Task Force Takuba: anche forze speciali italiane contro i jihadisti in Sahel?

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Considerata l’attuale situazione epidemica in Italia ed Europa i piani potrebbero subire slittamenti o modifiche ma, emergenza Coronavirus a parte, l’Italia sembrerebbe apprestarsi a rimodulare la sua presenza militare all’estero con il ridimensionamento del contingente schierato in Iraq, il prossimo probabile ritiro di quello in Afghanistan e il rafforzamento della presenza nel Sahel.

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Nella dichiarazione congiunta rilasciata al termine del vertice italo-francese di Napoli di fine febbraio è stata infatti ufficializzata la partecipazione di forze speciali italiane alla Task Force Takuba, schierata in Mali ma attiva in un’area operativa estesa anche in Niger, Ciad e Burkina Faso, nell’ambito della grande operazione francese Barkhane che dal 2014 contrasta le milizie jihadiste nella regione.

Insorti che hanno aumentato considerevolmente i loro attacchi costringendo i francesi a rafforzare l’operazione passata da 4mila a 5.100 militari di Parigi con due dozzine di aerei ed elicotteri e oltre 250 mezzi terrestri.

L’Italia “sta valutando le modalità di un contributo” si legge nel documento firmato a Napoli ma già ora alcuni paesi europei sembrano disposti ad aderire a un dispositivo composti esclusivamente da forze speciali e che dovrebbe occuparsi essenzialmente di fornire assistenza militare ai reparti d’élite dei paesi africani coinvolti e di effettuare azioni tese a colpire la dirigenza dei diversi movimenti jihadisti del sahel in gran parte aderenti ad al-Qaeda e allo Stato Islamico.

Molti gli aspetti da chiarire. La Task Force Takuba si svilupperà in coordinamento con l’Operazione francese Barkhane o ne costituirà a tutti gli effetti una pedina?

Tradizionalmente le unità di forze speciali dipendono dal comando strategico per il loro impiego e dalle indicazioni dei vertici nazionali per regole d’ingaggio e caveat (cioè limitazioni eventuali all’impiego).

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Il ministro della Difesa, Lorenzo Guerini, aveva già indicato nel novembre scorso, nelle linee programmatiche del suo dicastero, la volontà di rafforzare i rapporti militari con la Francia che da tempo chiede aiuto ai partner europei nella guerra ai jihadisti nel Sahel soprattutto con unità militari da combattimento e non solo di addestramento per le forze africane.

Questo potrebbe quindi significare che gli incursori italiani della Task Force Takuba saranno sotto comando francese ma con regole d’ingaggio nazionali e Roma potrà sempre accettare o meno gli ordini impartiti dal comando francese.

La Task Force europea di incursori sarà inizialmente a comando francese ma pare si ipotizzi una rotazione semestrale del comando tra i Paesi aderenti: già in estate il reparto europeo potrebbe raggiungere la prima operatività mentre quella completa è prevista in autunno anche se si tratta di traguardi pianificati prima dell’emergenza Coronavirus.

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La componente militare che Roma si appresta a inviare nel Sahel, probabilmente basata a Gao (Malì) o in Burkina Faso, non è stata ancora definita ma le esigenze espresse dai francesi riguardano un reparto di elicotteri con compiti di trasporto ed evacuazione di feriti: velivoli che per operare con un certo livello di sicurezza dovrebbero però essere scortati da elicotteri da combattimento.

Si potrebbe configurare quindi un reparto di volo simile alla Task Force Fenice schierata in Afghanistan con 6 o 10 elicotteri dell’Esercito tra NH-90 multiruolo e A-129D Mangusta da combattimento.

Quanto alle truppe, le ipotesi variano da alcune decine di incursori di Esercito (9° reggimento Col Moschin), Marina  (GOI) e Aeronautica (17° stormo) con elementi del GIS dei Carabinieri a un reparto più ampio e composito, simile alla Task Force 45 schierata per anni nell’Afghanistan Occidentale, e composto da circa 150/200 effettivi includendo anche unità dei reparti per operazioni speciali quali i Ranger (4° reggimento Alpini paracadutisti) e acquisizione obiettivi dell’Esercito (185° reggimento RAO).

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Ovviamente il numero di uomini e mezzi schierati determinerà il più o meno consistente impegno logistico tenuto conto della necessità di costituire una base con tutti i supporti necessari in un’area abbastanza distante dall’Italia e priva di accesso dal mare.

Sul piano operativo la missione italiana è ampiamente sostenibile, specie alla luce del disimpegno italiano da Iraq e Afghanistan e lo stesso discorso vale sul piano dei costi.

Molto dipenderà comunque dal ruolo che Roma vorrà giocare nel Sahel, area dove l’egemonia francese è indiscussa e dove già sono schierati un centinaio di militari italiani, in Niger, con compiti di addestramento delle forze locali.

Finora hanno aderito alla Task Force Takuba la Repubblica Ceca che già schiera 120 militari in Malì nell’ambito della missione europea di addestramento EUTM Malì e che invierà 60 incursori delle forze speciali militari fino a tutto il 2022 con un costo previsto in 25 milioni di euro.

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Anche l’Estonia invierà un numero non precisato ma certo limitato di militari mentre la Germania ha declinato e il Belgio si è reso disponibile a fornire solo personale di staff ma non unità da combattimento. Parigi, che vorrebbe disporre di una forza europea di circa 500 uomini, metterà in campo tra i 50 e 100 membri delle sue forze speciali e attende le risposte di Finlandia, Norvegia e altri paesi europei.

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Come la Svezia, che schiera attualmente 220 militari (foto sopra e sotto) nella missione dell’ONU in Malì (MINUSMA) e ha reso noto che potrebbe partecipare alla Task Force Takuba con alcuni elicotteri e qualche decina di militari mentre in Malì schierano elicotteri da trasporto a supporto delle forze internazionali anche Danimarca e Gran Bretagna.

Sul piano politico e strategico l’impegno italiano, quando verrà quantificato, darà la misura della volontà di Roma di ricoprire un ruolo crescente nella lotta ai jihadisti nel Sahel partecipando a una missione indiscutibilmente di combattimento, o di limitarsi a “pagare un obolo” alla rafforzata intesa strategica con la Francia.

 

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