (tra il 1970-2015), con una preoccupantissima impennata tra il 2012 ed il 2015.

Tornando ai dati di RAND, dal 1994 al 2004 il numero di attacchi terroristici incendiari è cresciuto considerevolmente, così come vertiginosamente è aumentato il numero di vittime e feriti tra il 2003 e 2004. Nella fattispecie, i feriti sono saliti da 3 a 37, mentre i morti da 7 a 254. Un aumento di letalità di 36 volte in un anno che indica la capacità e l’intenzione di utilizzare sempre più questa tattica.

I gruppi terroristici – di varia matrice – che hanno maggiormente adottato tali azioni sono stati più di 56, con Earth Liberation Front (ELF) e Talebani tra i più vivaci: rispettivamente 34 e 33 episodi. Gli attacchi sono stati condotti un po’ ovunque, senza una particolare predilezione geografica. In Italia, i casi di piroterrorismo tra il 1968 ed il 2010 sarebbero 38, con zero vittime e quattro feriti, condotti in maggioranza da gruppi antagonisti di sinistra.

Secondo il GTD invece, tali attacchi nel nostro Paese sarebbero stati 449 (tra il 1970 e il 2015) con 35 morti e 91 feriti. La media è di circa 9,7casi all’anno con picchi nel 1977 e 1978 (ben 116 e 105!), per scendere poi nettamente quasi a zero. Il maggior numero di vittime e feriti (30 e 50) si è avuto con la strage di Fiumicino del 17 dicembre 1973, quando un commando palestinese di Settembre Nero lanciò due bombe incendiarie al fosforo bianco all’interno di un Boeing della Pan Am.

 

Jihad incendiaria

Data la connotazione precipuamente fanatico-religiosa degli attacchi degli ultimi anni possiamo debitamente parlare di piroterrorismo jihadista (arson jihad). Altre denominazioni circolanti: intifada incendiaria (arson intifada), più legata al conflitto arabo-israeliano e  forest o bushfire jihad, attacchi incendiari a foreste e zone boschive. I primi casi documentati risalgono all’inizio del XX secolo (anni 20, 30 e 40) ad opera palestinese, trovando successivamente una maggior diffusione durante la Prima Intifada (anni 80).

Singoli elementi o gruppi appiccavano roghi in aree boschive, campi coltivati e frutteti con l’obiettivo di causare danni materiali e psicologici agli Israeliani. Secondo l’International Forest Fire News (IFFN), tra il 1988 ed il 1991 gli incendi in Israele sarebbero aumentati di oltre il 30% a causa di una recrudescenza del dolo politicamente motivato. Nel 1990 la Corte Suprema israeliana ha dichiarato che “negli ultimi anni l’incendio doloso [con motivazioni politiche] è diventato un fenomeno diffuso e pericoloso”.

Nel 2004 l’FBI ha avvertito della possibilità di attacchi incendiari di al-Qaeda in Montana, Wyoming, Utah e Colorado. In Israele, una serie di roghi nell’Aprile 2004 è stata denominata “Arson Intifada”. Durante la Guerra del Libano (estate 2006) Hezbollah ha condotto operazioni di piroterrorismo e forest jihad lanciando razzi Katyusha sulle foreste della Galilea per esaurire –  congiuntamente ad azioni di guerriglia –  le risorse di Israele.

In tal modo sono divampati più di 800 incendi che hanno bruciato 750.000 alberi e circa 120 km2 tra foreste, riserve naturali, parchi e pascoli. Le operazioni di estinzione sono costate circa 5 milioni di euro.

 

Altri attacchi incendiari sono stati condotti ripetutamente dal 2009 al 2015, raggiungendo l’apice con l’incendio del Monte Carmelo nel 2010 (44 morti). Si è parlato di piroterrorismo jihadista in Grecia nel 2007, con oltre 80 morti ed un costo di 7 miliardi di euro.

Sospetti di pirojihadismo sono circolati anche in occasione degli incendi del Black Saturday in Australia nel 2009, quando un’ondata incendiaria ha mietuto in un mese oltre 200 vittime, centinaia di feriti, milioni di animali morti, 2.000 case e altri 1.500 edifici distrutti e 7.500 sfollati in un’area di 4.500 chilometri quadrati.

