Immigrati illegali: meglio farcene una ragione

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Questa volta calerò sul tavolo delle Opinioni di AD un convincimento, a proposito della questione migranti, che è abbastanza opposto – ancorchè suffragato da fatti e considerazioni onestamente ragionate – a quanto mi pare sia sostenuto dalla maggioranza degli opinionisti e lettori della nostra valorosa testata, e dell’opinione pubblica in genere. Non vado in cerca di popolarità né di consensi, ma spero che, almeno, la mia eterodossia serva ad arricchire il palinsesto e mostrare quando sia ecumenica Analisi Difesa.

Fatta questa opportuna premessa, vorrei innanzitutto commentare l’attualità più immediata, dando per scontato che i lettori siano ben informati su casi e cose (i media non parlano quasi d’altro). Il dramma dei migranti viene generalmente attribuito, nel nostro Paese, ad una pessima conduzione della vicenda da parte dei governi della Repubblica che si sono succeduti da più o meno un quinquennio a questa parte, da quando cioè il collasso della Libia di Gheddafi ha aperto nella diga nordafricana il varco preferenziale dal quale si sono rovesciati nel nostro paese quasi un milione di disgraziati, che siano “economici” o “politici”.

Senza voler salvare l’insalvabile (ma su altri versanti) ritengo che su questo dossier, qualunque cosa escogitino i reggitori della nostra cosa pubblica per fronteggiare la situazione, il “manico” abbia contato e conti poco. Quelle che contano sono le situazioni di fatto.

Come la geografia, che penalizza l’Italia e la Spagna o la situazione dei paesi transfrontalieri, che invece avvantaggia la Spagna e conferma la sfiga dell’Italia, dopo il formidabile colpo di genio di Sarkozy nel 2011 e la defenestrazione di Gheddafi. Poi viene Dublino, che sfavorisce ogni singolo Paese, e quindi anche l’Italia, e l’incombere dei trattati internazionali, che tra l’altro impediscono rimpatri forzati (senza l’accordo delle autorità locali) e chiusure di porti, e quindi pesano soprattutto sui paesi marittimi, fra i quali spicca il solito Stivale.

Su tutto incide molto la caratura geopolitica dei vari attori internazionali, che certo non premia il nostro Paese. Dalla metà del secolo scorso esso vive con il cappello in mano: e ha bisogno della buona disposizione dei suoi Protettori, delle organizzazioni internazionali che gli permettono di frequentare la Buona Società globalizzata, nonché dei suoi innumerevoli clienti commerciali e datori di lavoro industriali. Deve inoltre dare di sé una immagine “bella, buona e ben fatta”, se non altro per motivi di promozione turistica, essendo oltretutto soggetto a invidie e gelosie di certi suoi “alleati” per alcune rendite di posizione che la Storia gli ha trasmesso in eredità e che non riesce a proteggere.

Il citato caso libico del 2011, visto in prospettiva, è veramente emblematico. Nella recente vicenda del mondo, nessun Paese di un certo peso si è fatto mettere i piedi in testa in quel modo. Ci siamo dimostrati un vera Fracchia-Nazione, prendendo a prestito l’icona nazionale della sottomessa e strisciante vigliaccheria eletta a modello di vita, che si può essere certi non scomparirà con il suo inventore, il geniale Paolo Villaggio.

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Come dimenticare poi, in questo affresco, la presenza, all’interno del Paese, di un immenso faro di influenza morale, sociale e politica – dimenticavo, “religiosa”– il Vaticano, i cui interessi non sempre coincidono con quelli dello stato italiano ma che ha un peso internazionale decisamente superiore? Nessuno stato europeo è sottoposto a un simile condizionamento, che a volte finisce per orientare i comportamenti del nostro governo secondo linee di condotta non rispondenti ai suoi interessi ma piuttosto ai desiderata della Santa Sede, peraltro non sempre adeguatamente meditati.

Una situazione di fatto cruciale è costituita dalla presenza, nei vari paesi UE a noi comparabili, di masse più o meno dense e consistenti di migranti o migrati, di recente o antico conio. E anche qui, non siamo particolarmente favoriti dai numeri e dalle circostanze, per avanzare pretese. Dei 6 milioni di residenti stranieri in Italia (dati ISTAT, 1 gennaio 2017), solo un milione circa sono africani e più o meno islamici, ai quali occorre aggiungere 160.000 asiatici musulmani. In Francia vivono 5.6 milioni di immigrati + 6,7 milioni di discendenti diretti di nazionalità francese (grazie allo ius soli), in massima parte magrebini e africani islamici.

Nel Regno Unito i numeri sono più o meno simili, magari non così spiccatamente nordafricani, la qual cosa non è un vantaggio da poco. In Germania, infine, vivono 5 milioni di musulmani e uno sta arrivando (rifugiati siriani). In Belgio, Olanda e Scandinavia le percentuali sono simili a quelle a nord delle Alpi. Chiunque vada a passeggio nei centri delle metropoli europee si rende conto della differenza di densità degli immigrati rispetto a quelli delle città del nostro Paese.

Questi numeri rendono evidente che nessun “alleato” europeo si impietosirà mai della situazione italiana. Meglio non contarci. Le dichiarazioni di questi giorni dei vari leader UE, nazionali e locali, non potrebbero essere più esplicite. La polemica fra Juncker e Tajiani sulla rarefazione dei parlamentari UE quando si parla di migranti, idem. Le grida di dolore verso un’Europa che non ci fa il favore di sgravarci dei nostri migranti sono destinate a rimanere inascoltate.

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Sembrerebbe vero, piuttosto, l’opposto: i carolingi, con vassalli e valvassori, potrebbero aver deciso fra di loro che l’Italia può benissimo fungere da “fegato”, – da filtro – per la UE, accollandosi di un po’ di quei problematici ospiti che essi hanno già in corposa quantità. Qualche milione, tanto per cominciare. Gendarmi a Ventimiglia, l’esercito austriaco al Brennero, svizzeri al confine svizzero e il gioco è fatto. Il Mediterraneo centrale non si può bloccare, ma i passi alpini – la vera frontiera della UE –   sì.

C’è da aggiungere poi che il tema induce compassione e pietà anche negli addetti ai lavori, pure se sono “petti di ferro più forti del ferro” che cinge i pattugliatori della Marina Militare e i cutter della Guardia Costiera. Chi scrive si è occupato in passato di SAR, e può assicurare il lettore che quando nel deserto liquido e ostile chiamato mare ci si imbatte in qualche disgraziato che, per ragioni sue o del destino, si trova in difficoltà, lo si soccorre senza un attimo di esitazione, e questo anche se si hanno ordini espliciti che lo scoraggiano o lo vietano, come in tempo di guerra. I marinai italiani sono come Salvatore Todaro… un po’ tutti dei Todari in potenza. E meno male che è così.

In una situazione del genere neanche Otto Von Metternich con ascendenza Cavour riuscirebbe a fare granchè. Non vorrei essere pessimista, ma temo che la cosa migliore da fare in questo momento e in questa contingenza sia studiare, nel modo più razionale e “scientifico” possibile, come assorbire un paio di milioni di migranti africani, ovvero una quindicina di anni di immigrazione, senza farci venire le convulsioni. Cominciando col riconoscere che nei prossimi anni e decenni questo sarà il problema nr. Uno che dovrà affrontare la comunità nazionale.

Da come lo si affronterà dipende il destino dei nostri figli ma soprattutto nipoti. Nel 2050 l’Africa avrà il doppio della popolazione attuale, circa 2.4 miliardi di persone, mentre l’Europa comunitaria resterà più o meno sui 503 milioni di oggi. In natura il pieno va verso il vuoto. Come ha scritto Lucio Caracciolo in una mirabile analisi apparsa su La Repubblica del 5 luglio, “Tutto indica che per il tempo visibile l’Italia dovrà attrezzarsi al mutamento del suo profilo sociale e culturale. Siamo sempre più dentro il Mediterraneo, senza una politica mediterranea. Men che meno con una strategia di integrazione/ assimilazione, da cui i nostri governi fuggono per non rischiare l’impopolarità”.

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Per inciso, va da sé che anche i petti di ferro di cui sopra, di fronte alle centinaia di disgraziati che di volta in volta gli si presentano loro rischiando di andare ai pesci in pochi minuti, non fuggono e anzi se ne fregano altamente della suaccennata impopolarità. Nessuno pensi che i medesimi possano ergersi a paladini della destra o sinistra storica del proprio Paese impedendo con la forza eventi che favoriscono politicamente i movimenti populisti. Ognuno faccia il suo mestiere e si prenda le sue responsabilità.

Ma non su tutto e non tutti siamo partiti col piede sbagliato. Essendo gente intelligente e avendo potuto capitalizzare sull’esperienza degli altri, abbiamo già impostato una strategia molto sagace di distribuzione dei nuovi arrivi, sparpagliando con continuità i nuovi venuti fra i famosi 8.000 comuni della Penisola. Niente banlieue, assolutamente. Qualcuna delle istituzioni locali recalcitra ma è niente in confronto a quanto fanno e possono fare gli abitanti imbufaliti di un ghetto metropolitano islamico.

Occorrerà trovare il modo di farli lavorare, gli stessi nuovi arrivi, magari in quella indispensabile manutenzione spicciola del territorio che nel nostro Paese latita e che nessuno vuole fare (e far fare, perché è troppo cara, con le paghe italiane, e la spending review ha tagliato i fondi).

Bisognerà escogitare una specie di doppio binario salariale. La legislazione attuale sul lavoro osta fortemente, ed è un vero guaio. Ma finché si tratta di leggi interne, e quelle sul lavoro mi pare lo siano, si può far abbastanza tutto (in questo caso Bruxelles chiuderà certamente un occhio o glielo chiuderemo noi nel modo che viene facilmente a mente).

