L’assassinio di Jovenel Moïse ed il “business” dei golpe improvvisati in America Latina

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L’assassinio del presidente haitiano Jovenel Moïse (nella foto sotto), attribuito a mercenari stranieri con il coinvolgimento di una Private Security Company della Florida, non solo ha riacceso i riflettori su di un terreno particolarmente fertile per le PMSC come quello haitiano, ma anche su di un fervente “business” di golpe privati ed improvvisati in tutta l’America Latina.

L’abbondante disponibilità di operatori colombiani, l’intraprendenza di esuli venezuelani e l’approssimativa imprenditorialità di contractors statunitensi, infatti, paiono aver fatto rientrare un fenomeno tipicamente latino, come il colpo di stato, in quella privatizzazione della guerra da tempo in corso.

Nonostante il livello dilettantistico, quanto accaduto negli ultimi tempi in Venezuela, Bolivia e, soprattutto, Haiti ne ha comunque dimostrato l’estrema pericolosità e l’imprescindibile necessità di attenzionare figure con skills tanto delicate.

 

 Assassinio a Pétion-Ville

All’01:30 circa del 7 luglio 2021 un manipolo di 28 uomini ha attaccato la residenza del presidente haitiano Jovenel Moïse a Pèlerin 5, quartiere dell’esclusivo comune di Pétion-Ville, arrondissement di Port-au-Prince.

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Giunti sul posto con 6 tra van e pick-up, pesantemente armati e con indosso gilet tattici con la sigla DEA (l’agenzia antidroga statunitense), i commandos hanno immobilizzato le guardie dei due anelli di sicurezza esterni, senza difficoltà. Poco dopo, però, diversi colpi sono stati sparati verso di loro dai restanti uomini della sicurezza, obbligandoli a rispondere al fuoco e a procedere verso l’obiettivo, senza più effetto-sorpresa.

Almeno in sette sono penetrati nell’edificio impartendo ordini in spagnolo ed inglese. Mentre dall’esterno, con un megafono, un altro membro del gruppo annunciava il blitz in corso come un’operazione della Drug Enforcement Administration, intimando di non opporre resistenza.

I commandos hanno raggiunto la camera da letto di Moïse dove, nel frattempo, la coppia presidenziale si era stesa a terra, allarmata dagli spari.

Dopo aver effettuato una breve telefonata per la corretta identificazione dell’obiettivo, questi hanno aperto il fuoco con armi di diverso calibro. Complessivamente, Jovenel Moïse è stato ucciso da 12 proiettili che l’hanno raggiunto al petto, braccia, gamba destra, anca, testa e occhio sinistro.

Anche la first lady, Martine Moïse è stata colpita in varie parti del corpo e si è salvata fingendosi morta. Dopo qualche ora è stata trasferita in un ospedale di Fort Lauderdale, Florida dove le sue condizioni sono state giudicate serie, ma stabili.

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Illesi i due figli che si sono nascosti in un bagno, due domestici ed alcune guardie che si sono arrese immediatamente. Gli assassini hanno anche messo a soqquadro alcune stanze alla ricerca di denaro, gioielli, registrazioni del sistema di videosorveglianza e documenti ufficiali.

Dopo circa 28 minuti l’operazione si è conclusa. I poliziotti arrivati sul posto hanno incrociato il convoglio di veicoli, tuttavia, temendo che il Presidente o altri potessero esservi tenuti in ostaggio, hanno lasciato che si allontanasse indisturbato.

Ad un posto di blocco allestito poco lontano con centinaia di agenti, i commandos hanno abbandonato i loro mezzi con parte dell’equipaggiamento fuggendo a piedi: alcuni si sono gettati in un canale lungo la strada, altri si sono sparpagliati nell’area circostante, mentre il gruppo più consistente ha trovato rifugio in un edificio abbandonato.

Attorno alle 02:30, appreso che il Presidente era morto e che i sospettati asserragliati – mercenari stranieri – avevano almeno due agenti della Guardia Presidenziale in ostaggio, le autorità hanno deciso di aspettare che si arrendessero, fiaccati dal caldo afoso e dalla mancanza di acqua.

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Nel pomeriggio, alle 15:00 circa, la Polizia ha lanciato dei candelotti lacrimogeni davanti all’edificio, conducendo anche delle trattive attraverso il cellulare di uno degli ostaggi. I primi ad uscire sono stati due cittadini americani di origini haitiane, qualificatosi esclusivamente come traduttori del gruppo; successivamente, sono stati rilasciati gli ostaggi.

Le forze di sicurezza hanno, quindi, dato il via all’assalto.  Dopo un conflitto a fuoco della durata di due ore, alle 17:00 sono riuscite ad entrare nell’edificio, trovandovi, però, solamente due mercenari morti. Gli altri erano fuggiti.

Undici hanno scavalcato la recinzione della vicina Ambasciata di Taiwan, dove si sono arresi senza opporre resistenza. Altri sono stati catturati nei dintorni, anche grazie alla popolazione che ha partecipato alla caccia all’uomo, dando addirittura alle fiamme tre loro veicoli.

 

I dettagli dell’operazione

Secondo gli inquirenti, il commando che ha assassinato Moïse era costituito da 28 uomini: 22 colombiani, 2 americani di origini haitiane ed un haitiano, accompagnati da 3 poliziotti.

Tre anche i caduti; tutti cittadini colombiani: due nello scontro a fuoco con la Polizia e uno si sarebbe sparato accidentalmente durante la fuga.

