Ucraina: la pace annunciata e il dopoguerra lontano

Le parole, in guerra, non sono mai innocenti. Quando il Cremlino afferma che il conflitto in Ucraina è ormai vicino alla conclusione, e quando Donald Trump ripete da Washington che la fine della guerra è “molto vicina”, non siamo davanti a semplici dichiarazioni ottimistiche. Siamo davanti a un messaggio politico costruito con cura: Russia e Stati Uniti vogliono far sapere che un negoziato esiste, che un perimetro è stato tracciato, che qualcosa si muove sopra la testa di Kiev e, forse, anche sopra quella dell’Europa.
Il problema è che tra l’annuncio della pace e la pace reale c’è di mezzo la guerra. E quella, sul terreno, non sembra finita. Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky lo ha detto con chiarezza: Mosca non avrebbe alcuna intenzione di fermarsi e Kiev si prepara a nuovi attacchi. È qui che si apre la distanza tra la diplomazia delle grandi potenze e la realtà del fronte. Per Putin e Trump la guerra può apparire vicina a una soluzione politica. Per l’Ucraina, che continua a subire pressione militare, parlare di fine imminente può sembrare invece una forma di pressione psicologica.

La frase del portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, è rivelatrice: il lavoro preparatorio accumulato nel processo di pace consentirebbe di dire che il completamento è imminente, ma servirebbe ancora “un notevole lavoro preparatorio”. In altre parole, la pace è vicina ma non abbastanza da essere spiegata. È quasi fatta, ma non al punto da indicare i termini. È imminente, ma resta sospesa alla “decisione necessaria” che Kiev dovrebbe prendere.
Tradotto dal linguaggio diplomatico: Mosca ritiene che la fine della guerra coincida con l’accettazione ucraina di una realtà territoriale ormai modificata dalla forza.
Pressioni su Kiev
Il punto centrale non è se esista un canale negoziale. È evidente che esiste. Il punto è capire quale pace si stia preparando e a quale prezzo. La Russia occupa circa un quinto del territorio ucraino e chiede che Kiev accetti ulteriori concessioni territoriali. L’Ucraina chiede invece il ritiro delle truppe russe. Tra queste due posizioni non c’è una semplice differenza negoziale. C’è una frattura di principio.

Per Mosca, la pace deve certificare il risultato militare. Per Kiev, la pace non può legittimare l’aggressione. Per Trump, la pace può diventare un successo politico: chiudere una guerra costosa, ridurre l’impegno americano, presentarsi come l’uomo capace di ottenere ciò che l’amministrazione precedente non aveva ottenuto. Per l’Europa, invece, la situazione è più scomoda. Se Washington e Mosca accelerano, Bruxelles rischia di trovarsi spettatrice di una trattativa che riguarda direttamente la sicurezza continentale ma nella quale la sua capacità di incidere resta limitata.
È il paradosso europeo: l’Europa ha sostenuto l’Ucraina, ha pagato costi economici, energetici e politici enormi, ma il tavolo decisivo continua a essere soprattutto quello tra Mosca e Washington. La guerra si combatte in Europa, ma la pace rischia di essere scritta altrove.
Il breve cessate il fuoco di una guerra lunga
Il breve cessate il fuoco del 9-11 maggio, legato all’anniversario della vittoria sovietica nella Seconda guerra mondiale, ha avuto più valore simbolico che militare. Non ci sono stati grandi attacchi aerei, ma i combattimenti lungo la linea del fronte sono proseguiti. Droni, artiglieria, accuse reciproche: la solita grammatica della guerra moderna.

Questo dice molto. Il cessate il fuoco non è ancora una tregua politica. È una sospensione parziale, reversibile, tattica. Serve a testare l’avversario, a mostrare buona volontà davanti agli Stati Uniti, a costruire un’immagine pubblica di disponibilità negoziale. Ma non cambia la logica di fondo: ciascuna parte cerca ancora di arrivare al tavolo con la migliore posizione possibile.
La Russia vuole consolidare il vantaggio territoriale e psicologico. L’Ucraina vuole evitare che la stanchezza occidentale diventi imposizione diplomatica. Trump vuole una soluzione rapida. Putin vuole una soluzione favorevole. Zelensky vuole evitare una pace che sembri una resa. L’Europa vuole evitare che la Russia esca dalla guerra rafforzata, ma non possiede da sola gli strumenti decisivi per imporre questa linea.
Il missile Sarmat e la diplomazia nucleare
Nel pieno di questo linguaggio di pace, Putin annuncia il futuro schieramento del missile balistico intercontinentale Sarmat. È una coincidenza solo in apparenza. In realtà è parte della stessa strategia. La Russia parla di negoziato, ma ricorda al mondo di essere una potenza nucleare. Offre la prospettiva della chiusura del conflitto, ma mostra il bastone della deterrenza strategica.

