Quo Vadis Esercito?

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In un Paese in cui gli aspetti istituzionali sono così degradati da presentare, nel giro di poche settimane, lo spettacolo avvilente ed indecoroso di una finanziaria votata da un parlamento che non ne conosce in alcun modo i contenuti, di sindaci di importanti città che stabiliscono arbitrariamente quali leggi dello stato applicare, di un ministro della difesa che annuncia importanti svolte strategiche a totale insaputa del collega della Farnesina, forse trattare di argomenti tecnici che riguardano le nostre Forze Armate può apparire secondario e fuori luogo.

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Tuttavia, si parva licet componere magnis, anche nel nostro ristretto ambito di interesse appaiono situazioni paradossali, inquietanti e non rassicuranti.

Come noto uno tra i maggiori problemi che affliggono l’Esercito Italiano è rappresentato dal progressivo invecchiamento del proprio personale, in particolare nella categoria dei Volontari in Servizio Permanente, che costituisce la struttura portante della forza armata e che ormai si avvicina ad avere un’età media di 38 anni, in progressivo ulteriore aumento.

Tale processo, presente in egual misura anche tra i ranghi della Marina e dell’Aeronautica, per motivi facilmente comprensibili costituisce un problema di ben maggiore gravità nelle forze terrestri, tale da incidere pesantemente sull’operatività dei reparti.

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Il fenomeno ha origini che risalgono agli inizi della trasformazione in chiave professionale del nostro strumento militare, quando si dovette in breve tempo approntare alcune brigate di volontari da avvicendare nella crisi balcanica, allora al suo apice.

Successivamente la necessità di garantire una relativa certezza occupazionale al personale arruolato indusse i vertici politici ad assecondare, sostanzialmente per motivi che potremmo definire di stabilità sociale, un modello professionale che privilegiasse numericamente il personale di truppa in servizio permanente rispetto a quello a ferma prefissata.

La costante crescita dell’età media degli effettivi, ulteriormente aggravata dalle ripercussioni negative delle modifiche apportate dal legislatore alla normativa pensionistica, è stata più volte sottolineata dai vertici politici e militari, dai ministri competenti e dai Capi di Stato Maggiore che si sono avvicendati negli ultimi anni.

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In altre parole non si tratta di un fenomeno improvviso, ma di un processo prevedibile e ben delineato nel suo evolversi nel tempo.

Ciò nonostante il tentativo più concreto per fronteggiare il problema ed avviarlo a progressiva soluzione è stato rappresentato negli ultimi anni solo dal Libro Bianco per la sicurezza internazionale e la difesa voluto dal ministro Pinotti, che a tal proposito recitava: “per soddisfare strutturalmente il requisito chiave di un’età media relativamente bassa è necessario che solo una parte della forza complessiva la “professione militare” possa perdurare per tutta la vita lavorativa”.

L’indispensabile corollario a questa enunciato era rappresentato dal successivo “il personale dovrà essere adeguatamente sostenuto da una serie di predisposizioni atte a favorire … il suo eventuale reinserimento nella vita lavorativa successiva”.

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Sulla base di questa linea programmatica il Governo di allora presentò al Parlamento, per mano dei Ministri Pinotti, Padoan e Madia, un disegno di legge delega per la rimodulazione del modello professionale in materia di personale delle Forze Armate che prevedeva una ricorso massiccio a forme di arruolamento a ferma prefissata in luogo di quello in servizio permanente.

In particolare si suggeriva la graduale sostituzione di un contingente di personale in SPE con una corrispondente aliquota di volontari in servizio a tempo determinato, fino al 50 per cento delle dotazioni organiche complessive (anche se il Ministro Pinotti ridusse in seguito tali direttive ad un più abbordabile 40 per cento).

Sempre nell’ottica di un progressivo ringiovanimento del personale veniva inoltre contemplato l’abbassamento dell’età massima per l’arruolamento dei volontari a 22 anni e la predisposizione per questi di un sistema di ferme di durata complessivamente non superiore a sette anni, cui avrebbero dovuto fare seguito adeguate misure intese ad agevolare il loro reinserimento nel mondo del lavoro.

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Prima ancora che la fine della legislatura impedisse l’attuazione degli enunciati programmatici del Libro Bianco, le proposte sull’arruolamento del personale vennero bocciate dalla 4° Commissione Difesa del Senato, forse nel timore che potessero creare forme eccessive di “precariato militare”.

Certo il mantenimento dello status quo era più agevole e di maggior presa elettorale di una revisione completa della materia, che cercasse di conciliare l’efficienza operativa dello strumento con le legittime aspettative ed i diritti dei singoli.

Ad aggravare la condizione generale contribuiva nel frattempo anche un certo rilassamento dei requisiti fisici richiesti agli arruolati. Provvedimenti, ad esempio, come l’innalzamento del tempo limite nella corsa piana di 2000 metri, prova selettiva per gli aspiranti VFP1, da 10 a 13 minuti rischiano di abbassare non di poco le capacità del personale di affrontare e sopportare le fatiche ed i disagi che non possono mancare nelle attività operative.

