L’Europa diventa “belligerante” mentre russi e ucraini avviano i negoziati

CRIMEA, RUSSIA - FEBRUARY 24, 2022: A column of armoured vehicles approaches the Perekop checkpoint on the Ukrainian border. Early on February 24, President Putin announced a special military operation to be conducted by the Russian Armed Forces in response to appeals for help from the leaders of the Donetsk and Lugansk People's Republics. Sergei Malgavko/TASS

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Dopo aver perso molte occasioni per diventare protagonista della sua sicurezza e di quella dei suoi confini orientali con iniziative tese a risolvere negli ultimi 8 anni la crisi nel Donbass, utili a scongiurare l’attuale conflitto in Ucraina, l’Unione Europea sembra aver scoperto improvvisamente una sorprendente vocazione bellica.

Dopo decenni di operazioni militari all’estero presentate rigorosamente come “missioni di pace”, di distinguo e e artifizi lessicali sull’opportunità di armare i cacciabombardieri schierati in volo sull’Iraq e sull’Afghanistan per colpire milizie jihadiste, lunghi dibattiti su quale codice penale applicare ai militari in missione, su quali regole d’ingaggio assegnare ai contingenti (abbastanza “robuste” ma non troppo aggressive) e di dibattiti su quali mezzi fossero difensivi e quali offensivi, europei ed italiani sembrano aver saltato il fosso.

Molti stati membri dell’Unione hanno infatti deciso di inviare armi agli ucraini, inclusi gli italiani solitamente così moderati e prudenti quando si tratta di inviare armamenti “letali” a chi ne ha bisogno per difendersi.

Li negammo a Tripoli (assediata dalle truppe del generale Khalifa Haftar) e alle milizie del governo di accordo nazionale (GNA) libico che tutelavano indirettamente anche i nostri interessi energetici e di contenimento parziale dei flussi migratori illegali, lasciando così ampio spazio ai turchi che hanno assunto il controllo del territorio e stabilizzato la Tripolitania in accordo con i russi che hanno fatto la stessa cosa in Cirenaica e che stanno dilagando nel Sahel.

ROSTOV-ON-DON REGION, RUSSIA - FEBRUARY 19, 2022: An armoured vehicle drives by. On February 21, Russia recognized the Donetsk and Lugansk People's Republics, the friendship, cooperation and mutual assistance treaties signed with their leaders. Stringer/TASS Ðîññèÿ. Ðîñòîâñêàÿ îáëàñòü. Âîåííàÿ òåõíèêà íà äîðîãå. Ïðåçèäåíò Ðîññèè Âëàäèìèð Ïóòèí 21 ôåâðàëÿ çàÿâèë î ïðèçíàíèè ñóâåðåíèòåòà Äîíåöêîé è Ëóãàíñêîé íàðîäíûõ ðåñïóáëèê, ñ èõ ëèäåðàìè áûëè ïîäïèñàíû äîãîâîðû î äðóæáå, ñîòðóäíè÷åñòâå è âçàèìíîé ïîìîùè. Ñòðèíãåð/ÒÀÑÑ

Concedemmo invece alcune armi letali ai curdi, tramite il governo iracheno, nell’estate 2014 quando l’offensiva dello Stato Islamico minacciava di travolgere Baghdad: giubbotti antiproiettile, mitragliatrici Mg calibro 7,62 e vecchi lanciarazzi anticarro Folgore: un contributo quasi simbolico considerato che i curdi impiegavano armi anticarro e mitragliatrici diverse per provenienza e calibro.

Quando il parlamento approvò la mozione del governo per la fornitura di tali armi, l’ex ministro della Difesa Parisi fece presente che così facendo di fatto si diventava belligeranti.

 

L’Europa “belligerante”

Se ci si pose il problema di diventare “belligeranti” contro i terroristi dell’Isis al punto da fornire armi ai curdi ma di lasciare disarmati i nostri aerei in volo sull’Iraq, ora che il nemico è la Russia ogni remora sembra stranamente rimossa, insieme alla rinuncia a un serio e approfondito dibattito in proposito.

