Quando l’allarme non genera decisioni: Ceuta, il 7 ottobre e il warning-response gap

 

 

di Giuseppe Tarallo *

Le crisi apparentemente imprevedibili nascono spesso dalla mancata interpretazione di una serie di segnali che, a posteriori, sembrerebbero impossibili da ignorare.

L’arrivo in massa alla frontiera di Ceuta era stato preceduto da alcuni elementi che indicavano un possibile aumento della pressione migratoria, la saturazione delle strutture di accoglienza e la circolazione sui social di contenuti capaci di orientare concretamente i tentativi di attraversamento. È ancora presto per attribuire eventuali responsabilità nella sottovalutazione dei segnali; la versione sugli avvertimenti da parte dei servizi di intelligence spagnoli al governo è contrastante.

Non sappiamo ancora se il Centro Nacional de Inteligencia avesse previsto l’ampiezza dell’evento, né quale fosse il contenuto preciso delle comunicazioni eventualmente inviate. Al momento l’eventuale documentazione non è accessibile e le dichiarazioni pubbliche sono ancora contraddittorie. La domanda più importante è la seguente: le informazioni già disponibili erano sufficienti per prevedere e arginare la crisi?

Quando si interrompe la correlazione tra segnale e reazione si parla di warning-response gap. L’autorità preposta alla raccolta e all’interpretazione delle informazioni può non cogliere la reale portata; può individuare un rischio senza attribuire il corretto livello di urgenza; può trasmettere un allarme che perde autorevolezza mentre percorre la catena di comunicazione, dalla fonte alla burocrazia fino alla politica.

Considerando ciò, la crisi di Ceuta ci permette di fare un confronto – tenendo presenti gli evidenti limiti – con il fallimento che precedette l’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023.

È doveroso sottolineare che i due eventi non sono comparabili per natura, responsabilità, violenza e conseguenze, ma si può fare un interessante parallelismo sul processo attraverso cui le informazioni disponibili non sono state correttamente interpretate. Spesso entrano in gioco alcuni processi psicologici, noti come bias cognitivi, che influenzano

l’interpretazione di alcuni eventi, come ad esempio la convinzione che la minaccia sia contenibile, che il comportamento in atto non sia sostanzialmente diverso da quello già visto in passato e che l’aumento dei segnali non rappresenti ancora un cambiamento strategico.

La domanda più importante non è cosa sapessero i servizi, ma cosa le istituzioni fossero disposte a credere.

 

Ceuta: i segnali disponibili prima della crisi

Al momento non risulta che le autorità spagnole avessero previsto un afflusso di quelle dimensioni tra il 30 e il 31 luglio. Decine di migliaia di persone raggiunsero rapidamente la frontiera sorprendendo di fatto le autorità già impegnate in una difficile gestione migratoria. Non bisogna però considerare l’evento completamente inatteso; l’aumento del flusso migratorio nelle settimane precedenti e altri segnali più o meno palesi avrebbero potuto essere considerati indizi di un possibile risvolto drammatico.

Un primo segnale di discontinuità risale all’8 luglio, quando il Tribunal Supremo chiarì che il meccanismo del rechazo en frontera (procedura speciale per il rimpatrio dei migranti irregolari che può essere applicata solo in caso di violazione di una barriera fisica) non era applicabile a chi tentasse di raggiungere Ceuta o Melilla a nuoto e venisse intercettato in mare.

In questi casi, infatti, la Corte stabilisce che bisogna applicare l’ordinaria procedura di rimpatrio prevista dalla legge spagnola, con le relative garanzie amministrative e giuridiche. In pratica, la sentenza stabilisce che il migrante non può essere immediatamente rimpatriato, ma non impedisce comunque il rimpatrio seguendo le procedure ordinarie.

I segnali di criticità, ovviamente, non riguardano la sentenza in sé, ma il modo in cui è stata più o meno volontariamente interpretata e diffusa sui social. Nelle settimane successive alla pubblicazione della sentenza iniziarono a circolare interpretazioni secondo cui raggiungere Ceuta via mare è una garanzia di permanenza nel territorio spagnolo.

Circolavano diversi contenuti su Facebook, Instagram e TikTok, oltre ai messaggi privati e a contenuti pubblicati nei gruppi WhatsApp e Telegram, che invitavano a dirigersi verso Ceuta.