Il Sarmat viene presentato da Mosca come il missile più potente al mondo, capace di colpire obiettivi a distanze enormi e di superare ogni sistema di difesa antimissile. Le affermazioni russe vanno lette con prudenza: gli analisti occidentali ricordano ritardi, fallimenti nei test e incidenti, compreso quello che avrebbe lasciato un cratere nel silo di lancio nel 2024. Ma il messaggio politico conta quanto, e forse più, della prestazione tecnica.
Putin non sta solo parlando agli esperti militari. Sta parlando a Washington, alla NATO, all’Europa e all’opinione pubblica russa. Sta dicendo: possiamo trattare, ma non siamo deboli. Possiamo discutere la fine della guerra, ma restiamo capaci di colpire il cuore dell’Occidente. Possiamo negoziare sull’Ucraina, ma il quadro strategico è nucleare.

Questa è la vecchia e nuova logica russa: la guerra convenzionale in Ucraina viene protetta da una cornice nucleare. Più il fronte terrestre diventa logorante, più Mosca ricorda la dimensione strategica del proprio arsenale.
La valutazione militare
Dal punto di vista militare, la Russia ha tre obiettivi. Il primo è mantenere pressione costante sull’Ucraina, impedendo a Kiev di presentarsi al negoziato come parte capace di resistere indefinitamente. Il secondo è convincere Washington che una soluzione negoziata sia preferibile a un prolungamento del conflitto. Il terzo è dissuadere l’Europa da qualunque tentazione di alzare ulteriormente il livello del confronto.
Il missile Sarmat rientra in questo terzo livello. Non serve a vincere la guerra in Ucraina. Serve a delimitare il campo della guerra. Serve a dire che il conflitto può restare convenzionale finché l’Occidente non oltrepassa certe soglie. È deterrenza, propaganda, pressione psicologica e comunicazione strategica nello stesso tempo.

Per Kiev, invece, il problema è opposto. Ogni annuncio di pace imminente rischia di ridurre la pressione occidentale sulla Russia e di aumentare quella sull’Ucraina. Se la narrazione dominante diventa “la guerra è quasi finita”, allora chi continua a resistere può essere dipinto come ostacolo alla pace. È un pericolo politico enorme per Zelensky.
Gli scenari economici
La possibile fine della guerra apre scenari economici enormi, ma tutt’altro che lineari. Il primo riguarda le sanzioni. Mosca mira a ottenere almeno un alleggerimento progressivo, soprattutto nei settori finanziario, energetico e tecnologico. Ma l’Occidente non potrà rimuovere rapidamente l’impianto sanzionatorio senza apparire arrendevole. Si potrebbe quindi arrivare a una sospensione parziale, condizionata, reversibile, legata al rispetto di un accordo.
Il secondo scenario riguarda la ricostruzione ucraina. Qualunque pace, anche imperfetta, aprirà la questione dei fondi, delle garanzie, degli investimenti, delle infrastrutture e del debito. L’Ucraina non potrà ricostruirsi da sola. Avrà bisogno di capitale occidentale, garanzie multilaterali e protezione militare. La pace, quindi, non ridurrà automaticamente il costo dell’Ucraina per l’Europa. Potrebbe anzi trasformarlo da costo bellico a costo strutturale di ricostruzione.

Il terzo scenario riguarda l’energia. Una stabilizzazione del fronte potrebbe ridurre il premio di rischio sui mercati, ma difficilmente riporterebbe l’Europa alla situazione precedente al 2022. La frattura energetica tra Russia e Unione Europea ha ormai prodotto nuove rotte, nuovi fornitori, nuovi contratti, nuove dipendenze. La pace non cancellerà la geoeconomia della guerra.
Il quarto scenario riguarda la spesa militare europea. Anche se il conflitto si fermasse, l’Europa continuerebbe a riarmarsi. La Russia, dopo questa guerra, resterà percepita come minaccia strategica. La NATO rafforzerà il fianco orientale. L’industria militare europea sarà chiamata a produrre munizioni, missili, droni, difesa aerea e sistemi corazzati su scala molto più ampia. La fine dei combattimenti non significherà fine dell’economia di guerra.
La valutazione geopolitica
Geopoliticamente, la guerra in Ucraina ha già cambiato il mondo. Ha spinto la Russia verso la Cina, ha ricompattato la NATO, ha indebolito l’autonomia strategica europea, ha trasformato l’Ucraina in un avamposto militare dell’Occidente, ha accelerato la competizione globale tra blocchi.
Se davvero si arrivasse a un accordo, il problema non sarebbe soltanto dove passa la linea del fronte. Il problema sarebbe quale ordine europeo nasce da quella linea. Una pace che congelasse l’occupazione russa produrrebbe una nuova divisione del continente. Una pace senza garanzie solide per Kiev sarebbe percepita come una vittoria russa. Una pace troppo punitiva verso Mosca sarebbe probabilmente instabile. Una pace imposta da Washington senza piena adesione europea mostrerebbe la subordinazione strategica dell’Europa.

