I 70 anni degli Alpini Paracadutisti

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Gli Alpini Paracadutisti hanno celebrato in settembre i settant’anni della specialità, un lungo periodo nel quale non hanno mai cessato di crescere, evolversi, acquisire nuove professionalità ed assumere ruoli innovativi, dalla leva ai professionisti, da reparto convenzionale a Forza per Operazioni Speciali e poi Forza Speciale.

La loro storia inizia nel secondo dopoguerra, quando l’Esercito Italiano sperimenta l’impiego delle aviotruppe in ambiente montano e nel settembre del 1952 crea a Bressanone il primo plotone di Alpini Paracadutisti nell’ambito della Brigata Tridentina, ben presto seguito dai plotoni assegnati alle altre 4 brigate alpine di allora: Julia, Taurinense, Cadore ed Orobica.

Si trattava di reparti di generose dimensioni, con un organico complessivo che prevedevano due ufficiali, 6 sottufficiali e 46 militari di truppa, che univano le caratteristiche di due differenti specialità della fanteria, coniugando la solida tenacia degli Alpini con la flessibilità e la mobilità dei Paracadutisti.

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Nei plotoni affluivano dal gettito della leva gli elementi in possesso della miglior preparazione alpinistica e con solidi precedenti nello sci, dando vita a reparti caratterizzati da uno spirito indubbiamente élitario. I compiti assegnati includevano la ricognizione a lungo raggio, colpi di mano, la conquista di posizioni chiave di difficile accesso, la sicurezza in quota.

Per esigenze pratiche e funzionali, oltre che per uniformare la formazione del personale e semplificare l’addestramento, nel 1964 i plotoni vennero riuniti a Bolzano, dove si costituisce la Compagnia Alpini Paracadutisti su plotone comando, 3 plotoni fucilieri, plotone mortai medi da 81 mm e plotone armi a tiro teso, poi controcarro, con cannoni senza rinculo da 57 mm successivamente rimpiazzati dai missili filoguidati Milan.

Posta alle dirette dipendenze del 4° Corpo d’Armata Alpino, del quale costituiva riserva d’élite, la Compagnia operava nel quadro della manovra complessiva della grande unità, svolgendo sia i compiti comuni a tutte le unità alpine d’arma base, sia missioni peculiari, quali l’occupazione preventiva di posizioni di grande importanza tattica, interdizione e contro-interdizione d’area, reazione immediata contro aviolanci/elisbarchi per il contenimento, controllo e concorso all’eliminazione di puntate offensive avversarie.

Il personale di truppa, costituito da giovani di leva che avevano chiesto volontariamente di svolgere il servizio militare nella specialità, completava l’addestramento individuale di base presso un CAR o Battaglione Addestramento Reclute per transitare poi presso l’allora SMIPAR di Pisa, la Scuola Militare di Paracadutismo, per gli opportuni test di selezione ed il successivo conseguimento del brevetto di paracadutista militare con cinque lanci vincolati.

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I neo brevettati tornavano quindi a Bolzano per le attività di 2° ciclo (il plotone in attacco ed in difesa), cui facevano seguito, in base alla stagionalità, la frequenza dei corsi basici di sci e di alpinismo della durata di circa un mese ciascuno. Nella parte terminale del periodo di ferma si svolgevano esercitazioni più complesse, che includevano l’addestramento al combattimento in ambiente urbano, l’attività di pattuglia e l’interdizione d’area.

Nel 1990 la Compagnia venne ufficialmente denominata “Monte Cervino”, collegandosi così idealmente con le gloriose tradizioni dell’omonimo battaglione costituito nel 1915 durante la Prima Guerra Mondiale e con le gesta del Battaglione Sciatori Monte Cervino del secondo conflitto, un reparto immolatosi in Russia dove ottenne la Medaglia d’Oro al Valor Militare.

Sono anni di grandi trasformazioni politiche, con il crollo del Patto di Varsavia, la fine della Guerra Fredda e l’avvento di un periodo di instabilità che porterà al moltiplicarsi delle missioni internazionali di interposizione e mantenimento della pace.