In questo post Facebook datato 30 luglio, ad esempio, Belhaissi Youssef, giornalista con un seguito di 1,3 milioni di follower, affermava che raggiungere Ceuta a nuoto non avrebbe permesso alla Spagna di applicare l’immediato rimpatrio, come stabilito dalla Corte Suprema. Il messaggio potrebbe apparire fuorviante in quanto non specifica che, in caso di attraversamento a nuoto, si attiveranno le ordinarie procedure di rimpatrio e nulla garantisce la permanenza nel territorio spagnolo.

In quest’altro reel di TikTok pubblicato dalla pagina Inid News Express il protagonista afferma che la Spagna vieta la deportazione immediata dei migranti che arrivano via mare, nello specifico dice:  “I migranti fermati in mare, e non ancora condotti a terra, non saranno restituiti immediatamente al Marocco, ma dovranno passare attraverso una procedura legale che garantisca la presenza di un avvocato e anche il diritto a chiedere asilo. Solo dopo si deciderà se quella persona verrà espulsa oppure no. Non è come si faceva prima: questa procedura veniva applicata solo a chi era già arrivato sul territorio spagnolo. Quelli che venivano presi in mare venivano respinti immediatamente. Ecco la situazione. La Corte Suprema spagnola ha deciso così.”

 

In questo reel, invece, si legge letteralmente che la porta di Ceuta è aperta e che Dio possa rendere le cose facili. Le immagini mostrano numerosi giovani che corrono festanti.

Alcuni contenuti descrivevano correttamente la nuova procedura, ma potevano essere mal interpretati senza il giusto contesto. Altri, invece, trasformavano il divieto di respingimento immediato in garanzia di permanenza.

Molti altri contenuti social sono stati cancellati, mentre per altri non c’è chiarezza sulla data di pubblicazione. I contenuti riportati qui sono solo alcuni esempi; la reale portata social di questo evento è ancora in fase di valutazione.

I contenuti pre-crisi sono stati soltanto il primo atto; il 28 luglio un video che mostrava due giovani appena giunti nella città autonoma venne ampiamente rilanciato in Marocco; il giorno successivo, alcuni influencer con decine di migliaia di seguaci pubblicarono direttamente le immagini della propria traversata.

Tutti questi elementi contribuirono a rafforzare la credibilità della narrazione e, secondo alcune testimonianze, avrebbero incoraggiato nuove partenze.

Questi contenuti evidentemente fuorvianti hanno contribuito alla diffusione di un messaggio errato e incompleto. Il problema nasce dal fatto che, dal punto di vista dell’intelligence, non è sufficiente stabilire se il contenuto sia vero o falso, ma occorre valutare la probabilità di diffusione, la capacità di influenzare le scelte e la possibilità che produca conseguenze operative. Una rappresentazione potenzialmente falsa e fuorviante può essere ritenuta credibile e avere effetti gravi.

È necessario non fermarsi al contenuto – «la frontiera è aperta» – ma analizzare la velocità con cui si diffonde il messaggio, la capacità di diffusione degli account che lo ricondividono e i segnali che indicano il passaggio dalla semplice conversazione all’azione fisica.

Il presidente della città autonoma Vivas aveva già chiesto di valutare un comando unico a seguito di oltre 1500 arrivi via mare negli ultimi giorni e più di 200 ingressi quotidiani. Proprio il 29 luglio, giorno precedente alla crisi migratoria, Vivas chiedeva interventi urgenti al sistema di accoglienza, un rafforzamento della collaborazione con il Marocco e una risposta coordinata da parte dello Stato.

Le parole di Vivas non erano una previsione sull’afflusso che si sarebbe verificato nelle ore successive. L’avvertimento non parlava di decine di migliaia di ingressi, né di un possibile collasso del dispositivo di frontiera. Il presidente aveva sottolineato che le risorse locali allora impiegate nella gestione migratoria erano ormai insufficienti e che era necessario adottare provvedimenti straordinari.

Sono proprio questi gli elementi alla base del problema del warning-response gap. L’intelligence non lavora quasi mai con elementi certi e i segnali possono non contenere le descrizioni complete dell’evento futuro. Bisogna lavorare con gli indicatori, gli scenari e i livelli di probabilità che si hanno a disposizione in quel momento, valutando insieme lo scenario più probabile e quello meno probabile ma potenzialmente più grave. Tutto ciò prima di adottare la decisione politica finale.

