Guerra, difesa, energia: i guai della Germania riguardano l’intera Europa

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(aggiornato alle ore 22,30)

L’Europa quanto potrà reggere l’urto della guerra in Ucraina e le sue conseguenze militari ed economiche? In dieci mesi di guerra molte “certezze” sono venute meno: concrete svolte diplomatiche all’orizzonte non se ne vedono né l’Europa è stata in grado di proporsi per questo arduo compito. Le sanzioni, che secondo il presidente della Commissione Ue Ursula von der Leyen avrebbero dovuto schienare la Russia in poche settimane, non sembrano conseguire gli effetti sperati o almeno non nell’entità e nei tempi favoleggiati da Bruxelles.

Neppure il tracollo militare dei russi sembra imminente mentre la politica europea in questo conflitto semplicemente non esiste se non come appendice di quella anglo-americana nonostante inflazione e crisi energetica, con le pesanti e inevitabili ricadute sociali, minino anche i propositi di riarmo e potenziamento delle spese militari in Europa.

I primi segnali in tal senso giungono dalla Germania e poiché parliamo della “locomotiva d’Europa” la notizia dovrebbe preoccupare seriamente tutti.  Alla fine di ottobre il ministero della Difesa tedesco ha tagliato alcuni programmi dal fondo speciale per le Forze Armate di 100 miliardi di euro varato nel marzo scorso seguito dell’invasione russa dell’Ucraina.

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La decisione è stata assunta dopo i rilievi mossi dalla Corte dei Conti federale (Brh) poiché le spese complessive previste superavano di 9 miliardi la dotazione del fondo.

Le valutazioni della Corte dipenderebbero anche da fattori macroeconomici emersi negli ultimi mesi quali l’inflazione sempre più alta, la crisi economica legata all’aumento dei prezzi del gas e delle materie prime e lo sfavorevole rapporto di cambio tra euro e dollaro.

Elemento quest’ultimo che ha determinato un rapido incremento dei costi dei programmi legati a forniture statunitensi quali i 35 velivoli da combattimento Lockheed Martin F-35A e i 60 elicotteri Boeing CH-47F Block II (la consegna di questi ultimi verrà però diluita nel tempo per spalmare i costi su più anni).

I programmi tagliati non sono stati annullati ma l’intenzione è di rifinanziarli all’interno dei prossimi bilanci annuali ordinari per la Difesa, pari attualmente a poco più di 50 miliardi di euro all’anno.

Un impegno solo teorico quindi ad aumentare nei prossimi anni il Bilancio della Difesa, incrementi che potrebbero non essere consentiti dalle condizioni economiche e sociali della Germania e della salute delle casse federali.

I tagli resi noti riguardano esclusivamente programmi per Esercito (16,6 miliardi previsti) e Marina (29 miliardi) mentre l’Aeronautica (40 miliardi), già destinataria della maggior parte dei finanziamenti previsti dal fondo speciale, non ha subito decurtazioni come neppure gli stanziamenti per il rinnovo di componenti interforze per lo più di Comando e Controllo (22 miliardi).

La Marina vedrà congelati la 5a e 6a fregata multimissione da 10mila tonnellate del tipo F126 e il terzo lotto di 5 corvette K130, per cui erano previsti 2,4 miliardi di euro. Il sistema IDAS per la difesa dei sottomarini da minacce aeree, navali e costiere (missile IRIS-T) continuerà a essere sviluppato, ma non verrà al momento acquistato. Tagliati da 12 a 8 anche gli aerei da pattugliamento marittimo Boeing P-8A Poseidon (nella foto sotto) riducendo i costi del programma da 1,9 a 1,2 miliardi di euro.

L’Esercito dovrà attendere per acquisire i nuovi veicoli da combattimento ruotati destinati a sostituire i Fuchs e la nuova tranche di 229 veicoli cingolati da combattimento della fanteria (IFV) Puma mentre il sistema di difesa aerea di nuova generazione vedrà dimezzati i fondi assegnati.

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Il ministero della Difesa ha comunicato alla commissione Bilancio del Bundestag le modifiche al fondo speciale per la Bundeswehr di cui in un primo momento non erano stati informati i vertici delle Forze Armate, peraltro già preoccupati per l’impoverimento delle riserve di armi e munizioni cedute all’Ucraina su iniziativa del governo.

