Sukhoi russi bombardano i jihadisti a Idlib: l’ira di Washington

45

Era dai tempi di Barack Obama che alla Casa Bianca non ci si arrabbiava così tanto per raid aerei effettuati contro milizie jihadiste e qaediste, quelli effettuati dalle forze aerospaziali russe (VKS) che hanno colpito il 4 settembre le postazioni dei ribelli nella provincia di Idlib.

Con ogni probabilità non si tratta dell’avvio dell’attesa offensiva per liberare la provincia del nord-ovest, ultima roccaforte dei ribelli siriani, che non dovrebbe prendere il via prima del vertice trilaterale Mosca-Ankara-Teheran previsto per il 7 settembre nella capitale iraniana.

DHvz2MqXoAA6toz

L’attacco di ieri, ordinato dal Cremlino è il primo nell’area in tre settimane e sembra costituire una pesante rappresaglia per gli attacchi con droni e artiglieria (razzi campali) condotti dai ribelli da Idlib contro la base russa di Hmeymin, presso Latakya, che ospita anche il quartier generale delle forze russe in Siria.

Fonti dell’Osservatorio siriano per i diritti umani, ong con base nel Regno Unito, riferiscono di “caccia russi che hanno ripreso i bombardamenti nella provincia di Idlib dopo 22 giorni di pausa”.

I missili russi hanno centrato diverse postazioni dei jihadisti di Hayat Tahrir al-Sham (ex Frinte al-Nusra) nella cittadina di Jisr al-Shughur e un’area controllata da gruppi ribelli vicini alla Turchia, nella cittadina di Ariha.

Negli ambienti diplomatici si parla della “più massiccia campagna aerea di quest’anno” sulla provincia ribelle di Idlib da parte della Russia. L’attacco ha coinvolto “almeno 10 cacciabombardieri Sukhoi”, che hanno compiuto oltre 50 raid nelle parti “meridionale e orientale” della provincia, dove vivono circa tre milioni di persone, un terzo sfollati da altre regioni della Siria.

201809041119530083_Trump-warns-Syria-over-attacking-Idlib_SECVPF.gif

I morti sarebbero 12, i feriti una trentina ma si tratta di cifre difficili da verificare da fonti indipendenti. In previsione di un possibile attacco, nella notte di lunedì, il presidente Usa Donald Trump aveva rivolto una nuova minaccia all’asse Mosca-Damasco. In un messaggio affidato a Twitter il capo della Casa Bianca si rivolge ad Assad che “non deve attaccare sconsideratamente la provincia di Idlib.

I russi e gli iraniani – aggiunge – farebbero un grave errore umanitario partecipando a questa potenziale tragedia umana. Centinaia di migliaia di persone potrebbero essere uccise.”

Un numero ovviamente esagerato, nello stile oratorio (anzi, “twittatorio” di Trump) ma al di là della strepitosa ironia di un presidente Usa che minaccia chi colpisce terroristi islamici che si rifanno ideologicamente ad al-Qaeda (anche se ufficialmente se ne sono distaccati) è curioso che un simile problema umanitario non se lo sia posto nessuno a Washington durante i raid aerei della Coalizione per liberare Mosul dallo Stato Islamico.

SIRIA_-_idlib_assedio_chiesa

Ieri l’ambasciatore Usa alle Nazioni Unite, Nikki Haley, ha annunciato per venerdì una riunione del Consiglio di sicurezza dell’Onu per “discutere la possibilità che le forze siriane, appoggiate da Mosca, usino armi chimiche contro i ribelli e i civili”.

Quasi una conferma dei timori espressi da Mosca che ribelli e Stati Uniti stiano preparando un attacco chimico simulato per poterne attribuire la paternità alle forze di Damasco e ai loro alleati.

“Se armi chimiche verranno usate, gli Stati Uniti risponderanno” ha avvertito Haley; una minaccia già lanciata poco prima dalla Casa Bianca che aveva assicurato una “risposta rapida” (cioè senza attendere conferme dagli osservatori internazionali dell’Opac come è accaduto in aprile a Douma?) in caso di un nuovo utilizzo di agenti chimici.

