La guerra finanziaria alla Russia passa anche dalle criptovalute

 

 

Ad oggi, il conflitto russo-ucraino è diventato anche una battaglia per il controllo delle infrastrutture finanziarie: asset congelati, banche sanzionate, stablecoin legate al rublo, rublo digitale, piattaforme crypto, flotta ombra, petrolio, pagamenti alternativi, BRICS e corridoi commerciali extra-occidentali. La Russia non appare come un’economia al collasso, ma come un sistema costretto a rendere sempre più complessa la propria resilienza.

 

La guerra, oggi, non ha più un solo campo di battaglia. C’è quello visibile, fatto di ponti colpiti, raffinerie in fiamme, droni, bombe plananti e città ucraine sotto attacco, e poi c’è un fronte meno evidente, ma sempre più decisivo: quello finanziario. È lì che la Russia prova a conservare la capacità di commerciare, pagare, incassare, importare, esportare e finanziare la propria macchina militare. È lì che l’Unione Europea cerca di aumentare i costi dell’adattamento russo, colpendo non solo banche, petrolio e navi, ma anche piattaforme crypto, stablecoin, sistemi di pagamento e reti di intermediazione nei Paesi terzi. È lì che l’Ucraina tenta di trasformare la pressione economica sull’aggressore in una leva di sopravvivenza.

Il punto non è che la Russia sia priva di risorse. Al contrario: Mosca continua a esportare energia, dispone ancora di margini finanziari, mantiene una significativa capacità industriale e ha costruito canali alternativi verso Asia, Medio Oriente, Iran, Cina, India e mondo BRICS. Ma proprio questa capacità di adattamento è diventata il cuore della nuova fase del conflitto. L’Occidente non punta soltanto a “sanzionare” la Russia in senso classico; punta sempre più a colpire le infrastrutture che consentono a Mosca di aggirare le restrizioni. La Russia, dal canto suo, non cerca più soltanto di resistere alle sanzioni: prova a costruire un ecosistema parallelo di pagamenti, logistica, finanza digitale e alleanze commerciali.

La guerra russo-ucraina, entrata nel suo quinto anno, ha prodotto una mutazione profonda: il confine tra economia e sicurezza è saltato. Una sanzione può pesare quanto un sistema d’arma, se impedisce a Mosca di importare componenti o di regolare transazioni. Una piattaforma crypto può diventare un corridoio finanziario, se consente di spostare valore fuori dai canali bancari tradizionali.

Una petroliera della flotta ombra può valere più di un convoglio militare, se permette di trasformare greggio in valuta. Una stablecoin legata al rublo può diventare il ponte invisibile tra imprese russe sanzionate e mercati esterni. Un sistema di pagamento alternativo può assumere la stessa funzione strategica di una rotta ferroviaria o marittima: tenere aperto un passaggio dove altri lo vorrebbero chiuso.

Il 19 giugno scorso, Reuters ha offerto una fotografia precisa di questa saldatura fra guerra, energia e finanza. La Banca centrale russa ha tagliato il tasso di riferimento di soli 25 punti base, portandolo al 14,25%, meno di quanto previsto da molti analisti. La decisione è stata accompagnata da un avvertimento: i rischi pro-inflazionistici sono aumentati anche a causa della temporanea riduzione della produzione di carburanti.

Dietro la formula tecnica si intravede il fronte militare. Gli attacchi ucraini contro raffinerie, infrastrutture energetiche e trasporti russi non colpiscono soltanto impianti industriali: entrano nella politica monetaria, nei prezzi della benzina, nella percezione delle famiglie, nella capacità dello Stato di sostenere la guerra senza destabilizzare il mercato interno.

Due giorni prima, l’AIE, l’Agenzia Internazionale dell’Energia, ha riportato che la produzione russa di greggio a maggio è scesa a 8,7 milioni di barili al giorno, circa il 10% sotto il target mensile. Le esportazioni di greggio e prodotti petroliferi sono rimaste stabili, attorno a 7,4 milioni di barili al giorno, ma i ricavi petroliferi sono calati di 710 milioni di dollari rispetto al mese precedente, fermandosi a 20,8 miliardi. Sono ancora entrate enormi, fondamentali per la tenuta del bilancio russo, ma il dato segnala un mutamento: l’energia resta la cassaforte della guerra russa, però quella cassaforte è diventata più esposta, più sorvegliata e più attaccabile.

