Schiaffo ai sauditi: gli Emirati Arabi Uniti lasciano l’OPEC

Dopo il Qatar, Ecuador e Angola, anche gli Emirati Arabi Uniti hanno annunciato ieri che da inizio maggio lasceranno l’Organizzazione dei Paesi Esportatori di Petrolio (OPEC) e l’OPEC Plus che comprende altri dieci paesi fra cui la Russia).
La decisione di Abu Dhabi indica non solo il peggioramento dei rapporti con la vicina Arabia Saudita “leader” dell’OPEC e rivale degli Emirati per l’influenza nella regione, ma costituisce una svolta storica in cui gli EAU puntano a una propria agenda strategica e militare autonoma abbinata alla piena autonomia energetica e nell’esportazione di greggio sottraendosi alle limitazioni e alle quote stabilite dall’OPEC.
Negli ultimi anni gli Emirati puntavano ad aumentare la produzione di petrolio e Riad rispondeva imponendo tagli tesi anche a non far scendere troppo le quotazioni del barile.
Il ministro dell’Energia degli Emirati Arabi Uniti, Suhail Mohamed al-Mazrouei, ha dichiarato a Reuters che la decisione è stata presa dopo un’attenta valutazione delle strategie energetiche della potenza regionale.
Alla domanda se gli Emirati Arabi Uniti si fossero consultati con l’Arabia Saudita, leader de facto dell’OPEC e peso massimo regionale, ha risposto che gli Emirati Arabi Uniti non hanno sollevato la questione con nessun altro Paese.
“Si tratta di una decisione politica, presa dopo un’attenta analisi delle politiche attuali e future relative ai livelli di produzione”, ha affermato il ministro dell’Energia.
Il 26 marzo Sultan Ahmed Al Jaber (nella foto), Ministro dell’Industria e delle Tecnologie Avanzate degli Emirati Arabi Uniti, nonché Amministratore Delegato e CEO del Gruppo petrolifero nazionale ADNOC, dichiarò che “militarizzare lo Stretto di Hormuz è un atto di terrorismo economico con un impatto globale che va ben oltre i mercati energetici.

Vorrei essere assolutamente chiaro. Armare lo Stretto di Hormuz non è un atto di aggressione contro una singola nazione. È terrorismo economico contro ogni nazione. E nessun Paese dovrebbe essere autorizzato a tenere in ostaggio Hormuz, né ora né mai. E sebbene apprezziamo tutti gli sforzi per stabilizzare i mercati e ridurre i prezzi, non si tratta di un problema di approvvigionamento. Si tratta di un problema di sicurezza, e ha una sola soluzione duratura: mantenere lo Stretto aperto. Non possiamo uscire da questa crisi con il commercio”.
Al Jaber ha sottolineato che gli Emirati Arabi Uniti non hanno cercato il conflitto e hanno adottato ogni possibile misura per prevenirlo. «Ma quando è arrivato il momento, eravamo pronti. Le nostre difese sono state messe alla prova. La nostra resilienza è stata messa alla prova. Il nostro carattere è stato messo alla prova. E abbiamo resistito.
In ADNOC abbiamo subito colpi che nessuna impresa civile, tanto meno un’azienda focalizzata sulla fornitura di energia al mondo, dovrebbe mai subire. Stiamo adottando misure straordinarie per proteggere il nostro personale e per garantire, per quanto possibile, che ogni cliente e ogni stakeholder riceva ciò di cui ha bisogno”.
Ragioni energetiche ma anche politiche hanno indotto quindi Abu Dhabi a scegliere la strada della piena autonomia nell’export energetico in un momento di grave crisi con il conflitto che contrappone USA e Israele all’Iran ha determinati danni anche Emirati Arabi Uniti e il blocco di Hormuz rappresenta un duro colpo per tutti i produttori/esportatori di petrolio della regione.
Reuters sottolinea che l’uscita degli Emirati Arabi Uniti dall’OPEC è avvenuta dopo che il diplomatico emiratino Anwar Gargash ha criticato la debole risposta araba ai recenti attacchi iraniani durante una sessione del Gulf Influencers Forum.
I missili e droni iraniani che hanno colpito gli Emirati hanno spinto il governo a puntare su ingenti investimenti nella difesa, finanziabili aumentando l’export petrolifero. Gli Emirati sono il terzo produttore petrolifero dell’OPEC: nel 2022 estraevano 4 milioni di barili al giorno, oltre il 4% del totale mondiale.

Secondo alcuni analisti citati da ANSA l’iniziativa di Abu Dhabi “è una indicazione di come la guerra in Iran rimodellerà i mercati energetici globali negli anni a venire” ma molti ritengono che nell’immediato l’impatto dell’uscita dall’Opec sarà “probabilmente limitato” perché la guerra tra Stati Uniti e Iran sta “soffocando” le esportazioni di petrolio dal Golfo Persico, costringendo gli Emirati, i Sauditi, l’Iraq e altri a tagliare drasticamente la produzione piuttosto che aumentarla.
“Questo apre le porte agli Emirati Arabi Uniti per conquistare quote di mercato globali quando la situazione geopolitica si normalizzerà”, ha affermato Monica Malik, capo economista di ADCB.
L’uscita degli Emirati Arabi Uniti dall’Opec, quando la guerra in Medio Oriente sarà finita, potrà essere positiva per i consumatori europei visto che non saranno vincolati alle quote del cartello, ha detto all’AGI il presidente di Nomisma Energia, Davide Tabarelli. “Ovviamente dobbiamo aspettare che riapra” lo Stretto di Hormuz ma quando avverrà, sottolinea, “e riprenderà la produzione e l’esportazione questo si tradurrà in più competizione e prezzi più bassi. Sarà positivo per noi consumatori perché escono dal sistema” di quote.
“Ricordiamo che l’Opec serve per controllare le quote, l’offerta e la produzione” dei membri. In questo modo, gli Emirati “escono da forme di controllo, di restrizione. Questo vuol dire che piano piano tutti i produttori si avvicinano a quello che fanno gli Stati Uniti e che ha fatto la Russia ovvero producono al massimo”.
Con l’uscita degli Emirati l’Opec si riduce a 11 membri: Arabia Saudita, Iran, Iraq, Kuwait, Venezuela, Algeria, Repubblica del Congo, Gabon, Guinea Equatoriale e Libia.
L’Agenzia Internazionale dell’Energia ha dichiarato che la quota di produzione petrolifera globale dell’OPEC+ è scesa al 44% a marzo, rispetto al 48% circa di febbraio. È probabile che diminuisca ulteriormente ad aprile, con l’intensificarsi delle interruzioni della produzione.
Foto: ADNOC e GET
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