Israele: l’Iran ritira le sue forze dalla Siria

Syrian youths walk past a billboard showing a picture of Syrian President Bashar al-Assad wearing sunglasses while dressed in a Field Marshal's camouflage fatigues, on display in the centre of the capital Damascus on July 9, 2018, with a caption below reading in Arabic: "If the country's dust speaks, it will say Bashar al-Assad." / AFP PHOTO / LOUAI BESHARA

L’Iran starebbe ritirando almeno in parte le sue forze militari dalla Siria. In seguito al doppio attacco del 4 maggio attributo come i raid precedenti (6 solo nell’ultima settimana) a Israele, fonti della Difesa dello Stato ebraico hanno rivelato il 5 maggio che Tehran si sta ritirando “gradualmente” dalla Siria provvedendo a chiudere le basi militari all’interno del Paese.

Secondo l’Ong con sede a Londra Osservatorio nazionale per i diritti umani in Siria, gli ultimi attacchi israeliani hanno preso di mira la notte del 4 maggio la regione di Dei Ezzor, sull’Eufrate, colpendo in particolare l’area di Mayadin, dove da tempo si registrano intensi movimenti di milizie filo-iraniane e di pasdaran iraniani, non lontano dal confine con l’Iraq.

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Una seconda ondata di attacchi missilistici ha preso di mira la zona settentrionale di Aleppo, colpendo in particolare strutture di un “centro di ricerche scientifico”, a sud-est della città, già preso di mire in passato.

L’agenzia governativa siriana Sana ha accusato esplicitamente Israele (che, come di consueto, non rivendica le sue incursioni in territorio siriano) ma ha riferito soltanto dell’attacco nella zona di Sfeira, vicino ad Aleppo affermando che sono stati colpiti “depositi militari”, causando “danni da verificare”.

Dopo questi raid le fonti di Gerusalemme hanno riportato una “riduzione significativa” di forze iraniane in Siria destinata probabilmente ad allentare la tensione tra Gerusalemme e Damasco che pure da anni contrasta con qualche successo le incursioni missilistiche israeliane contro le basi iraniane, degli Hezbollah libanesi e delle milizie scite guidate dai Guardiani della Rivoluzione Islamica inviati in Siria a sostenere le forze governative contro lo Stato Islamico e gli altri insorti islamisti sunniti.

Le fonti israeliane hanno aggiunto infatti di aver rilevato anche una flessione nel numero delle milizie scite che operano in Siria anche se questo dato sembra essere più “congiunturale” che legato ai raid aerei israeliani.

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Le forze di Bashar Assad hanno ormai vinto la guerra contro gli insorti e l’unico fronte caldo rimasto aperto è quello a nord-ovest, nella provincia di Idlib, al momento congelato dall’accordo per il cessate il fuoco raggiunto il 5 marzo da Russia e Turchia.

Di conseguenza parte delle milizie Hezbollah libanesi sono state rimpatriate così come un buon numero di volontari sciti arrolati in diversi paesi, incluso l’Afghanistan, ai quali Tehran aveva promesso la cittadinanza iraniana dopo aver combattuto in Siria.

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“I soldati iraniani in Siria – ha detto il ministro della Difesa israeliano Naftali Bennett – rischiano la propria vita e pagano un prezzo di sangue. Noi non consentiremo la costruzione di una base avanzata iraniana in Siria”.

Secondo fonti della Difesa israeliana citate dai media Tehran avrebbe cominciato ad evacuare le basi militari vicino al confine con Israele sin dall’inizio dell’epidemia di coronavirus che ha colpito duramente l’Iran.

Il quotidiano israeliano Haaretz ha scritto che il presidente Bashar Assad ha compreso che “i militari iraniani sono diventati un peso per la Siria che paga un prezzo troppo alto per la loro presenza” sottolineando che le forze armate siriane – alle prese con un programma di riorganizzazione – sono state danneggiate dagli attacchi israeliani e hanno perso “capacità di combattimento” per i danni inflitti al sistema di difesa aerea.

