L’iniziativa di Canada e Lussemburgo: Carney e Frieden lanciano la banca della NATO

 

 

Lo scorso 24 giugno, il «Financial Times» ha ospitato un editoriale vergato dal primo ministro canadese Mark Carney e dal suo omologo lussemburghese Luc Frieden in cui proponeva la creazione della cosiddetta Defence, Security and Resilience Bank (Banca per la Difesa, la Sicurezza e la Resilienza, DSRB).

Vale a dire un vero e proprio istituto di credito incaricato, in risposta all’«invasione illegale dell’Ucraina ad opera della Russia», di porre l’Alleanza Atlantica nelle condizioni di consolidare la propria deterrenza, che richiede «una solida base finanziaria ed economica».

I Paesi membri della NATO, sottolineano Carney e Frieden, si sono impegnati a incrementare i bilanci della difesa, nell’ambito di uno sforzo finanziario quantificato in «oltre 850 miliardi di euro di spesa annua aggiuntiva in tutta l’Alleanza» che «non può avvenire a scapito di altre priorità di investimento a livello nazionale».

Il modello da cui i primi ministri canadese e lussemburghese traggono ispirazione è quello della Banca Mondiale e della Banca Europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo, regolate da un meccanismo di funzionamento che vincola i Paesi aderenti a fornire capitale sia versato che richiamabile.

Il primo verrebbe erogato al momento dell’adesione e contabilizzato nel computo del debito pubblico ma non nel deficit di bilancio, agevolando così i Paesi membri della Nato a conseguire l’obiettivo di spesa per la difesa pari al 5% del Pil. Il capitale richiamabile, invece, assumerebbe la forma di garanzie necessarie all’ottenimento di rating ottimali.

L’aumento della spesa rappresenta tuttavia soltanto «una parte dell’equazione».

La base industriale dei Paesi integrati nell’Alleanza Atlantica risulta inadeguata al compito, poiché le imprese, a partire da quelle di dimensioni piccole e medie che operano nei settori dell’ingegneria di precisione, della sicurezza informatica, ecc. che costituiscono anelli essenziali delle catene di approvvigionamento della difesa, si scontrano quotidianamente con «il fallimento strutturale del mercato che limita l’accesso a capitali cruciali», imputabile a normative che «impediscono all’ecosistema della difesa di ricevere finanziamenti in quantità sufficiente dalle banche private.

L’aumento della domanda a fronte di un’offerta limitata provoca un aumento dei prezzi, vanificando tutti i nostri sforzi».

Si tratta di un limite estremamente penalizzante, perché impedisce alle aziende impiantate nell’area transatlantica di incrementare rapidamente la produzione e accelerare il ritmo dell’innovazione.

La DSRB, sostengono Carney e Frieden, apporterebbe un contributo fondamentale a risolvere il problema, attraverso l’emissione di garanzie sui prestiti in grado di ridurre i rischi per il settore privato e favorire una efficace allocazione di capitali aggiuntivi a beneficio delle filiere militari senza ridurre lo spazio fiscale dei Paesi membri dell’Alleanza Atlantica.

I due premier concludono il loro editoriale con un auspicio: «l’adesione alla banca al momento della sua fondazione rappresenta un segnale inequivocabile di coesione tra alleati che mirano ad amplificare la loro forza finanziaria collettiva. I membri fondatori avranno la possibilità di plasmare la governance e le norme della banca, nonché di definire le sue modalità operative iniziali. Questo contribuirà a costruire il futuro della nostra difesa collettiva per gli anni a venire».

Carney e Frieden esprimono ferma convinzione che la creazione di un consenso generalizzato attorno alla creazione della DSRB rappresenti «un’altra pietra miliare nella partnership NATO, inaugurando una nuova era nelle relazioni transatlantiche». Insieme, «trasformeremo le garanzie finanziarie in garanzie di sicurezza e la finanza in deterrenza».

Secondo «Reuters», Carney pianifica di rendere pubblico l’elenco dei Paesi (una decina, stando alle indiscrezioni) disponibili a sostenere l’istituzione della DSRB in occasione del vertice della Nato di Ankara, nel corso del quale l’ambasciatore statunitense Matthew Withaker ha distribuito “pagelle” a tutti i Paesi membri dell’Alleanza Atlantica, “promuovendo” quelli che soddisfano o si apprestano a soddisfare gli obiettivi di spesa previsti e “bocciando” quanti non stanno sostenendo significativi sforzi di allineamento.

