Il Pakistan a difesa dell’Arabia Saudita: il Golfo Persico nell’era delle garanzie incrociate

Lo schieramento di 8.000 soldati pakistani, di uno squadrone di caccia JF-17 Thunder (Nella foto) e di un sistema cinese di difesa aerea HQ-9 (derivato dal russo S-300)in Arabia Saudita è molto più di un rafforzamento militare temporaneo. È il segnale di una trasformazione profonda degli equilibri strategici nel Golfo. Per decenni, la sicurezza saudita è stata costruita intorno a un pilastro quasi esclusivo: la protezione americana. Oggi quel pilastro non scompare, ma viene affiancato da nuove garanzie, nuove dipendenze e nuovi attori.
La presenza pakistana nel regno saudita mostra che Riad non intende più affidare la propria sicurezza a un solo garante. Gli Stati Uniti restano indispensabili, con i loro sistemi Patriot, THAAD, capacità di intelligence, basi regionali e influenza diplomatica. Ma l’Arabia Saudita, davanti alla guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran, al blocco di fatto dello Stretto di Hormuz e alla vulnerabilità delle rotte energetiche, cerca una profondità strategica ulteriore. E la trova in Pakistan, potenza musulmana, dotata di un esercito numeroso, di capacità missilistiche, di esperienza convenzionale e, soprattutto, di un arsenale nucleare.
È questo il punto più delicato. Nessuno dirà apertamente che l’Arabia Saudita si è messa sotto l’ombrello nucleare pakistano. Islamabad stessa appare prudente, quasi preoccupata dalle interpretazioni troppo esplicite circolate in ambienti sauditi. Ma la percezione conta. E nel linguaggio della deterrenza, la percezione è parte della realtà.
Il dispiegamento pakistano va letto nel contesto della guerra contro l’Iran. Gli attacchi iraniani con droni e missili contro gli Stati del Golfo hanno mostrato ciò che già si sapeva ma che molti preferivano non dire: le monarchie del Golfo sono ricchissime, armate, protette, ma anche vulnerabili. Le loro città, raffinerie, porti, basi aeree, oleodotti e impianti di desalinizzazione sono bersagli ad alto valore strategico.
L’Arabia Saudita ha già conosciuto questa vulnerabilità con gli attacchi contro le sue infrastrutture petrolifere negli anni passati. Ora il rischio è più ampio. Non riguarda solo il petrolio, ma l’intero sistema di sopravvivenza economica del regno: energia, esportazioni, acqua, finanza, logistica e stabilità interna.
In questo quadro, l’arrivo di forze pakistane non è soltanto un gesto di amicizia militare. È una risposta alla domanda fondamentale che attraversa oggi Riad: se la guerra regionale si allarga, chi combatterà davvero per difendere il regno?
Gli Stati Uniti possono farlo, ma a un prezzo politico crescente. Gli alleati occidentali possono contribuire, ma con molte esitazioni. Il Pakistan, invece, offre una garanzia diversa: musulmana, storica, militare, meno esposta al giudizio dell’opinione pubblica occidentale e più compatibile con la narrativa saudita di difesa del mondo islamico.
JF-17 e HQ-9: la Cina entra dalla porta pakistana
La composizione del dispiegamento è altrettanto importante. I caccia JF-17 sono frutto della cooperazione tra Pakistan e Cina. Il sistema HQ-9 è cinese. La loro presenza in Arabia Saudita significa che il regno non sta soltanto ospitando soldati pakistani: sta accogliendo, indirettamente, anche tecnologia militare cinese in uno spazio storicamente dominato dagli Stati Uniti.
Questo crea un quadro inedito. In Arabia Saudita operano già sistemi Patriot e THAAD americani, cioè due pilastri della difesa aerea occidentale. Accanto a essi arriva ora una componente cinese mediata dal Pakistan. Dal punto di vista tecnico, l’integrazione tra sistemi americani e cinesi è complessa e politicamente sensibile. Dal punto di vista geopolitico, è ancora più significativa: Riad sta diversificando non solo i fornitori, ma l’intero ecosistema della propria sicurezza.
Per Washington è un segnale ambiguo. Da un lato, il rafforzamento saudita contro l’Iran serve anche agli interessi americani. Dall’altro, la penetrazione di sistemi cinesi nel Golfo incrina il monopolio tecnologico statunitense. La Cina non ha bisogno di sostituire gli Stati Uniti per aumentare la propria influenza. Le basta inserirsi nelle intercapedini lasciate dalla diffidenza verso Washington.