Le autorità colombiane, chiamate a fornire informazioni sui propri cittadini coinvolti, hanno reso noto che 17 di loro sono ex militari, congedatosi tra il 2018 e 2020 con gradi che vanno dal tenente colonnello al soldato scelto. Sui quarant’anni d’età e con grande esperienza operativa, essi avrebbero agito mossi esclusivamente da motivazioni economiche.

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Era stato detto loro che una compagnia di sicurezza americana, appoggiata da Washington, era alla ricerca di ex militari esperti: un lavoro “pulito” da 2.700 – 3.500 dollari al mese, in un Paese non meglio precisato dell’America Centrale.

Tuttavia, CTU Security LLC (Counter Terrorist Unit) altro non era che una piccola realtà commerciale di Miami, senza particolari contatti e di proprietà di Antonio Emmanuel Intriago Valera.

Esule venezuelano residente in Florida, con una lunga e fallimentare storia imprenditoriale alle spalle, Intriago è noto per corsi di tiro, autodifesa e la fornitura di prodotti e servizi di sicurezza. Ansioso di accaparrarsi il lavoro e relativo compenso, ha accettato le richieste dei committenti senza troppe domande, mandando allo sbaraglio i propri uomini.

Secondo la Polizia di Haiti, Intriago sarebbe così entrato nel Paese svariate volte prima dell’assassinio del presidente Moïse; utilizzando anche la carta di credito della sua società per comprare 19 biglietti aerei Bogotà – Santo Domingo per alcuni dei colombiani indagati.

Il loro reclutamento sarebbe iniziato ad aprile, quando a Duberney Capador, ex soldato colombiano con 20 anni di esperienza – uno dei caduti nell’operazione – sarebbe stato chiesto di attingere alla propria cerchia di ex commilitoni per formare un’unità operativa. Capador li avrebbe, quindi, inseriti in gruppi WhatsApp e insistito affinché comprassero giacche, stivali scuri e preparassero i passaporti. Il tutto, precisando che il Governo americano avrebbe pagato i compensi e che, per loro, sarebbero arrivate grosse opportunità lavorative in tutto il Centroamerica.

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I colombiani hanno così cominciato ad arrivare ad Haiti a partire dal 10 maggio. I primi due gruppi con voli di linea da Bogotá via Panama o Repubblica Dominicana e l’ultimo, ad inizio giugno, con un volo privato dalla Florida.

Per i primi giorni, 15 di loro hanno alloggiato in un hotel, mentre altri 7 in una residenza privata. Successivamente, 72 ore circa prima dell’operazione, sono stati tutti trasferiti in un’unica casa di montagna dove, a causa di ritardi nella consegna delle armi, hanno dovuto posticiparla più volte.

Il commando è rimasto, quindi, in attesa fino al 7 luglio, senza mai ricevere nemmeno il primo dei pagamenti concordati.

Sebbene l’obiettivo fosse sempre stato indicato nell’arrestare il presidente haitiano, consegnarlo alla DEA e recarsi al palazzo presidenziale per proteggere il nuovo presidente, in realtà, un gruppo ristretto di colombiani avrebbe ricevuto l’ordine di uccidere chiunque si trovasse nella sua residenza, senza lasciare testimoni. Essi avrebbero dovuto anche prelevare le registrazioni del sistema a circuito chiuso e prelevare valigie contenenti tra i 18 e 45 milioni di dollari che Moïse avrebbe conservato in casa.

I due americani di origini haitiane, di cui uno è risultato essere un informatore della DEA, invece sarebbero entrati nel Paese rispettivamente uno e sei mesi prima dell’assassinio. Si tratta di James J. Solages e Joseph Vincent, entrambi dichiaratosi esclusivamente traduttori dei colombiani.

Solages, di Fort Lauderdale, si è qualificato anche come ex responsabile delle guardie dell’Ambasciata del Canada a Port-au-Prince; questo nonostante i candesi abbiano ridimensionato il suo ruolo a guardia di riserva di una società di sicurezza contrattualizzata nel 2010.

In quello che l’ex primo ministro ad interim Claude Joseph ha definito un “grosso complotto a cui hanno partecipato molte persone,” tra gli haitiani indagati spiccano personaggi rilevanti. Il principale, ritenuto una delle menti del complotto, è Christian Emmanuel Sanon.

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Medico e pastore haitiano, avrebbe inizialmente assunto i colombiani per la propria sicurezza, salvo poi impiegarli per deporre Moïse. Solito fare la spola tra le sue proprietà in Florida ed Haiti, è rientrato nel Paese a giugno, a bordo dell’aereo privato col terzo gruppo di colombiani.

Per il finanziamento dell’operazione Sanon si è rivolto alla Worldwide Capital Lending Group di Walter Veintemilla, un americano di origini ecuadoriane che si occupa di investimenti in progetti infrastrutturali.

Sanon avrebbe chiesto un prestito di 860.000 dollari per l’acquisto di munizioni, equipaggiamento, trasporti e alloggio per il personale. La società di Veintemilla, solamente un intermediario viste le dimensioni ridotte, era pronta ad accollarsi i ¾ delle spese (645.000 dollari), lasciando il resto a carico del medico e della CTU.

Sebbene nessuno contratto formale sia stato stipulato fra le parti, queste hanno comunque portato avanti i preparativi per l’operazione; noleggiando ad esempio un aereo per 15.477 dollari, acquistando munizioni per 15.000, comprando 20 biglietti aerei per 26.485 e destinando 200.000 dollari per 20 operatori.

Sanon, inoltre, si sarebbe impegnato con Maxime Sada, agente immobiliare per l’acquisto del Maxime Boutique Hotel di Port-au-Prince per 3,8 milioni.