Anche l’industria tedesca della Difesa mostra preoccupazione soprattutto perché i tagli al fondo speciale hanno risparmiato l’acquisto di costosissimi velivoli statunitensi (F-35, CH-47F e Boeing P-9, solo questi ultimi ridotti di un terzo) ritardando per ora molti programmi terrestri e navali assegnati all’industria nazionale.

Il 29 novembre il presidente dell’Associazione federale dell’industria della sicurezza e difesa tedesca (BDSV), Christoph Atzpodien, ha lamentato sul quotidiano Handelsblatt ripreso in Itralia dall’Agenzia Nova) che il governo federale non ha ordinato “quasi nulla” all’industria della difesa tedesca, sebbene le aziende abbiano effettuato prestazioni anticipate.

Una replica a Lars Klingbeil, copresidente della SPD, che aveva avvertito l’industria tedesca che, qualora non aumentasse la produzione, il governo federale potrebbe ordinare armi e materiali all’estero, in particolare negli Stati Uniti o negli altri Paesi della Nato.

Secondo Atzpodien, a seguito della guerra in Ucraina, il ministero della Difesa tedesco ha chiesto a 250 imprese per gli armamenti di mobilitare tutte le capacità per rendere le Forze armate (Bundeswehr) “pronte all’azione” il più rapidamente possibile. In una settimana, le aziende hanno presentato al dicastero offerte per pezzi di ricambio, munizioni e altro dal valore di circa 10 miliardi di euro.

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Tuttavia, come evidenziato dal presidente del BDSV, “nelle settimane e nei mesi successivi” il governo federale non ha ordinato “quasi nulla” perché era ancora “in gestione provvisoria del bilancio”. Le imprese hanno quindi deciso di “effettuare anticipi a proprio rischio e pericolo vista l’urgenza”.

Una grande azienda non specificata ha quasi raddoppiato la propria capacità e avanzato offerte per mezzi e munizioni dal valore di circa 700 milioni di euro “senza che finora siano stati conclusi accordi significativi”. Un’altra società ha ordinato materiali “a proprio rischio”, ma l’esecutivo del cancelliere Olaf Scholz ha assegnato la relativa commessa “all’estero”.

La guerra e le sue conseguenze sembrano quindi mettere in difficoltà l’esecutivo tedesco sia con i militari che con gli ambienti industriali della Difesa, in un contesto in cui molte perplessità sono emerse circa Olaf Scholz e il suo governo, rivelatisi del tutto incapaci di reagire a un attacco al cuore degli interessi nazionali tedeschi come le esplosioni dei gasdotti Nord Stream, che nessuno a Berlino (come altrove) è convinto sia stata opera dei russi.

Proprio oggi il Washington Post ha sottolineato che “non ci sono prove che la Russia sia dietro al sabotaggio” del gasdotto Nord Stream in un articolo in cui vie e citato un funzionario europeo e la valutazione di 23 funzionari diplomatici e dell’intelligence di nove Paesi sentiti dal quotidiano statunitense nelle ultime settimane.

Secondo il WP e le sue molteplici fonti non ci sono dubbi che si sia trattato di un atto intenzionale ma, allo stesso tempo, “anche coloro che hanno una conoscenza approfondita dei dettagli forensi non sono in grado di legare in modo definitivo la Russia all’attacco”, ha aggiunto il funzionario che ha parlato ovviamente in condizioni di anonimato.

Circa i tagli al fondo per la Difesa, in un’intervista rilasciata al quotidiano “Frankfurter Allgemeine Zeitung” (ripresa in Italia da Agenzia Nova) il ministro della Difesa Christine Lambrecht (nella foto sotto in Ucraina) ha ammesso il 13 novembre che “era chiaro a tutti coloro che hanno negoziato” il fondo speciale per le Forze armate che la Germania avrebbe mancato l’obiettivo di destinare il 2 per cento del Pil alle spese militari “quest’anno e, probabilmente, anche il prossimo”.

In seguito all’attacco russo all’Ucraina, il cancelliere Olaf Scholz aveva annunciato il fondo speciale da 100 miliardi di euro per le Forze armate, dichiarando che la Germania avrebbe raggiunto già dal 2022 l’obiettivo NATO del 2 per cento. Tuttavia, gli investimenti per la Difesa non sono aumentati a tale soglia ne’ nell’anno che sta per concludersi ne’ per il successivo. Secondo Lambrecht, prima di innalzare le spese militari, “devono essere ricostruite” le capacità dell’industria della Difesa tedesca aggiungendo che la Germania raggiungerà l’obiettivo del 2 per cento “ma solo entro cinque anni”.