La guerra al petrolio è anche guerra al bilancio. Secondo il SIPRI, lo Stockholm International Peace Research Institute, nell’aggiornamento globale pubblicato il 27 aprile scorso la spesa militare russa nel 2025 ha raggiunto circa 190 miliardi di dollari, pari al 7,5% del PIL. Lo stesso istituto ha rilevato inoltre che, sia in Russia sia in Ucraina, il peso della spesa militare sulla spesa pubblica ha toccato il livello più alto mai registrato.

Nel rapporto specifico di marzo 2026, intitolato “A Budget for a Fifth Year of War: Military Spending in Russia’s Budget for 2026”, SIPRI ha poi analizzato la stessa militarizzazione dal lato del bilancio federale russo, stimando che nel 2025 il finanziamento della guerra e delle altre spese militari sia arrivato a circa 16 trilioni di rubli, equivalenti a poco meno di 190 miliardi di dollari al cambio attuale.

Per il 2026, tuttavia, l’istituto segnala una riduzione della spesa militare pianificata a 14,9 trilioni di rubli, pari al 6,3% del PIL, precisando però che il budget potrebbe essere modificato, come già avvenuto due volte nel 2025. SIPRI, dunque, non descrive una crescita lineare e automatica della spesa bellica, ma una Russia ancora profondamente militarizzata, che tenta di contenere la spesa pianificata dentro un’economia sotto pressione, segnata da politica monetaria rigida, inflazione e tensioni di bilancio.

Sono cifre che non indicano un sistema paralizzato, ma un sistema in cui la guerra non è più una voce ordinaria del bilancio: è diventata una dei suoi architravi.

Questa militarizzazione produce effetti ambivalenti. Da un lato sostiene produzione, occupazione, industria della difesa e domanda pubblica. Dall’altro assorbe risorse civili, irrigidisce l’economia, alimenta pressioni fiscali e rende più difficile ridurre i tassi in modo rapido. La macchina bellica funziona, ma funziona come una fornace: genera potenza e consuma ossigeno. Per questo la resilienza russa non va confusa con invulnerabilità. È una resilienza reale, ma costosa. E il costo non è soltanto economico: è finanziario, logistico, tecnologico, reputazionale.

È in questo contesto che la finanza diventa arma. Non una metafora, ma una realtà operativa.

Al Forum economico internazionale di San Pietroburgo 2026, tenutosi all’inizio di giugno, la sessione “Geopolitica della finanza”, sostenuta dalla Fondazione Roscongress, ha messo al centro proprio questa trasformazione: i mercati finanziari non sono più soltanto luoghi di scambio, ma strumenti di potere, pressione e influenza geopolitica. A moderare il confronto è stato Sergej Rybakov, economista ed esperto di sviluppo sostenibile, ecologia, finanza e tecnologie, direttore generale della fondazione Natura e Persone (Priroda i ljudi).

Nel suo intervento introduttivo, Rybakov ha sostenuto che l’influenza geopolitica si misura sempre più attraverso il controllo dell’infrastruttura finanziaria, della liquidità, degli asset e dei flussi di capitale. Il potere, dunque, non passa più soltanto da eserciti, alleanze o territori. Passa anche dai canali attraverso cui il denaro si muove o viene bloccato.

Tatjana Valovaja, direttrice generale dell’Ufficio delle Nazioni Unite a Ginevra, ha espresso nello stesso contesto una formula che descrive bene il mondo delle sanzioni: oggi si possono possedere denaro ed enormi risorse senza poterle usare. È una frase che, nella prospettiva russa, riassume il trauma degli asset congelati e delle banche escluse dai circuiti occidentali. La ricchezza non scompare, ma può essere immobilizzata ed un capitale immobilizzato, in una guerra lunga, pesa quasi quanto una rotta logistica interrotta.

Da questa prospettiva, il congelamento degli asset russi resta uno dei punti più sensibili del conflitto. Michele Geraci, viceministro dello Sviluppo economico italiano tra il 2018 e il 2019, intervenendo al Forum di San Pietroburgo, ha parlato della trasformazione delle valute estere e delle riserve in strumenti di pressione. Secondo la sua lettura, il congelamento degli asset di riserva della Federazione Russa, pari a circa 300 miliardi di dollari, ha raggiunto un livello pericoloso, soprattutto perché i relativi interessi vengono usati per finanziare l’Ucraina.

È una posizione che riflette la critica russa e di parte del mondo non occidentale: se le riserve sovrane possono essere immobilizzate e i loro rendimenti orientati a favore di un avversario, allora la fiducia nell’architettura finanziaria occidentale si incrina.

Al di là delle letture contrapposte, il dato politico è ormai evidente: la finanza non è più un terreno neutrale, ma uno spazio di conflitto. Non è soltanto tecnica, regolazione o mercato; è il luogo in cui si decide chi può continuare a combattere, chi può comprare componenti, chi può assicurare navi, chi può pagare fornitori, chi può ricevere valuta, chi può sostenere il cambio e chi può trasformare esportazioni in capacità militare. È qui che le criptovalute diventano centrali.

Secondo l’analisi pubblicata da Chainalysis il 24 aprile 2026 sul ventesimo pacchetto di sanzioni dell’Unione Europea contro la Russia, per la prima volta gli asset crypto non sono più un dettaglio laterale delle misure finanziarie, ma un bersaglio primario. La ragione è semplice: con il settore bancario russo sottoposto a sanzioni sempre più ampie, Mosca e gli attori collegati alla sua economia di guerra hanno aumentato il ricorso a criptoasset, piattaforme digitali e strumenti di settlement alternativi per transazioni internazionali, pagamenti transfrontalieri e forme di elusione.

Il Consiglio dell’Unione Europea, sempre nell’aprile scorso, ha adottato il ventesimo pacchetto di sanzioni contro la Russia, colpendo energia, industria militare, commercio, servizi finanziari e crypto. Sul piano finanziario, Bruxelles ha imposto un divieto di transazione su 20 banche russe e ha preso di mira quattro istituzioni finanziarie di Paesi terzi accusate di favorire l’elusione delle sanzioni o di essere collegate allo SPFS, il sistema russo alternativo a SWIFT.

Ma la novità più rilevante riguarda gli asset digitali: l’UE ha introdotto un divieto settoriale verso provider e piattaforme crypto stabiliti in Russia, incluse infrastrutture centralizzate e decentralizzate usate per aggirare le restrizioni.

Qui avviene il salto dottrinale. L’Unione Europea non colpisce più soltanto singoli soggetti, ma ecosistemi. Non dice soltanto: questa banca è sanzionata, questa nave è sanzionata, questa persona è sanzionata. Dice: intere architetture di elusione sono sanzionabili. Non basta controllare una lista di nomi; occorre guardare reti, controparti, giurisdizioni, piattaforme, stablecoin, sistemi di compensazione, rapporti indiretti, corridoi di settlement.

Tra gli strumenti colpiti ci sono A7A5, RUBx e il rublo digitale. Chainalysis descrive A7A5 come un token legato al rublo che ha facilitato 93,3 miliardi di dollari di transazioni in dieci mesi, riflettendo il crescente uso degli asset digitali per aggirare sanzioni e facilitare il commercio transfrontaliero. Nell’analisi successiva sul ventesimo pacchetto UE, Chainalysis parla di 119,7 miliardi di dollari processati dall’ecosistema A7A5 fino a quel momento. La differenza tra i due dati non cambia il quadro: non siamo davanti a strumenti marginali, ma a infrastrutture digitali capaci di raggiungere volumi quasi bancari in tempi molto rapidi.

RUBx, altra criptovaluta legata al rublo, viene vietata insieme al supporto europeo allo sviluppo del rublo digitale. Quest’ultimo ha una valenza ancora più politica, perché non è soltanto un token privato o para-statale: è una valuta digitale di banca centrale. Nella lettura europea, il rublo digitale può diventare parte di un’infrastruttura monetaria compatibile con un mondo di sanzioni, restrizioni e circuiti finanziari alternativi. Nella lettura russa, invece, è uno strumento di sovranità tecnologica e monetaria. La stessa architettura viene dunque letta in due modi opposti: innovazione difensiva per Mosca, potenziale canale di elusione per Bruxelles.

Il caso kirghiso chiarisce ulteriormente il nuovo perimetro della guerra finanziaria. Chainalysis segnala la designazione dell’exchange TengriCoin, operativo come Meer.kg, dove sarebbero scambiate quantità significative di A7A5. Il messaggio è diretto a tutte le piattaforme crypto di Paesi terzi, soprattutto in Asia centrale, Caucaso, Medio Oriente e Golfo: facilitare strumenti rublo-backed o reti collegate alla Russia può esporre a rischio sanzionatorio, anche se la società non è formalmente stabilita nell’Unione Europea. In altre parole, il campo della guerra finanziaria non coincide più con i confini giuridici dell’UE.

Il ventesimo pacchetto vieta anche le operazioni di netting con agenti russi, cioè quei meccanismi di compensazione in cui obbligazioni reciproche vengono saldate su base netta invece che lorda. Può sembrare un dettaglio tecnico, ma non lo è. Nelle reti finanziarie e crypto, il netting può ridurre la visibilità dei flussi, rendere meno trasparente la reale identità delle controparti e spezzare la tracciabilità economica del pagamento. Colpire il netting significa colpire una delle tecniche con cui il valore sanzionato può cambiare forma senza apparire direttamente come tale.

Secondo il Crypto Crime Report 2026 della statunitense Chainalysis, il 2025 è stato l’anno in cui la cripto-criminalità ha compiuto un salto di scala geopolitico. Gli indirizzi crypto identificati come illeciti avrebbero ricevuto almeno 154 miliardi di dollari, il 162% in più rispetto all’anno precedente. Il valore arrivato a entità sotto sanzioni sarebbe aumentato del 694% in dodici mesi. L’84% del volume illecito sarebbe transitato in stablecoin.

Questo non significa che le stablecoin siano criminali in sé: come il dollaro nell’economia illegale tradizionale, lo strumento è usato sia da attori legittimi sia da attori illeciti. Significa però che gli strumenti più efficienti per il commercio digitale globale diventano inevitabilmente appetibili anche per Stati sanzionati.

La Russia non è l’unico attore statuale di questa trasformazione, ma ne rappresenta uno dei casi più rilevanti. Chainalysis indica anche la Corea del Nord, con circa 2 miliardi di dollari rubati nel 2025 da gruppi hacker collegati a Pyongyang, incluso il colpo a Bybit da quasi 1,5 miliardi, e l’Iran, che attraverso reti proxy come Hezbollah, Hamas e Houthi avrebbe usato criptoasset per oltre 2 miliardi di dollari in wallet confermati nelle designazioni sanzionatorie. La Russia appare però diversa perché prova a inserire gli strumenti digitali dentro una strategia più ampia di resilienza commerciale, finanziaria e geopolitica.

Qui entra in gioco il rapporto con l’Iran. Il 20 giugno scroso TASS ha riportato le dichiarazioni di Muhammad Abed Amiri, responsabile della direzione iraniana della piattaforma BRICS Hub, rilasciate a margine degli eventi Russia-ASEAN a Kazan. Amiri ha detto che Russia e Iran possono portare il loro interscambio commerciale a 10 miliardi di dollari. Oggi, secondo lui, il volume degli scambi si aggira tra 4 e 4,8 miliardi. Ma il passaggio decisivo non è la cifra. È la condizione: se la questione dei pagamenti verrà risolta tra Russia e Iran e, più in generale, tra i Paesi BRICS, allora l’obiettivo dei 10 miliardi diventerà realistico.

Quella frase pesa più del numero. Il problema non è soltanto vendere o comprare: è pagare, incassare, convertire e regolare. Inoltre, occorre evitare che una transazione venga bloccata, tracciata, sanzionata o resa impossibile. Russia e Iran condividono un interesse strategico: costruire circuiti capaci di funzionare anche sotto pressione occidentale. Amiri ha citato anche logistica e dogane, ricordando gli investimenti iraniani per facilitare il trasporto delle merci da Anzali ad Astrakhan. La rotta del Caspio diventa così un’immagine perfetta della nuova guerra finanziaria: non solo merci che si muovono, ma sistemi che cercano vie laterali per restare operativi.

Reuters, già nel gennaio 2025, aveva scritto che il partenariato strategico tra Russia e Iran avrebbe dovuto governare le relazioni bilaterali per i successivi vent’anni. L’accordo firmato da Vladimir Putin e Masoud Pezeshkian include cooperazione su sicurezza, difesa, intelligence, energia, nucleare civile, pagamenti indipendenti da Paesi terzi e uso delle valute nazionali. Il target dei 10 miliardi evocato da BRICS Hub nel giugno 2026 non è quindi una dichiarazione commerciale isolata: è un tassello della costruzione di un circuito geopolitico anti-sanzioni.

Da qui si comprende perché l’Unione Europea abbia scelto una risposta sempre più sistemica. Il ventesimo pacchetto non colpisce soltanto la finanza digitale. Colpisce anche la flotta ombra russa, imponendo nuove restrizioni e ampliando il numero delle imbarcazioni designate. Rafforza la due diligence sulle vendite di petroliere, vieta alcuni servizi legati a tanker LNG e rompighiaccio russi, rafforza i controlli su beni dual-use e prende di mira corridoi di riesportazione attraverso Kirghizistan, Cina, Turchia ed Emirati Arabi Uniti. È una mappa della guerra economica contemporanea: crypto, banche, petrolio, navi, macchinari, dogane, Paesi terzi.