Nel caso di Ceuta, le informazioni pubbliche indicavano almeno quattro importanti segnali di cambiamento: un nuovo quadro giuridico palesemente mal interpretato, l’aumento dei tentativi di attraversamento delle frontiere, la saturazione delle strutture locali e l’aumento dei contenuti social a tema.

Nessuno di questi elementi, isolatamente, consentiva di prevedere quanto sarebbe accaduto. Considerati insieme, però, avrebbero potuto giustificare l’elaborazione di uno scenario più severo e misure preventive ulteriori.

Al momento non è possibile stabilire con certezza quale sia stata la criticità principale nel caso di Ceuta. Le cause possono aver riguardato la raccolta dei segnali, la loro analisi, la trasmissione ai decisori oppure la risposta politica. Ciò che è certo è la distanza tra la presenza di segnali e l’adozione di misure proporzionate al rischio.

Questi aspetti rendono interessante il confronto con il fallimento israeliano del 7 ottobre 2023, con tutte le dovute cautele. Si tratta di eventi radicalmente diversi che ci permettono di fare un interessante confronto nell’interpretazione delle informazioni rilevanti, a disposizione dei servizi di intelligence, che non si sono tradotte in conseguenze operative.

 

Il 7 ottobre: quando le informazioni non modificano il modello mentale

L’apparato di sicurezza israeliano disponeva già di alcuni segnali sulle capacità militari e organizzative di Hamas, prima dell’attacco. Il fallimento consistette nel non integrarli in una valutazione capace di mettere in discussione la convinzione dominante: Hamas poteva essere contenuta e non avrebbe scelto una guerra su vasta scala.

Il caso israeliano è meno recente rispetto al caso di Ceuta, quindi abbiamo diversi elementi in più che permettono di ricostruire il processo con maggiore precisione. Le stesse Forze di difesa israeliane hanno confermato che la sorpresa del 7 ottobre non nacque da una completa assenza di informazioni. Infatti, è accertato che gli organismi militari disponevano di informazioni qualitativamente rilevanti e anomale. Una corretta valutazione avrebbe dovuto determinare un innalzamento dell’allerta e l’adozione di misure operative più incisive.

È bene precisare che non era possibile prevedere l’attacco nella sua concreta esecuzione, comprese data e dimensioni, ma alcuni elementi sulle capacità e le intenzioni di Hamas erano già noti.

L’esempio emblematico è rappresentato dal piano operativo “Muro di Gerico”, Jericho Wall, già nelle mani dell’intelligence israeliana dal 2022. Il documento non conteneva una vaga dichiarazione di intenti, ma uno scenario operativo dettagliato.

Il piano, infatti, prevedeva l’avvio di un coordinato e massiccio sbarramento di razzi, l’uso di droni, attacchi alle reti di comunicazione e alle postazioni (armi a controllo remoto). La zona interessata era la barriera di Gaza. Il documento individuava numerosi punti di penetrazione lungo la barriera in cui le squadre di miliziani avrebbero sfondato le difese a bordo di motociclette, pick-up e parapendii.

Primo problema: il piano non fu considerato inesistente, ma di difficile attuazione. Capita sovente di conoscere i progetti avversari e ritenerli comunque aspirazionali, troppo ambiziosi e non realizzabili nel breve periodo. Il documento fu quindi considerato come una rappresentazione teorica delle capacità desiderate dall’avversario, e non un possibile piano operativo da confrontare con i segnali provenienti dal terreno.

Secondo problema: nei mesi precedenti all’attacco erano stati osservati dei comportamenti anomali di Hamas lungo il confine. La valutazione successivamente effettuata dall’IDF su queste avvisaglie, infatti, ha stabilito che la sorveglianza aveva colto e trasmesso dei segnali importanti, ma che l’analisi qualitativa non li aveva ritenuti sufficienti a rendere plausibile un mutamento nella Striscia di Gaza.