Nel 2012 Alexander Bortnikov, dirigente dell’FSB (servizi segreti russi) ha accusato l’organizzazione di Bin Laden di una serie di incendi nelle foreste spagnole e di altre nazioni europee come parte della strategia terroristica delle ‘mille ferite’: “Questo sistema permette [ad al-Qaeda] di infliggere perdite economiche significative e danni psicologici senza complicati preparativi preliminari, equipaggiamento o spese esorbitanti.”

 Sebbene non propriamente casi di piroterrorismo, nei più noti e relativamente recenti attacchi terroristici il fuoco ha giocato un ruolo talmente forte da poterli considerare tali ad honoris causa. L’immagine agghiacciante degli aerei dell’11 Settembre utilizzati come arma ci ha sempre fatto trascurare che il crollo delle Torri – e quindi il maggior numero di vittime – sia stato causato dagli incendi generatosi con gli schianti. Osama Bin Laden, ingegnere civile, conosceva bene gli effetti che fuoco e calore del carburante dei jets avrebbero avuto sulle strutture portanti degli edifici del World Trade Centre.

Nel novembre 2008 10 terroristi hanno colpito Bombai per tre giorni con attacchi multipli: IED, active shooters, asserragliamenti con ostaggi, esecuzioni sommarie ed incendi. Nonostante tutto, l’immagine più significativa ed atterrente è stata quella dell’incendio all’hotel Taj Mahal e la sua rievocazione dell’11 Settembre: fiamme, fumo e persone appese fuori dalle finestre. L’11 settembre 2012, sebbene l’attacco di Benghazi sia stato condotto con armi da fuoco ed esplosivi, l’ambasciatore americano Chris Stevens è stato ucciso dal fumo dell’incendio appiccato alla Villa in cui era barricato. Anche stavolta sono state le macabre e scenografiche immagini di un incendio a fare il giro del Mondo. In tutti questi casi, il fuoco è stato utilizzato come un’arma strategica complicando il lavoro dei soccorritori, aumentando drasticamente il numero di vittime e disseminando globalmente terrore ed ispirazione.

 

Estremisti e criminali

Il pirotterorismo non è legato solamente al jihadismo, ma una tattica utilizzata anche – se non maggiormente – da gruppi con ideologie estremistiche secolari o semplici criminali: estremisti politici sia di sinistra che di destra, criminalità comune ed organizzata, ambientalisti, animalisti ed antiabortisti. Il 25 marzo 1990 un ex fidanzato geloso ha dato fuoco Happy Land Night Club, locale notturno del Bronx dove lavorava la sua ragazza uccidendo 87 persone.

Nel 2003 a Roquebrune-sur-Argens, Francia quattro persone sono morte in un incendio provocato da una bomba molotov. Il sindaco ha parlato del fuoco come di “una nuova forma di terrorismo”.

Nel maggio e nell’ottobre 2011 una serie di bombe incendiarie, piazzate dalla sinistra antagonista che si opponeva alla presenza tedesca in Afghanistan, è scoppiata sui treni di Berlino.

Ben più tragico l’attacco al Samjhauta Express, in India nel 2007: Sessantotto vittime causate da due ordigni incendiari sul “treno della pace” che collega India e Pakistan. I responsabili – estremisti hindu – intendevano danneggiare il processo di pace tra i due Paesi.

Negli Stati Uniti sono dediti al piroterrorismo gruppi come Earth First, Earth Liberation Front (ELF) e la sua sezione in Oregon chiamata “La Famiglia”, responsabile di  38 milioni di euro danni per incendi appiccati dal 1996 al 2001. Tra i gruppi animalisti troviamo l’Animal Liberation Front (ALF).