Turkish forces are seen in a convoy on a main highway between Damascus and Aleppo, near the town of Saraqib in Syria's northern Idlib province, on August 29, 2018. - Russian Foreign Minister Sergei Lavrov said in a press conference today that there is "full political understanding" between Russia and Turkey, who support opposing sides of the Syrian civil war but are currently in intense negotiations to ensure Idlib does not become a breaking point in their alliance. (Photo by OMAR HAJ KADOUR / AFP) (Photo credit should read OMAR HAJ KADOUR/AFP/Getty Images)

I gruppi ribelli nell’area si preparano a rispondere all’offensiva governativa e sono pronti a lottare “fino alla fine”. A differenza del passato, quando ad Aleppo, Ghouta o Deraa i miliziani hanno concordato col governo il cessate il fuoco in cambio del salvacondotto verso Idlib attraverso i corridoi umanitari, la provincia zettentrionale appare oggi come l’ultima sacca della resistenza contro il governo siriano. Una volta caduta non vi sono in Siria altri “santuari” per i ribelli.

Ankara, restìa ad assecondare l’attacco di Damasco e dei russi, anche ieri ha continuato a inviare truppe a nord di Idlib: carri armati e obici d0’artiglieria da 155 millimetri sono stati schierati nell area di Kilis.

Secondo i dati di Reach Initiative – risalenti a maggio 2018 – ci sono circa 1,2 milioni di sfollati interni nella provincia di Idlib, provenienti da diverse altre province tornate sotto il controllo di Damasco.

LIMES Dettaglio-Siria-luglio-2018-Idlib

In totale, secondo i dati delle Nazioni Unite, nella provincia di Idlib – 750.000 abitanti (per lo più agricoltori) – oggi vivrebbero 2,5 milioni di persone, di cui un milione di bambini, e almeno circa 50.000 miliziani appartenenti a diverse formazioni ribelli.

Per Damasco riprendere Idlib significa di fatto chiudere la guerra civile e riprendere il controllo dell’autostrada M5 che dalla Giordania arriva in Turchia, fondamentale per le rotte di rifornimento, e della M4, che collega Aleppo a Latakia, città costiera roccaforte degli al-Assad, oltre che sede della base aerea russa di Hmeimim.

La provincia di Idlib è stata definita “il più esteso ammasso di campi profughi del mondo”, da Jan Egeland, a capo della task force umanitaria dell’Onu in Siria. Oltre alla popolazione civile, ad Idlib ci sarebbero circa 70.000 miliziani delle formazioni ribelli, appartenenti alle diverse milizie.

@GianandreaGaian

Foto: AFP/Getty Images, SANA, TASS, Reuters e EEnadu India

 

Mappa Limes: in rosso le aree controllate da Damasco, in arancione quelle in mano ai ribelli a Idlib, in verde l’area occupata dai turchi e in verde chiaro le zone conbtrollate da curdi (Fiorze Democratiche Siriane) e truppe  USA.

 

 

 

Gianandrea GaianiVedi tutti gli articoli

Giornalista bolognese, laureato in Storia Contemporanea, dal 1988 si occupa di analisi storico-strategiche, studio dei conflitti e reportage dai teatri di guerra. Dal febbraio 2000 dirige Analisi Difesa. Ha collaborato o collabora con quotidiani e settimanali, università e istituti di formazione militari ed è opinionista per reti TV e radiofoniche. Ha scritto diversi libri tra cui "Iraq Afghanistan, guerre di pace italiane" e “Immigrazione, la grande farsa umanitaria”. Dall’agosto 2018 al settembre 2019 ha ricoperto l’incarico di Consigliere per le politiche di sicurezza del ministro dell’Interno.

Login

Benvenuto! Accedi al tuo account

Ricordami Hai perso la password?

Lost Password