Al di là dei proclami di vittoria di Gerusalemme il ritiro iraniano sembra essere dovuto a cause diverse. Da un lato Teheran soffre i pesanti danni economici determinati dalle sanzioni internazionali volute da Washington e aggravate dal crollo delle quotazioni petrolifere e dall’epidemia di Covid-19.

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Teheran aveva già da tempo informato Damasco di non poter più far fronte ai costi per il sostegno economico e militare al governo siriano, specie ora che il conflitto siriano ha registrato una svolta positiva per Bashar Assad.

Del resto da mesi Assad gode della riapertura delle relazioni con molti paesi della Lega Araba che avevano sostenuto per anni i ribelli jihadisti.

Uno sviluppo politico dovuto anche al ruolo ricoperto dalle forze di Damasco nel contrasto alla penetrazione turca nel mondo arabo, sostenuta dal Qatar e particolarmente pressante in Siria e in Libia. Oltre all’Egitto, dove il presidente Abdel Fattah al-Sisi non ha mai cessato di sostenere Assad, sono scesi in campo a sostegno di Damasco gli Emirati Arabi Uniti, avversari del Qatar ma anche dell’Iran.

Abu Dhabi ha riaperto il 27 dicembre 2019 la propria sede diplomatica nella capitale siriana, seguito dal Bahrein mentre diversi paesi del Golfo hanno ripreso i rapporti con Damasco anche nell’ambito della Lega Araba. Del resto per consolidare il suo successo militare Assad ha oggi bisogno di ingenti investimenti per la ricostruzione post-bellica della Siria, necessario anche al consolidamento del suo potere.

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Risorse per decine di miliardi di dollari di dollari che non potranno certo provenire dai suoi alleati finora più importanti, la Russia e l’Iran. Con il ritiro iraniano quindi Assad si garantisce un maggior supporto arabo e probabilmente una minore ostilità da parte di Israele e Stati Uniti, garantendosi risorse finanziarie per la ricostruzione.

Proprio gli Emirati Arabi Uniti avrebbero promesso 3 miliardi di dollari chiedendo però a Damasco di riprendere l’offensiva a Idlib contro le milizie filo-turche sostenute dalle truppe di Ankara: iniziativa che risulterebbe al momento sgradita a Mosca che deve necessariamente sostenere la tregua firmata con Ankara.

Il denaro emiratino sembrerebbe finanziare anche il reclutamento di miliziani fedeli al governo siriano, arruolati a quanto sembra dalla società militare privata russa Wagner per combattere in Libia con le forze del generale Khalifa Haftar che si oppongono alle milizie di Tripoli appoggiate da Ankara e da mercenari arruolati tra i ribelli siriani.

Per tutte queste ragioni Assad ha oggi tutto l’interesse ad allontanarsi militarmente dall’Iran senza per questo alterare la tradizionale intesa con Tehran alle cui aziende probabilmente spetterà una fetta del business della ricostruzione della Siria finanziata dalle monarchie sunnite del Golfo.

Al tempo stesso Assad mantiene l’asse di ferro, politico e militare, con Mosca che guarda con favore alla riduzione delle tensioni con Israele e i paesi arabi con i quali i russi hanno crescenti intese.

@GianandreaGaian

Foto SANA, Twitter e AFP

 

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Giornalista bolognese, laureato in Storia Contemporanea, dal 1988 si occupa di analisi storico-strategiche, studio dei conflitti e reportage dai teatri di guerra. Dal febbraio 2000 dirige Analisi Difesa. Ha collaborato o collabora con quotidiani e settimanali, università e istituti di formazione militari ed è opinionista per reti TV e radiofoniche. Ha scritto diversi libri tra cui "Iraq Afghanistan, guerre di pace italiane" e “Immigrazione, la grande farsa umanitaria”. Dall’agosto 2018 al settembre 2019 ha ricoperto l’incarico di Consigliere per le politiche di sicurezza del ministro dell’Interno.

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