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La situazione creatasi negli anni è così seria da indurre il Capo di Stato Maggiore dell’Esercito, Generale Salvatore Farina, a richiedere, nella sua audizione alla Commissione Difesa del Senato, l’arruolamento straordinario di 10.000 ulteriori volontari in ferma annuale e quadriennale, con cui assicurare un certo ringiovanimento dei ranghi e fronteggiare meglio gli impegni previsti sul territorio nazionale e nelle missioni esterne.

Un tale possibile provvedimento, che porterebbe in buona sostanza al superamento della Riforma Di Paola, viene ripreso anche nello Stato di Previsione della Difesa, documento nel quale si valuta infatti la possibilità di rendere strutturale l’aumento delle dotazioni organiche complessive delle Forze Armate, magari reintroducendo l’istituto della “riserva assoluta” per il reclutamento di personale ex militare da avviare alle carriere iniziali delle Forze di Polizia.

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Se attuate queste misure daranno nuova linfa vitale ai reparti, ma in assenza di modifiche strutturali rischiano solo di riprodurre, nel giro di pochi anni, le stesse problematiche e storture attualmente evidenziate.

Solo l’introduzione di un sistema di alimentazione che preveda esplicitamente che solo una ridotta aliquota di personale possa prestare servizio nell’Esercito fino all’età della pensione può consentire di creare e mantenere del tempo un complesso organico efficiente e funzionale.

Naturalmente, stanti le caratteristiche specifiche del nostro mercato del lavoro, rigido, bloccato ed asfittico, tale impostazione deve essere supportata da adeguate misure compensative per il personale congedato al fine di assicurare concrete possibilità occupazionali successive.

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L’aumento progressivo dell’età media non è però l’unica criticità riscontrabile nella composizione del personale delle Forze Armate e dell’Esercito in particolare.

Da sempre i reparti operativi soffrono di una certa carenza di ufficiali inferiori, tenenti e capitani, e di sergenti con cui inquadrare le minori unità delle componenti operative, mentre nel contempo è presenta una relativa eccedenza di ufficiali superiori, soprattutto tenenti colonnelli, nonché di marescialli ed aiutanti.

Ad aggravare tale distorsione strutturale contribuiscono alcune norme che videro la luce prima della fine della passata legislatura e sono ora esecutive.

Si tratta del riordino delle carriere del personale militare, una serie di provvedimenti del 2017 che, con l’apparente ed encomiabile scopo di realizzare un adeguamento salariale per tutta la categoria, rischiano di aggravare un altro aspetto negativo del nostro strumento militare e di quello terrestre in particolare: l’eccessivo affollamento dei gradi più elevati, sia degli ufficiali che dei sottufficiali, a scapito di quelli inferiori.

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Paradossalmente le riforma attuata sembra aggravare tale situazione, realizzando obiettivi che sono diametralmente opposti a quello che il semplice buonsenso auspicherebbe.

Per la categoria degli ufficiali del Ruolo Normale delle armi, ad esempio, il nuovo provvedimento abbassa di un anno la permanenza nel grado di tenente (ora solo 4, di cui 3 ai reparti) e di un altro anno quella nel grado di capitano (6 anziché 7).

I due anni “recuperati” andranno spalmati nella permanenza minima nei gradi di maggiore e tenente colonnello.

In modo analogo anche gli Ufficiali del Ruolo Speciale delle armi recuperano due anni di permanenza nel grado di capitano per aumentare l’anzianità minima prevista in quelli di maggiore e tenente colonnello.

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Come risulta facilmente comprensibile tale modifica riduce la consistenza organica complessiva degli ufficiali inferiori di alcune centinaia di unità, mentre aumenta quella degli ufficiali superiori, la cui consistenza complessiva, inclusi i generali, passerà pertanto, per l’insieme delle forze armate, da 12.816 del 2017 a 13.926 nel 2016, con un picco numerico previsto nel 2022 di ben 16.031 ufficiali superiori, per i quali tra l’altro è ora prevista una carriera unitaria a sviluppo dirigenziale sin dal grado di maggiore.

Da notare che negli stessi anni lo strumento militare italiano si dovrebbe ridurre per effetto della Riforma Di Paola da 170.000 a 150.000 effettivi, cosa che ci consentirà di schierare quasi un ufficiale superiore ogni 10 militari.

Ma effetti perversi analoghi si avranno anche tra i sottufficiali del ruolo marescialli, proprio quelli che risultano attualmente in elevato soprannumero rispetto alle tabelle organiche previste.

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Il ministro Trenta ha infatti dato recentemente attuazione ad un disposto della norma del 2017 sul riordino delle carriere, emanando un decreto relativo ad un concorso interno straordinario per titoli ed esami per il reclutamento di marescialli: ben 3.889 per il solo Esercito.