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Affermazioni generiche e imbarazzanti per almeno due ragioni: la prima è il modo più efficace per potenziare le capacità dell’industria della Difesa è assegnarle commesse ingenti e continuate nel tempo e per farlo occorrono molti soldi nel bilancio così come per aumentarne la capacità produttiva: la seco da è costituita dalla considerazione che tra cinque anni le decisioni verranno prese da un altro governo federale.

Lo stesso 13 novembre Der Spiegel ha pubblicato un’inchiesta basata sui un rapporto “confidenziale” per la commissione Difesa del Bundestag in cui la stessa Lambrecht ammette che la Bundeswehr può assolvere solo in misura limitata i compiti assegnati in ambito NATO.

Problemi e carenze, soprattutto nelle comunicazioni, nel Comando e Controllo e nella difesa aerea mentre, secondo il ministro, per la modernizzazione dello strumento militare è necessaria “una gestione realistica delle aspettative” e non si possono promettere rapidi successi.

Una frase che sembra preludere a ulteriori tagli in arrivo per le spese militari. Il capo di Stato maggiore della Difesa tedesco, il generale Eberhard Zorn, ha invece segnalato alla commissione parlamentare la necessità di un “cambiamento fondamentale dei requisiti di prontezza operativa delle intere Forze armate, qualitativo e quantitativo”.

Al riguardo, il generale osserva che, in passato, soltanto singole unità speciali erano operative per le missioni all’estero. In futuro, dovrà essere pronta al combattimento l’intera Bundeswehr. In questa prospettiva, il fondo speciale colmerà soltanto “le prime lacune” mentre, secondo Zorn, per la modernizzazione completa delle forze armate nel lungo periodo sarà necessario aumentare il bilancio della difesa.

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Ambienti militari hanno rilevato come i tagli al Fondo Speciale per la Difesa siano più ingenti di quanto si immaginasse e potrebbero essere legati anche alla necessità del governo di reperire risorse per finanziare i sostegni a famiglie e aziende per far fronte al caro-energia con un fondo da oltre 200 miliardi di euro.

Il peso dei problemi energetici ed economici sembra del resto destinato ad aumentare in Germania come nel resto d’Europa.

Il 13 dicembre un rapporto del Creditreform riferiva che nel 2022 il numero dei fallimenti delle imprese tedesche è aumentato per la prima volta dalla crisi economica del 2009. Alla fine dell’anno saranno circa 14.700 le imprese insolventi, e dunque un 4% più del 2021.

A provocare questo incremento, le conseguenze della guerra in Ucraina, “la perdurante inflazione, l’aumento dei tassi e dei prezzi dell’energia come l’inasprirsi della concorrenza”, nell’analisi degli esperti, secondo i quali il fenomeno peggiorerà l’anno prossimo. “L’aumento delle insolvenze è stato moderato fra il 2021 e il 2022”, spiegano, “ma potrebbe essere solo l’inizio di un’accelerazione della dinamica fallimentare”.

L’agenzia Bloomberg ha reso noto che guerra e crisi energetica sono già costate all’Unione Europea mille miliardi di dollari.

Un contesto che potrebbe limitare le ambizioni militari della Germania e dell’Europa intera, in Italia forse in misura anche maggiore che in altre nazioni considerata la minore capacità finanziaria di varare misure compensative per aziende e famiglie. In un simile scenario economico i prossimi mesi ci diranno se le condizioni finanziarie consentiranno di far fronte all’impegno assunto in questi giorni con la Legge di Bilancio di aumentare nel 2023 le spese per la Difesa di oltre 800 milioni di euro.

@GianandreaGaian

Foto: Boeing, Ministero Difesa Tedesco e Lockheed Martin

 

 

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Giornalista bolognese, laureato in Storia Contemporanea, dal 1988 si occupa di analisi storico-strategiche, studio dei conflitti e reportage dai teatri di guerra. Dal febbraio 2000 dirige Analisi Difesa. Ha collaborato o collabora con quotidiani e settimanali, università e istituti di formazione militari ed è opinionista per reti TV e radiofoniche. Ha scritto diversi libri tra cui "Iraq Afghanistan, guerre di pace italiane" e “Immigrazione, la grande farsa umanitaria”. Dall’agosto 2018 al settembre 2019 ha ricoperto l’incarico di Consigliere per le politiche di sicurezza del ministro dell’Interno.

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