Il fuoco rappresenta un’arma attraente per i terroristi per svariate motivazioni. Una delle principali è il rapporto costi-benefici nettamente in favore degli attaccanti. Come in altri casi di terrorismo lo-fi (bassa fedeltà; estrema semplicità) qualunque terrorista molecolare, lupo solitario o terrorista “istituzionalizzato” può ricorrervi facilmente, economicamente e senza un particolare addestramento: E’ molto più facile appiccare un incendio che costruire una bomba. I materiali necessari sono di uso comune, a basso costo ed il loro reperimento è semplice, non costituisce reato né desta sospetti. Il rischio di esser scoperti, fermati o catturati è perciò praticamente nullo. Inoltre, le autorità comprenderanno solo tardivamente – o addirittura mai – la natura terroristica dell’incendio, reagendo quando i responsabili saranno ormai al sicuro.

Gli obiettivi possono esser innumerevoli: dai centri abitati alle infrastrutture, oppure qualunque spazio aperto ed isolato. Un piroterrorista può condurre numerosi attacchi “mordi e fuggi” e a notevoli distanze nel giro di poche ore. Come sostiene Robert Baird, vicedirettore dell’antincendio del Servizio Forestale degli Stati Uniti “Se già presidiare il perimetro di un aeroporto risulta difficile, figuriamoci qualcosa come una foresta che è circa 100.000 volte più grande.”

La letalità di un incendio è alta e dovuta alla compresenza di più elementi: Le fiamme, il calore, l’effetto disorientante e mortale del fumo, il suo insinuarsi ovunque, la tossicità di particolari sostanze durante la combustione, danni e crolli strutturali negli edifici, ostacolo all’intervento di forze di sicurezza e di soccorso ecc. E che dire degli effetti psicologici? Le immagini di un incendio catturano l’attenzione mediatica e del pubblico con effetti sconvolgenti. Chi è fuggito da un incendio ricorderà per sempre l’estremo calore, odori acri, i colori rossi ed arancioni delle fiamme, l’orrore, la morte e l’angoscia della perdita di persone care, oggetti e proprietà.

Gli effetti diretti ed indiretti ottenibili sono dunque elevati ed in grado di colpire profondamente il sistema economico e le risorse di interi Paesi. Un incendio può durare giorni, settimane o addirittura mesi, creando danni equivalenti allo scoppio di un ordigno nucleare di svariati megatoni, riferisce Baird.

Un incendio è inoltre in grado d’impegnare per molto tempo numerosi soccorritori: oltre al personale preposto, migliaia di militari e mezzi potrebbero dover esser richiamati in patria o non schierati in operazioni oltreoceano. Il 6 marzo 2005 il governatore del Montana, Brian Schweitzer chiese al Pentagono di far rientrare dall’Iraq 1.500 uomini della Guardia Nazionale ed alcuni elicotteri per fronteggiare il rischio incendi. Il personale occupato nelle operazioni di estinzione e soccorso si trasforma inevitabilmente in un indifeso ed appetibile obiettivo: un soft-target. Se pensiamo al bersagliamento dei soccorritori durante i Troubles in Irlanda del Nord, nel conflitto israelo-palestinese, in Afghanistan o ai soccorritori periti durante l’11 Settembre – 343 vigili del fuoco, 60 agenti di polizia e 8 paramedici – si evince sempre più una chiara volontà di colpire i first-responders. Dal 2001 in poi, gli attacchi – terroristici o criminali – ai loro danni sono cresciuti esponenzialmente.

All’indomani degli attacchi a Charlie Hebdo, i paramedici britannici hanno ricevuto un particolare addestramento sul piroterrorismo e sono stati messi in guardia su di un loro possibile bersagliamento con booby traps (trappole letali) o armi da fuoco.

Si considerino poi i danni alle assicurazioni per risarcimenti miliardari, ai settori del legname e degli arredamenti, a quello farmaceutico che estrae dagli alberi sostanze per medicinali e cosmetici, al turismo e all’inquinamento con tonnellate di gas rilasciati in atmosfera. Il tutto in un clima di terrore, insicurezza e di perdita di fiducia nelle istituzioni che può esasperare la popolazione al punto di chiedere cambiamenti politico-strategici. Tutto contribuisce ad un’occasione unica e prestigiosa per chiunque possa attribuirsene – meritoriamente o meno – la paternità!