In tale contesto la Compagnia Alpini Paracadutisti Monte Cervino viene elevata nel 1996 al livello di battaglione, sia per l’ottima prova fornita nella missione di peacekeeping Albatros in Mozambico (1993-94) che per il generale orientamento dello Stato Maggiore, favorevole al potenziamento dei migliori reparti di fanteria leggera d’élite, individuati come i più idonei ad affrontare le difficili sfide delle missioni internazionali.

Il Battaglione Alpini Paracadutisti Monte Cervino mantiene inizialmente il ruolo convenzionale di riserva del 4° Corpo d’Armata Alpino (poi Comando Truppe Alpine) e viene strutturato su comando, compagnia comando e servizi e due compagnie fucilieri, ciascuna comprensiva di tre plotoni fucilieri (uno è previsto sia montato su VBL Puma) ed un plotone mortai medi. Nei plotoni fucilieri è inclusa una squadra controcarri con due sistemi Milan.

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Il personale di truppa, che inizialmente è costituito ancora quasi esclusivamente da militari di leva, viene progressivamente rimpiazzato dai Volontari in Ferma Breve di tre anni, con i quali è ora possibile assicurare una formazione più approfondita e polifunzionale.

Giunti al reparto dalle scuole dopo 5 mesi di servizio, i VFB affrontavano un modulo di addestramento individuale al combattimento di circa 4 mesi, prima di essere inviati a Pisa per il corso palestra ed i lanci di qualificazione.

Tornati al battaglione frequentavano i moduli ambientali di movimento e combattimento in ambiente montano estivo ed invernale, molto più completi e ben strutturati, e quelli destinati all’addestramento alle missioni di proiezione e di supporto alla pace.

La continua crescita professionale del reparto trasforma gli Alpini Paracadutisti in una delle più belle realtà di un esercito in piena trasformazione ed in procinto di professionalizzare molti reparti.

 

Forze per operazioni speciali

 Nella seconda metà degli anni novanta i nuovi scenari politici e le conseguenti rinnovate necessità operative portano anche in Italia un rinnovato interesse per le componenti non convenzionali dello strumento militare.

Presso lo Stato Maggiore Esercito viene così creato il Nucleo Coordinamento Forze per Operazioni Speciali, retto dal Generale Franco Monticone (recentemente scomparso), che svolgerà un grande lavoro di studio, pianificazione dottrinale ed addestrativa, definizione dei compiti ed elaborazione degli iter formativi di tali forze.

Nella sua analisi il Nucleo individua l’esigenza di affiancare al 9° Reggimento d’Assalto Paracadutisti Col Moschin, allora unico reparto di forze speciali in senso stretto della Forza Armata, alcune unità di supporto alle operazioni speciali. Sono inizialmente previste una Compagnia da Ricognizione a Lungo Raggio (sarà la Cp LRRP assegnata inizialmente al Col Moschin e poi ceduta al 185° Rgt RRAO), un Reparto Elicotteri (che darà vita al REOS, Reparto e poi Reggimento Elicotteri per Operazioni Speciali), e soprattutto un’unità definita “Ranger”.

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Tale reparto avrebbe dovuto condurre missioni offensive di livello operativo quali azioni dirette in profondità, incursioni, sabotaggi e colpi di mano contro obiettivi di elevato valore, svolgere azioni di supporto alle Forze Speciali e ricoprire, se necessario, compiti di fanteria leggera d’élite in situazioni ad elevato rischio.

La tipologia delle missioni assegnate, pur non escludendo un impiego unitario, enfatizzava il ruolo delle minori unità organiche, plotone e pattuglia da combattimento, destinate ad operare in grande autonomia in ambiente ostile.