Il 9 giugno scorso, Reuters ha scritto che l’UE ha proposto un ventunesimo pacchetto di sanzioni contro la Russia, mirato a banche, piattaforme crypto, produzione di droni, trader petroliferi e raffinatori. Sempre secondo Reuters, l’Alto rappresentante Kaja Kallas ha parlato di quasi 90 banche coinvolte nella nuova stretta, il numero più alto in una singola tornata. Ursula von der Leyen ha evocato anche la possibilità di un divieto completo dei servizi crypto a livello di Paese terzo, nel caso in cui piattaforme fuori dall’UE aiutino Mosca a eludere le restrizioni.

Il messaggio politico è evidente: Bruxelles non vuole più soltanto punire la Russia. Vuole aumentare il costo operativo della sua capacità di adattamento. Non si tratta di immaginare un collasso automatico o immediato dell’economia russa, ma di rendere più oneroso ogni passaggio: più difficile pagare, più rischioso intermediare, più costoso assicurare, più complesso esportare, più esposto usare crypto, più vulnerabile appoggiarsi a Paesi terzi.

Il G7, riunitosi di recente a Evian-les-Bains, ha rafforzato lo stesso quadro: i leader hanno riaffermato il sostegno all’Ucraina e promesso di aumentare la pressione sull’economia di guerra russa, in particolare sui settori petrolifero e del gas. Vladimir Zelenskij, secondo le agenzie di stampa presenti, avrebbe chiesto ulteriori sanzioni sulle esportazioni petrolifere russe, sul settore bancario e sulla produzione militare, sostenendo che il modo per spingere Mosca verso negoziati reali passerebbe anche dalla riduzione delle sue entrate energetiche e finanziarie.

È la stessa logica vista dal lato ucraino: colpire il fronte militare non basta, se il bilancio russo continua ad alimentarlo. Per Kiev, ogni raffineria colpita, ogni petroliera bloccata, ogni banca isolata, ogni canale crypto chiuso, ogni interesse sugli asset russi destinato all’Ucraina diventa parte della difesa nazionale. La guerra finanziaria non sostituisce quella militare; la prolunga, la sostiene, ne modifica i costi.

La Russia, dal canto suo, cerca di trasformare questa pressione in una narrazione di resistenza sistemica. Al Forum di San Pietroburgo, Aleksandr Maslennikov, vicesegretario del Consiglio di Sicurezza russo, ha sostenuto che negli ultimi cinque anni il mercato finanziario della Federazione ha attraversato una trasformazione profonda: uscita degli investitori stranieri, calo della capitalizzazione di mercato, sostituzione del capitale estero con risorse interne, contrazione degli investimenti diretti e crescita degli asset digitali. In questa lettura, la risposta di Mosca alla pressione occidentale passa dalla costruzione, insieme ai partner BRICS e SCO, di circuiti di pagamento e investimento meno dipendenti da dollaro, euro, SWIFT e banche occidentali, fondati sulle valute nazionali ma anche su beni concreti come oro, materie prime e risorse energetiche.

Se l’Occidente può bloccare riserve e transazioni, la Russia punta dunque a ridurre l’esposizione alle leve finanziarie occidentali, trasformando l’autonomia monetaria e infrastrutturale in una componente della propria strategia di sopravvivenza economica.

Questa è la controffensiva concettuale russa: se l’Occidente usa dollaro, euro, SWIFT, riserve congelate e sanzioni come strumenti di potere, allora la Russia deve costruire un mondo finanziario parallelo. Non completamente separato, perché Mosca ha ancora bisogno di commerciare, vendere energia, importare tecnologie e ricevere valuta. Ma abbastanza diversificato da rendere meno vulnerabile l’esclusione dai circuiti occidentali.

Il problema è che questa autonomia ha un costo. Non basta dichiarare la fine della dipendenza dal dollaro. Bisogna creare fiducia in nuovi strumenti, liquidità sufficiente, mercati profondi, partner affidabili, infrastrutture tecnologiche sicure, compliance alternativa, convertibilità, protezione giuridica, logistica coerente. A7A5 può movimentare decine di miliardi, ma se viene identificato come strumento di elusione diventa a sua volta bersaglio. Il rublo digitale può promettere sovranità, ma se viene vietato dall’UE prima ancora di maturare pienamente, nasce già dentro una guerra regolatoria.