 

La “dottrina” piroterrorista islamica

Per tali ragioni i gruppi terroristici hanno da sempre pubblicizzato piroterrorismo e forest jihad come strumenti efficaci di lotta attraverso volantini, pubblicazioni ed appelli audio, fino ai più moderni social media. Durante la Prima Intifada il Volantino N° 3 del Unified National Command of the Uprising (coalizione locale a capo della rivolta), datato 31/01/1988 incitava ad “accendere un fuoco sotto i piedi dell’invasore”; in un altro a  “lodare le mani incendianti”. Nel N° 18 del 8/06/1988 s’incitava alla “distruzione ed incenerimento delle proprietà del nemico, industrie e campi. Ed altro…”.

Nel 2007 forum radicali come “Al-Ikhlas Islamic Network” pubblicavano lunghi dibattiti e dettagliate istruzioni per appiccare incendi. Veniva citato un video di Abu Mus’ab Al-Suri, stretto collaboratore di Bin Laden in cui consigliava: “Lasciate una fiamma libera in una foresta ed in mezz’ora troverà sicuramente di che alimentarsi, con la volontà di Dio” oppure “tu ed i tuoi amici dovreste farvi una bella scampagnata e divertirvi. Accendere un fuoco per cucinare e quando finito, usare gli stessi tizzoni per appiccare un incendio ad un albero finché esso sia completamente avvolto dalle fiamme […] potreste usare anche del carburante della vostra auto […]” Arrivando ai giorni nostri, nel primo numero di Inspire (estate 2010), rivista ufficiale di al-Qaeda, i fedeli che vivono in occidente sono invitati a bruciare foreste ed edifici degli infedeli.

Nel N° 9 (Inverno 2012), dopo un elenco di grandi e rovinosi incendi, s’insegna a realizzare ordigni incendiari improvvisati, si suggeriscono le migliori condizioni climatiche favorevoli alla propagazione delle fiamme, caratteristiche delle foreste e dei legnami, conformazione dei terreni e le modalità per scegliere i Paesi-bersaglio. Nell’articolo “La direzione di incendi boschivi nella terra dei nemici infedeli,” hanno addirittura fornito legittimazioni religiose attraverso citazioni e dissertazioni di studiosi dell’Islam.

Tra le domande dei lettori sul N° 10 di Inspire, per confermare l’efficacia dei roghi, si presenta una scatola di fiammiferi come una portentosa arma, in grado di distruggere rapidamente  “hotels, attività commerciali, […] foreste, frutteti ”. Si citano anche i veicoli parcheggiati per la facilità con cui possono esser incendiati.

Fatto collegato o meno, nella notte di S. Silvestro, in Francia sono state date alle fiamme ben 945 automobili; le autorità la definiscono una sinistra “tradizione” ben consolidata e diffusa nei quartieri più poveri e ad alta concentrazione di immigrati.

La Forest jihad viene pubblicizzata anche nel N° 12 di Inspire. Quelli dell’ISIS non potevano esser da meno con loro nuova rivista, Rumiyah. Nel N° 5 (gennaio 2017), nella rubrica “Just Terror Tactics” con la quale avevano già incoraggiato sparatorie ed investimenti, si sono anch’essi occupati di terrorismo incendiario. Oltre alle solite istruzioni e considerazioni, è stata segnalata l’importanza di “Rivendicare le responsabilità dell’attacco” lasciando la firma dello Stato Islamico. Si aggiunge inoltre che gli attacchi incendiari “Anche se non provocano vittime tra i nemici, Allah ha promesso una ricompensa anche solamente per chi li mette in pericolo”.

 

Quale difesa?

Per trattare adeguatamente la minaccia piroterrorista si devono rafforzare le relazioni tra vigili del fuoco e forze di sicurezza ed intelligence, elaborando specifiche tattiche, procedure e favorendo un costante scambio d’informazioni per identificare rapidamente le minacce. Il FDNY (Dipartimento dei Vigili del Fuoco di New York), uno dei più attivi nello studio del fenomeno, ha infatti realizzato da tempo esercitazioni congiunte e condivisione d’informazioni con FBI, SWAT, genieri dello US Army e, successivamente ai fatti di Benghazi, anche con il Dipartimento di Sicurezza Diplomatica. Altresì importanti per la comprensione delle modalità d’azione sono gli attentati falliti/sventati. Dhiren Barot, membro di al-Qaeda, ha condotto ricognizioni e sopralluoghi sulla East Coast americana, cercando vulnerabilità di edifici e sistemi antincendio per progettare attacchi. Jose Padilla, sempre legato ad al-Qaeda e convinto che realizzare un bomba fosse troppo difficile, ha pianificato di appiccare incendi a boschi o grattacieli.

