Gli Houthi danno scacco matto ai sauditi

Difficoltà militari e gravi danni economici per Riad nel rinnovato confronto militare con le milizie Houthi yemenite del movimento scita Ansar Allah che negli ultimi dieci anni hanno umiliato sul campo sauditi ed emiratini, hanno colpito Israele, bloccato in larga misura l’accesso allo Stretto di Bab el Mandeb e lo scorso hanno hanno costretto gli Stati Uniti a un accordo dopo i vani bombardamenti americani sulle loro basi nello Yemen.
L’alleanza araba guidata da Riad e Abu Dhabi aveva già fallito il tentativo d sconfiggere gli Houth sostenendo l governo yemenita nella guerra civile scoppiata nel 2015 ma la ripresa delle ostilità tra sauditi e Ansar Allah questa estate, evento indirettamente collegato alla prolungata crisi nel Golfo Persico e nello Stretto di Hormuz, ha avuto negli ultimi giorni sviluppi militari e risvolti energetici sconcertanti.
Dopo aver colpito installazioni petrolifere e interrotto l’oleodotto che porta il greggio saudita a terminal del Mar Rosso che consentiva a Riad di mantenere un importante export anche nelle attuali condizioni di semi-chiusura dello Stretto di Hormuz, la guerra in atto ha messo in luce la debolezza militare e la vulnerabilità strategica della monarchia araba, nazione che è da anni tra le prime al mondo per spesa militare.
Offensiva lampo
Con una offensiva terrestre senza precedenti gli Houthi hanno conquistato in 48 ore tutta la costa del Mar Rosso e l’immediato entroterra assumendo il controllo della città portuale di Mocha e delle isole all’imboccatura dello stretto di Bab el-Mandeb, una delle rotte mondiali più importanti per il trasporto di petrolio e merci.

Un attacco delle milizie Houthi ha provocato la chiusura dell’accesso orientale alla città di Taiz, interrompendo l’ultimo collegamento rimasto con le province settentrionali. Lo riferisce la corrispondente di “Al Jazeera” dalla città, Maha Ali, mentre il governo internazionalmente riconosciuto, con sede ad Aden, annuncia la riorganizzazione delle forze ritiratesi dalla costa del Mar Rosso e dispone la massima allerta negli ospedali.
Le forze governative yemenite hanno ammesso di aver perso più di 500 soldati in un mese di combattimenti sulla costa occidentale del Mar Rosso. “Più di 500 dei nostri combattenti sono morti e circa 1.500 sono rimasti feriti nel corso dei feroci combattimenti con il gruppo Ansar Allah durante le operazioni militari sui fronti della costa occidentale dello Yemen tra il 9 agosto e il 10 settembre”, hanno dichiarato le forze governative su Telegram.
I militari yemeniti hanno affermato di aver contenuto l’offensiva per quasi tre settimane, dopo che il movimento Ansar Allah aveva trasferito sulla linea del fronte rinforzi e contingenti consistenti.
Nella dichiarazione, le forze governative accusano Ansar Allah di aver condotto l’offensiva con il sostegno dei Guardiani della rivoluzione iraniani e dei loro alleati. Il testo ripreso dall’emittente non fornisce dettagli sulla natura di tale sostegno che l’Iran nega di aver fornito così come nega di avere il controllo del movimento scita yemenita.
Con questa offensiva gli Houthi hanno concluso la tregua in vigore dal 2022 con le forze del governo riconosciuto e sostenuto dalle potenze regionali arabe che relegava Ansar Allah a controllare solo in nord dello Yemen. Il dilagare dei miliziani sciti, che minacciano ora di puntare verso Aden e le coste dell’Oceano Indiano, ha già costretto oltre 100.000 civili a lasciare le proprie case

Le Nazioni Unite hanno messo in guardia dal rischio di un devastante ritorno alla guerra e di una catastrofe umanitaria nel Paese mente l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni valuta in almeno 76.000 gli sfollati tra luglio e agosto a cui si sarebbero aggiunti negli ultimi giorni altre 30.000 persone mentre oltre 2.000 persone sono fuggite in barca dallo Yemen verso Gibuti Il ministro dell’Economia di Gibuti, Ilyas Moussa Dawaleh, aveva riferito la sera del 12 settembre di 1.400 persone arrivate dallo Yemen.
Nelle ultime ore forze governative, sostenute da bombardamenti aerei Riad, hanno contrattaccato nel settore di Mocha ma sembra senza risultati tattici apprezzabili.
Il portavoce delle forze governative yemenite, Majed Abdulah al Nazili, ha precisato di avere anche attaccato veicoli e combattenti Houthi sulla strada Mocha-Dhubab, appena fuori città mentre i media Houthi hanno riferito che due attacchi sauditi hanno colpito l’aeroporto e il porto di Mocha.

