Terrorismo: riusciremmo a difendere le nostre chiese?

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L’attenzione generale è ora concentrata sulla pandemia che ci devasta e non potrebbe essere diversamente davanti ad un disastro umano ed economico di così vasta portata. Un altro pericolo però rimane immanente, quello del terrorismo islamico.

Anche senza voler considerare i recenti episodi dovuti ad attacchi di “lupi solitari“ in Francia, è un fatto che tale tipo di terrorismo non sia certo un capitolo chiuso. Dalle Filippine alla Siria, all’Iraq, all’Afghanistan e sempre più vicino a noi in Egitto e nel Sinai, Nigeria e Niger, Sahel, Sudan, Burkina Faso, Marocco, Somalia è un fiorire di movimenti ad esso collegati.

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In Africa Settentrionale la situazione è ancor più preoccupante, perché il terrorismo locale si fonde con i fenomeni di migrazione clandestina e la crescita, in particolare in Italia, di quelle seconde generazioni che sono state negli altri paesi la culla della radicalizzazione.

È perciò seriamente ipotizzabile che al termine di questo periodo di pandemia, più o meno verso la fine del prossimo anno, si possa assistere a una recrudescenza di attentati organizzati, non più spontaneistici, sul suolo europeo, Italia compresa. Preoccupazione sicuramente ben presente nei governi, come dimostra il recente vertice svoltosi a Parigi l’11 novembre, da cui l’Italia è stata purtroppo esclusa.

In questo quadro di minaccia una particolare attenzione va posta a un genere di obiettivi particolarmente significativi e al tempo stesso al momento, estremamente vulnerabili: le nostre chiese. Le chiese, specie durante le funzioni religiose, sono state spesso oggetto di pesanti e reiterati attacchi soprattutto in Nigeria con sanguinosi attentati durante le celebrazioni a partire dal 2010 con più di 2000 chiese distrutte nella sola Nigeria settentrionale.

O in Egitto contro le chiese copte a partire dal 2010 fino agli attentati sanguinosi rivendicati dall’ISIS ad Alessandria e Tanta, il 9 aprile 2017 (45 morti e più di 78 feriti) e a Mina, il 9 dicembre dello stesso anno, con 11 morti e 5 feriti. Non dobbiamo neanche dimenticare le 21 chiese incendiate in Francia negli ultimi due anni (almeno 15 incendi emersi come dolosi), e tra questi è sicuramente doloso l’incendio del luglio di quest’anno dell’antichissima Cattedrale di San Pietro e Paolo, fondata in Nantes nel 1434, provocato da ben tre inneschi.

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In Italia, culla della religione cattolica, sono presenti ben 26.373 edifici di culto, suddivisi fra 16 regioni ecclesiastiche, che fanno capo a più responsabili: la Chiesa nelle sue varie accezioni (ordini, congregazioni, confraternite, eccetera), lo Stato (Fondo Edifici di Culto, 800 edifici), le Regioni e i privati.

Mediamente circa il 25% della popolazione si reca a messa almeno una volta la settimana, prevalentemente di domenica, suddividendosi in un numero di funzioni che variano da una e due nelle giornate feriali a tre o quattro in quelle festive.

Si tratta cioè di un enorme numero di possibili obiettivi, di cui si possono facilmente studiare le caratteristiche quali numero di frequentatori abituali, orari, vie di accesso, distanza da sedi delle forze dell’ordine ecc….

Tali obiettivi sono facilmente vulnerabili attraverso almeno due principali modalità di aggressione, l’incendio doloso e l’attacco diretto portato con armi individuali, bombe a mano o esplosivi. Occorre distinguere tra gli edifici di culto di maggior importanza e dimensioni e gli altri. Duomi, cattedrali, basiliche e chiese principali normalmente sono posti in posizioni facilmente raggiungibili dalle forze dell’ordine, hanno più uscite e vie di fuga, seguono almeno in parte le norme di sicurezza infrastrutturali, hanno anche sistemi antincendio e spesso sono sottoposti a sorveglianza.

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La maggior parte gli altri edifici invece è in ben altre condizioni. Pur accogliendo talvolta fino a 150/200 fedeli per funzione, essi non hanno sorveglianza, spesso sono dotati di un solo ingresso con porte facilmente bloccabili che molte volte si aprono solo verso l’interno, con apertura durante la Messa delle sole porte laterali, nessuna via di fuga o piano di evacuazione e inoltre dispongono di sottotetti con travature centenarie altamente infiammabili e facilmente accessibili.