Le rotte del Caspio possono aggirare alcuni colli di bottiglia, ma diventano sorvegliate. I Paesi terzi possono offrire intermediazione, ma rischiano sanzioni secondarie, designazioni, reputazione compromessa.

La guerra finanziaria è proprio questo: un inseguimento continuo tra adattamento e interdizione. Mosca apre un canale, Bruxelles prova a chiuderlo. Mosca sposta flussi verso una piattaforma, Chainalysis li traccia e l’UE la designa. Mosca usa navi ombra, l’UE allarga le liste. Mosca punta su pagamenti alternativi, l’Occidente colpisce banche, SPFS, netting, stablecoin, rublo digitale. Mosca cerca partner in Asia centrale, Golfo, Iran e BRICS; l’UE identifica quei corridoi come zone ad alto rischio.

La vecchia globalizzazione prometteva che l’interdipendenza avrebbe ridotto la guerra. Il 2026 mostra il rovescio della medaglia: l’interdipendenza può diventare arma. Se dipendi da un sistema di pagamento, puoi esserne escluso; se dipendi da una valuta, puoi subirne la pressione; se dipendi da una rotta, può essere bloccata; se dipendi da una piattaforma, può essere sanzionata. Se dipendi dal petrolio, le raffinerie possono diventare bersagli e se dipendi dagli asset esteri, questi possono essere immobilizzati.

Per questo la guerra russo-ucraina non è più solo il conflitto per un territorio: è una prova generale del mondo che viene. Un mondo in cui le infrastrutture finanziarie saranno considerate infrastrutture strategiche come porti, ferrovie, satelliti e reti elettriche. Un mondo in cui la compliance sarà parte della sicurezza nazionale. Un mondo in cui stablecoin, CBDC e sistemi di messaggistica finanziaria diventeranno oggetto di dottrine sanzionatorie e strategie di sicurezza. Un mondo in cui una società di blockchain analytics può avere un ruolo nel conflitto quasi quanto un’agenzia di intelligence economica.

La Russia vuole dimostrare che può continuare a operare anche dentro un sistema occidentale ostile. L’Unione Europea vuole dimostrare che quel sistema può ancora imporre costi crescenti a chi lo sfida con la guerra. L’Ucraina vuole trasformare ogni leva economica in capacità di resistenza. L’Iran osserva e partecipa perché vede nella Russia un partner di sopravvivenza sotto sanzioni. I BRICS diventano, agli occhi di Mosca, non soltanto un club diplomatico, ma la promessa di una nuova architettura di pagamenti, scambi e protezione reciproca.

La domanda finale resta aperta: questa guerra finanziaria accorcerà la guerra militare o la renderà più lunga? Se le sanzioni riusciranno a comprimere davvero le entrate russe e a rendere troppo costoso l’adattamento, potranno influenzare il calcolo strategico di Mosca. Ma se la Russia riuscirà a mantenere canali sufficienti attraverso petrolio, crypto, BRICS, Iran, flotta ombra e circuiti paralleli, la guerra potrebbe trasformarsi in una condizione più strutturale, meno dipendente dai picchi militari e più radicata nella riorganizzazione permanente dei sistemi economici.

Una cosa, però, è già chiara: nel 2026 non si può più raccontare la guerra guardando solo ai missili. Bisogna seguire il denaro, guardare dove passa, dove si blocca, dove si trasforma, dove sparisce e dove riemerge. Perché oggi il denaro non finanzia soltanto la guerra: ne è diventato una delle armi principali.

Foto: DepositPhotos.com

 

Giornalista e analista geopolitica specializzata in Russia e Repubbliche dell'ex blocco sovietico. Esperta in comunicazione. Traduttrice, ghostwriter e docente di storytelling. Laureata in Lingua e Letteratura Russa presso l'Università "Maxim Gorkij" di Mosca, in giornalismo presso la Facoltà di Giornalismo della MGU di Mosca e poi in Lingue e Letterature Straniere e in Scienze della Comunicazione presso l'Università degli Studi di Torino, ha collaborato o collabora con numerose testate italiane e straniere tra cui Panorama, La Voce, Gazzetta Torino, VoceNews, Literaturnaja Gazeta e Junost.

Login

Benvenuto! Accedi al tuo account

Ricordami Hai perso la password?

Lost Password

Attenzione: alcune funzionalità di questa pagina potrebbero essere bloccate a seguito delle tue scelte privacy: