Le analogie tra la guerra in Ucraina e quella di USA-Israele contro l’Iran

 

 

Esistono conflitti che sembrano distanti, separati da migliaia di chilometri e da storie diverse, ma che obbediscono a una medesima logica profonda. La guerra in Ucraina e lo scontro militare tra Stati Uniti e Iran nel Golfo Persico sono, a uno sguardo attento, due varianti dello stesso progetto strategico. Cambiano gli attori regionali, cambiano le geografie, ma la struttura del conflitto, vale a dire chi lo vuole, perché lo vuole, come lo combatte, rimane sorprendentemente identica.

La prima analogia è la più radicale, e la meno discussa. In entrambi i casi, l’obiettivo degli Stati Uniti non è il contenimento dell’avversario, la logica classica della deterrenza che ha governato la Guerra Fredda, ma la sua eliminazione come soggetto geopolitico autonomo. In Ucraina, la strategia americana mira a recidere i legami tra l’Europa e la Russia, a logorarne le capacità militari e industriali fino al collasso, e a neutralizzarla come potenza globale concorrente, in modo da concentrare le risorse sul confronto con la Cina.

In Medio Oriente, il medesimo schema si ripresenta con diversi protagonisti dove gli Stati Uniti agiscono come braccio armato di Israele per eliminare l’Iran come unico polo di potere regionale in grado di opporsi al disegno egemonico di Tel Aviv e Washington.

La posta in gioco, per chi subisce questi conflitti, è esistenziale. Russia e Iran non combattono per espandere la propria sfera di influenza o conquistare nuovi territori, ma per sopravvivere come stati sovrani nella forma attuale. Ed è proprio questa asimmetria di posta, Washington combatte per mantenere un’egemonia astratta, mentre Mosca e Teheran combattono per non essere cancellate, a produrre effetti paradossali sulla determinazione degli attori. Chi lotta per sopravvivere mobilita risorse, coesione e resistenza che chi combatte per obiettivi di ordine globale fatica a eguagliare nel lungo periodo.

 

La coalizione come strumento di annientamento

Sul piano operativo, entrambi i conflitti si svolgono attraverso la stessa modalità dell’eliminazione dell’avversario per mezzo di una coalizione coordinata dagli Stati Uniti. Mosca ha ripetutamente denunciato il piano sistematico confermato pubblicamente anche da molti protagonisti occidentali: l’espansione della NATO fino ai propri confini, l’armamento di Kiev, la pressione sanzionatoria sull’economia russa, l’isolamento diplomatico, il tentativo di sconfiggere l’esercito russo sul campo e, infine, provocare il crollo del regime, la polverizzazione dello stato e lo sfruttamento delle sue risorse.

L’Iran nel Golfo è, da questa prospettiva, lo specchio della Russia in Europa: una potenza regionale che fronteggia una coalizione a guida americana che mira non al suo contenimento ma alla sua trasformazione forzata, cambio di regime, smilitarizzazione, reintegrazione nell’orbita americana e sfruttamento delle risorse.

La formulazione del ministro degli Esteri russo Lavrov, risalente al 5 marzo scorso, è esplicita: “La logica delle azioni degli Stati Uniti in Medio Oriente è quella di ‘finire’ il regime attuale in Iran”. Non c’è ambiguità: per Mosca il progetto americano-israeliano non è difensivo ma marcatamente offensivo, e questo è esattamente lo schema che la Russia sostiene di dover fronteggiare nel proprio teatro.

 

Il nemico appartiene a una razza inferiore, è isolato e irraggiungibile

Sul piano della comunicazione strategica pubblica mainstream, internazionale e nazionale, Russia e Iran condividono lo stesso destino retorico: entrambe sono presentate come minacce ontologiche all’ordine internazionale, entrambe le loro società vengono descritte come arretrate, dispotiche, incapaci di autoriforma. Nel caso del conflitto con l’Iran, tuttavia, questa ostilità discorsiva ha raggiunto un livello senza precedenti nella storia della comunicazione presidenziale americana, scivolando dalla propaganda alla pura invettiva e agli insulti veri e propri, da parte di membri dell’amministrazione USA e dello stesso presidente.

Le conseguenze diplomatiche di questo registro non hanno tardato a manifestarsi. Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi, in una telefonata con l’omologo turco Hakan Fidan, ha denunciato esplicitamente che la retorica offensiva da parte di alti funzionari americani aveva aumentato i sospetti iraniani sull’impegno di Washington per la diplomazia, e che per proseguire con il processo negoziale era necessario porre fine agli approcci irragionevoli ed eccessivi da parte della controparte.

Teheran aveva già dichiarato di essere disponibile al dialogo, ma solo se le discussioni fossero fondate sul rispetto reciproco e su interessi equilibrati, una condizione che, nella retorica quotidiana di Washington, continuava a essere sistematicamente ignorata.

La demonizzazione è uno strumento funzionale alla mobilitazione del consenso interno nelle società occidentali, necessario per giustificare impegni militari ed economici prolungati e costosi. Se il nemico è irreducibilmente malvagio, diventa impossibile anche solo immaginare una soluzione negoziale che non passi per la sua capitolazione totale, anche d’immagine.