Diversi stati membri di UE e NATO stanno fornendo munizioni, armi automatiche, artiglieria, missili anticarro e antiaerei portatili all’esercito ucraino ma sorprende vedere la foga bellicista dell’Alto rappresentante Ue per la Politica estera Josep Borrell.

Solitamente prudente in tema di armamenti e interventi armati, Borrell si è rivelato marziale e bellicoso affermando che “dobbiamo fornire munizioni, cannoni di grosso calibro ed equipaggiamento anticarro, anche carburante per carri armati e aerei e tutto questo deve essere coordinato” ha detto il 28 febbraio.

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Borrell evoca quindi uno sforzo logistico congiunto che alimenti le forze ucraine mentre, oltre la UE, il ministro degli Esteri britannico Liz Truss, ha ventilato l’invio di “volontari” (ipotesi scoraggiata però dal ministro della Difesa di Sua Maestà, Wallace) che potrebbero coprire l’impiego in Ucraina di forze speciali e contractors britannici.

In Italia si parla di inviare missili antiaerei Stinger e armi anticarro di tipo al momento non meglio specificate poiché i missili israeliani Spike inizialmente ipotizzati per le forniture agli ucraini avrebbero ricevuto il veto di Gerusalemme, probabilmente non così entusiasta di turbare i rapporti con Mosca.

Armi italiane a cui vanno aggiunti mitragliatrici MG 42 da 7,62 mm e protezioni individuali, forniture che ci rendono a tutti gli effetti “belligeranti” contro la Russia. Non sarebbe il caso di discuterne in modio approfondito invece di passare in soli tre giorni da un decreto che prevede l’invio di aiuti non letali a quello di armi letali all’Ucraina in guerra?

Il fatto che ogni nazione trasferisca le armi in basi NATO e sia poi l’Alleanza Atlantica a farle arrivare in Ucraina o ai confini della stessa richiederebbe ulteriori valutazioni. Inviare mezzi militari, anche solo da trasporto, della NATO in territorio ucraino dove è in corso l’operazione speciale russa significa un po’ più che teoricamente esporli al rischio di venire coinvolti in attacchi russi alle basi o ai mezzi stessi di trasporto, velivoli o veicoli.

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Perché deve essere chiaro che tali forniture di armi europee e occidentali diverranno obiettivi legittimi delle forze russe non appena oltrepasseranno il confine ucraino.

Certo, si tratta pur sempre di “armiamoci e partite” perché nessuno stato membro di Ue e Nato è pronto a mandare proprie truppe a combattere in Ucraina ma andrebbe almeno chiarito chi addestrerà le reclute ucraine all’uso delle nostre armi: istruttori italiani o di altri eserciti NATO?  Del resto consiglieri e contractors statunitensi, canadesi, britannici, baltici e polacchi sono già presenti da tempo a Kiev. E l’addestramento si svolgerà in Ucraina o fuori dai confini del paese in guerra?

Sempre per restare in Italia abbiamo negato armamenti a nazioni alleate come Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti perché avrebbero potuto impiegarli nella guerra nello Yemen ma oggi ne cediamo gratuitamente altri per combattere le forze russe in Ucraina?

Tutto legittimo ma sia chiaro che se diventiamo belligeranti diventiamo nemici della Russia.

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Se è davvero questa la strada che i leader politici in l’Italia ed Europa intendono percorrere meglio però che si preparino a raddoppiare le spese militari (e a valutare lo sviluppo di un credibile deterrente nucleare) oltre a mantenere anche nei tempi più difficili che potrebbero arrivare lo stesso approccio bellicoso che oggi sembrano mostrare con tanta, forse inconsapevole, baldanza.

“L’Unione europea, con la decisione di fornire armi letali, si è schierata con il regime di Kiev, che ha scatenato una politica di genocidio di parte della popolazione”, riportava ieri una nota del ministero degli Esteri russo ripresa dalla Tass.

“Coloro che sono coinvolti nella fornitura di armi letali alle forze armate ucraine saranno responsabili delle conseguenze di queste azioni sullo sfondo dell’operazione speciale in Ucraina. Il ministero ha infine osservato che l’Unione europea non sarà in grado di distruggere l’economia russa e le sue azioni non rimarranno senza una risposta dura”.

Chiaro anche il portavoce del Cremlino, Dimitry Peskov, per il quale l’Unione europea è “un’associazione che mantiene una posizione ostile nei nostri confronti e che ha adottato misure ostili”.

 

Colloqui inaspettati

Al di là del braccio di ferro in atto e dei toni adeguati a tempi di guerra, restano aperte le valutazioni sull’efficacia reale delle forniture di armi occidentali all’Ucraina annunciate quasi in contemporanea con l’avvio dei colloqui tra russi e ucraini che potrebbero forse risolvere in tempi brevi il conflitto con un’intesa di compromesso.

Certo è presto per azzardare previsioni ma i colloqui di ieri al confine ucraino-bielorusso hanno permesso la condivisione di una base su cui sviluppare i negoziati (con il secondo incontro previsto per domani, 2 marzo) come sostengono fonti di Minsk e come confermano anche le dichiarazioni ufficiali che, a Kiev come a Mosca, non chiudono la porta alle trattative.

Come è apparso chiaro i russi cercano di limitare la pressione militare, avanzano lentamente, circondano le città e i reparti ucraini per indurli alla resa, hanno l’obiettivo di limitare le perdite (Mosca ha ammesso di aver avuto, morti, feriti e prigionieri anche se in misura molto inferiore rispetto agli ucraini che rivendicano di aver messo fuori combattimento ben 5mila soldati russi) incluse quelle che infliggono e soprattutto di evitare per quanto possibile di colpire i civili.

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Il tempo sembra essere dalla parte dei russi sui campi di battaglia ma una lunga campagna complicherebbe la situazione di Mosca di fronte alla comunità internazionale e sul fronte interno oltre ad avere costi alla lunga non sostenibili.

Al tempo stesso il presidente ucraino Zelenski appare come l’’eroe della resistenza all’offensiva russa ma è consapevole che questa durerà ancora poco. Aeronautica e difese aeree sono stati quasi del tutto cancellate, i suoi reparti migliori sono circondati o quasi (e con grosse difficoltà a essere riforniti) a ovest del fiume Dnepr e le milizie arruolate nelle piazze occorrerebbero mesi di addestramento per farle assomigliare a reparti militari.

Inoltre Zelenski, pur ringraziando l’Occidente per le armi, gli aiuti finanziari e l’accoglienza agli oltre mezzo milione di ucraini già fuggiti oltre confine, sa perfettamente di essere solo ad affrontare i russi.

Per questo i colloqui iniziati ieri hanno buone possibilità di decollare anche se verranno probabilmente ostacolati in ogni modo da Staiti Uniti e NATO, non solo perché potrebbero portare a sviluppi di compromesso in cui Mosca incasserebbe alcuni vantaggi ma anche perché le trattative hanno tagliato fuori gli occidentali sviluppandosi all’interno del triangolo ex sovietico Mosca- Kiev-Minsk.

Il 27 febbraio il presidente ucraino ha detto che il presidente bielorusso Aleksander Lukashenko “ha assicurato che dal suo territorio non arriveranno sull’Ucraina missili, caccia ed elicotteri”. Zelensky in un video su Telegram ha definito “sostanziale” il colloquio telefonico avuto con Lukashenko, accusato fino al giorno prima da Kiev di essere complice dei russi nell’aggressione.

Dopo poche ore è iniziata la campagna mediatica tesa a sabotare i colloqui screditando la Bielorussia come mediatore credibile. Il Washington Post ha scritto il 28 febbraio, citando un anonimo funzionario dell’Amministrazione Biden, che la Bielorussia si starebbe preparando all’invio di soldati in Ucraina destinati ad unirsi agli alleati russi. “E’ molto chiaro che Minsk ora è un’estensione del Cremlino”, ha detto. Successivamente il giornale ucraino in lingua inglese The Kyiv Independent ha scritto che sarebbe ormai imminente l’ingresso delle truppe bielorusse.

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“Putin sta per trascinare il suo alleato bielorusso, il dittatore Aleksandr Lukashenko, nella sua guerra di occupazione” ha scritto il giornale mentre vale la pena ricordare che voci in proposito erano cominciate a circolare il 27 febbraio, attribuite a un rapporto presentato ai circoli diplomatici da anonimi giornalisti dell’opposizione bielorussa che valutava l’impiego delle truppe di Minsk nelle aree di Kiev o Zhytomyr.

L’obiettivo di queste notizie sembrava quindi essere quello di impedire l’avvio dei colloqui russo-ucraini moderati da Minsk.

A questo proposito non si può escludere che l’annuncio di Putin circa la messa in allerta dello strumento di dissuasione nucleare avesse proprio il significato di mettere un cappello, anzi un ombrello (atomico) sui colloqui che stavano per iniziare scoraggiando iniziative per sabotarlo.

 

Un compromesso possibile?

Una soluzione di compromesso potrebbe infatti essere alla portata dei due belligeranti. Mosca potrebbe pretendere il riconoscimento del ritorno della Crimea alla Russia, la piena “’autonomia” di ampi territori dell’est incluse le province di Donetsk e Lugansk e di un corridoio che le colleghi alla Crimea attraverso Mariupol, Melitopol e la costa del Mare d’Azov (dove si combatte più accanitamente) facendo perno sull’ansa meridionale del Dnepr e forse di altre aree di confine.

Facile ipotizzare che Putin pretenda inoltre lo smantellamento delle unità militari di “ispirazione nazista” e ampie garanzie della piena neutralità dell’Ucraina, con la rinuncia a entrare nella NATO (non necessariamente nella UE).

L’Ucraina dovrebbe accettare dolorose perdite territoriali e di modificare l’attuale politica sbilanciata verso USA e NATO ma resterebbe una nazione “indipendente” e Zelenski potrebbe rivendicare di averla difesa senza fuggire all’estero (come Washington aveva offerto) e di aver strappato ai russi un compromesso tutto sommato onorevole.

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Del resto i russi hanno sempre affermato di non voler invadere tutta l’Ucraina e anche oggi il ministro della Difesa Sergey Shoigu ha detto (ripreso dalla Tass) che le truppe non attaccheranno le città e puntano a smantellare solo le infrastrutture e gli obiettivi militari, aggiungendo che “l’operazione speciale” continuerà fino al raggiungimento degli obiettivi previsti”.

Certo non sarà facile trovare un’intesa negoziale ma del resto le trattative si fanno col nemico, nessuno fa la guerra per combattere in eterno ma per ottenere una pace vantaggiosa e né russi né ucraini hanno nulla da guadagnare da un conflitto prolungato.

@GianandreaGaian

Foto: TASS, Commissione Ue e Ministero della Difesa Ucraino

 

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Giornalista bolognese, laureato in Storia Contemporanea, dal 1988 si occupa di analisi storico-strategiche, studio dei conflitti e reportage dai teatri di guerra. Dal febbraio 2000 dirige Analisi Difesa. Ha collaborato o collabora con quotidiani e settimanali, università e istituti di formazione militari ed è opinionista per reti TV e radiofoniche. Ha scritto diversi libri tra cui "Iraq Afghanistan, guerre di pace italiane" e “Immigrazione, la grande farsa umanitaria”. Dall’agosto 2018 al settembre 2019 ha ricoperto l’incarico di Consigliere per le politiche di sicurezza del ministro dell’Interno.

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