L’Occidente che ha smarrito la realtà

 

 

Iran, servizi d’informazione e guerra permanente: quando l’emozione sostituisce l’analisi e l’incompetenza diventa una dottrina strategica

La distinzione tra emisfero sinistro, sede della logica e del linguaggio, ed emisfero destro, regno dell’intuizione e delle emozioni, appartiene più alla divulgazione popolare che alla scienza. Il cervello umano non funziona attraverso una separazione tanto elementare. Come metafora della politica occidentale, tuttavia, questa rappresentazione conserva una sua efficacia: governi che dispongono di quantità sterminate di informazioni sembrano sempre meno capaci di trasformarle in conoscenza, previsione e decisione razionale.

L’Occidente non soffre per mancanza di dati. Possiede satelliti, sistemi di intercettazione, reti diplomatiche, apparati militari, centri di ricerca e servizi d’informazione tecnologicamente avanzati. Può seguire lo spostamento di un reparto iraniano, individuare una rampa missilistica, controllare il movimento di una nave e raccogliere milioni di comunicazioni. Eppure può non comprendere le intenzioni dell’avversario, la struttura della società che vuole trasformare e le conseguenze politiche della propria azione.

È la contraddizione di una potenza che vede tutto, ma capisce sempre meno.

 

La politica delle emozioni

Nelle democrazie occidentali il tempo della decisione si è progressivamente ridotto. Il governante deve reagire nell’arco di poche ore, talvolta di pochi minuti. Le reti sociali trasformano qualsiasi avvenimento in una prova immediata di fermezza o debolezza. Il silenzio viene interpretato come esitazione; la prudenza come paura; il negoziato come resa.

In questo ambiente non prevale chi conosce meglio la realtà, ma chi riesce a imporre più rapidamente una sua rappresentazione. La decisione nasce dall’emozione collettiva, viene tradotta in parole d’ordine e solo in seguito cerca una giustificazione razionale. L’ordine corretto dovrebbe essere l’opposto: raccogliere le informazioni, verificarle, costruire scenari, valutare costi e conseguenze e infine scegliere. Oggi, invece, prima si decide e poi si selezionano le informazioni necessarie a dimostrare che la decisione era inevitabile.

Liz Truss, Kaja Kallas, Ursula von der Leyen, Annalena Baerbock, Keir Starmer, Emmanuel Macron, Jean-Noël Barrot, Friedrich Merz e Donald Trump appartengono a famiglie politiche differenti e non possono essere collocati tutti sullo stesso piano. Sono però espressione di un sistema che attribuisce alla comunicazione un peso superiore alla conoscenza storica, geografica ed economica.

La questione non consiste nell’accusare ogni governante di stupidità. Sarebbe una scorciatoia uguale a quelle che si vogliono denunciare. Il problema è il processo di selezione delle classi dirigenti.

Gli apparati di partito premiano la fedeltà, la rapidità della risposta e l’abilità nel presentarsi davanti a una telecamera. La cultura, l’esperienza professionale e la capacità di sopportare il dubbio vengono considerate qualità meno importanti. Si formano così dirigenti molto sicuri di sé, ma incapaci di affrontare problemi che non possano essere compressi in una frase.

L’arroganza diventa il sostituto della competenza. E quando la realtà smentisce le previsioni, invece di correggere la politica si raddoppia la propaganda.

 

La narrazione come centro di gravità

La politica, inclusa quella internazionale, è sempre stata accompagnata dalla propaganda. La novità non risiede nell’esistenza della menzogna, ma nella progressiva sostituzione della realtà con una narrazione completa, autosufficiente e impermeabile ai fatti.

Un documento britannico del 2018 sulla disinformazione russa riconosceva una difficoltà significativa: alcune narrazioni sostenute dal Cremlino potevano essere fondate su elementi veri. Contrastare una falsità è relativamente semplice. Rispondere a una verità scomoda, capace di mettere in discussione le scelte occidentali, è assai più complicato.