Per Trump, l’accordo può essere un successo. Per Putin, può essere la consacrazione della resistenza russa contro l’Occidente. Per Zelensky, può essere una trappola politica. Per l’Europa, può essere l’inizio di una stagione ancora più difficile: quella in cui bisogna convivere con una Russia non sconfitta, un’Ucraina armata e traumatizzata, una NATO più pesante e una dipendenza americana ancora più evidente.
La dimensione geoeconomica
La geoeconomia del dopoguerra sarà almeno importante quanto la diplomazia. Chi finanzierà l’Ucraina controllerà parte del suo futuro. Chi ricostruirà le infrastrutture avrà influenza politica. Chi garantirà energia, credito, tecnologie e sicurezza avrà accesso al cuore dello Stato ucraino.
La Russia, dal canto suo, cercherà di consolidare il proprio spazio economico alternativo: Cina, India, Iran, Asia centrale, Golfo, Africa. Mosca sa che anche con un accordo sull’Ucraina difficilmente tornerà a essere pienamente integrata nell’economia occidentale. Per questo continuerà a costruire circuiti finanziari, energetici e commerciali paralleli.

L’Europa si troverà davanti a una doppia sfida: pagare la ricostruzione ucraina e sostenere il proprio riarmo. Due impegni enormi in un contesto di crescita debole, debito pubblico elevato, tensioni sociali e crisi industriale. La pace, dunque, potrebbe non portare sollievo immediato. Potrebbe semplicemente trasformare la natura del costo.
La pace come prosecuzione della guerra
Il punto più scomodo è che una pace in Ucraina non coinciderebbe necessariamente con la fine del conflitto tra Russia e Occidente. Potrebbe essere solo il passaggio da una guerra combattuta a una guerra congelata, economica, informativa, tecnologica e militare. Meno morti al fronte, più pressione ai confini. Meno artiglieria, più sanzioni. Meno offensive territoriali, più intelligence, sabotaggi, cyberattacchi, propaganda, controllo dei corridoi energetici e competizione industriale.
La Russia non tornerà al 2021. L’Ucraina non tornerà al 2021. L’Europa non tornerà al 2021. Questo è il vero dato strategico. Anche se i cannoni tacessero, il sistema europeo resterebbe trasformato.

Quando Putin e Trump dicono che la guerra è vicina alla fine, bisogna ascoltarli. Ma bisogna anche capire che cosa intendono per fine. La fine dei combattimenti? La fine dell’Ucraina come problema strategico? La fine del confronto tra Russia e Occidente? La fine delle sanzioni? La fine della militarizzazione europea?
Probabilmente no. La guerra può avvicinarsi a una tregua, a un congelamento, a un accordo parziale, a una soluzione imposta dalla stanchezza. Ma il dopoguerra sarà lungo, instabile, armato e costoso.
Il fatto che Mosca parli di pace mentre annuncia il Sarmat dice tutto. La Russia negozia, ma sotto ombrello nucleare. Gli Stati Uniti cercano una chiusura, ma senza rinunciare al ruolo di arbitro. L’Ucraina teme una pace che assomigli a una amputazione. L’Europa teme di scoprire, ancora una volta, di essere il campo della storia e non il suo regista.
La guerra in Ucraina può forse avvicinarsi alla fine militare. Ma la guerra politica, economica e strategica che essa ha aperto è appena entrata nella sua fase più difficile.
Foto: TASS, RU-RTR, Presidenza Russa e Forze Armate Ucraine
Giuseppe GaglianoVedi tutti gli articoli
Nel 2011 ha fondato il Network internazionale Cestudec (Centro studi strategici Carlo de Cristoforis) con sede a Como, con la finalità di studiare in una ottica realistica le dinamiche conflittuali delle relazioni internazionali ponendo l'enfasi sulla dimensione della intelligence e della geopolitica alla luce delle riflessioni di Christian Harbulot fondatore e direttore della Scuola di guerra economica (Ege). Gagliano ha pubblicato quattro saggi in francese sulla guerra economica e dieci saggi in italiano sulla geopolitica.