Il messaggio è stato rilanciato dallo stesso presidente Trump attraverso un post sul suo profilo Truth in cui si evidenziava il divario abissale tra la spesa militare statunitense e quella sostenuta dagli altri contributori della NATO.

La proposta avanzata da Carney e Frieden si colloca nel solco di un preesistente progetto concepito nel 2021 dal Center for American Progress, uno dei più influenti think-tank di Washington, dotato di solide connessioni con il Partito Democratico.

L’idea consisteva nel fondare un istituto di credito facente capo alla NATO e dotato di capitali iniziali forniti dai principali contributori dell’Alleanza, necessari a ottenere elevati livelli di rating.

Analogamente a quello delineato dai due premier, il disegno tratteggiato dal “pensatoio” statunitense nasceva dall’esigenza di «difendere l’Europa dall’aggressione russa», e si proponeva di «accrescere la capacità dell’Alleanza Atlantica di affrontare le sfide finanziarie del conflitto», dal momento che «qualsiasi significativo sforzo militare dipende dalla capacità economica e finanziaria di sostenerlo».

Il tutto in un quadro di più equa ripartizione degli oneri in seno alla Nato. Sul punto, lo studio sottolineava che «molti Stati membri non hanno ancora investito adeguatamente nelle proprie forze armate, il che ha portato a livelli di prontezza operativa molto bassi e a tensioni operative.

La mancanza di progressi verso l’obiettivo minimo di spesa del 2% del Pil ha anche causato forti tensioni diplomatiche all’interno dell’Alleanza tra i Paesi che rispettano i propri impegni e quelli che non lo fanno».

Nell’ottica degli autori del rapporto era «ormai evidente che l’approccio predefinito della Nato, incentrato sugli impegni di spesa dei singoli Stati nazionali, non ha contribuito in modo significativo ad affrontare le problematiche dell’Alleanza.

Collettivamente, i membri europei della NATO spendono per la difesa quanto la Russia, eppure la spesa disaggregata e scarsamente coordinata dei singoli Stati fa sì che la forza combattiva dell’Alleanza sia ben al di sotto del suo potenziale, lasciando lacune critiche nelle sue capacità».

Attraverso una banca della NATO, i Paesi membri avrebbero modo di coordinare i propri sforzi finanziari e «finanziare iniziative volte a colmare lacune critiche che potrebbero sfuggire all’attenzione dell’Alleanza, come la modernizzazione delle infrastrutture a duplice uso».

Una banca della NATO potrebbe inoltre rappresentare «un’alternativa per le nazioni e le regioni che si rivolgono a banche e istituti di credito legati ai concorrenti della NATO, come Cina e Russia».

Foto: NATO, Governo Canadese e DRM News

 

Giacomo GabelliniVedi tutti gli articoli

Analista economico e geopolitico, saggista, gestore del canale YouTube "Il Contesto | Analisi economica a geopolitica" e dell'omonimo sito web. Ha all'attivo numerose collaborazioni con testate sia italiane che straniere, tra cui le riviste "La Fionda" e "Krisis" e il quotidiano cinese "Global Times". È autore di numerosi volumi, tra cui Krisis. Genesi, formazione e sgretolamento dell'ordine economico statunitense (Mimesis, 2021), Ucraina. Il mondo al bivio (Arianna, 2022), Dottrina Monroe. L'egemonia statunitense sull'emisfero occidentale (Diarkos, 2022), Taiwan. L'isola nello scacchiere asiatico e mondiale (LAD, 2022), Dedollarizzazione. Il declino della supremazia monetaria americana (Diarkos, 2023), Scricchiolio. Le fragili fondamenta di Israele (Il Cerchio, 2025).

Login

Benvenuto! Accedi al tuo account

Ricordami Hai perso la password?

Lost Password

Attenzione: alcune funzionalità di questa pagina potrebbero essere bloccate a seguito delle tue scelte privacy: