Guardia Costiera libica: Ong complici dei trafficanti

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Secondo l’ONU sono circa 700 mila i migranti presenti in Libia, di cui 12% sono donne e il 9% minori, di 40 nazionalità ma soprattutto provenienti dal Niger (19%.), Egitto (14%), Ciad (13%) e Sudan (12%).

FILE - In this March 18, 2015 file photo, Gen. Khalifa Hifter, then Libyas top army chief, speaks during an interview with the Associated Press in al-Marj, Libya. From east and west, the forces of Libyas rival powers are each moving on the city of Sirte, vowing to free it from the hold of the Islamic State group. Hitter, backed by Egypt and the United Arab Emirates, he is considered a hero in the east. But he is widely despised in western Libya, where his opponents depict him as a would-be dictator along the lines of Gahdafi. (ANSA/AP Photo/Mohammed El-Sheikhy, File) [CopyrightNotice: Copyright 2016 The Associated Press. All rights reserved. This material may not be published, broadcast, rewritten or redistribu]

Per la gran parte di tratta di immigrati che non intendono venire in Europa poiché già impiegati a lavorare nella nostra ex colonia mentre oltre 6 mila sono rinchiusi in 12/18 centri di detenzione (per la Libia l’immigrazione clandestina è un reato) dopo essere stati recuperati in mare dalla Guardia Costiera libica.

Secondo gli ultimi numeri forniti dall’ Ufficio delle Nazioni Unite per gli affari umanitari, 3.800 persone si trovano in centri detenzione situati vicino alle zone dove le truppe dell’LNA di Khalifa Haftar e quelle del GNA di Fayez al- Sarraj si combattono, come quello di Tajura, a est di Tripoli, bombardato martedì sera e in cui hanno perso la vita almeno 55 persone.

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Un raid attribuito ai jet di Haftar o dei suoi alleati sul momento contestato dall’LNA, che accusava gli avversari di usare i migranti detenuti come scudi umani, poi seccamente smentito dal comando di Haftar che ha negato ogni responsabilità.

Circa l’attacco al campo il ministero dell’Interno di Tripoli ha accusato aerei F-16 (in dotazione a emiratini ed egiziani, alleati di ferro di Haftar) ma ha poi ammesso che non disponendo di una difesa aerea adeguata non può garantire la sicurezza dei migranti.

Meglio aggiungere anche quella dei cittadini di tripoli morto in numero ben maggiore negli ultimi tre mesi senza che cancellerie, istituzioni religiose, ong e altri si mobilitassero con l’intensità che evidentemente meritano solo i migranti illegali.

Fayez Mustafa al-Sarraj, Chairman of the Presidential Council of Libya and prime minister of the Government of National Accord of Libya, speaks during the High-level plenary meeting on addressing large movements of refugees and migrants in the Trusteeship Council Chamber during the 71st session of the United Nations in New York September 19, 2016. A summit to address the biggest refugee crisis since World War II opens at the United Nations on Monday, overshadowed by the ongoing war in Syria and faltering US-Russian efforts to halt the fighting. World leaders will adopt a political declaration at the first-ever summit on refugees and migrants that human rights groups have already dismissed as falling short of the needed international response. / AFP PHOTO / TIMOTHY A. CLARY

Ancora una volta quindi la strage dei migranti, anche se questa volta in un centro di detenzione e non in mare, viene utilizzata a scopo strumentale contando sul timore soprattutto italiano che nuovi flussi crescano improvvisamente oltre a quelli gestiti dalle Ong.

Haftar potrebbe aver colpito il campo per mettere in difficoltà Roma, unica capitale occidentale che in tre mesi di offensiva su Tripoli non ha mai abbandonato il governo di al-Sarraj pur tenendo aperto il dialogo con Haftar.

“Lanciamo un appello al mondo intero e all’Unione Europea a porre fine alla politiche razziste del ministro dell’Interno italiano Matteo Salvini” che “in collaborazione con l’incostituzionale consiglio presidenziale” di Fayez al-Serraj sono “la ragione principale dell’accumulo di migranti nella regione occidentale della Libia” ha affermato il generale Mohamed al-Manfour, comandante delle forze aeree dell’LNA.

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Secondo al-Manfour, le politiche di Salvini hanno causato il “rimpatrio forzato di migranti in Libia”, facendoli tornare “ancora una volta nelle mani degli stessi trafficanti di esseri umani da cui sono fuggiti” e ricollocandoli “tra carri armati e depositi di munizioni in quello che altro non è che una palese violazione delle regole basilari dei diritti umani e dei valori umani”.