Spacciandosi per un investitore che aveva appena acquistato un ospedale, Sanon avrebbe anche prenotato diverse stanze per lo “staff medico” straniero. Stanze nelle quali i colombiani hanno alloggiato fino al 4 luglio e per le quali sarebbero stati corrisposti solamente 25.000 dei 57.000 dollari totali del conto.

La Polizia ha scoperto nella sua abitazione diverse casse di munizioni, sei fondine per pistola, due auto con targhe della Repubblica Dominicana ed un berretto della DEA.

Tra gli arrestati anche i vertici della sicurezza del presidente Moïse.

Jean Laguel Civil, capo della Guardia Presidenziale, è stato trovato in possesso di 100.000 dollari ed accusato di aver agevolato l’ingresso del commando nella residenza, corrompendo gli agenti di guardia.

Dimitri Hérard, capo della sicurezza del Palazzo presidenziale, è accusato di aver fornito armi e munizioni ai colombiani. Egli avrebbe fatto tappa in Colombia almeno sei volte quest’anno, nei suoi viaggi verso altri Paesi latinoamericani; l’ultima qualche settimana prima dell’omicidio. Da tempo Hérard, a capo anche di una società di sicurezza privata, Tradex Haïti SA sarebbe finito nel mirino degli americani per traffico di armi.

In fuga e con un mandato d’arresto nei propri confronti, Joseph Felix Badio, ex funzionario del Ministero della Giustizia e dell’Unità Anti Corruzione. Egli avrebbe supportato il commando di colombiani con un flusso costante di informazioni sulle attività del Presidente.

Badio avrebbe avuto anche un ruolo di coordinamento tra tutti i cospiratori. Sarebbe stato, inoltre, lui ad ordinare ad alcuni dei colombiani di assassinare chiunque si trovasse nella residenza presidenziale. Ordine, poi, ridotto esclusivamente al solo Moïse, grazie all’insistenza dei mercenari.

Assieme ad altri quattro, Badio avrebbe dovuto anche guardar loro le spalle durante l’operazione e la fuga, salvo poi abbandonarli ed usarli come capri espiatori.

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Un mandato di cattura è stato emanato il 23 luglio nei confronti di Wendelle Coq Thélot, ex giudice della Corte di Cassazione. La Coq-Thelot, presumbilmente designata dall’opposizione come successore di Moïse, era già stata rimossa dal suo incarico assieme ad altri giudici, a febbraio, con l’accusa di aver partecipato alla preparazione di un precedente golpe. Presso la sua abitazione si sarebbero riuniti per almeno due volte i colombiani per chiarire dettagli e firmare accordi per la congiura.

Negli ultimi giorni nel mirino della magistratura è finito addirittura il primo ministro ad interim, Ariel Henry. Il procuratore capo di Port-au-Prince, Bed-Ford Claude ha presentato, infatti, una richiesta d’incriminazione nei suoi confronti per 7 minuti complessivi di telefonate scambiate con Joseph Felix Badio poche ore dopo l’assassinio di Moïse.

Il cellulare di Henry, inoltre, sarebbe stato successivamente geolocalizzato all’Hotel Montana, molto vicino alla residenza presidenziale. Chiamato a far luce in tribunale su quanto emerso, con l’obbligo di non lasciare il Paese, Henry ha tuttavia destituito il procuratore Claude, il ministro della Giustizia Rockefeller Vincent e il segretario generale del Consiglio dei ministri Rénald Lubérice.

Alla vigilia del violento terremoto del 14 agosto, la Polizia haitiana aveva arrestato complessivamente 44 persone per reati connessi all’assassinio del presidente Moïse. Tra di loro 18 colombiani, 4 americani di origini haitiane e 22 haitiani; 20 dei quali agenti di polizia.

 

La sicurezza nel Paese

 Oltre ad essere il Paese più povero dell’emisfero occidentale, con il 60% dei suoi 11,3 milioni di abitanti che vive in povertà e più del 64% della ricchezza detenuta dal 20% della popolazione, Haiti è anche uno degli stati più instabili, corrotti e violenti del Mondo.

Frequenti le dittature, i golpe – riusciti o tentati – e le catastrofi naturali quali terremoti, uragani e tempeste tropicali.

I conseguenti aiuti ed interventi umanitari dall’estero – i 32 milioni offerti dagli Stati Uni per il terremoto del 14 agosto sono gli ultimi di una lunghissima serie! – non hanno fatto altro che peggiorare la corruzione endemica, portando il Paese al 170° posto su 180 dell’indice di percezione della corruzione 2020 (l’Italia è al 52° posto).

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La situazione della sicurezza è altamente imprevedibile, con un tasso di criminalità molto elevato. Furti, scippi, aggressioni a mano armata che spesso finiscono in omicidi sono in aumento e diffusi su tutto il territorio, in ogni momento del giorno.

Elevato anche il numero di sequestri a scopo di estorsione (+400% tra 2019 e 2020), tanto che si raccomandano guardie di sicurezza private nei complessi residenziali e durante gli spostamenti; comunque sconsigliati nelle ore notturne.

Trend che trovano conferma anche durante i soccorsi per il recente terremoto: si è assistito ad assalti a convogli umanitari da parte della popolazione disperata, al rapimento di due medici impegnati nelle operazioni di soccorso e, perfino, al rimpatrio precauzionale di un team di soccorritori colombiani per timore di rappresaglie per l’omicidio del presidente Moïse.

Quello che, però, preoccupa maggiormente è la presenza di oltre 150 bande, talmente potenti da controllare circa il 60% del territorio nazionale e responsabili di almeno 12 dei più cruenti massacri della storia recente del Paese.

La più famosa è G9 an fanmi (G9 e Famiglia), federazione di 9 bande fondata nel giugno 2020 dall’ex agente di Polizia Jimmy Chérizier alias Barbecue. Attiva principalmente nella capitale, G9 consente ai propri gruppi-membri di espandersi e fornire al Governo uno strumento per reprimere l’Opposizione ed il malcontento popolare.

Dal 2016, infatti il presidente Moïse è ricorso alle gang per sedare le diffuse proteste, fornendo loro quel supporto logistico e finanziario – denaro, armi, uniformi della Polizia e veicoli – che le ha rese più potenti delle forze dell’ordine ed ha incoraggiato i sopraccitati massacri.

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Dopo l’assassinio di Moïse, G9 ha preso le distanze dall’ex protettore e Chérizier ha addirittura invocato la rivoluzione contro le élite politiche ed economiche del Paese – partiti di Governo, Opposizione e settore imprenditoriale – per colmarne il vuoto di potere.

Nonostante la vocazione prettamente locale, G9 sta cercando di espandersi dalla capitale verso altre parti del Paese, estendendo la propria coalizione criminale. Manterrebbe, infatti, relazioni amichevoli con almeno altri undici gruppi criminali, potendo quindi parlare di un “G20”.

Non mancano, comunque, i nemici costituiti da bande pro-Opposizione, ma anche interne che possono portare a scontri feroci come quelli tra le gang Grand Ravine e Ti Bwa.

Dall’inizio di giugno si è verificato, infatti, un aumento di violenza senza precedenti.

Battaglie tra gang rivali e tra bande e Polizia per il controllo di aree come Martissant, Cité-Soleil e Bel Air hanno provocato morti, feriti, abitazioni e piccole attività saccheggiate e date alle fiamme, con più di 8.500 sfollati aggiuntosi agli oltre 4.000 degli ultimi 12 mesi.

In questo contesto le forze di Polizia hanno poca credibilità. Incapaci di mantenere l’ordine pubblico, oltre a non proteggere la popolazione, finiscono loro stesse nel mirino della criminalità, come avvenuto il 5 giugno, quando tutte e tre le stazioni di polizia di Cité-Soleil sono state attaccate dalle bande.

 

Haiti: tra contractors e PMSC

 La richiesta di guardie e di compagnie di sicurezza privata nel Paese è cresciuta considerevolmente negli anni: in particolare nell’ultimo.

Una situazione ulteriormente esasperata dal terremoto del 14 agosto, lascia prevedere una continua crescita per il settore, dovendo rattoppare per l’ennesima volta il vuoto lasciato dal Governo centrale.

Crimine, instabilità, proteste, saccheggi e, soprattutto, le disastrose condizioni in cui versa la Police Nationale d’Haiti spingono sempre più, sia le istituzioni che i cittadini, ad “acquistare” sicurezza dai privati. Tutto ciò, preoccupando gli osservatori dell’ONU che avevano fatto del rafforzamento e professionalizzazione della Polizia un punto cardine della loro quindicennale missione nel Paese recentemente conclusa.

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L’impiego di operatori e di società di sicurezza privata ad Haiti risale ad almeno metà anni 90, con una grossa diffusione di realtà locali.

Tra queste la Corvington Courier & Security Service, nota compagnia haitiana di proprietà di Reynaldo Corvington, arrestato nell’ambito delle indagini per l’assassinio del presidente Moïse. Tra il 1993 e 1995 la Corvington si è aggiudicata alcuni contratti col Dipartimento di Stato: uno iniziale da 666.000 dollari per servizi di vigilanza all’Ambasciata americana di Port-au-Prince, uno da 1,9 milioni nell’ottobre del 1994 ed un altro ancora da più di 1,2 milioni nel 1995.

La maggior parte di queste società si è trasformata, però, in milizie illegali, criminali e politicizzate. E’ stata poi, progressivamente, la volta della proliferazione di società ed operatori stranieri.

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Lo stesso Moïse ha dichiarato di essersi rivolto all’estero per rafforzare il proprio dispositivo di sicurezza.  Nel marzo 2020, nel bel mezzo di un’escalation d’insicurezza e proteste violente nel Paese a cui si sono uniti anche i poliziotti, ha emanato un ordine esecutivo dichiarando lo stato di emergenza e consentendo al Governo di rivolgersi a contractors stranieri.

Tra i più recenti avvistamenti quello del maggio 2018, durante le celebrazioni della Festa della Bandiera haitiana nella città di Arcahaie: tre operatori stranieri, pesantemente armati, inseriti tra le fila della Guardia Presidenziale.

Qualche mese più tardi, durante scontri tra dimostranti e Polizia, sono circolate sui social networks immagini di presunti contractors stranieri dispiegati assieme agli agenti haitiani, a bordo di veicoli della Polizia modificati, armati con mitragliatrici M-60 e nuovamente incorporati nella Guardia Presidenziale.

Ma, soprattutto, nel febbraio 2019 quando la Polizia ha arrestato un gruppo di contractors che stava scortando Fritz Jean-Louis (assistente del Presidente) alla Banca Centrale di Haiti per trasferire 80 milioni di dollari da un fondo petrolifero governativo – PetroCaribe – ad uno controllato esclusivamente da Moïse.

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Il gruppo, arrivato dagli Stati Uniti il 16 febbraio con un jet privato carico di fucili semiautomatici, pistole e giubbotti antiproiettili, era formato da due ex Navy Seal, un ex contractor della Blackwater e due mercenari serbi residenti negli Stati Uniti. Comandati dall’ex pilota di C-130 dei Marines Kent Kroeker, ognuno di loro aveva ricevuto un anticipo di 10.000 dollari, mentre il saldo di 20.000 sarebbe stato corrisposto a contratto ultimato.