Il Pakistan diventa così una cerniera. È legato storicamente all’Arabia Saudita, dipende economicamente dagli aiuti e dai prestiti del Golfo, coopera militarmente con la Cina e mantiene una relazione complessa con gli Stati Uniti. Proprio per questo è utile a Riad: porta uomini, armi, esperienza e una rete di rapporti che allarga il margine saudita.
Hormuz, Bab el-Mandeb e la geografia dell’assedio energetico
La crisi delle rotte marittime dà al dispiegamento un significato ancora più ampio. Lo Stretto di Hormuz, stretto tra Iran e Oman, è diventato un punto di blocco tra forze contrapposte. Da lì passa una quota decisiva dell’energia mondiale. Se Hormuz si chiude o diventa troppo rischioso, il prezzo del petrolio sale, le assicurazioni esplodono, le petroliere cambiano rotta e l’intera economia globale entra in tensione.
Ma per l’Arabia Saudita il problema non si limita a Hormuz. La costa occidentale guarda al Mar Rosso e quindi a Bab el-Mandeb, altro collo di bottiglia strategico, già minacciato in passato dagli attacchi degli Houthi. In sostanza, Riad è una potenza energetica che dipende da passaggi marittimi vulnerabili su due lati. A est Hormuz, a ovest Bab el-Mandeb. In mezzo, infrastrutture vitali che devono essere protette.
Il dispiegamento pakistano serve quindi anche a dare profondità difensiva al regno. Non basta difendere il cielo. Bisogna proteggere i confini, i porti, le basi, i terminali energetici, le vie terrestri e, se necessario, partecipare alla sicurezza marittima. Non a caso l’accordo prevede la possibilità di schierare un contingente ben più ampio, fino a 80.000 soldati, e anche navi da guerra pakistane.
Questo significa che l’intesa tra Riad e Islamabad non è simbolica. È pensata per scenari di guerra vera.
La dimensione economica è altrettanto importante. Il Pakistan attraversa da anni una condizione finanziaria fragile. Ha bisogno di sostegno esterno, prestiti, investimenti, energia a condizioni favorevoli e appoggi diplomatici. L’Arabia Saudita, al contrario, ha bisogno di sicurezza, manodopera militare qualificata, profondità strategica e un partner musulmano capace di compensare l’incertezza americana.
Il rapporto è quindi uno scambio geoeconomico: Islamabad offre sicurezza, Riad offre ossigeno finanziario. Quando gli Emirati Arabi Uniti avrebbero ritirato un prestito da 3 miliardi di dollari al Pakistan in seguito alla mediazione tra Stati Uniti e Iran, l’Arabia Saudita è intervenuta offrendo sostegno. Questo passaggio mostra anche la competizione interna al Golfo. Riad e Abu Dhabi non sono semplicemente alleati. Sono partner, rivali, competitori per influenza, reti militari, porti, milizie, governi locali e corridoi strategici.
Il Pakistan, in questo gioco, può diventare uno strumento saudita per riequilibrare l’attivismo degli Emirati. La consegna di armi al governo della Libia orientale guidato da Khalifa Haftar, se confermata nel quadro di un accordo finanziato da Riad, mostra come Islamabad possa essere usata anche fuori dal Golfo, in teatri dove sauditi ed emiratini cercano influenza.
La sicurezza diventa così merce strategica. I soldati pakistani, gli aerei, i sistemi antiaerei e le eventuali forniture belliche non sono soltanto strumenti militari. Sono moneta di scambio politico.
La Turchia sullo sfondo e il triangolo sunnita
La possibilità di estendere il patto di sicurezza alla Turchia apre uno scenario ancora più interessante. Se Arabia Saudita, Pakistan e Turchia costruissero un coordinamento militare più strutturato, nascerebbe una sorta di triangolo sunnita con capacità convenzionali rilevanti, profondità demografica, industria militare in crescita e, nel caso pakistano, deterrenza nucleare.
Ma non sarebbe un’alleanza semplice. Ankara ha ambizioni proprie. Riad non vuole subordinarsi a nessuno. Islamabad cerca risorse ma non vuole essere trascinata in guerre che possano incendiare il rapporto con l’Iran o complicare la propria sicurezza interna. Inoltre, la Turchia ha rapporti articolati con Qatar, Russia, Ucraina, NATO e Asia centrale. Ogni convergenza con Riad avrebbe quindi limiti e contraddizioni.