Da un esame delle professionalità e delle potenzialità esistenti nella forza armata il Nucleo FOS individuò quale futuro reparto Ranger il Battaglione Alpini Paracadutisti Monte Cervino che, pur mantenendo la propria dipendenza organica dal Comando Truppe Alpine, venne inserito a partire dal 1999 nel novero delle Forze per Operazioni Speciali.

La trasformazione del battaglione e l’assunzione del nuovo ruolo furono affrontati con entusiasmo e consapevolezza, comportando un notevole cambiamento di mentalità ed esigendo un’adesione più completa e motivata alla vita del reparto, con un approccio innovativo alle problematiche addestrative ed operative.

Pur partendo dalla disponibilità di elementi in possesso di un profilo psico-fisico mediamente elevato, il Monte Cervino effettuò un’accurata selezione del personale, al fine di individuare tempestivamente i soggetti non idonei a ricoprire i nuovi ruoli, per carenze fisiche o motivazionali.

I volontari che giungevano al reparto erano sottoposti, dopo una prima preselezione fisica, ad un Tirocinio di Selezione di 3 settimane, destinato a prepararli, soprattutto mentalmente, alle sfide successive.

Gli idonei, se non già brevettati, frequentavano quindi per 4 settimane il corso di paracadutismo con fune di vincolo a Pisa e tornavano successivamente a Bolzano per frequentare un Corso di addestramento di 1° tempo della durata di 17 settimane.

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Qui veniva perfezionata la formazione individuale al combattimento, si effettuava un ampio addestramento all’impiego delle minori unità in attacco e difesa, e si affrontavano le tattiche e procedure della pattuglia da combattimento, orientata ad agire con modalità evasive e non convenzionali.

Al termine i volontari venivano inviati presso l’allora Reparto Addestramento Forze per Operazioni Speciali (RAFOS) del Reggimento Col Moschin a Livorno per la frequenza di un Corso Ranger di 6 settimane, principalmente destinato a far acquisire ai frequentatori, in un contesto di grande realismo, le nozioni di base per pianificare, organizzare e condurre un’azione diretta, approfondendo le procedure operative della pattuglia da combattimento. Presso gli Incursori venivano inoltre perfezionate le tecniche di tiro mirato ed istintivo, soprattutto in ambiente urbano.

Questi tre corsi iniziali, della durata complessiva di 27 settimane, componevano l’addestramento di base, cui faceva seguito l’addestramento alla mobilità ambientale di ulteriori 18 settimane.

Si susseguivano, in base alla stagionalità, il corso di addestramento montano estivo di 8 settimane (4 di formazione tecnica di base e 4 di formazione tattica avanzata), il corso di addestramento montano invernale (8 settimane di sci, tecniche di movimento e procedure di combattimento in ambiente invernale) ed il corso anfibio di due settimane, nuovamente al RAFOS e finalizzato all’apprendimento delle nozioni di base per operare in ambiente anfibio, in acque interne e costiere.

Solo dopo questo lungo processo il personale risultato idoneo in tutte le differenti fasi transitava nella componente operativa del battaglione, dove l’attività addestrativa proseguiva con grande realismo. Le esercitazioni continuative esterne costituivano la norma e l’accento era posto soprattutto sulla capacità di agire a sostegno delle Forze Speciali in qualunque teatro di impiego.

La 1ª Compagnia terminò la trasformazione quale Forza per Operazioni Speciali nella primavera del 2001, rapidamente seguita dalla 2ª. Entrambe le pedine comprendevano, almeno teoricamente, plotone comando e servizi, 3 plotoni fucilieri di cui 1 su VBL ed un plotone armi di supporto con missili Milan e mortai da 60 mm (inizialmente i vecchi M2 statunitensi) in sostituzione dei Brandt da 81mm ritirati dal servizio.

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Nell’ambito della Compagnia Comando e Servizi venne infine creato un piccolo Plotone Ricognizione, in grado di svolgere compiti esploranti, di sicurezza e di individuazione e controllo di una zona di lancio. I suoi componenti, tra i più esperti del battaglione, vennero gradualmente abilitati al lancio con la tecnica della caduta libera, cui avrebbe dovuto far seguito anche la formazione ai lanci d’alta quota con ossigeno presso il 9° Reggimento, una previsione che però rimase e rimane tuttora lettera morta.