Giunti alla Banca Centrale alle 14:00 circa di domenica 17 febbraio, i contractors sono scesi dalle tre auto del convoglio e si sono disposti a protezione dell’assistente presidenziale. La guardia all’ingresso, però, si è rifiutata di aprire la banca ed ha avvisato la Polizia.

E’ nato così un alterco di circa due ore. Da una parte i contractors che sostenevano la legittimità della loro missione, autorizzata addirittura da Moïse, in via ufficiosa, per mancanza di fiducia nelle forze dell’ordine. Dall’altra i poliziotti che contestavano, appunto, il mancato ricorso a canali ufficiali. Alla fine i contractors hanno ceduto e si sono consegnati alle autorità.

Nonostante dovesse rispondere di possesso illegale di armi ed altri reati, il team è stato rapidamente esfiltrato dal Paese grazie all’intercessione dell’Ambasciata e del Dipartimento di Stato americani, con il benestare del Ministro della Giustizia di Haiti.

 

Colombia: Fucina di mercenari e contractors

Tra i 17 ex militari colombiani arrestati per l’assassinio Jovenel Moïse, secondo il Pentagono, 7 hanno preso parte a suoi programmi di addestramento tra il 2001 e il 2015. Corsi, seguiti in Colombia o negli Stati Uniti, che potevano spaziare dalla manutenzione veicoli allo sviluppo di operazioni antiterrorismo, antidroga e, addirittura, omicidi mirati.

Quella colombiana è una fucina di mercenari e contractors che non ha eguali al mondo. Il Paese, infatti, dagli anni 60 si è trovato in una situazione di conflitto permanente, dovendo affrontare rivoluzionari, paramilitari e trafficanti di droga.

Dopo aver inizialmente impiegato guatemaltechi e salvadoregni, per combattere il narcotraffico e guerriglia nel Paese, gli Stati Uniti hanno iniziato a puntare sui colombiani: dal 2000 al 2018, nell’ambito del Plan Colombia, Washington ha addestrato più di 107.640 soldati colombiani.

Come risultato Bogotà ha avuto a disposizione, per decenni, contingenti militari numerosi i cui effettivi sono andati a ruba per l’ineguagliabile esperienza operativa e per l’estrema economicità: un colombiano costa la metà o, addirittura, un quarto di un operatore americano o britannico.

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Provenienti dalle fasce più povere della popolazione e con scarse alternative professionali, i militari colombiani hanno ben presto capito che avrebbero potuto, come minimo, decuplicare i propri stipendi lavorando per i privati, arrivando anche a 3.000-5.000 dollari al mese. Si è assistito, così, ad un vero e proprio esodo verso la più remunerativa sicurezza privata.

Settore che in Colombia si è sviluppato a partire dagli anni 90, di pari passo con la crescita delle FARC.

Per rafforzare i gruppi di autodifesa che affrontavano i guerriglieri si è, infatti, legalizzato la creazione di società di sicurezza private e, successivamente, sono stati adottati provvedimenti normativi ad hoc, come il sistema Convivir.

Un tentativo di porre, almeno, sotto la supervisione statale un settore inevitabilmente in espansione; incentivato anche dalle multinazionali come Chiquita (precedentemente United Fruit Company), Drummond e Coca-Cola, ma anche da Bogotà e Washington stesse.

Secondo un rapporto del 2011 della Commissione del Senato degli Stati Uniti sulla sicurezza nazionale, tra il 2005 e il 2009 il Governo federale ha speso 3,1 miliardi di dollari in contratti coi privati per il contrasto al narcotraffico in America Latina; le maggiori beneficiarie sono state società colombiane.

Da parte sua, il Governo colombiano ha appositamente alimentato il settore, oltre che dal punto di vista legale e logistico, anche economico, offrendo sistematicamente taglie sulla testa di leader ed importanti esponenti dei gruppi rivoluzionari.

Così la Colombia ha assunto un ruolo di leader nel settore. Nel 2014 vi erano circa 740 società di sicurezza privata in Colombia, mentre nel 2018, successivamente agli accordi di pace del 2016 con le FARC, il volume d’affari è stato valutato in 11,1 miliardi di dollari, con stime di crescita fino ai 47,2 miliardi entro il 2024.

Oltre alla lotta al narcotraffico e al terrorismo finanziate dagli USA, i contractors colombiani hanno partecipato a diversi conflitti internazionali, legalmente (come in Iraq e Afghanistan) o meno (come nello Yemen e in Libia) costituendo una sorta di banco di prova per l’impiego di società private per la fornitura di supporto – logistico e non solo – ai militari.

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Nel 2011 Erik Prince, fondatore della Blackwater, attraverso la Reflex Response o R2 aveva reclutato circa 500 ex militari delle Forze Armate colombiane per conto degli Emirati Arabi Uniti. Un contratto da 529 milioni di dollari per la creazione di una “legione straniera,” con una propria aviazione e marina, posta al comando del principe di Abu Dhabi, Mohammed bin Zayed al-Nahyan per rafforzare l’apparato difensivo del Paese.

I colombiani hanno anche protetto gli interessi dei proprietari terrieri in Honduras dopo il golpe del 2009 e hanno fatto da addestratori e guardie del corpo anche a criminali e narcotrafficanti di gruppi messicani come Los Zetas o del Cartello Jalisco Nueva Generación (CJNG).