Anche in questo caso, il singolo comportamento poteva essere spiegato come addestramento, propaganda o prosecuzione di attività già viste in passato. La criticità nasce quando indicatori differenti vengono valutati separatamente, senza essere integrati in una rappresentazione complessiva delle capacità e delle intenzioni dell’avversario. Tutto ciò potrebbe aver contribuito a creare una distanza tra la realtà strategica e operativa di Hamas e l’interpretazione che l’apparato israeliano ne aveva fatto. A questo si aggiunge la sottovalutazione dell’avversario, un’analisi qualitativa inadeguata e il divario tra il livello della minaccia e la risposta operativa.

L’errore non riguardava solo il periodo immediatamente precedente all’invasione o i giorni precedenti, ma derivava anche da un modello interpretativo sistemico sviluppatosi nel tempo. Si pensava che Hamas fosse un’organizzazione controllabile e dissuadibile, più interessata a mantenere il controllo sulla Striscia che ad affrontare una guerra difficile e dispendiosa.


Nel momento in cui queste convinzioni si radicarono, ogni nuovo segnale poteva essere interpretato in modo compatibile con la valutazione prevalente: le esercitazioni erano solo dimostrazioni di forza, i movimenti anomali venivano considerati attività ordinarie, un piano dettagliato era solo un’ambizione non realizzabile. Gli eventi non venivano ignorati: semplicemente, veniva loro attribuito un significato compatibile con la valutazione prevalente.

Quelli descritti sono meccanismi tipici del confirmation bias. È più semplice interpretare i segnali secondo le proprie convinzioni già radicate nel tempo. Convincersi di qualcosa di diverso e più grave richiede un livello di prova più elevato e, in un’organizzazione complessa come nei servizi di intelligence statale, questo meccanismo viene rafforzato dalla gerarchia.

Il momento decisivo fu però la notte tra il 6 e il 7 ottobre. Nelle ore precedenti all’attacco, infatti, furono intercettati segnali differenti, frammentari e anomali. Nonostante le anomalie, nessun organismo riuscì a interpretarli organicamente e a inserirli in un quadro unitario al fine di formulare un’ipotesi sul comportamento del nemico. Le anomalie non determinarono un innalzamento generale e proporzionato dell’allerta e, anche nelle ore critiche, non vennero adottate misure significative dalle forze schierate lungo il confine.

Il fallimento non può essere circoscritto esclusivamente alla raccolta delle informazioni; le indagini militari hanno individuato almeno sei fattori principali: un errore di valutazione su Hamas; il fallimento dell’intelligence nell’interpretazione dei segnali e nell’innalzamento dell’allerta; la sottovalutazione del piano Muro di Gerico; una cultura organizzativa caratterizzata da pratiche operative inadeguate; lo scollamento tra l’effettivo livello di minaccia e le contromisure adottate; le lacune nella catena di comando e uno schieramento inadeguato delle forze alla vigilia dell’attacco.

Anche lo Shin Bet ha confermato pubblicamente di non aver fornito un preavviso adeguato. Si tratta di un’ammissione importante perché conferma l’esistenza di segnali rilevanti che furono sottovalutati e non utilizzati per allertare le forze preposte alla difesa.

È qui che il caso israeliano è simile a quello di Ceuta, seppur con enormi differenze. Non si parla di un vuoto informativo. Diversi segnali erano disponibili prima dell’attacco, ma non produssero una risposta proporzionata. Ogni risposta a una potenziale minaccia si articola in quattro fasi cruciali: l’acquisizione del segnale, la sua interpretazione, la comunicazione ai decisori e l’attuazione di contromisure adeguate.

Nel caso israeliano sono emerse criticità lungo l’intera catena; nel caso spagnolo, invece, la documentazione attualmente pubblica non ci permette di stabilire con certezza il punto in cui la catena si sia rotta.

Il vero scoglio è la difficoltà di cogliere il momento esatto in cui un’abitudine cambia natura. Così, un’esercitazione di routine finisce per celare i preparativi di un attacco; un fisiologico aumento dei transiti degenera in un afflusso fuori controllo; e quella che sembrava semplice propaganda sui social si traduce in una vera e propria mobilitazione sul campo.

Un segnale assume un peso reale solo quando viene inquadrato nel contesto capace di svelarne il vero significato. Il fine ultimo dell’intelligence, infatti, non è il mero accumulo di dati, ma la capacità di cogliere l’istante esatto in cui un’apparente normalità inizia a mascherare un cambio di strategia.