La guerra di propaganda in Libia si fa anche con questi mezzi e dal suo canto il governo di al-Sarraj minaccia di chiudere i centri per indurre l’Italia a fare di più per aiutarlo nella guerra in corso. Roma però è stato il miglior alleato del GNA in questi mesi di battaglia per Tripoli e il governo libico non avrebbe alcun interesse ad alimentare nuovi fluissi migratori illegali verso l’Italia.

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“Se non tacciono le armi la Libia rischia che la guerra civile tracimi su una scala ancora più larga, ha ricordato ieri il presidente russo Vladimir Putin in visita a Roma. “Non sarebbe male ricordare da cosa tutto è cominciato.

Chi ha distrutto la stabilità della Libia? E’stata una decisione della Nato. E questo è il risultato”, ha osservato Putin scaricando quindi sull’ Alleanza la responsabilità di stabilizzare la situazione

L’ Alto commissariato dell’Onu per i rifugiati (Unhcr) da tempo”auspica che avvenga un rilascio dalla detenzione dei migranti nei centri in Libia”. Un’ operazione accompagnata però da “una presa di responsabilità dei Paesi europei, affinché supportino dei piani di evacuazione”.

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Per il momento nessuno parla qui di una corsa all’imbarco per l’Italia ma è chiaro che il nostro governo non può fidarsi né della Ue né dell’Onu

I grandi paesi europei ci sono ostili e puntano da anni ad “azzopparci” trasformando la Penisola un gigantesco hub di clandestini: basti pensare che criticano Roma per lo stop a quelle Ong che non verrebbero accettate nei porti europei.

L’ONU non ci perdona di aver rifiutato la firma del Migration Compact, il documento del Palazzo di Vetro con cui si sancisce per chiunque il diritto ad andare dove vuole, e infatti Unhcr e OIM non collaborano seriamente con Roma.

Eppure per le agenzie dell’Onu non sarebbe difficile rimpatriare direttamente dalla Libia i 6mila detenuti come ha fatto con un ponte aereo con oltre 40 mila clandestina negli ultimi 18 mesi.

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A smontare il rischio di nuovi flussi verso Lampedusa, paventati da tutti i fautori dei “porti aperti” fin dall’inizio dell’offensiva di Haftar su Tripoli (tre mesi fa) ma mai concretizzatisi, contribuiscono anche altre valutazioni.

La Guardia Costiera libica sta lavorando bene e ha già soccorso e riportato in Libia oltre 3.500 clandestini da gennaio affidati anche a personale di Onu e ong.

Grazie ai mezzi, all’addestramento e al supporto italiano i flussi sono in calo costante, basti pensare che dei 2.869 migranti sbarcati quest’anno (83% in meno rispetto al 2018) solo 838 vengono dalle coste libiche (meno del 30%), meno dei 901 che giungono dalla Tunisia o i 664 dalla Turchia o i 267 dall’Algeria.

E dalla Libia ne giungerebbero ancora meno se non ci fossero le ong ad aiutare a tenere aperto il business del traffico di esseri umani.

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A tal proposito ieri ha parlato molto chiaro il portavoce della Guardia costiera libica, l’ammiraglio Ayoub Qassem, che all’AGI ha detto: “Con un pieno ritorno delle attività delle ong nel Mediterraneo ci sarà un esodo di migranti verso l’Italia.

“Il governo italiano non deve permettere alle persone salvate da queste navi di poter sbarcare perchè altrimenti si diffonderà di nuovo la cultura dell’emigrazione verso l’Europa, con evidenti ripercussioni sia sulla Libia che sull’Italia”.

L’ammiraglio ha denunciato “la continua interferenza delle ong nelle operazioni di soccorso. Non possiamo continuare a fare gare di velocità con le imbarcazioni delle ong. Quando il centro di coordinamento di soccorso riceve la conferma del nostro intervento, non deve permettere ad altri di entrare in azione.

Le ong favoriscono i trafficanti di essere umani e abbiamo il sospetto che ottengano ricompense dirette, oltre a quelle indirette, per ogni persona che fanno arrivare in Europa”.

@GianandreaGaian

 

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Giornalista bolognese, laureato in Storia Contemporanea, dal 1988 si occupa di analisi storico-strategiche, studio dei conflitti e reportage dai teatri di guerra. Dal febbraio 2000 dirige Analisi Difesa. Ha collaborato o collabora con quotidiani e settimanali, università e istituti di formazione militari ed è opinionista per reti TV e radiofoniche. Ha scritto diversi libri tra cui "Iraq Afghanistan, guerre di pace italiane" e “Immigrazione, la grande farsa umanitaria”. Dall’agosto 2018 al settembre 2019 ha ricoperto l’incarico di Consigliere per le politiche di sicurezza del ministro dell’Interno.

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