Ad ingrossare le fila dei contractors non solo ex militari, ma anche ex paramilitari e guerriglieri che si sono macchiati di crimini e violazioni dei diritti umani.

 

Il “business” dei golpe improvvisati

L’assassinio del presidente haitiano è stato l’ultimo di una serie di tentativi di golpe, più o meno improvvisati, che hanno interessato recentemente l’America Latina.

Tra il 3 e il 4 maggio 2020 una sessantina di disertori venezuelani armati sono salpati dalla Colombia con due imbarcazioni alla volta del Venezuela. Il loro obiettivo era la cattura del presidente Nicolás Maduro (nella foto sotto), la sua consegna agli americani ed il trasferimento di potere a Juan Guaidó, presidente dell’Assemblea Nazionale e presidente designato del Venezuela da una moltitudine di Paesi. Un’operazione che avrebbe goduto del supporto dell’amministrazione Trump.

Le due lance, però, sono state rapidamente intercettate dalle forze di sicurezza venezuelane e, dopo aver ingaggiato dei conflitti a fuoco, 8 degli uomini a bordo sono rimasti uccisi e 17 sono stati arrestati.

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Tra di loro Airan Berry e Luke Denman, entrambi texani, ex operatori delle forze speciali americane e contractors della Silvercorp USA, compagnia di sicurezza privata di Melbourne, Florida.

Ai vertici di quella che è stata denominata Operation Gideon (o Macutazo) Jordan Goudreau, proprietario di Silvercorp USA, nonché ex berretto verde e veterano pluridecorato di Afghanistan ed Iraq.

Per il finanziamento dell’operazione si è rivolto alla diaspora venezuelana, in particolare al segretario del comitato strategico dell’opposizione venezuelana J.J. Rendón, espatriato a Miami. Goudreau ha proposto una forza di 800 uomini, al prezzo di 213 milioni di dollari, con un anticipo di 1,5 milioni. Tra i due sarebbe stato firmato un contratto preliminare, con il versamento di un anticipo di 50.000 dollari. Nonostante ciò, il padrone di Silvercorp USA ha continuato a pretendere insistentemente gli 1,5 milioni pattuiti. Il progetto è alla fine sfumato in un acceso diverbio, causato dalla spasmodica avidità di Goudreau.

La stessa che l’ha spinto a portare comunque avanti l’operazione per ottenere la taglia multimiliardaria posta dagli Stati Uniti in capo a Maduro e 4 dei suoi principali luogotenenti: 15 milioni per il presidente ed altri 10 ciascuno per Diosdado Cabello, Maikel Moreno, Tareck El Aissami e Vladimir Padrino.

Per quanto riguarda la Bolivia, invece, a metà giugno la rivista online americana The Intercept ha pubblicato un articolo sul “Bolivia project”, un tentativo di golpe pianificato da Luis Fernando López, ex ministro della Difesa boliviano.

López avrebbe cercato d’impedire il ritorno al potere del partito MAS – Movimiento al Socialismo – del deposto presidente Evo Morales (nella foto sotto), attraverso centinaia – o se necessario, addirittura migliaia – di contractors.

Una volta data luce verde all’operazione, i mercenari sarebbero stati trasportati nel Paese con aerei militari boliviani dalla base aerea di Homestead, Florida. Dopo essersi uniti a reparti di Forze Armate e Polizia locali, avrebbero sovvertito i risultati delle elezioni dell’ottobre 2020 che hanno portato Luis Arce alla presidenza del Paese con il 55% dei voti.

Disaccordi tra López e il Ministro dell’Interno Arturo Murillo, nonché una spaccatura tra vertici golpisti della Forze Armate e lealisti sembrano aver fatto naufragare il progetto, assicurando il ritorno di un governo legittimo nel Paese con il giuramento di Arce l’8 novembre 2020.

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Tra i personaggi più significativi coinvolti nella vicenda Joe Pereira, ex amministratore civile dell’Esercito americano in Bolivia che avrebbe fornito gli agganci con forze speciali e intelligence statunitensi. Pereira millantava di poter riunire fino a 10.000 uomini delle forze speciali ed anche 250-350 professionisti del Law Enforcement.

Sebbene tra i suoi 535 “amici” su aFacebook vi fossero dozzine di militari americani in servizio ed in congedo, nonché diversi contractors, a detta di uno degli incaricati di reclutare il personale per l’operazione, il numero di 10.000 sarebbe stato assurdo anche per realtà come la Blackwater!

Un ruolo di rilievo lo ebbero anche David Shearman e Joe Milligan, entrambi contractors ed ex militari con una lunga esperienza in operazioni clandestine e di counterinsurgency. Milligan, attualmente venditore di armi autorizzato e dirigente di una ditta di rottami di Dallas, Texas tra il 2006 e il 2012 ha lavorato come artificiere in Afghanistan per la MPRI e come addestratore della polizia irachena per la Blackwater.

Shearman, invece si descrive come ex marine che ha lavorato in giro per il mondo in operazioni clandestine e di protezione di funzionari diplomatici americani in Iraq e Sudamerica.

Mentre Milligan ha negato ogni coinvolgimento, Shearman ha ammesso di esser stato contattato da Pereira per aiutarlo nel reclutamento e gestione di quello che avrebbe dovuto, tuttavia, essere esclusivamente un progetto legittimo di addestramento di Polizia e agenzie di pubblica sicurezza per conto del Governo della Bolivia.

 

L’addestramento statunitense 

A più di due mesi dall’assassinio del presidente Moïse molti aspetti della vicenda non sono ancora stati chiariti. Sono emersi, piuttosto, dettagli e versioni contrastanti che rendono difficile una definitiva ricostruzione dei fatti, nonché una precisa individuazione dei mandanti.