Fondamentale infine la sensibilizzazione dei cittadini per ottenere collaborazione, informazioni, disponibilità ma anche evitare banali intralci all’attività dei soccorritori. Per sfruttare a pieno il grande potenziale di questo ultimo e determinante anello di protezione del sistema-paese – la popolazione appunto – si segnalano comportamenti ed azioni che, indipendentemente da razza, etnicità, origini nazionali o affiliazioni religiose di chi potrebbe commetterli, dovrebbero ingenerare sospetti: 1. L’acquisto inusuale di materiali precursori utilizzati per accendere fuochi (orologi o timer, batterie e cavi, acido solforico, carburante o combustibili) 2. Nervosismo, atteggiamenti sospetti, risposte vaghe a domande relative all’utilizzo di determinati prodotti 3. Insolite ricerche o curiosità sulle condizioni metereologiche o climatiche (tempo, umidità, tipologie di foreste e vegetazione) 4. Sopralluoghi in zone boschive remote, specialmente di notte 5. Interesse su tempistiche, procedure e capacità di risposta dei soccorsi con relativi procurati allarmi 6. Ricerche internet su potenziali obiettivi, acquisizione di materiali o sostanze e casistiche d’ incendio. 7. Conduzione di test di funzionamento di ordigni incendiari.

Mentre l’Occidente si è concentrato su scenari futuristici come il traffico o utilizzo di armi nucleari, chimiche e radiologiche, negli attacchi le organizzazioni terroristiche hanno utilizzato sempre più una configurazione molecolare fatta di “lupi solitari” ispirati ed indipendenti che hanno colpito con strumenti semplici quali armi bianche, veicoli, sparatorie – ed il fuoco appunto – per disorientare ed ingannare i nostri sistemi di prevenzione e sicurezza. Accertare che un incendio sia effettivamente un atto di piroterrorismo – e non negligenza – è impresa alquanto ardua.

Tuttavia, le continue rivendicazioni e compiacimento da parte di gruppi ed organizzazioni fanno pensare che, molto spesso, dietro ci sia ben più di un semplice incidente o incuria. Una rapida identificazione del piroterrorismo consente un pronto e mirato intervento delle autorità, mitigandone considerevolmente gli effetti distruttivi e aumentando le probabilità di assicurarne i responsabili alla giustizia.

Già nel 1974 Brian Jenkins – esperto di terrorismo – dichiarò che il “Terrorismo è teatro” e che “gli attacchi terroristici sono spesso accuratamente coreografati per attirare l’attenzione dei media e della stampa internazionale”, ma anche per ispirare azioni simili: a tal fine, che c’è di meglio di un incendio di grosse dimensioni?

Abu Mus’ab Al-Suri, top leader di al-Qaeda ebbe a dire: “Il terrorismo è un’arte” e “Prima di descrivere come avviare questa operazione [di piroterrorismo], non consideratela impossibile! Un’introduzione fondamentale in qualunque strategia antiterrorista: nulla deve esser trascurato e difficile/improbabile non significa impossibile. Come i terroristi lavorano di fantasia e d’inventiva, allo stesso modo deve farlo chi cerca di fermarli. Sebbene non esistano specifiche e precise minacce, le probabilità di dover fronteggiare attacchi del genere anche nel nostro Paese – solitamente appannaggio di criminalità organizzata e speculatori edilizi – sono sempre più alte.

Nato nel 1983 a Brescia, ha conseguito la laurea specialistica con lode in Management Internazionale presso l'Università Cattolica effettuando un tirocinio alla Rappresentanza Italiana presso le Nazioni Unite in materia di terrorismo, crimine organizzato e traffico di droga. Ha frequentato il Corso di Analista in Relazioni Internazionali presso ASERI. Si occupa di tematiche storico-militari seguendo in modo particolare la realtà delle Private Military Companies.

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