Il problema della disinformazione, quindi, non coincide soltanto con le notizie completamente inventate. Le manipolazioni più efficaci nascono dalla selezione dei fatti. Un dato corretto viene isolato dal suo contesto; un’ipotesi viene presentata come certezza; una possibilità futura diventa una minaccia imminente; l’intenzione attribuita al nemico viene confusa con la sua capacità effettiva di agire.

È così che si costruisce il consenso per una guerra. Il primo passaggio consiste nella trasformazione dell’avversario in un soggetto irrazionale. Se il nemico è irrazionale, non si può negoziare. Il secondo passaggio consiste nell’attribuirgli intenzioni illimitate: non vuole soltanto difendere i propri interessi, ma conquistare, distruggere o dominare. Il terzo consiste nel presentare l’azione militare come l’unica possibilità rimasta.

A quel punto, le prove cessano di essere davvero necessarie. Chi le chiede viene accusato di ingenuità, codardia o complicità. La narrazione diventa, in senso clausewitziano, il centro di gravità della politica occidentale. Non importa più se una decisione favorisca gli interessi nazionali. Importa che non contraddica il racconto sul quale il governo ha costruito la propria legittimità.

Quando i fatti diventano incompatibili con la versione ufficiale, si tenta di ridurre la visibilità dei fatti. Si colpiscono i mezzi di comunicazione avversari, si delegittimano le fonti discordanti, si rafforzano i controlli sulle reti sociali e si confonde la lotta contro la propaganda straniera con la repressione del dissenso interno.

Il paradosso è evidente. Nel nome della lotta contro l’autoritarismo russo, l’Europa rischia di restringere il proprio pluralismo. Nel tentativo di impedire a Mosca di influenzare l’opinione pubblica, finisce per trattare ogni critica alla politica europea come il prodotto di un’influenza ostile. Combattendo la sovietizzazione attribuita alla Russia, introduce essa stessa pratiche di conformismo ideologico.

 

Il fallimento nel rapporto tra servizi segreti e politica

Il compito dei servizi d’informazione non consiste nel dire al governante ciò che desidera ascoltare. Consiste nel fornirgli elementi verificati, distinguendo fatti accertati, probabilità, ipotesi e informazioni non confermate.

Questa funzione è indispensabile a ogni livello: politico, strategico, operativo e tattico. Sul piano politico bisogna comprendere quali interessi difenda l’avversario. Su quello strategico occorre prevedere come reagirà. A livello operativo è necessario valutare la sua capacità di sostenere un conflitto. Sul terreno tattico bisogna conoscere la posizione delle forze e la natura delle minacce immediate.

Quando l’analisi viene politicizzata, l’intero edificio crolla. Se il governo stabilisce in anticipo che l’Iran sta preparando un’arma nucleare, ogni informazione verrà interpretata in modo da confermare quella convinzione. Se si decide che il governo iraniano è prossimo al collasso, le manifestazioni di opposizione saranno presentate come prova della sua imminente fine, mentre i segnali di coesione nazionale verranno ignorati o attribuiti alla repressione.

Le valutazioni attribuite ai servizi americani prima dell’allargamento della guerra delineavano un quadro più prudente di quello utilizzato pubblicamente. L’Iran non si sarebbe trovato sul punto di impiegare un’arma nucleare, non avrebbe posseduto missili balistici capaci di raggiungere il territorio continentale degli Stati Uniti e avrebbe potuto rispondere a un attacco colpendo basi americane e Paesi alleati nel Golfo Persico. Avrebbe inoltre avuto la capacità di minacciare la navigazione nello Stretto di Hormuz, provocando una crisi economica internazionale.

Se queste valutazioni erano disponibili, non ci troviamo davanti a un fallimento provocato dall’assenza di informazioni. Ci troviamo di fronte a un fallimento della decisione. I dati esistevano, ma sono stati ignorati perché incompatibili con l’obiettivo politico.