Raggiunta la piena operatività, il Battaglione inizia ad essere schierato incessantemente in molti teatri operativi: dopo una prima esperienza in Bosnia nel 2000 è la volta dell’Afghanistan, prima a Kabul (2002) e poi a Khowst nel quadro di Enduring Freedom (2003), quindi in Iraq nella missione Antica Babilonia l’anno successivo e poi nuovamente in Afghanistan.

In questi due ultimi impegnativi teatri inizierà una lunga e stretta collaborazione con gli Incursori del Col Moschin e/o del GOI nell’ambito di Task Force congiunte, in un clima di crescente stima professionale reciproca e con piena soddisfazione dei responsabili di entrambi i reparti.

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I continui impegni esterni fecero peraltro emergere ben presto l’esigenza di poter disporre di una struttura organica destinata in via esclusiva alla formazione dei nuovi volontari assegnati al reparto, senza distogliere le compagnie operative dai propri compiti. Questa problematica troverà soluzione nel 2004 in concomitanza con l’innalzamento del battaglione al rango reggimentale, grazie alla creazione della 3° Compagnia con funzione di Reparto Addestramento Ranger, poi Compagnia Corsi.

Il 25 settembre 2004 infatti il battaglione Ranger Monte Cervino entra, quale componente operativa, nel ricostituito 4° Reggimento Alpini Paracadutisti, al quale viene consegnata la storica bandiera del 4° Reggimento Alpini, la seconda più decorata dell’esercito, con 2 medaglie d’oro al valor militare, 9 d’argento, 1 di bronzo e due medaglie d’argento al valor civile.

 

Il 4° Reggimento Alpini Paracadutisti

Il neo costituito reggimento si articolava su Comando, Compagnia Comando e Supporto Logistico e, come detto, Battaglione Ranger Monte Cervino, a sua volta costituito da tre compagnie fucilieri, di cui la terza destinata alla creazione dei nuovi ranger, il cui iter formativo subirà una lunga serie di modifiche, anche radicali, che lo avvicineranno a quello delle Forze Speciali.

Nel 2006 l’Esercito introdusse infatti nuovi criteri unificati di selezione e formazione validi per tutti i futuri componenti delle Forze Speciali e per Operazioni Speciali. La formazione iniziale sarebbe stata svolta congiuntamente a Livorno presso il RAFOS e solo successivamente gli allievi sarebbero stati inviati ai rispettivi reparti di destinazione finale per la fase specialistica.

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Da quell’anno gli aspiranti Ranger iniziarono pertanto a recarsi a Livorno per essere sottoposti ad un rinnovato Tirocinio di Selezione di due settimane e per frequentare successivamente, se ritenuti idonei, il Corso per Operatore Forze Speciali, che ben presto diverrà Corso Operatore Basico per Operazioni Speciali, noto con l’acronimo di OBOS.

Si trattava inizialmente di un corso molto ampio ed esauriente sulle procedure tecnico-tattiche delle Forze per Operazioni Speciali di ben 29 settimane (ridotte a 27 dal 2008) e riservato in un primo momento, per il numero insufficiente degli istruttori disponibili, al solo personale in SPE (ufficiali, sottufficiali e VSP).

Al termine e superati gli esami finali gli elementi destinati al 4° Reggimento Alpini Paracadutisti venivano assegnati a Bolzano per la frequenza, presso la 3° compagnia, della fase di qualificazione Ranger, composta dai moduli ambientali, sostanzialmente immutati, e da un rinnovato corso ranger di 12 settimane, più 3 dedicate alla sopravvivenza. Evasione, fuga e resistenza agli interrogatori.