Eppure, il solo fatto che se ne discuta mostra una tendenza: il Medio Oriente non è più interamente organizzato intorno all’asse Stati Uniti-Israele-monarchie del Golfo. Sta nascendo una rete più mobile, fatta di alleanze parziali, garanzie incrociate, fornitori multipli e potenze regionali che cercano di proteggersi dall’imprevedibilità americana e dall’aggressività iraniana.
Dal punto di vista militare, l’arrivo del Pakistan in Arabia Saudita ha tre funzioni principali.
La prima è difensiva. Rafforza la protezione del territorio saudita contro droni, missili e possibili incursioni. Il sistema HQ-9 aggiunge una componente ulteriore alla difesa aerea, mentre i JF-17 aumentano la capacità di pattugliamento e risposta.
La seconda è deterrente. La presenza pakistana comunica all’Iran che un eventuale attacco al regno potrebbe coinvolgere una potenza esterna non occidentale, difficile da trattare come semplice estensione degli Stati Uniti. Questo complica i calcoli di Teheran.
La terza è politica. Riad mostra ai propri cittadini, agli alleati e agli avversari che non è sola. Dopo anni in cui la protezione americana è apparsa meno automatica, la monarchia cerca di dimostrare di avere alternative.
Restano però limiti importanti. Un contingente pakistano, per quanto numeroso, non può sostituire la superiorità tecnologica americana. I sistemi cinesi possono creare problemi di interoperabilità. L’Arabia Saudita rischia di moltiplicare i fornitori senza costruire un comando realmente integrato. E il Pakistan dovrà evitare di apparire come un esercito mercenario al servizio di Riad, perché questo avrebbe costi politici interni e regionali.
La nuova mappa del potere nel Golfo
Il dato centrale è che l’Arabia Saudita sta ridisegnando il proprio sistema di sicurezza. Non rompe con Washington, ma non si fida più di una protezione esclusiva. Non si consegna alla Cina, ma accetta tecnologia cinese attraverso il Pakistan. Non dichiara un ombrello nucleare pakistano, ma lascia che l’ambiguità lavori a suo favore. Non vuole una guerra diretta con l’Iran, ma si prepara a sostenere una pressione militare lunga.
È il realismo saudita nella sua forma più chiara. Riad ha capito che il mondo non è più unipolare. Gli Stati Uniti sono ancora fortissimi, ma più esigenti, più imprevedibili, più selettivi. L’Iran resta una minaccia strutturale. La Cina è un partner economico e tecnologico indispensabile. Il Pakistan è un fornitore di sicurezza. La Turchia può diventare un complemento. Gli Emirati sono alleati ma anche concorrenti.
In questo mosaico, il regno cerca di diventare non un semplice protetto, ma un regista. Compra armi, finanzia alleanze, sostiene partner, diversifica garanzie, costruisce profondità.
Il dispiegamento pakistano è quindi una notizia militare, ma anche una notizia geopolitica e geoeconomica. Dice che la sicurezza del Golfo non sarà più gestita da un solo centro di potere. Dice che la guerra con l’Iran sta accelerando la regionalizzazione della deterrenza. Dice che l’Arabia Saudita vuole proteggere il proprio petrolio, il proprio territorio e la propria monarchia con tutti gli strumenti disponibili.
E dice, soprattutto, che il Medio Oriente del futuro non sarà meno militarizzato. Sarà più armato, più stratificato, più dipendente da accordi opachi e da garanzie incrociate. Un mondo nel quale il confine tra alleanza, protezione, affitto di potenza e deterrenza nucleare diventerà sempre più sottile.
Foto PAC
Giuseppe GaglianoVedi tutti gli articoli
Nel 2011 ha fondato il Network internazionale Cestudec (Centro studi strategici Carlo de Cristoforis) con sede a Como, con la finalità di studiare in una ottica realistica le dinamiche conflittuali delle relazioni internazionali ponendo l'enfasi sulla dimensione della intelligence e della geopolitica alla luce delle riflessioni di Christian Harbulot fondatore e direttore della Scuola di guerra economica (Ege). Gagliano ha pubblicato quattro saggi in francese sulla guerra economica e dieci saggi in italiano sulla geopolitica.