E’ da considerare che gli immigrati sono già fondamentali per la tenuta del nostro sistema di protezione sociale: il presidente dell’INPS Tito Boeri ha recentemente sottolineato come gli immigrati offrano “un contributo importante al finanziamento del nostro sistema di protezione sociale, ancor più nei prossimi decenni man mano cioè che si ridurranno le generazioni dei giovani italiani che entrano nel mercato, compensando il calo delle nascite nel nostro Paese”.

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E’ lapalissiano che la cosa più importante per noi rimane “lavorare” nel modo più opportuno in Africa, operando per rimettere in piedi la Libia e i frontalieri in genere, nonchè i paesi del Sahel. Ma ci vorrà tempo, energia, superamento di ostacoli e affermazione sugli avversari (fra i quali qualche ”alleato”).

Nel breve-medio termine occorrerà cercare di cambiare Dublino e, se ci si riesce, le regole per il salvataggio della vita umana in mare, che vanno riservate ai casi effettivi di SAR, senza interferenze delle ONG. L’invadenza di queste ultime deve essere ridimensionata e tutto sommato si tratta della faccenda più agevole, soprattutto se le nazioni di bandiera coopereranno. La cosa in verità non è scontata, se fossero confermati i sospetti di tentata destabilizzazione attribuiti a certe nazioni e certi poteri (ad esempio Mr.Soros, lo “squalo travestito da filantropo”, come è stato definito, pare sia uno dei finanziatori della flottiglia ONG del MEDCENT). Ma a quel punto la questione potrebbe essere affrontata in altri ambiti e con altri strumenti, più gestibili e “tradizionali”, diciamo così.

Anticipando le critiche che già sento fischiare, vorrei fare ai frombolieri una semplice, preliminare domanda: si può credere veramente che sia possibile fare qualcosa di diverso da quello che stanno facendo oggi i reggitori della cosa pubblica – più o meno le cose delineate -, seppure in ritardo e dopo un mucchio di sciocchezze ed errori e in mezzo a una cacofonia di idiozie che fa gridare “Fatemi scendere”?

Possiamo forse alzare muri sulle spiagge, mettere a mare reti giganti, modificare all’istante la geografia, i trattati internazionali, la Legge del Mare, la situazione geopolitica africana e mediorientale, i numeri degli emigrati nei paesi europei, i loro egoismi “democratici”, nonché riportare i migranti on the shores of Tripoli (come canta l’inno del US Marine Corps, specialista in questo genere di attività), bloccare manu militari i canali desertici del Sahel, e anche chiudere i porti, cosa che all’inizio era sembrata un uovo di Colombo più che fattibile?

Oltre che inveire contro il mondo cinico e baro, in particolare quello che alligna chez nous, qualche idea adatta alla situazione reale vogliamo farcela venire, se non altro per influenzare i nostri maître à penser & rappresentanti pubblici?

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Fosse pure – l’idea auspicata –quella di prendere atto che i nostri gradi di libertà sono minimi e che dobbiamo cercare di evitare i grossi guai che possono venir fuori da questa vicenda…

Pensare che il continente più povero, miserevole e disgraziato, nonché, in futuro, secondo in popolazione, sia a 50 miglia da quello più ricco, felice e denatalizzato, e nessun abitante del primo provi a saltare il fosso  è veramente un sognarsi addosso (è legittimo, viceversa, fare in modo che gli asiatici, come i bengalini che oggi costituiscono la seconda tribù di migranti, migrino nel loro di continente, o proprio se vogliono assaporare la civiltà occidentale, in Australia) .E allora non è meglio prendere atto della realtà e provare a tamponare la falla con i mezzi a disposizione e non con quelli di un arsenale che non c’è, peraltro?

Non è che la situazione e le prospettive che ho esposto possano essere gradite a chicchessia, salvo che a qualche idiota posizionato anche in alto loco (recentemente ne abbiamo sentite delle belle). Si tratta di una fotografia della realtà. Negarla sarebbe velleitario e inutile. Le condizioni oggettive, di fatto, ci impediscono di fare quello che tecnicamente si potrebbe fare: non soccorrere alcuno, non fare entrare nei porti navi che abbiano migranti a bordo, riportare quelli che sono comunque sbarcati al limite delle acque territoriali dei paesi di partenza, metterli su qualche natante sicuro e abbandonarli al loro destino.

Tutto ciò non si può fare! Verremmo additati come eredi del nazifascismo più genocidario, biasimati in ogni dove, forse espulsi da qualche parte, i nostri contratti cancellati, subiremmo ritorsioni di ogni genere, forse anche violenze ai nostri connazionali sparpagliati per l’universo mondo – una catastrofe, insomma Un trauma che non siamo in grado di sopportare.

Foto: AFP, MOAS, Save the Chldren e Frontex

Ufficiale di Marina in spirito ma in congedo, ha fatto il funzionario Nato e il dirigente presso aziende attive nel settore difesa. Scrive da quasi un quarantennio su argomenti navali, militari, strategici e geopolitici per pubblicazioni specializzate e non. Vive a Roma.

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