Roma punta di nuovo su una missione Onu e italiana in Libia

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da Il Mattino del 22 settembre

L’Italia rilancia la carta di un intervento dell’Onu in Libia ma non è chiaro quali obiettivi debba concretamente perseguire. Un intervento sollecitato a New York dal presidente del consiglio, Paolo Gentiloni per sostenere il processo di pacificazione della nostra ex colonia e favorire offrire migliori condizioni di accoglienza dei migranti illegali in attesa di rimpatrio.

Si tratta di aspetti che ricadono senza dubbio nell’area di competenza delle Nazioni Unite ma i problemi a concretizzare una tale missione sembrano insormontabili. Può risultare fattibile la realizzazione di campi d’accoglienza decenti per i clandestini oggi reclusi in centri di detenzione e l’Italia ha stanziato a tal fine 28 milioni di euro per sostenere le attività in Libia dell’Alto commissariato per i rifugiati (Unhcr) e dell’Organizzazione Internazionale delle Migrazioni (Oim).

epa06216301 President Paolo Gentiloni of Italy speaks during the General Debate of the 72nd United Nations General Assembly at UN headquarters in New York, New York, USA, 20 September 2017. The annual gathering of world leaders formally opened on 19 September 2017, with the theme, ÔFocusing on People: Striving for Peace and a Decent Life for All on a Sustainable Planet.' EPA/JUSTIN LANE

Istituire campi significa investire denaro e occuparsi della sicurezza che in Libia vuol dire affidarsi a milizie locali che sostengono il governo di Fayez al-Sarraj il quale in cambio attribuisce loro compiti “militari” o di “polizia”.

Esattamente quanto è accaduti a Sabratha con le milizie che hanno bloccato i flussi di migranti sollevando tante polemiche circa i supposti finanziamenti italiani, smentiti anche ieri dal ministro Marco Minniti. Certo le milizie sono poco affidabili (a Sabratha hanno ripreso a combattersi in città) ma è difficile pensare che un intervento dell’Onu in Libia possa andare oltre l’assistenza ai migranti illegali per assumere una dimensione militare propedeutica alla pacificazione del Paese.

Innanzitutto nessuno tra i Paesi che hanno una qualche influenza nella crisi libica sembra disposto a inviare truppe in Libia. O quanto meno a inviarle con in testa il casco blu dell’Onu, dal momento che piccoli reparti di forze speciali francesi, britanniche, italiane e statunitensi sono presenti da tempo nel paese nordafricano ma con compiti strettamente nazionali, legati per lo più al contrasto ai terroristi jihadisti o come l’operazione militar-sanitaria italiana Ippocrate che schiera 300 militari a Misurata.

Contare sui caschi blu offerti dai Paesi del Terzo mondo sempre disposti a impiegare i propri soldati sotto le bandiere dell’Onu per mero interesse finanziario sarebbe disastroso, anche tenendo conto del razzismo diffuso tra le popolazioni arabe del nord libico nei confronti dei popoli di colore, africani o meno.

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Non meno rilevante è la constatazione che nessuna fazione libica ha mai chiesto un intervento internazionale: né il generale Khalifa Haftar né al-Sarraj si sono mai spinti a chiedere presenze militari straniere ma solo aiuti dall’esterno come vennero considerati gli oltre 400 raid aerei americani che l’anno scorso aiutarono le milizie di Misurata a sconfiggere lo Stato Islamico a Sirte o come viene considerata oggi la missione italiana di supporti navale alla Guardia costiera a Tripoli.

Da un lato la gran parte delle milizie filo-Tripoli sono troppo impegnate a gestire anche affari illeciti per voler sul territorio scomode presenze internazionali, dall’altro in Cirenaica l’Esercito nazionale libico di Haftar sta riorganizzandosi con il supporto egiziano e si appresta a inglobare alcune milizie tribali per prepararsi con ogni probabilità a marciare su Tripoli.

In questo contesto è quindi difficile credere che il Palazzo di Vetro autorizzi operazioni ”al buio”, tenuto conto che una missione dell’Onu in Libia esiste già, si chiama United Nations Support Mission in Libya (UNSMIL) ed è basata in Tunisia,  per ragioni di sicurezza.

Una conferma ulteriore che nella comunità internazionale nessuno è disposto a “morire per Tripoli” o, in altri termini, che la crisi nella nostra ex colonia è un problema essenzialmente italiano e dei paesi limitrofi.

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Proprio per questo nei giorni scorsi è balenata l’ipotesi che l’Italia schieri una terza operazione militare in Libia nel sud, lungo I confini con Niger e Ciad attraversati dai traffici di migranti illegali ma anche di droga e armi.

Un’operazione messa a punto dal Ministero degli Interni (Minniti sembra ormai essere ministro plenipotenziario per la Libia) con l’obiettivo di costruire una base per le Guardie di confine libiche e scortare il personale di Unhcr e Oim nei centri d’accoglienza per migranti.

Minniti ha evidenziato come il sud della Libia sia la porta d’accesso all’Europa di migranti illegali ma anche di terroristi e ha sottolineato la necessità di potenziare il ruolo delle tribù locali per costituire una guardia di frontiera coordinata con i paesi del Sahel fornendo anche nuove tecnologie, sensori e droni.

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Più cauta il ministro della Difesa, Roberta Pinotti (“siamo già in Libia con le due missioni, nel caso nascessero nuove necessità se ne parla prima di tutto in Parlamento”) consapevole dei molteplici rischi e dei costi connessi con una missione simile che potrebbe forse accedere ai fondi europei destinati all’Africa.

Ammesso che le tribù accettino la presenza italiana, grazie ai buoni uffici di Minniti che da mesi si interfaccia con sindaci e autorità locali, resta l’impegno a schierare così lontano e in aree desolate (dove milizie tuareg, Tebu, qaedisti e Stato Islamico si muovono liberamente) un contingente che non potrà essere esiguo per i compiti da espletare e la necessità di difendersi dalle minacce e di muoversi rapidamente (anche con elicotteri) nei vasti deserti del Fezzan.

Un contingente che, se mai la missione dovesse concretizzarsi, non potrà però neppure essere troppo nutrito, sia per non dare ai libici l’impressione di una “invasione” sia per non determinare un carico logistico troppo elevato per le limitate possibilità di trasporto aereo strategico italiane. Un problema ben noto anche ai francesi che tra Ciad, Niger, Mali, e Burkina Faso schierano da anni 4mila uomini dell’operazione anti-jihadisti Barkhane.

Foto:  Ansa, EPA, Archivio Analisi Difesa, Ufficio Storico Esercito Italiano

Gianandrea GaianiVedi tutti gli articoli

Nato a Bologna, dove si è laureato in Storia Contemporanea, dal 1988 ha collaborato con numerose testate occupandosi di analisi storico-strategiche, studio dei conflitti e reportages dai teatri di guerra. Dal febbraio 2000 dirige Analisi Difesa. Collabora con i quotidiani Il Sole 24 Ore, Il Foglio, Libero, Il Mattino, Il Messaggero e Il Corriere del Ticino, con i settimanali Panorama, Gente e Oggi. Collabora con università e istituti di formazione militari ed è opinionista delle reti tv RAI, RSI, Mediaset, Sky, La7 e radiofoniche Rai, Capital e Radio24. Ha scritto "Iraq Afghanistan - Guerre di pace italiane" ed è coautore di "Immigrazione: tutto quello che dovremmo sapere".

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