Dietro agli indagati, infatti, vi sarebbero quelli che la ex first-lady chiama “pesci grossi”, che pare si abbia l’intenzione di non far emergere. Esponenti di quell’oligarchia che il presidente assassinato, pur con tutti i suoi difetti e derive autoritarie, cercava di combattere.

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Personaggi così potenti da far indebolire il dispositivo di sicurezza presidenziale (personale ridotto, penuria di armi e munizioni, guardie arresesi senza opporre resistenza, ecc.) e da preparare un piano articolato, per mesi, senza attirare la benché minima attenzione di intelligence e forze di sicurezza.

Da minacciare di morte gli inquirenti e portare a tutta una serie di errori ed omissioni nelle indagini (inquinamento delle scene del crimine, tentativi di influenzare i testimoni, difficoltà di accesso alle scene del crimine ed indizi) e da non permettere di nominare un giudice istruttore (in quattro hanno già rinunciato all’incarico per il timore di ritorsioni) e l’ultimo è ritenuto inesperto ed incapace di gestire il caso.

Per disorganizzazione o mera volontà, il sistema giudiziario haitiano sta dimostrando, come sempre, la sua incapacità nel perseguire criminali di un certo livello.

L’assassinio del presidente Moïse, quindi, sembra destinato a finire nell’oblio. Complice anche lo stesso partito di Governo, Tèt Kale i cui esponenti, più che cercare la verità, sfrutterebbero l’accaduto per attuare persecuzioni politiche.

I sostenitori del premier Henry, ad esempio, sono convinti che le recenti accuse nei suoi confronti siano state mosse esclusivamente per bloccare il tentativo di formare un governo di unità nazionale insieme a esponenti dell’opposizione radicale. Un esecutivo che estrometterebbe personaggi chiave della cerchia di Moïse.

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Per quanto riguarda l’addestramento dei mercenari colombiani, due notizie estive legate a quelli che possono essere considerati due tra gli omicidi di più alto profilo dell’ultimo decennio, hanno messo in evidenza il ruolo degli Stati Uniti – e società private autorizzate dal Dipartimento di Stato – nell’addestramento di migliaia di militari e paramilitari stranieri ogni anno: l’assassinio del dissidente saudita Jamal Khashoggi –  4 degli assassini sono stati addestrati da Tier 1 Group, società dell’Arkansas – e quello, appunto, di Jovenel Moïse.

Nel solo 2018 il Dipartimento di Stato americano e quello della Difesa hanno addestrato circa 62.700 operatori di sicurezza stranieri, provenienti da 155 Paesi. Numeri che vanno notevolmente aumentati se consideriamo anche l’addestramento fornito da contractors e PMSC.

Tralasciando il recente e fulmineo collasso delle forze di sicurezza afghane, gli Stati Uniti reputano questi programmi di addestramento degli strumenti efficaci della loro politica estera. Consentono loro, ad esempio, di fornire ai partner competenze per la gestione di minace comuni e di espandere la loro influenza ed alleanze.

Tuttavia, numerosi e di lungo corso anche gli effetti collaterali: futuri assassini, terroristi, golpisti o dittatori si sono trovati a beneficiare dell’addestramento americano per commettere crimini contro l’umanità o conquistare il potere in contesti politici fragili.

Si pensi alla casistica colombiana precedentemente descritta, nonché a tanti altri Paesi latinoamericani trovatisi alla mercè di ex allievi della “Scuole delle Americhe.”

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I leader degli ultimi due golpe militari in Mali (2012 e 2020) avevano partecipato a programmi di addestramento degli americani. Per non parlare di Egitto, Nigeria, Indonesia, Filippine ecc.

Con procedure di controllo alquanto approssimative, la loro assoluta mancanza in caso di contratti con società di sicurezza private, la non obbligatorietà di supervisione da parte del Congresso per programmi al di sotto di certi importi o che vi sfuggono a causa dell’eccessivo numero da controllare, pare che gli Stati Uniti continueranno a perseverare in questa direzione.

Risulta, infatti, imprescindibile una totale applicazione degli esistenti meccanismi di controllo e, dove necessario, una loro revisione o l’adozione di nuovi per ottenere la massima trasparenza ed evitare le summenzionate derive.

La stessa Colombia non può chiamarsi totalmente fuori dall’assassinio del presidente haitiano Moïse. L’operazione condotta dai suoi cittadini, infatti, risulta indissolubilmente connessa ad un più radicato e profondo sostegno di Bogotà a paramilitari e mercenari i cui tristi effetti sono ben visibili, non solo ad Haiti.

Dopo essere, infatti, stata ampiamente condannata per aver invaso l’Equador per assassinare il leader delle FARC Raúl Reyes nel 2008, la Colombia è ricorsa a mercenari per l’eliminazione di Jesús Santrich in Venezuela e per portare comunque avanti il suo programma di omicidi mirati.

Il Ministero della Difesa colombiano parla di circa 10.600 soldati che si congedano ogni anno. Un esercito di desperados alla ricerca di lavoro, le cui professionalità risultano difficilmente trasferibili alla precarietà dell’economia colombiana. Restano quindi loro poche alternative, se non quella di cercare di continuare a fare il proprio lavoro, in patria o all’estero, senza la minima tracciabilità.

 

Qualche considerazione

In quanto ai tentativi di golpe che hanno avuto recentemente luogo nei diversi Paesi, questi presentano diverse caratteristiche comuni. Innanzitutto, i protagonisti sono tutti personaggi di dubbia affidabilità. Faciloni con avventure imprenditoriali naufragate o problemi economici alle spalle, in cerca di opportunità o di fortuna.

Jordan Goudreau della Silvercorp USA, dopo aver lasciato l’Esercito americano, si è ritrovato ben presto con 100.000 dollari di debiti; ha quindi deciso di tentare la sorte catturando il presidente venezuelano Maduro.

Antonio Emmanuel Intriago Valera della CTU Security LLC ha alle spalle una lunga storia di debiti, fallimenti e sfratti. Nel 2018 è stato condannato al pagamento di $64.791 alla RSR Group; anche la società Propper gli ha fatto causa per insolvenza.

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Joe Pereira e consorte sono stati citati in giudizio per truffa aggravata nel novembre 2016. E ancora, secondo una sentenza di tribunale del luglio 2019, nel novembre 2018 Pereira sarebbe stato in custodia cautelare. Un colonnello della Polizia l’avrebbe anche minacciato per farsi restituire 80.000 dollari.

Di certo non stiamo parlando di figure come Erik Prince, con alle spalle grossi patrimoni, realtà ben strutturate e contatti istituzionali – e non – di prim’ordine. Nonostante, infatti, il tanto millantato appoggio degli Stati Uniti, queste operazioni altro non erano che brancaleoniche iniziative, spontanee ed individuali o, al massimo, con contatti locali e di limitata importanza.

A parte il caso di Pereira in contatto con l’ex-ministro della Difesa boliviano, Jordan Goudreau era riuscito ad entrare in contatto solamente con Keith Schiller, storica guardia del corpo di Donald Trump e con disertori e membri dell’opposizione venezuelana. Allo stesso modo, Intriago aveva contatti limitati, maturati durante occasioni lavorative.

Interessante la partecipazione sia di Goudreau che di Intriago al servizio di sicurezza del Venezuela Aid Live, concerto organizzato nel febbraio 2019 al confine tra Colombia e Venezuela a sostegno del leader dell’opposizione venezuelana Juan Guaidó. Ciò lascerebbe pensare, se non ad un mandante comune per entrambe i golpe, almeno alla possibilità di relazioni esistenti tra i due o con personalità d’interesse, per ora rimaste nell’ombra.

Altro aspetto peculiare è la precisa volontà – in buona o male fede – di far apparire queste operazioni come legittime o, addirittura, eroiche. Goudreau ha annunciato l’operazione Gideon con un video, assieme ad un capitano disertore, con tanto di bandiera venezuelana e proclami propagandistici, eroici e di speranza.

Ai mercenari colombiani la missione ad Haiti era stata presentata come un’operazione per proteggere persone, combattere gang criminali e aiutare la ripresa e democrazia nel Paese. Lo stesso Walter Veintemilla sarebbe stato convinto di finanziare un piano per la legittima sostituzione del presidente haitiano con un leader ad interim, in una pacifica transizione di potere.

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Nel caso della Bolivia, i contractor avrebbero accettato di reclutare personale per progetti legittimi di addestramento di Polizia e agenzie di pubblica sicurezza. Aspetti, questi, che cozzano con la figura del mercenario spregiudicato di un tempo, che non aveva certamente bisogno di edulcorare gli obiettivi delle proprie attività!

Inoltre, stupisce come queste operazioni, organizzate e messe in atto da quasi tutti ex militari o membri di unità d’élite si siano caratterizzate per così tanti errori e pressapochismo: obiettivi fuori portata, disorganizzazione, operatori impreparati e catturati immediatamente, mancanza d’informazioni e di piani alternativi o di fuga, assenza di rinforzi e MEDEVAC, approvvigionamenti incompleti e tardivi di armi ed equipaggiamenti ed infiltrazioni del nemico. Il tutto condito con una più generalizzata mancanza di buon senso. Come ha detto Sean McFate, esperto di PMSC ed ex contractor, è “il momento dei dilettanti”!

La cosa più preoccupante che emerge da questi “golpe improvvisati” è come sempre più governi, attori non statuali e, addirittura, privati cittadini con le sufficienti disponibilità economiche possano avviare un’insurrezione o un colpo di stato, reprimere popolazioni o assassinare leader stranieri. Con l’estrema facilità con cui piccole società di sicurezza possono addestrare, armare e dispiegare uomini per operazioni così delicate, aggiunge McFate, il prossimo episodio è solo questione di tempo.

Nonostante, infatti, decenni di cattiva pubblicità e preoccupazioni sui contractors, poco è stato fatto per dissuaderne o regolarne l’impiego. Nella mancanza di una chiara legislazione internazionale e domestica le PMSC continuano ad operare in quell’area legale grigia che consente loro di proliferare, offrendo opzioni di negabilità plausibile ai committenti.

L’assassinio di Jovenel Moïse dovrebbe ricordare alla comunità internazionale di prendere quella posizione più decisa sull’argomento di cui tanto si parla ormai da troppo tempo.

 

Foto: Esercito di Haiti/Facebook, Polizia Nazionale di Haiti/Facebook, Twitter, US DoD e Bogotà Post

 

 

Nato nel 1983 a Brescia, ha conseguito la laurea specialistica con lode in Management Internazionale presso l'Università Cattolica effettuando un tirocinio alla Rappresentanza Italiana presso le Nazioni Unite in materia di terrorismo, crimine organizzato e traffico di droga. Giornalista, ha frequentato il Corso di Analista in Relazioni Internazionali presso ASERI e si occupa di tematiche storico-militari seguendo in modo particolare la realtà delle Private Military Companies.

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