L’iran fa “ammuina” senza fare troppi danni

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da “Il Mattino”

L’attacco iraniano contro le basi americane in Iraq di Ain al-Asad e Erbil, e effettuato con 22 missili balistici Qaim e Fateh con gittata compresa tra i 500 e 750 chilometri, ha messo in luce elementi prevedibili ed altri meno immaginabili.

Come avevamo previsto cercando di ipotizzare i possibili bersagli d i un attacco iraniano, la rappresaglia dei pasdaran si è consumata in territorio iracheno anche se i missili sono stati lanciati con ogni probabilità dall’Iran. Le ragioni sono sia strategiche che di opportunità. Mantenendo lo scontro con gli Stati Uniti confinato all’Iraq, Teheran evita di allargare il confronto militare alla regione del Golfo e al suo stesso territorio nazionale con sviluppi che porterebbero inevitabilmente a un conflitto totale che nessuno dei contendenti e dei paesi della regione vuole davvero.

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Inoltre l’Iran può contare sulla relativa debolezza delle forze statunitensi e della Coalizione schierate in Iraq. Pochi i reparti da combattimento e le difese contro attacchi missilistici, che invece abbondano a protezione delle basi americane e delle monarchie arabe del Golfo Persico.

Le basi e i reparti della Coalizione sono inoltre strutturate per fornire aiuto alle truppe di Baghdad contro gli insorti dell’Isis non per combattere una guerra convenzionale contro l’Iran. Sono quindi vulnerabili ai missili balistici ma anche ai lanci di razzi e colpi di mortai o a incursioni “mordi e fuggi” utilizzando infiltrati iracheni dal momento che tutte le basi degli alleati sono condivise con le forze di Baghdad.

Meglio non dimenticare che se l’Iran schiera in Iraq solo un numero limitato di pasdaran, può però contare sulla fedeltà di decine di migliaia di combattenti sciti delle Unità di mobilitazione popolare, reparti rivelatisi decisivi nella guerra contro l’Isis e che sono anch’essi determinati a vendicarsi degli Stati uniti per l’uccisione del comandante Muhandis, ucciso insieme al generale Suleimani dai missili americani.

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In Iraq la Coalizione dispone per lo più reparti logistici, istruttori e consiglieri militari che addestrano e affiancano le forze di Baghdad contro le milizie dello Stato Islamico mentre i reparti di aerei ed elicotteri da combattimento possono offrire protezione alle basi in Iraq contro attacchi condotti da velivoli nemici ma non contro da missili balistici a corto raggio lanciati dal confine iraniano e che raggiungono i bersagli in tempi brevissimi.

Certo gli Stati Uniti potrebbero inviare in breve tempo batterie anti-missile Thaad, concepite proprio per intercettare armi balistiche come quelle impiegate dall’Iran la notte scorsa, ma è improbabile che Baghdad autorizzi il rafforzamento del dispositivo militare statunitense e della Coalizione, specie ora che il parlamento iracheno ha approvato la fine delle attività dei militari occidentali.

L’ipotesi che la Coalizione anti-Isis si trasformi in una forza da combattimento anti-Iran è molto improbabile innanzitutto perché a Baghdad apparirebbe come una forza d’occupazione. Inoltre i paesi alleati degli USA che schierano truppe in Iraq non dispongono nei loro arsenali di sistemi in grado di intercettare missili balistici né è pensabile che uno scenario di guerra anche a bassa intensità con l’Iran, da combattere in territorio iracheno, possa essere affrontabile dai paesi europei i cui governi hanno aderito alla Coalizione per contribuire a fronteggiare lo Stato Islamico.

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L’aspetto più imprevedibile, che lascia spazio a una rapida de-escalation, riguarda invece la possibilità che il bombardamento missilistico sulle due basi statunitensi sia stato puramente simbolico. L’Iraq ha ammesso di essere stati preavvertito da Teheran del lancio dei missili e con ogni probabilità sono stati indicati alle autorità irachene anche gli obiettivi che sarebbero stati colpiti così da poter evitare di provocare vittime tra militari e civili iracheni.

L’assenza di vittime tra le forze statunitensi e alleate, confermata dal premier britannico Boris Johnson e poi dallo stesso Trump, potrebbe indicare che l’Iran ha fatto sapere per tempo ai comandi della Coalizione, tramite i vertici militari iracheni, dove si sarebbe scatenata la rappresaglia dei pasdaran (l’operazione “Martire Suleimani”) consentendo di evacuare o mettere al riparo trippe e mezzi.

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Una sorta di “ammuina” quindi che potrebbe aver permesso a Teheran di rispondere in modo adeguato (come promesso) all’uccisione del generale Suleimani utilizzando missili di grande potenza ma anche di elevata precisione, evitando però agli americani perdite elevate che avrebbero imposto a Washington di rispondere innalzando l’escalation.

Del resto escamotage simili non sarebbero certo una novità. Nell’aprile 2017 Trump ordinò un attacco contro la base aerea siriana di al-Shayrat da dove erano decollati i jet siriani ritenuti responsabili del supposto chimico a Khan Sheykoun. In quel raid vennero lanciati 50 missili da navi e aerei americani, britannici e francesi che provocarono pochi danni e vittime poiché Damasco era stata avvisata preventivamente da Mosca, a sua volta preavvertita da Washington che voleva evitare il rischio di coinvolgere le difese antimissile russe schierate in Siria.

@GianandreaGaian

 

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Giornalista bolognese, laureato in Storia Contemporanea, dal 1988 si occupa di analisi storico-strategiche, studio dei conflitti e reportage dai teatri di guerra. Dal febbraio 2000 dirige Analisi Difesa. Ha collaborato o collabora con quotidiani e settimanali, università e istituti di formazione militari ed è opinionista per reti TV e radiofoniche. Ha scritto diversi libri tra cui "Iraq Afghanistan, guerre di pace italiane" e “Immigrazione, la grande farsa umanitaria”. Dall’agosto 2018 al settembre 2019 ha ricoperto l’incarico di Consigliere per le politiche di sicurezza del ministro dell’Interno.

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