Il concorso si rivolge a VSP e Sergenti arruolati oltre vent’anni fa in base alla legge 958/86 che prevedeva una ferma di leva prolungata di due anni. Di questi volontari, che potevano divenire sergenti di complemento al 14° mese di servizio, solo una ridottissima aliquota, circa il 4%, poteva allora rimanere in servizio al termine della ferma, previo superamento di un apposito concorso che li avrebbe fatti transitare in SPE tra i sottufficiali, con le modalità di carriera allora in vigore, che prevedevano la progressione fino ai gradi apicali dei marescialli, anche a fronte di un titolo di studio richiesto della sola licenza media inferiore.

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Con il successivo riordino del 1995 come noto tutto cambiò. Venne creata la categoria del volontari in servizio permanente (VSP), mentre i sottufficiali diedero vita a due differenti ruoli a carriere differenziate: i Sergenti, da trarsi tra i VSP, ed i Marescialli, da arruolarsi in buona parte direttamente tra i civili in possesso di diploma di istruzione secondaria superiore e destinati a conseguire la laurea breve.

In quel momento venne oggettivamente meno la possibilità per i sergenti di complemento arruolati in precedenza con la 958 di partecipare ad un apposito concorso per il passaggio in SPE e taluni caporalmaggiori si videro bloccata la valutazione a sergente.

Tuttavia questa oggettiva discriminazione venne compensata con due concorsi per la promozione a sergente (1200 posti) e con tre bandi per il transito nella categoria del VSP per un totale di 6.900 posizioni.

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Il nuovo concorso offre oggi praticamente a tutti gli arruolati con la 958 l’accesso alla categoria Marescialli, quella cui solo pochissimi avrebbero potuto inizialmente ambire, non esclusi quanti a suo tempo non risultarono vincitori di concorsi e non vennero positivamente valutati.

I requisiti richiesti prevedono la sola licenza media e prove valutative molto blande, cui dovrebbe far seguito un corso di specializzazione di durata non superiore ai tre mesi e la possibilità, garantita per almeno due anni, di permanere nell’attuale sede di servizio.

In molti casi si tratta di elementi che, per motivi personali, non hanno ritenuto opportuno o conveniente mettersi in gioco ed avvalersi delle opportunità selettive di carriera previste ai vari livelli e che ora riceve un riconoscimento per molti versi immotivato.

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Si tratta di un provvedimento che, con l’intento di sanare una limitata ingiustizia potenziale, rischia di creare problematiche e sperequazioni ben più ampie.

Questi nuovi marescialli, in sovrannumero rispetto ad ogni possibile posizione organica, diverranno inoltre in brevissimo tempo e sostanzialmente senza criteri meritocratici colleghi di quelli arruolati con concorsi molto impegnativi e che, in ben tre anni di formazione, hanno conseguito la laurea breve. Nel contempo saranno i superiori di sergenti non 958 che hanno affrontato un percorso ben altrimenti selettivo.

Una situazione paradossale e contraria ad ogni logica meritocratica, che di certo non farà bene al morale del personale!

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Concludiamo questa rassegna ricordando che la riforma del 2017 precede anche la creazione per la categoria Marescialli del grado di Primo Luogotenente e della “Qualifica Speciale” per i Graduati ed i Sergenti, oltre ad una generale riduzione della permanenza nei gradi: ad esempio 2 anni in meno da sergente e 3 da sergente maggiore.

Era davvero così arduo prevedere degli scatti di anzianità che consentissero di dare un doveroso riconoscimento economico senza inflazionare i gradi apicali delle varie categorie, oltretutto senza adeguati correttivi meritocratici, e addirittura creando un nuovo grado per ogni categoria?

L’attuale governo sembra intenzionato a mettere nuovamente mano al riordino dei ruoli e delle carriere del personale delle Forze di Polizia e tali provvedimenti potrebbero interessare anche le Forze Armate.

Aspettiamo con ansia, non disgiunta da un certo scetticismo, modifiche che introducano, accanto ad opportune rivalutazioni economiche, anche un minimo di meritocrazia e selettività a tutti i livelli.

In mancanza di adeguati correttivi avremo sempre più uno strumento militare piccolo ma sbilanciato e costoso, scarsamente operativo, più adatto, forse non a caso, a riempire le buche delle strade e montare di guardia ai depositi di immondizie che a fronteggiare possibili minacce militari, simmetriche o asimmetriche che siano.

Foto Esercito Italiano e Alberto Scarpitta

 

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Nato a Padova nel 1955, ex ufficiale dei Lagunari, collabora da molti anni a riviste specializzate nel settore militare, tra cui ANALISI DIFESA, di cui è assiduo collaboratore sin dalla nascita della pubblicazione, distinguendosi per l’estrema professionalità ed il rigore tecnico dei suoi lavori. Si occupa prevalentemente di equipaggiamenti, tecniche e tattiche dei reparti di fanteria ed è uno dei giornalisti italiani maggiormente esperti nel difficile settore delle Forze Speciali. Ha realizzato alcuni volumi a carattere militare ed è coautore di importanti pubblicazioni sulle Forze Speciali italiane ed internazionali.

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