Era già accaduto con l’Iraq. Le riserve sulle armi di distruzione di massa vennero marginalizzate mentre le indicazioni favorevoli alla guerra furono amplificate. Non fu l’analisi a orientare la politica: fu la politica a selezionare l’analisi

 

Tanti dati, poca conoscenza

La crisi dei servizi occidentali non si esaurisce nella loro subordinazione alla politica. Esiste un problema interno, legato all’eccesso di informazioni e alla crescente difficoltà di costruire una visione d’insieme.

Si può disporre di immagini precise di ogni base iraniana e non comprendere la cultura strategica dell’Iran. Si possono intercettare le comunicazioni dei Guardiani della rivoluzione senza capire il rapporto tra identità religiosa, memoria storica, orgoglio nazionale e percezione dell’accerchiamento. Si possono contare missili e velivoli senza valutare correttamente la volontà di resistenza della popolazione.

La superiorità tecnologica finisce per alimentare l’illusione di una superiorità intellettuale. Poiché l’Occidente raccoglie più informazioni, presume automaticamente di comprendere meglio. Non sempre è così. L’informazione diventa conoscenza soltanto quando viene inserita in un contesto storico, politico e culturale.

Vladimir Putin avrebbe osservato che i servizi russi riescono talvolta a ottenere risultati migliori di quelli americani proprio perché dispongono di mezzi più limitati. È una dichiarazione interessata, ma contiene un elemento di verità. La scarsità costringe a scegliere le priorità. L’abbondanza può produrre dispersione, sovraccarico e incapacità di distinguere l’essenziale dal marginale.

Concentrandosi sui singoli alberi, non si vede più la foresta. Si conosce la posizione dell’avversario, ma non si comprende perché combatta. Si individuano i suoi strumenti militari, ma non i suoi obiettivi politici. Si distrugge un bersaglio e ci si accorge troppo tardi di avere rafforzato la determinazione del sistema che si voleva indebolire.

 

L’errore di considerare l’Iran un Paese in attesa dell’Occidente

La visione occidentale dell’Iran continua a essere costruita attraverso categorie semplicistiche. Da una parte viene rappresentato come una teocrazia immobile, priva di consenso e sostenuta soltanto dalla repressione. Dall’altra si presume che la popolazione iraniana desideri adottare istituzioni, costumi e alleanze occidentali non appena il potere religioso verrà rimosso.

La società iraniana è molto più complessa. Esistono opposizione, malcontento sociale, conflitti generazionali, richieste di libertà e critiche alla gestione economica. Ma tutto questo convive con un forte sentimento nazionale, con la memoria delle ingerenze straniere e con una percezione diffusa dell’Iran come civiltà prima ancora che come sistema politico.

Una popolazione può contestare il proprio governo e unirsi attorno allo Stato quando viene attaccata dall’esterno. Confondere il dissenso con la disponibilità a sostenere una guerra straniera è uno degli errori più pericolosi della politica interventista.

Le imponenti manifestazioni in occasione dei funerali dell’ayatollah Ali Khamenei, pur considerando la capacità di mobilitazione dell’apparato pubblico, hanno contraddetto l’immagine di un governo completamente isolato. Non hanno dimostrato che ogni iraniano sostenesse il sistema, ma hanno mostrato che la fedeltà nazionale non poteva essere cancellata con bombardamenti o appelli al cambiamento di governo.

L’idea che l’eliminazione di una guida politica produca automaticamente il crollo dell’intero ordinamento nasce da una comprensione superficiale della società iraniana. Le istituzioni, gli apparati militari, le fondazioni religiose e le reti economiche non dipendono esclusivamente da una sola persona. Colpire il vertice può generare disorientamento, ma può anche rafforzare la coesione, offrendo allo Stato un simbolo attorno al quale mobilitare la popolazione.

 

La trappola delle qualificazioni terroristiche

Nella politica occidentale la designazione di un’organizzazione o di un reparto militare come terrorista è diventata uno strumento sempre più frequente. In alcuni casi la definizione si basa su attività documentate. In altri serve soprattutto a giustificare sanzioni, sequestri, restrizioni finanziarie e interruzione dei rapporti diplomatici.

Il problema è che le parole non rimangono confinate nella retorica. Producono conseguenze giuridiche, diplomatiche e militari.

Dopo l’uccisione del generale Qassem Soleimani nel gennaio 2020, il Parlamento iraniano definì terroristiche le forze armate americane.

Nel 2026, alla designazione europea dei Guardiani della rivoluzione come organizzazione terroristica, sostenuta in particolare dalla Francia, Teheran avrebbe reagito applicando la stessa definizione alle forze navali e aeree degli Stati europei coinvolti.

Si entra così in una spirale nella quale ogni parte utilizza le stesse categorie per criminalizzare l’altra. Una nave militare non è più considerata una componente regolare delle forze armate di uno Stato avversario, ma uno strumento terroristico. Un ufficiale rischia di non essere più trattato come combattente, bensì come criminale. Lo spazio della diplomazia si restringe, mentre aumenta il pericolo che un incidente venga interpretato come motivo sufficiente per un’ulteriore escalation.

Queste designazioni offrono piccole vittorie retoriche e grandi rischi strategici. Consentono a un governo di apparire inflessibile, ma consegnano agli avversari il diritto politico di adottare le medesime misure. L’Occidente continua a comportarsi come se possedesse il monopolio delle definizioni. Il resto del mondo, invece, ha ormai imparato a rispondere applicando simmetricamente le regole occidentali.

 

Il vero equilibrio militare

Gli Stati Uniti e Israele conservano una superiorità tecnologica indiscutibile. Possono colpire con precisione installazioni militari, depositi, centri di comando e infrastrutture strategiche. Dispongono di velivoli avanzati, capacità satellitari, guerra elettronica e sistemi di difesa a più livelli.

Ma la superiorità tecnologica non coincide con la vittoria politica. La storia recente dimostra che distruggere obiettivi è molto più semplice che imporre un nuovo ordine. Il problema non è soltanto quanto danno si possa infliggere all’Iran, ma quale risultato politico si possa ottenere e per quanto tempo sia possibile sostenere l’operazione.

L’Iran possiede profondità territoriale, una popolazione numerosa, capacità missilistiche, strumenti navali asimmetrici e una rete di infrastrutture distribuite. Può subire colpi molto pesanti senza cessare immediatamente di combattere. Non deve sconfiggere gli Stati Uniti in senso convenzionale: gli basta resistere, prolungare il conflitto e aumentarne il costo economico e politico.

Esiste inoltre un’asimmetria delle motivazioni. Per Washington il conflitto riguarda credibilità, influenza regionale, sicurezza di Israele e contenimento dell’Iran. Per Teheran riguarda la sopravvivenza dello Stato, la continuità del sistema e la difesa della sovranità. Chi combatte per un obiettivo limitato può ritirarsi quando il prezzo diventa eccessivo. Chi ritiene di combattere per la propria esistenza accetta costi molto più elevati.

Anche il consumo di munizioni costituisce un problema. I sistemi di difesa devono utilizzare armi costose per intercettare vettori che possono avere un prezzo molto inferiore. L’attaccante non ha bisogno che tutti i suoi missili raggiungano l’obiettivo: gli basta saturare le difese, costringere il nemico a consumare scorte e mantenere la popolazione sotto una pressione continua.

Una guerra di logoramento può dunque trasformare la superiorità occidentale in una vulnerabilità industriale. La questione non riguarda il numero complessivo delle armi possedute, ma la velocità con cui vengono consumate e quella con cui possono essere prodotte e sostituite.

 

Hormuz, il problema creato dalla guerra

Il conflitto è stato presentato inizialmente come una risposta alla minaccia nucleare e come uno strumento per indebolire o rovesciare il governo iraniano. Col passare del tempo, l’obiettivo occidentale si è ridotto alla necessità di mantenere aperto lo Stretto di Hormuz.

Qui si trova il paradosso decisivo: prima della guerra, lo Stretto era aperto. L’intervento avrebbe dunque creato il problema che ora viene indicato come ragione per proseguire le operazioni.

Dal punto di vista strategico è un capovolgimento disastroso. Una guerra deve essere valutata confrontando la situazione successiva con quella precedente. Se l’avversario non è stato disarmato, il governo non è caduto, la società si è ricompattata, le rotte energetiche sono diventate più insicure e gli alleati dubitano maggiormente della protezione americana, la distruzione di singoli obiettivi non può essere presentata come una vittoria.

L’Iran non deve necessariamente chiudere del tutto lo Stretto. Può ottenere effetti significativi rendendo incerta la navigazione, minacciando le navi, aumentando i costi assicurativi e costringendo gli armatori a valutare rotte alternative. Il solo rischio di interruzione può spingere verso l’alto il prezzo dell’energia.

Le conseguenze andrebbero ben oltre il petrolio. Il gas naturale è essenziale per la produzione di fertilizzanti; i fertilizzanti incidono sui prezzi agricoli; l’aumento dell’energia si trasferisce sui trasporti, sulla produzione industriale e sui beni alimentari. Una crisi prolungata colpirebbe duramente i Paesi importatori e aggraverebbe la fragilità delle economie già indebitate.

L’Europa sarebbe particolarmente esposta. Ha ridotto la propria dipendenza energetica dalla Russia senza costruire una vera autonomia. Un aumento strutturale del prezzo del gas e del petrolio ridurrebbe la competitività industriale europea rispetto a quella americana e asiatica. Gli Stati Uniti, produttori di energia, potrebbero assorbire meglio una parte dell’urto e persino avvantaggiarsi dall’aumento delle esportazioni. L’Europa pagherebbe invece bollette più alte, inflazione, rallentamento economico e nuove tensioni sociali.

 

I Paesi del Golfo cambiano prospettiva

La presenza di una delegazione saudita ai funerali di Ali Khamenei ha assunto un valore politico rilevante. Arabia Saudita e Iran restano concorrenti, ma Riad conosce una verità elementare: gli Stati Uniti possono ridurre la loro presenza nella regione, mentre gli iraniani continueranno a vivere dall’altra parte del Golfo.

I governi arabi hanno cominciato a comprendere che la loro sicurezza non può essere subordinata in modo permanente alle esigenze israeliane. Una guerra volta a rafforzare Israele può esporre basi, porti, raffinerie e città del Golfo alla rappresaglia iraniana. L’alleanza americana, concepita per garantire stabilità, rischia così di diventare la causa dell’insicurezza.

Questo non implica l’abbandono di Washington. Significa piuttosto una diversificazione delle relazioni. Arabia Saudita, Emirati e altri Paesi regionali cercano di conservare la protezione americana mantenendo contemporaneamente canali con Cina, Russia e Iran. Non è neutralità: è una politica di equilibrio adatta a un ordine multipolare.

La diplomazia europea avrebbe potuto favorire questo processo, offrendo mediazione e riducendo il rischio di escalation. Non lo ha fatto. Persino la partecipazione alle cerimonie funebri, occasione utile per ristabilire contatti informali, sarebbe stata ridotta da diversi Paesi in seguito alle pressioni americane. L’Unione europea ha perso un’altra occasione per comportarsi come soggetto autonomo.

 

Russia, Cina e BRICS raccolgono i dividendi

Ogni intervento occidentale che non raggiunge gli obiettivi annunciati rafforza indirettamente Russia e Cina. Mosca può denunciare l’uso selettivo del diritto internazionale. Pechino può presentarsi come potenza interessata alla stabilità e al commercio. I BRICS possono offrire un punto di aggregazione ai Paesi che temono sanzioni, sequestri e condizionamenti finanziari.

L’Occidente conserva ancora una posizione predominante nella finanza, nella ricerca, nella tecnologia e nei commerci. Sarebbe prematuro annunciarne il tramonto. Ma la perdita di credibilità procede per accumulazione. Ogni guerra basata su previsioni sbagliate, ogni sanzione incapace di modificare il comportamento dell’avversario e ogni applicazione selettiva delle regole spingono il resto del mondo a costruire strumenti alternativi.

L’obiettivo occidentale era isolare l’Iran. Il risultato potrebbe essere una sua integrazione ancora più profonda con Russia, Cina e le economie emergenti. Si voleva riaffermare l’autorità americana; si è accelerata la ricerca di pagamenti in valute nazionali, corridoi commerciali alternativi e istituzioni finanziarie meno dipendenti da Washington.

È la grande contraddizione geoeconomica della coercizione: più la si usa, più gli altri investono nei mezzi necessari a neutralizzarla.

 

L’Europa e l’autonomia che non esiste

L’Unione europea parla da anni di autonomia strategica, ma continua a comportarsi come una struttura incaricata di trasformare le decisioni americane in sanzioni, dichiarazioni e programmi di spesa.

L’Europa avrebbe un interesse diretto alla stabilità del Medio Oriente. Importa energia, dipende dalle rotte marittime e subisce le conseguenze migratorie delle guerre regionali. Gli Stati Uniti dispongono di maggiore distanza geografica, risorse energetiche proprie e strumenti finanziari con cui trasferire su altri una parte dei costi.

Eppure è l’Europa a seguire Washington anche quando rischia di pagare il prezzo più alto. La sua diplomazia si dimostra inefficace proprio nelle crisi nelle quali dovrebbe far valere la propria forza economica. Invece di mediare, si schiera; invece di prevenire, sanziona; invece di costruire compromessi, ripete formule morali.

L’ossessione per la Russia ha inoltre assorbito gran parte dell’attenzione politica europea, impedendo di riconoscere che la destabilizzazione del Golfo minaccia direttamente l’industria, l’energia e la coesione sociale del continente.

 

L’incompetenza come sistema

Il bilancio politico della guerra appare assai distante dagli obiettivi iniziali. L’Iran doveva essere piegato, le sue capacità strategiche distrutte e il suo governo isolato. È invece emerso un Iran danneggiato ma più centrale, capace di dimostrare che nessun equilibrio regionale può essere costruito senza tenerne conto.

La Russia e la Cina hanno guadagnato spazio. I Paesi arabi hanno ricevuto un’ulteriore ragione per diversificare le alleanze. I BRICS possono proporsi come il luogo nel quale organizzare una progressiva riduzione della dipendenza dall’Occidente. L’Europa ha confermato la propria subordinazione strategica.

Questo non significa trasformare l’Iran in una potenza invincibile né ignorare le responsabilità del suo governo. Significa riconoscere che la forza militare, priva di comprensione politica, può produrre esattamente il contrario del risultato desiderato.

Il declino occidentale non dipende soltanto dall’ascesa dei concorrenti. Nasce dall’incapacità di distinguere la realtà dalla sua rappresentazione. Quando i dirigenti prendono decisioni emotive, ignorano le analisi sgradite, trasformano le ipotesi in fatti e riducono il dissenso a propaganda nemica, l’incompetenza non è più un incidente occasionale.

Diventa il vero principio organizzatore del potere. E forse il più efficace alleato dei nemici che l’Occidente sostiene di voler combattere.

 

Foto: KajaKallas/X, IRNA, FARS, Tasnim, Casa Bianca, UrsulavonderLeyen/X e BRICS.

 

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Giuseppe GaglianoVedi tutti gli articoli

Nel 2011 ha fondato il Network internazionale Cestudec (Centro studi strategici Carlo de Cristoforis) con sede a Como, con la finalità di studiare in una ottica realistica le dinamiche conflittuali delle relazioni internazionali ponendo l'enfasi sulla dimensione della intelligence e della geopolitica alla luce delle riflessioni di Christian Harbulot fondatore e direttore della Scuola di guerra economica (Ege). Gagliano ha pubblicato quattro saggi in francese sulla guerra economica e dieci saggi in italiano sulla geopolitica.

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