Il patto di mutua difesa tra Arabia Saudita, Turchia e Pakistan nello scenario globale

 

 

L’accordo di mutua difesa firmato dai leader saudita turco e pakistano non è un fulmine a ciel sereno, ma sicuramente l’evento è stato alquanto accelerato dalla congiuntura attuale, con particolare riferimento all’area centroasiatica meridionale, dal Mar Rosso all’Oceano Indiano. Gli unici che sembrano non accusare ricevuta di un fatto così eclatante siamo noi occidentali.

Potremmo rivolgere alla nostra leadership (che non merita certo la maiuscola) le parole di Antonio Gramsci, che peraltro dell’Occidente non fu un amico ma uno dei demolitori:

Dei fatti maturano nell’ombra, perché mani non sorvegliate da nessun controllo tessono la tela della vita collettiva, e la massa ignora. E quando i fatti che hanno maturato vengono a sfociare, e avvengono grandi sventure storiche, si crede che siano fatalità come i terremoti. Pochi si domandano: “se avessi anch’io fatto il mio dovere di uomo, se avessi cercato di far valere la mia voce, il mio parere, la mia volontà, sarebbe successo ciò che è successo?

Non solo nell’indifferenza ma in conseguenza diretta della propria insipienza, l’Occidente assiste in silenzio ad un connubio inedito e molto singolare: tre Potenze regionali, per alcuni versi addirittura “concorrenti alimentari”, si uniscono per dar luogo ad un’alleanza di mutua difesa il cui significato reale, però, è tutt’altro che difensivo. Giocano all’attacco, anzi, e su molti fronti, seguendo il principio dell’Arte Militare secondo il quale conservare l’iniziativa è un fattore chiave del successo.

Vediamo quali segnali il fatto e le sue circostanze mandano al mondo.

Il luogo prescelto è molto significativo poiché Mecca è la città santa e il centro religioso che la dinastia saudita custodisce. In un certo qual modo, i tre Paesi quindi si uniscono attorno al luogo verso il quale tutti i mussulmani rivolgono la loro preghiera cinque volte al giorno. Ovviamente, il rispetto per il luogo santo impedisce che vi si tengano vertici politici di parte, ma il riferimento appare molto chiaro.

Ne consegue che questo Patto si propone alla Umma come un riferimento di aggregazione collettiva, e in una galassia frammentata come l’Islam si tratta di un fatto non secondario. Perfino per gli Sciiti, e dunque per gli iraniani in primis, la Mecca è il principale luogo santo.

Questa lettura non è immediata in Occidente, perché nella nostra (per altri versi benedetta) arroganza intellettuale abbiamo relegato il fattore religioso nella sfera degli argomenti di scarso interesse. Ma per il mondo nella sua interezza non è così, posto che ciò vale solo per un’esigua percentuale dell’umanità, quale siamo.

Un altro chiaro segnale è che l’alleanza con gli Sati Uniti non è di per sé più ritenuta sufficiente a costituire un fattore sostanziale e credibile di protezione. Anzi, se vogliamo dirla tutta l’essere alleati degli Usa si sta rivelando un fattore di rischio, come le dinamiche delle rappresaglie militari iraniane agli attacchi subiti stanno dimostrando.

 

L’Arabia Saudita

Fu nientedimeno che il Presidente Truman, il 31 ottobre del 1950, che dichiarò che l’Arabia Saudita era un “interesse nazionale prioritario degli USA”, scrivendo all’allora re Abdul Aziz Ibn Saud. Gli USA da allora sono sempre stati garanti del Regno, anche dopo essersi affrancati dalla dipendenza energetica dai Paesi del Golfo. Evidentemente, l’attuale monarca ha realizzato che questa dichiarazione non risponda più al vero o, cosa ancor peggiore, che gli Stati Uniti non siano più in condizione di mantenere l’impegno.

Saudi Aramco produce da sola il 12% del petrolio mondiale, e l’Arabia Saudita rimane di gran lunga il primo Paese al mondo per stoccaggio domestico e strategico di idrocarburi. Ovviamente, è anche un investitore di straordinaria potenza finanziaria, e negli ultimi decenni ha perseguito una politica industriale ed energetica molto saggia, svolta ad affrancarsi il più possibile dalla diretta dipendenza dal petrolio.

Una curiosità interessante: Saudi Aramco si quotò a dicembre del 2019, in una delle operazioni finanziarie più grandi della storia. Orbene, si quotò alla Borsa di Riad proprio per sottrarsi ad eventuali sanzioni da parte dei Paesi Occidentali: ciò dovrebbe far riflettere gli esponenti del fronte dell’intransigenza che chiede a gran voce la confisca dei beni congelati alla Russia…

 

La Turchia

La Turchia, da parte sua, stipula un’alleanza difensiva da Membro della NATO, quando cioè dovrebbe sentirsi ampiamente coperta dall’art. 5 del Patto Atlantico. Il segnale di sfiducia è ancor più pesante e netto, quindi, per quanto si debba notare che l’atteggiamento turco sia piuttosto ambiguo già da molto tempo.

Ankara è un battitore libero su molti tavoli, mercé la sua particolarità sia storica che geopolitica. Proprio dal punto di vista storico, il segnale è decisamente sonoro: la Turchia, infatti, non ha mai perso la sua identità imperiale ottomana. E lo sta dimostrando da lungo tempo, ormai, nella sua azione nelle ex terre del Sultano ed oltre.

La Somalia è talmente legata alla Turchia da sembrarne quasi una colonia, basti vedere l’Università di Mogadiscio: una volta i docenti e la lingua erano italiani, ora sono tutti turchi. E sicuramente la Turchia è il contraltare fondamentale della disputa sul Somaliland, nel quale si scontra con Israele, giusto di fronte allo Yemen che è, ricordiamolo, una spina nel fianco dell’Arabia Saudita.

In Libia la Turchia sta giocando un ruolo fondamentale rispetto al quale noi italiani dovremmo essere molto preoccupati: in fondo, nel 1911 la colonizzammo strappandola all’Impero Ottomano, e mentre noi ce lo siamo dimenticati loro se lo ricordano benissimo.

Che dire della Siria, poi. Nel periodo dello Stato Islamico la Turchia era la principale destinazione del petrolio ISIS, e ha instaurato e mantiene in loco una fitta rete di interessi e referenti.

Il Marocco, da parte sua, ha con la Turchia un complesso accordo di libero scambio e una collaborazione militare molto avanzata. Curiosa posizione, quella marocchina, al di là delle speculazioni per i fatti di Ceuta. Mentre mantiene questo rapporto con la Turchia, è oggetto di attenzioni privilegiate da parte USA: Il National Defense Authorization Act per il 2027, infatti, prevede un piano decennale strategico finalizzato a fare del Marocco il principale partner militare dell’intera Africa. A quanto pare, il Marocco ha imparato bene la lezione turca…

Ankara, in definitiva, si considera Occidente quando le conviene ma potenza regionale decisamente autonoma nel complesso.

 

Il Pakistan

Con il suo quarto di miliardo di abitanti, è l’unico Paese mussulmano a possedere l’arma nucleare. Ricordiamo che nasce in modo quasi artificiale dalla decolonizzazione del subcontinente indiano, con immensi problemi di composizione etnica e flussi migratori. Alla sua fondazione, circa il 20% della popolazione era composto da profughi ed ancora oggi riunisce popolazioni eterogenee, al punto che alcune zone tribali tutt’oggi non possono dirsi sotto il controllo dello Stato. Stato forte, sicuramente, e per fortuna.

Ha sempre mantenuto rapporti complessi con l’Occidente, anche per l’ingombrante presenza della gigantesca India e del turbolento Afghanistan ai suoi confini. Gioca un ruolo molto importante, è evidente, essendo l’unico perno in qualche modo affidabile dell’Asia Centrale. Non è un caso che ospiti o partecipi con un ruolo primario ai negoziati USA/Iran (o meglio, a ciò che somiglia più da vicino ad un negoziato).

 

Quali sviluppi?

Il curioso connubio di queste Potenze costituisce un momento di aggregazione che lancia sfide strategiche di enorme rilievo, sia agli USA che all’Europa. Faremmo bene a cogliere questi segnali con grande attenzione e serietà, senza dimenticare che si inseriscono in un filone molto ampio.

Risale a tre settimane fa il vertice di United World proprio ad Ankara, la cui dichiarazione finale afferma che: “Le minacce che potrebbero portare a una Grande Guerra provengono dagli Stati Uniti e da Israele. L’attacco USA–Israele all’Iran, il rafforzamento militare della NATO in Ucraina e il suo dispiegamento di forze per procura contro la Russia, il genocidio di Israele a Gaza e i suoi attacchi al Libano sono guerre regionali che comportano al loro interno il pericolo di innescare una Grande Guerra.

La NATO, in quanto strumento dell’egemonia statunitense, rappresenta una minaccia per la pace mondiale. I paesi presi di mira dalla NATO, in primo luogo la Russia, non costituiscono una minaccia per l’Europa. Ciò che servirebbe alla sicurezza globale non è la riorganizzazione della NATO, ma la sua abolizione. In questo modo anche i paesi europei verrebbero liberati dai nuovi e onerosi oneri imposti dagli Stati Uniti ai membri della NATO”. Piuttosto esplicito.

E a Sochi, nell’ottobre scorso, al Valdai Forum si è parlato espressamente e diffusamente di “Polycentric world”, affrontando a tutto campo situazioni ed iniziative orientate a sviluppare un sistema di relazioni internazionali alternativo a quello attuale in campo politico, finanziario, commerciale, militare e logistico.

Dei tre Paesi di oggi solo il Pakistan era presente, il che potrebbe far pensare ad un suo ruolo di ponte con uno schieramento apertamente alternativo all’Occidente, che ha riunito ben 42 Paesi del mondo.

Certo, di attacco all’Iran ancora non si parlava: vediamo quali e quanti Paesi saranno presenti alla 23ma edizione, alla quale mancano solo un paio di mesi.

Foto: Anadolu e Presidenza Turca

 

 

Manuel Di CasoliVedi tutti gli articoli

Ha frequentato la Scuola Militare "Nunziatella" di Napoli, l'Accademia Militare di Modena e la Scuola Ufficiali Carabinieri ed è laureato in Giurisprudenza ed in Scienze della Sicurezza. Fino al 2000 è stato Ufficiale dei Carabinieri, svolgendo il proprio servizio in Sicilia, Calabria e nella Capitale. E' Professore a contratto in alcune Università italiane ed ha conseguito un Master presso l'Università di Buenos Aires. Attualmente è Global Strategies Advisor nel settore energetico e lavora tra America Latina ed Europa per società di investimento e produzione nel settore energetico. Ha ricoperto diversi incarichi come Direttore Operations, Sicurezza e Affari Legali per grandi aziende sia italiane che multinazionali ed in Expo Milano 2015.

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