 

Colmare il warning-response gap

Gli eventi di Ceuta e del 7 ottobre mettono in evidenza la vulnerabilità comune ai sistemi complessi; la disponibilità delle informazioni, infatti, non garantisce automaticamente la comprensione della minaccia e l’adozione delle misure necessarie.

Nel caso israeliano, le successive indagini hanno permesso di individuare criticità in tutta la catena, a partire dall’interpretazione dei comportamenti dei militanti di Hamas fino alla mancata predisposizione delle forze militari. Nel caso di Ceuta, invece, non abbiamo ancora elementi sufficienti per stabilire dove si sia interrotta la catena decisionale.

È però possibile osservare alcuni segnali pubblicamente accessibili – l’aumento del flusso migratorio, le strutture locali ormai inadeguate per l’accoglienza, gli avvertimenti delle autorità locali e la mobilitazione digitale – che non si sono tradotti in scelte operative.

Sarebbe necessario mettere costantemente in discussione il modello interpretativo dominante. I modelli costruiti dagli apparati di sicurezza sono molto utili per ridurre la complessità delle informazioni e orientare il processo decisionale; il problema nasce quando questi modelli vengono considerati verità assoluta e si cerca di adattare le fattispecie al modello già conosciuto.

Non basta chiedere agli analisti di pensare “fuori dagli schemi”: servono procedure strutturate, gruppi di analisti incaricati di mettere costantemente in discussione la valutazione prevalente, simulazioni dello scenario più pericoloso e revisioni periodiche degli indicatori utilizzati per stabilire il livello di allerta.

Inoltre, sarebbe utile riuscire a integrare le informazioni provenienti da varie fonti per poter avere un quadro più completo. Dati militari, allerte locali, monitoraggio dei flussi, tracce social e anomalie comportamentali: presi singolarmente, sono frammenti che rischiano di sembrare irrilevanti.

È solo incrociandoli in un unico quadro operativo che emerge la reale portata della minaccia. Nel caso di Ceuta, il monitoraggio OSINT e SOCMINT avrebbe potuto permettere una valutazione più puntuale della reale portata dell’evento. Sebbene alcuni contenuti fossero evidentemente falsi, erano comunque capaci di influenzare un gran numero di persone.

Le piattaforme social possono diventare infrastrutture di mobilitazione a prescindere dalla veridicità dei contenuti. I contenuti che invitano all’azione, che testimoniano un evento o che diffondono istruzioni precise sono potenzialmente pericolosi se considerati reali da un numero elevato di persone.

È necessario che i decisori analizzino tutte le informazioni utili per stabilire se intervenire o non intervenire. Un segnale ambiguo non giustifica una mobilitazione, ma non si può neppure aspettare di avere la certezza prima di agire. La priorità strategica consiste nell’adottare misure preventive proporzionate, flessibili e sostenibili.

All’atto pratico, ciò si traduce in un innalzamento temporaneo del monitoraggio, in un coordinamento più stretto tra le amministrazioni e nello stress-test dei piani di contingenza. Il passaggio cruciale, tuttavia, resta la definizione anticipata dei trigger point operativi, indispensabili per marcare in modo inequivocabile il salto dalla gestione ordinaria allo stato di crisi.

Dopo ogni evento critico è necessario analizzare l’intera catena per stabilire in quale passaggio si sia verificata l’interruzione decisiva. Potrebbe trattarsi di un problema di raccolta dei dati, di interpretazione, di comunicazione con i decisori oppure di adozione dei provvedimenti.

I casi di Ceuta e del 7 ottobre dimostrano che una crisi può verificarsi anche in presenza di molti segnali premonitori. L’errata interpretazione dei segnali, sia per analisi troppo frammentate, sia a causa di bias cognitivi ben radicati, può avere conseguenze gravi che si protraggono nel tempo.

 

Giuseppe Tarallo

Laureato in giurisprudenza con master in finanza aziendale, background finanziario e bancario. Attualmente responsabile OSINT e SOCMINT, coordinamento di attività di ricerca e analisi su fonti aperte, geopolitica, sicurezza economica e reputazione digitale.

 

Foto: Fausto Biloslavo, IDF e social media

 

 

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