In un primo momento i Volontari in Ferma Prefissata di 4 anni (VFP4), figura che aveva rimpiazzato i precedenti VFB, seguivano come detto un iter iniziale differente, che prevedeva, dopo il conseguimento del brevetto di paracadutista militare, la frequenza presso la 3° compagnia di un Corso Basico di 10 settimane, una sorta di variante semplificata dell’OBOS destinato a selezionare gli allievi ed a fornire loro l’indispensabile bagaglio tecnico iniziale. Superata questa fase anche i volontari di truppa proseguivano l’iter formativo in modo del tutto analogo ai colleghi in SPE.

Tale difformità di formazione sarà ben presto superata, con l’apertura dei corsi OBOS anche al personale in ferma prefissata, a partire dal 2008.

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L’iter formativo così concepito, ossia suddiviso tra formazione iniziale comune e specializzazione al reggimento rimarrà sostanzialmente invariato fino all’ottobre 2019, nonostante le numerose modifiche che subirà il corso OBOS, ridotto nel 2011 a 20 settimane, che divengono 15 nel 2015 ed infine 10 nel 2019, incentrate ormai solo sulla formazione individuale del futuro operatore. Tutte queste variazioni costringeranno ad affrontare certe tematiche addestrative nella fase di specializzazione o addirittura alle compagnie operative.

Da segnalare che a partire dal 2013 il corso OBOS è stato svolto oltre che a Livorno anche presso il 4° Reggimento, secondo canoni e programmi uniformi e comunque definiti dal RAFOS.

Nel corso degli anni anche il corso Ranger subisce alcune modifiche, dettate dal ciclo delle lezioni apprese nei teatri operativi e dal variare delle minacce da fronteggiare, variazioni che senza alterarne la durata complessiva, porteranno ad una sempre maggiore enfasi sulle azioni dirette e sul combattimento in ambienti ristretti (Close Quarter Battle).

Parimenti i corsi di addestramento montano, sia estivo che invernale, vengono prolungati da 8 a 10 settimane ciascuno, per uniformare la durata delle fasi basiche alle variazioni stabilite dal Centro Addestramento Alpino.

Sono anni di impegni continui ed usuranti per un reparto di entità numerica ancora limitata, ma che se da un lato impongono ritmi operativi stressanti al personale, dall’altro ne determinano una crescita professionale costante.

Ciò venne reso possibile anche grazie all’entusiasmo di ufficiali e quadri aperti alle idee più innovative, che seppero creare una mentalità nuova che contribuì a formare un reparto in grado di affrontare le sfide più severe.

Dal 2006 al 2016 il reggimento parteciperà costantemente all’operazione Sarissa nell’ovest dell’Afghanistan, dove schiererà ad Herat e Farah unità di livello plotone inserite nella Task Force 45, il reparto interforze delle Forze Speciali italiane assegnato all’ISAF, l’International Security Assistance Force. In questo ambito i Ranger garantivano ai distaccamenti di Forze Speciali la necessaria cornice di sicurezza, il sostegno di fuoco, la cinturazione dell’obiettivo, il presidio preventivo di posizioni e zone di atterraggio elicotteri e costituivano se necessario la quick reaction force quale riserva di pronto impiego.

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Accanto a questo compito primario e continuativo il 4° Reggimento sarà presente contemporaneamente in altri teatri, con impegni che si susseguiranno nel tempo. Citiamo, tra gli altri, il contributo alla Task Force Surobi, nell’omonimo distretto afghano, il concorso al Battle Group nazionale schierato per un certo periodo a Kabul, cui viene fornita una piccola unità informativa con compiti di ricognizione speciale e force protection, e la lunga presenza in Libano, dove i Ranger fornirono il team di scorta al comandante della missione UNIFIL.

Nel frattempo il reparto lascia nel 2011 la storica sede di Bolzano per insediarsi a Montorio Veronese, una località ottimamente servita, di facile accessibilità e assai meno decentrata. Il trasferimento assicura una base logisticamente eccellente e garantisce migliori prospettive abitative e di lavoro anche ai famigliari dei militari.