A tutto ciò contribuisca anche un’altra struttura narrativa che viene applicata con puntualità a Vladimir Putin e al neo-asceso Leader Supremo iraniano Mojtaba Khamenei. Il Washington Post descrive Putin come sempre più isolato, rinchiuso in una serie di bunker, irraggiungibile dai suoi stessi collaboratori. Se si toglie il nome, il testo è quasi identico alle descrizioni di Khamenei che circolano negli stessi ambienti mediatici e che lo definiscono remoto, misterioso, disconnesso dalla realtà.

Questo repertorio retorico condiviso non è casuale e serve a delegittimare preventivamente qualsiasi interlocuzione diplomatica. Se il nemico è pazzo e irrazionale, ogni negoziato è per definizione inutile.

 

Le cause profonde e le garanzie di sicurezza

Sul piano diplomatico, Russia e Iran adottano lo stesso linguaggio e la stessa logica negoziale. Entrambe rifiutano l’impostazione occidentale che vorrebbe risolvere i conflitti attraverso cessate il fuoco tecnici seguiti da negoziati sullo status quo. Per Mosca come per Teheran, una tregua che non rimuova le cause strutturali del conflitto è semplicemente una pausa che avvantaggia l’avversario. Le loro proposte muovono dagli stessi presupposti della necessità di identificare e rimuovere le “cause profonde” dei conflitti, non limitarsi a gestire le conseguenze immediate. Creare le condizioni perché non si torni più a combattere nel futuro.

A questa logica si accompagna la rivendicazione di garanzie di sicurezza credibili e vincolanti come condizione per qualsiasi accordo duraturo.

La Russia esige la neutralità permanente dell’Ucraina, l’interruzione dell’espansione NATO verso Est e accordi giuridicamente vincolanti sulla non militarizzazione dei territori adiacenti ai propri confini. Non si tratta di capricci negoziali, ma della traduzione operativa di una percezione del conflitto come minaccia esistenziale.

L’Iran, specularmente, individua le proprie condizioni di sicurezza nell’espulsione della presenza militare americana dal Golfo Persico e nel superamento di un assetto regionale che vede le monarchie del Golfo e Israele come minacce permanenti. In entrambi i casi, si chiede di ridisegnare l’architettura di sicurezza, non di firmare accordi di superficie.

 

La guerra economica e la prognosi sui conflitti

Né il conflitto ucraino né quello iraniano possono essere compresi senza la loro dimensione economica. Russia e Iran sono entrambe sottoposte a regimi sanzionatori di straordinaria intensità, costruiti nel corso di anni con l’obiettivo di erodere la capacità economica e la tenuta sociale dei due paesi.

A ciò si aggiunge il congelamento di ingenti beni sovrani all’estero, una misura che confonde le frontiere tra guerra economica e confisca patrimoniale, e che ha già sollevato interrogativi profondi sulla credibilità del dollaro come valuta di riserva globale.

La revoca delle sanzioni e lo sblocco dei beni congelati rappresentano, in entrambi i casi, una delle rivendicazioni centrali delle potenze colpite e uno dei principali strumenti di pressione nelle mani di Washington.

Guardando all’andamento dei due conflitti con occhi non conformi alla narrazione prevalente, emerge un quadro che invita alla cautela rispetto all’ottimismo delle cancellerie occidentali. Sul fronte ucraino, la Russia ha assorbito l’urto delle sanzioni meglio delle previsioni, ha mantenuto la coesione interna, continua a produrre materiale bellico a ritmi che l’industria della difesa europea fatica a eguagliare e sta guadagnando una fortuna con la vendita di petrolio russo ai paesi maggiormente colpiti dalla chiusura dello stretto di Hormuz.

L’Ucraina affronta invece una crisi demografica, economica, sociale e militare che nessuna riformulazione retorica riesce a nascondere del tutto. Sul fronte iraniano, nonostante la devastazione subita, l’Iran ha dimostrato una resilienza strutturale che non solo ha smentito le previsioni di crollo rapido del regime, ma lo ha consolidato a fronte di una minaccia esterna letale.

Nel contesto appena delineato, la prognosi di lungo periodo appare, contro la narrativa dominante, favorevole a Russia e Iran perché chi combatte per sopravvivere mobilita risorse politiche, sociali e militari che nessun aggressore riesce ad eguagliare nel tempo, specialmente se quest’ultimo sbaglia completamente i suoi calcoli e le sue valutazioni prima di provocare il conflitto. È una lezione che la storia delle guerre asimmetriche documenta con regolarità. E che l’Occidente continua, sistematicamente, a non voler apprendere.

Foto: TASS, Forze Armate Ucraine, Lockheed Martin, FARS e https://depositphotos.com/it

 

Nato a Vicenza nel 1960, è stato il vice comandante dell'Allied Rapid Reaction Corps (ARRC) di Innsworth (Regno Unito), capo di stato maggiore del NATO Rapid Reaction Corps Italy (NRDC-ITA) di Solbiate Olona (Varese), nonché capo reparto pianificazione e politica militare dell'Allied Joint Force Command Lisbon (JFCLB) a Oeiras (Portogallo). Ha comandato la brigata Pozzuolo del Friuli, l'Italian Joint Force Headquarters in Roma, il Centro Simulazione e Validazione dell'Esercito a Civitavecchia e il Regg. Artiglieria a cavallo a Milano ed è stato capo ufficio addestramento dello Stato Maggiore dell'Esercito e vice capo reparto operazioni del Comando Operativo di Vertice Interforze a Roma. Giornalista pubblicista, è divulgatore di temi concernenti la politica di sicurezza e di difesa.

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