Gli spazi interni, considerata la presenza di banchi, sono molto frazionati, impedendo un facile deflusso e causando immediata calca in caso di necessità di evacuazione. È da rilevare inoltre che buona parte dei fedeli è costituita da anziani, perlopiù donne, con atteggiamento assolutamente indifeso e che voltano le spalle all’ingresso dei possibili attentatori.

Non per nulla durante la seconda guerra mondiale le chiese furono spesso utilizzate dalle truppe naziste per radunare, rinchiudere e a volte eliminare cittadini inermi. Una Chiesa di medie dimensioni perciò è un obiettivo estremamente vulnerabile e pagante, per di più di alto valore simbolico.

Basti pensare cosa potrebbe portare nel volgere di un brevissimo tempo un attacco con blocco del portone principale e incendio del tetto, o portato da due o tre uomini armati con fucili automatici e bombe a mano, o da un kamikaze con un corpetto esplosivo.

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Appare quindi necessario prendere una serie di misure adeguate a prevenire un’attività ostile che si spera non avvenga mai ma che d’altra parte non si può escludere a priori. Questo tanto più che in funzione dell’emergenza Covid e del lockdown ci sono ancora molti mesi a disposizione per l’adozione dei provvedimenti necessari.

In prima battuta occorre mettere a punto le misure che dovevano essere adottate già da tempo per la sicurezza infrastrutturale. Modifica dell’apertura delle porte verso l’esterno, o loro apertura durante le funzioni religiose, piani di evacuazione e antincendio, limitazione della capienza in funzione delle caratteristiche dell’edificio, come avviene per qualsiasi locale pubblico (ben poche chiese potrebbe avere l’autorizzazione ad aprire con le regole in vigore).

Ingresso controllato e allarmato ai sottotetti, installazione di adeguati impianti antincendio, piani per l’impiego dei vigili del fuoco e predisposizione per la chiusura/limitazione al culto degli edifici con le situazioni più pericolose.

Senza arrivare al terrorismo non sono pochi i casi di incendi accidentali avvenuti in chiese e teatri storici, spesso durante restauri effettuati non in condizioni di sicurezza. Basti pensare al Duomo di Torino o alla Sagra di San Michele o al Teatro della Fenice di Venezia. Quanto agli attacchi diretti poi ovviamente il peso maggiore ricade sull’intelligence per la loro prevenzione.

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Sarebbe opportuna però una pianificazione che in caso di pericolo prevedesse di restringere drasticamente i luoghi di culto frequentabili, riducendoli a quelli più sicuri dal punto di vista infrastrutturale e che si possano sottoporre a sorveglianza, attivare ricognizioni preventive per l’accesso/attività delle Forze dell’Ordine e del 118 in caso di emergenza, individuare responsabili per l’evacuazione e loro addestramento, prevedere l’istallazione di apparati per la chiamata dei soccorsi, metal detector, scanner e sniffer per il controllo agli ingressi, predisposizioni per sicurezza d’area al momento dell’ingresso e soprattutto dell’uscita ecc….

Le misure adottate per la salvaguardia delle sinagoghe, da tempo bersaglio di atti terroristici, potrebbero essere un buon esempio. Come già accennato questo può essere il momento ideale per prepararsi a eventi che auspichiamo siamo improbabili ma sicuramente possibili.

Sanare cioè una situazione già da tempo fuori delle regole e prepararsi in caso di peggiori eventi. C’è il tempo, da qui almeno fino all’estate prossima, ci saranno i fondi, grazie al Recovery Fund europeo. Occorre solo non cedere all’inerzia nella programmazione e pianificazione che, come l’emergenza Covid ci ha insegnato, può far risparmiare fatica oggi ma porta a disastri domani.

 

Generale di Corpo d'Armata dell'Esercito, ha lasciato il servizio attivo alla fine del 2014. Nel corso della sua carriera ha avuto modo di maturare notevole esperienza estera in particolare quale Capo Ufficio Addestramento di COMFOTER, Comandante della scuola NBC Rieti, Capo del Terzo Reparto di Stato Maggiore Difesa, Vice Segretario Generale della Difesa/DNA, Vicecomandante di KFOR e Vicecomandante del Corpo d'Armata Multinazionale a Bagdad. Ha conseguito la laurea in Scienze Strategiche e relativo master, la laurea in Scienze Internazionali e Diplomatiche presso l'Università di Trieste e la laurea in Coordinamento delle attività di Protezione Civile presso l'Università di Perugia.

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