 

L’elevazione a Forza Speciale

Nel settembre del 2014 il 4° Reggimento Alpini Paracadutisti lascia il Comando Truppe Alpine per essere assegnato al neo costituito COMFOSE, il Comando delle Forze Speciali dell’Esercito, unitamente al 9° Reggimento d’assalto paracadutisti Col Moschin ed al 185° Reggimento Ricognizione Acquisizione Obiettivi Folgore.

La nascita del nuovo comando di livello brigata, posto alle dirette dipendenze del Comando Forze Operative Terrestri e Comando Operativo Esercito, rispondeva alla necessità di razionalizzare e garantire la necessaria unitarietà al processo di addestramento, approntamento, sviluppo procedurale e acquisizione dei materiali per le unità dipendenti, in vista di un progressivo potenziamento del comparto delle Forze Speciali, reso necessario dalla complessità e dalla mutevolezza dei possibili  scenari di impiego.

Lo scopo era anche assicurare la piena interoperabilità tra i reggimenti del bacino FS/FOS, pur con la piena valorizzazione delle specificità dei singoli reparti, cui vengono assegnate missioni esclusive, anche se complementari, al fine di evitare costose ed inutili duplicazioni.

Ai Ranger venne affidata la missione (mission statement) di condurre le tre tipologia di azioni che la NATO assegna tradizionalmente alle Forze Speciali (NATO Special Operations Forces – SOF), ossia Azioni Dirette (DA), Ricognizioni Speciali (SR) ed Assistenza Militare (MA), in tutto lo spettro delle operazioni, focalizzandosi in modo particolare su un Core Task rappresentato dalle Direct Actions, operazioni offensive fino al livello battaglione su target complessi, e dalle operazioni speciali in ambiente montano ed artico.

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Per raggiungere tali obiettivi il 4° Reggimento acquisisce gradatamente, attraverso esercitazioni dure e realistiche ed attività complesse, la capacità come da mandato di pianificare, organizzare e condurre le tre missioni assegnate. Vengono potenziate le capacità di comando e controllo per formare uno Special Operations Task Group Ranger proiettabile, verificandone il processo di emanazione di ordini alle Task Unit dipendenti e l’abilità di integrare ed impiegare vari assetti interforze.

Il processo di validazione degli obiettivi raggiunti si concluderà con l’esercitazione “Notte Scura 2018” condotta dal COFS, il Comando interforze per le Operazioni delle Forze Speciali, che certificherà la piena evoluzione capacitiva del 4° Reggimento Alpini Paracadutisti e del 185° RRAO e li eleverà al rango di Forze Speciali. Saranno proprio questi due reparti quindi a fornire l’unità di Forze Speciali che l’Italia assegnerà nel 2018 alla Very High Readiness Joint Task Force della NATO.

Questo ampio processo innovativo troverà riscontro nella dottrina nazionale attraverso la direttiva di SMD sul potenziamento del comparto operazioni speciali, recepita ed attuata con la pubblicazione interforze sulla dottrina per le operazioni speciali. Tali pubblicazioni individuano due livelli di specializzazione per le Forze Speciali. I reparti Incursori, ossia nel caso dell’Esercito il 9° Reggimento Col Moschin, divengono Tier 1 e sommano alle 3 missioni NATO citate anche alcune ulteriori a carattere nazionale, quali il Controterrorismo e liberazione di ostaggi, il supporto all’intelligence di contrasto (ricognizione strategica) ed altre mantenute riservate.

Ranger ed Acquisitori, dedicati come abbiamo visto alle sole missioni NATO, divengono Tier 2.

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Per I Ranger è il coronamento di un lungo processo di crescita professionale cominciato da tempo. Già dal 2016 infatti il reggimento partecipa alla missione internazionale di assistenza Resolute Support, che ha sostituito in Afghanistan l’ISAF, dove schiera in via continuativa fino al 2021 il Task Group Tora Alfa, uno Special Operations Task Group Ranger basato ad Herat con la missione di addestrare, consigliare ed assistere i corpi speciali afghani. L’assunzione della piena responsabilità delle operazioni speciali nazionali in quel teatro contribuirà ulteriormente all’evoluzione del reparto ed al raggiungimento dei previsti sviluppi ordinativi e dottrinali.

Nel frattempo muta dal 2019 l’iter formativo dei Ranger che ora comprende, per chi è già brevettato paracadutista, un totale di 55 settimane, 14 di formazione iniziale presso il Centro Addestramento per le Operazioni Speciali del COMFOSE nel comprensorio Vitali a S. Piero a Grado (due di Tirocinio di Selezione e 12 di OBOS) e 41 di specializzazione al reggimento.

Queste ultime prevedono 5 settimane di corso di combattimento basico per Ranger, particolarmente orientato alle attività tattiche della fanteria leggera, 12 settimane di corso di combattimento avanzato per Ranger, che approfondisce le tematiche relative alle operazioni speciali, e 2 settimane di corso di sopravvivenza, evasione, fuga e CAC, Conduct after Capture.

Fanno quindi seguito, regolate dalla stagionalità, le 2 fasi ambientali montane di 10 settimane ciascuna, suddivise tra corso basico alpinistico, corso di combattimento in ambiente montano estivo, corso basico di sci e corso di combattimento in ambiente montano innevato. Conclude l’iter il corso di mobilità anfibia in ambiente fluviale, lacustre e marino.

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Gli ultimi anni sono storia recente che vedono proseguire un processo di crescita professionale degli Alpini Paracadutisti che ha caratterizzato tutti i settant’anni della loro storia, come abbiamo cercato di illustrare.

Il reggimento è oggi strutturato su Comando, Compagnia Comando e Supporto Logistico e due pedine di livello battaglione, una operativa (il Battaglione Ranger Monte Cervino) ed una di supporto operativo e formazione (Battaglione ASO Intra).

Il Monte Cervino comprende ora 4 compagnie operative, 1a, 2a, 29a e 80a, quest’ultima teoricamente costituita come reparto di supporto alla manovra con missili Spike e mortai da 81 mm, ma all’atto pratico organizzata come le altre, con le armi di supporto accentrate e assegnate di volta in volta secondo le necessità della missione.

In ogni compagnia è presente un plotone ricognizione, particolarmente orientato alle missioni di Ricognizione Speciale, i cui membri sono abilitati all’aviolancio con la tecnica della caduta libera, una modalità che, pur limitata ad una quota di lancio non superiore ai 3000-3500 metri, risulta essenziale per l’inserimento delle pattuglie, permettendo atterraggi raccolti e in sicurezza in aree molto ristrette e non predeterminate.

E’ comunque avvertita la necessità di poter disporre, per compiti particolari, di un piccolo elemento organico di livello squadra o sezione in grado di effettuare anche lanci da quote superiori con l’uso dell’ossigeno.

Il Battaglione Addestramento e Supporto Operativo Intra comprende la 24a Compagnia Supporto Operativo (plotoni C4 e Supporto alla mobilità) e la 7a Compagnia Corsi, che ha ereditato le funzioni della 3° compagnia, passata a ruoli, e che rappresenta l’anima addestrativa del reparto, dove vengono formati i nuovi Ranger e sono tenuti numerosi corsi di specializzazione ulteriore. La formazione del personale è infatti un processo continuo che prosegue bel oltre il conseguimento del brevetto.

A conferma di ciò rileviamo che gran parte dei Ranger frequenta presso la 7a un corso di 3 settimane sulle Ricognizioni Speciali ed uno basico di due settimane sul maneggio degli esplosivi, cui si aggiungono, per certi elementi di ciascun plotone, il corso Breacher (5 settimane) ed il corso di Tiratore Esperto. Soccorritori Militari e Combat Medic sono invece formati rispettivamente al COMFOSE e a Pfullendorf (Germania), o negli Stati Uniti.

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La ricerca dell’eccellenza ed il continuo sviluppo capacitivo avvengono, forse per antica tradizione alpina, con umiltà e senza clamori, evitando polemiche pretestuose ma con straordinaria tenacia ed effetti concreti.

Ne sono riprova i risultati lusinghieri che i Ranger abitualmente conseguono nelle esercitazioni congiunte, negli scambi addestrativi e nei corsi di formazione internazionali.

Elementi del reggimento, ad esempio, sono risultati primi al corso Alpine Sniper a Pfullendorf (ISTC) nel 2021, al corso Combat Marksmanship presso lo stesso istituto il medesimo anno, al corso Close Quarter Battle nel 2022 sempre in Germania: primo e secondo classificato sia nel 2021 che nel 2022 ai corsi SOMI FS (soccorritore militare per FS) presso il Ce.Add.OS di Pisa, primo al corso NATO Special Operations Combat Medic a Pfullendorf nel 2022, primo al corso Special Forces Medical Sergent (il famoso 18D delle Special Forces USA) a Fort Bragg.

Continui e fruttuosi sono gli scambi addestrativi, attuati su un piede di parità e senza timori reverenziali, con reparti statunitensi, come il 75° Ranger Regiment e soprattutto con il 1° battaglione del 10° Special Forces Group di base in Europa, ospite regolare di molte esercitazioni congiunte e di varie sedute di addestramento alpinistico.

Nuove tecniche e procedure sono analizzate e testate continuamente. Ne sono un esempio il forte sviluppo che sta ricevendo al reparto l’Urban Climbing, una tecnica di movimento verticale che sfrutta l’enorme patrimonio di conoscenze alpinistiche dei Ranger, adattandolo alle operazioni in ambiente urbano per meglio fronteggiare nuove minacce.

Costantemente, quasi in sordina, sono testati il ruolo e l’efficacia di nuove figure professionali, come gli Assault EOD, operatori Ranger che, ricevono una formazione approfondita di 12 settimane presso il Centro di Eccellenza C-IED del Comando Genio finalizzata alla individuazione, rimozione, brillamento e neutralizzazione speditiva di ordigni esplosivi, convenzionali ed improvvisati.

Dopo anni di operazioni focalizzate sulla contro insurrezione ed il contrasto a minacce ibride il reggimento torna ad esercitarsi in modo ampio per fronteggiare anche scenari tradizionali di contrasto fra pari (peer to peer). Nuova enfasi viene posta nella condotta di operazioni speciali su obiettivi complessi, anche caratterizzati dalla minaccia chimica, biologica, radiologica e nucleare (CBRN), e nell’integrazione con le attività delle forze convenzionali in un quadro unitario della manovra.

Non vengono certo trascurate le nuove tecnologie, con l’introduzione di procedure di comando e controllo digitalizzate o la sperimentazione di munizioni circuitanti (loitering munitions). Molta cura viene poi riposta nel combattimento in contesto urbano ed in ambienti ristretti, anche avvalendosi delle moderne strutture create a tale scopo nella vasta caserma Duca di Montorio Veronese, infrastrutture in corso di ulteriore espansione che consentono un addestramento molto realistico con l’impiego di munizionamento a ogiva marcante e delle varie tecniche di breaching.

Foto: Alberto Scarpitta

 

 

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Nato a Padova nel 1955, ex ufficiale dei Lagunari, collabora da molti anni a riviste specializzate nel settore militare, tra cui ANALISI DIFESA, di cui è assiduo collaboratore sin dalla nascita della pubblicazione, distinguendosi per l’estrema professionalità ed il rigore tecnico dei suoi lavori. Si occupa prevalentemente di equipaggiamenti, tecniche e tattiche dei reparti di fanteria ed è uno dei giornalisti italiani maggiormente esperti nel difficile settore delle Forze Speciali. Ha realizzato alcuni volumi a carattere militare ed è coautore di importanti pubblicazioni sulle Forze Speciali italiane ed internazionali.

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