Il fact-checking che dimentica il fatto: quando l’informazione fa autogoal

 

 

Ci sono momenti in cui il giornalismo non si limita a sbagliare. Fa qualcosa di peggio: trasforma l’errore in una dimostrazione pubblica di quanto sia fuori fuoco, incapace, in malafede.

Il caso della fotografia con gli studenti di una scuola ucraina a Vinnytsia, disposti in una formazione che senza ombra di dubbio richiama una svastica, rientra proprio in questa categoria. Non tanto per l’immagine in sé – che già di suo solleva domande – quanto per il modo in cui alcuni sedicenti fact-checker hanno reagito. Ed è lì che la cosa diventa interessante. Perché non è un episodio isolato, ma un piccolo esempio di una tendenza ormai piuttosto diffusa.

Parto da un punto semplice. Quella foto mostra dei ragazzi disposti in una forma che ricorda una svastica. Questo è quello che si vede. Non serve essere esperti, né storici, né analisti di simboli. Basta aver fatto un minimo di scuola.

A questo punto, il lavoro del giornalista dovrebbe essere lineare: capire il contesto, chiedere chi ha organizzato quella scena, raccogliere spiegazioni, riportarle. Fine. Poi il lettore si dovrebbe far da solo un’idea.

E invece no.

Qui entra in scena il fact-checker “militante”, che sempre più spesso sembra meno interessato a verificare i fatti e più a difendere una certa narrazione. E a quel punto succede qualcosa di curioso. Il problema non è più la foto in sé stessa, ma diventa chi la guarda e potrebbe farsi una opinione.

Non ci si chiede perché degli studenti siano stati messi in quella posizione. Ci si chiede perché qualcuno abbia fatto notare la somiglianza. Non si discute dell’opportunità di una rappresentazione così ambigua. Si mette in discussione chi la interpreta in un certo modo.

Il fatto, di colpo, perde la scena. Rimane solo il tentativo di minimizzare e spiegare perché non dovrebbe contare. È una tecnica abbastanza nota: si chiama reframing. In pratica, invece di affrontare il problema, si cambia il problema. Non si parla più dell’immagine, ma delle reazioni all’immagine.

E fin qui, nulla di nuovo. Ma in questo caso si arriva quasi al grottesco: perché nessuno nega che la svastica abbia origini antiche e significati diversi. È vero e lo si studia nei libri. Il punto però è un altro: oggi, in Europa, quel simbolo non è neutro. Neanche per scherzo. Fine.

Far finta che lo sia equivale a dire che una croce fiammeggiante negli USA può essere vista solo come decorazione, senza alcun legame con il Ku Klux Klan. Si può dire? Certo. Ha senso? Francamente no. Ed è qui che il fact-checking inciampa davvero. Perché avrebbe potuto ignorare la cosa, o trattarla con una nota veloce e chiuderla lì. Invece ha scelto di esporsi, di forzare la lettura, di “plasmare” il percepito del pubblico. Si chiama manipolazione, ma così ottiene l’effetto opposto.

Quando il lettore capisce che non stai cercando di spiegargli cosa è successo, ma di indirizzarlo verso una conclusione, la fiducia si rompe. E una volta che si rompe, è difficile rimetterla insieme.

Ma il problema, in fondo, non è questa foto, adesso, anche perché’ di simbologia nazista, immagini e video inequivocabili, l’Ucraina è piena. Piuttosto, è la tendenza generalizzata di buona parte del mainstream da un po’ di anni, una parte dell’informazione sembra aver smesso di limitarsi ai fatti e ha iniziato a gestire le percezioni. Non racconta solo cosa accade ma decide anche come dovrebbe essere interpretato. Non si concentra puramente sull’informare, ma tenta in ogni modo di influenzare.

E in quest’ottica, il fact-checking cambia funzione: non serve più a distinguere vero e falso (ammesso che avesse mai avuto genuinamente tale funzione), ma ciò che è “accettabile” da ciò che non lo è.

Il risultato è quasi inevitabile. Più cerchi di orientare il lettore in maniera così palese, più lo rendi sospettoso. Più provi a controllare il significato di un’immagine, più dai l’impressione che ci sia qualcosa da nascondere. E più insisti nel negare ciò che è evidente, più rafforzi l’idea che dietro ci sia una logica politica, non certo informativa.

La cosa paradossale è che la credibilità non nasce dalla perfezione. Nessuno pretende giornalisti infallibili. Gli errori si perdonano. Quello che il sano di mente non perdona è sentirsi accompagnato per mano verso una conclusione già decisa per lui.

Ed è esattamente questa sensazione che casi come questo finiscono per lasciare.

E la parte quasi demenziale? Nessuno li obbligava a intervenire così. La foto era già discutibile. Le domande c’erano già. Le polemiche sarebbero arrivate comunque. Eppure, si è scelto di alzare il livello dello scontro, offrendo ai critici un esempio perfetto di come il fact-checking non dovrebbe funzionare.

Se l’obiettivo era rassicurare, non ha funzionato. Se era rafforzare la fiducia, è successo il contrario. Se era dimostrare professionalità, il risultato è stato quello di sembrare difensivi, ideologici, cialtroni.

A margine, vale la pena menzionare le parole dello studioso ucraino Volodymyr Ishchenko, che sul punto è estremamente diretto: “L’interpretazione ‘svarga’ è una stronzata tanto quanto chiamare il Sieg Heil un saluto romano, poiché in Ucraina la simbologia fascista è stata normalizzata fin dal 2014”. Posizione scomoda, certo. Ma proprio per questo difficile da liquidare con acrobatiche piroette di parole o con un cambio di cornice narrativa.

Alla fine, quindi, la questione non è quella foto. È il modo di fare informazione in cui il fatto passa in secondo piano rispetto alla narrazione. E forse è proprio questo il punto più importante: quando quello che si vede entra in conflitto con quello che si vuole raccontare, di solito non è la realtà a perdere, ma quel poco di credibilità rimasta di chi prova a modellarla.

Foto: X, Wikipedia e Facebook

 

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Francesco FerranteVedi tutti gli articoli

Nato a Roma nel 1973, è stato un ufficiale dell'Esercito Italiano con una lunga esperienza operativa e di pianificazione interforze. Dopo oltre tre decenni di servizio, dal gennaio 2025 lavora nel settore privato per una società specializzata in difesa e sicurezza, continuando ad insegnare pianificazione operativa e targeting e a mettere a frutto le proprie competenze strategiche e analitiche. Ha ricoperto ruoli chiave nella pianificazione operativa presso l'ITA-JFHQ del Comando Operativo di Vertice Interforze (COVI), e si è affermato a livello internazionale come istruttore certificato NATO di Joint Targeting, incarico ricoperto durante il suo periodo come Direttore Corsi e Istruttore presso la NATO SCHOOL di Oberammergau (Germania). Ha partecipato a numerose missioni operative in teatri complessi, tra i quali Iraq, Afghanistan, Libia, Libano, Bosnia, Repubblica Centrafricana, Burkina Faso e Mozambico. È laureato in Scienze Organizzative e Gestionali, e ha conseguito un Master in Giornalismo e Comunicazione. Collabora regolarmente con riviste e pubblicazioni specializzate nel settore Difesa e Sicurezza.

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