Invece il portavoce militare degli Houthi, il generale di brigata Yahya Saree, ha dichiarato sabato che gli aerei sauditi hanno lanciato 129 raid nelle ultime 48 ore, “prendendo di mira i governatorati di Taiz, Marib, Hodeidah, Al-Jawf, Saada, Amran e Hajjah”.
Saree ha aggiunto che per condurre gli attacchi sono stati utilizzati aerei F-15 e Typhoon, decollati da basi situate a Khamis Mushait e Taif, in Arabia Saudita. “Questi attacchi contro il nostro popolo non resteranno impuniti”, ha affermato.
Poche ore dopo Saree ha rivendicato l’attacco con droni e missili a una base militare nel sud dell’Arabia Saudita, prendendo di mira “depositi di armi e centri di comando e controllo da cui viene diretta l’aggressione contro la nostra nazione e il nostro popolo, presso la base militare di Sharurah”, a meno di 20 chilometri dal confine con lo Yemen.
Colpita anche la base King Fahd di Taif, dove sono basati militari e aerei italiani della Task Force Air Arabia. Un tema su cui torneremo presto mettendo in evidenza i rischi per l’Italia.
L’offensiva degli Houthi sullo stretto di Bab-el-Mandeb “tocca i nostri interessi vitali: si rischia di obbligare le navi di nuovo alla circumnavigazione dell’Africa con danni enormi e aumento dei prezzi in un momento di estrema difficoltà” ha dichiarato ieri il ministro della Difesa Guido Crosetto. “Adesso i nostri militari sono in una base che è stata sottoposta agli attacchi e stiamo facendo una valutazione sulla loro sicurezza: nei prossimi giorni verrà presa una decisione a riguardo”.
L’oleodotto KO
Sul piano strategico il vero danno subito da Riad riguarda la grande infrastruttura energetica che attraverso la Penisola Arabica da est a ovest. Costruito mezzo secolo or sono, l’oleodotto saudita Est-Ovest che si estende nel deserto del Paese per raggiungere il Mar Rosso è tornato ad avere una grande rilevanza con la crisi di Hormuz e le continue scaramucce tra statunitensi e iraniani nel Golfo Persico.
Con una capacità di 7 milioni di barili al giorno garantiva a Riad di poter continuare esportare greggio in forti quantità: il suo danneggiamento ha quindi un impatto anche economico che si riflette già sulla limitata disponibilità globale di greggio determinando aumenti di prezzo ovunque con il petrolio stabile al di sopra dei 100 dollari al barile.

I terminal di Yanbu Nord e Yanbu Sud, sul Mar Rosso sono a tiro dei missili e dei droni degli Houthi (che hanno persino raggiunto Tel Aviv) e in questi mesi hanno alimentato soprattutto le economie asiatiche (Giappone, India, Cina e Corea del Sud), le più penalizzate dalla guerra contro l’Iran.
Gli attacchi all’oleodotto sembrano però essere stati effettuati con droni lanciati da milizie scite irachene filo-iraniane e probabilmente alleate degli Houithi yemeniti: droni decollati dalla provincia meridionale irachena di Maysan.
Il governo di Baghdad, che non intende farsi risucchiare nel conflitto, ha rimosso dall’incarico il comandante delle operazioni e del capo della polizia provinciale e ha ordinato il trasferimento dei responsabili degli apparati di sicurezza.
Il premier, iracheno al Zaidi Sabah al Numan, ha accolto la richiesta iraniana di condurre un’indagine congiunta sulle piattaforme di lancio di droni rinvenute vicino alla frontiera tra i due Paesi. Le autorità irachene hanno ribadito il rifiuto di utilizzare il territorio nazionale per minacciare la sicurezza dell’Arabia Saudita o degli altri Stati vicini.
Il raid, che ha causato alcuni feriti e danni ancora in fase di valutazione, non è stato rivendicato ma Donald Trump ha puntato il dito contro l’Iran.
L’oleodotto Est-Ovest era stato colpito la mattina del 10 settembre in più punti nelle regioni di Riad e Medina. Il ministero dell’Energia saudita ha successivamente annunciato la sospensione precauzionale delle operazioni lungo la linea, mentre squadre tecniche e di emergenza sono intervenute per mettere in sicurezza l’infrastruttura e verificarne l’integrità.

Gli attacchi hanno causato feriti e alcuni danni materiali. Il ministero degli Esteri saudita ha attribuito gli attacchi a “diversi droni provenienti dall’Iraq”, precisando che Riad ha deciso di non rispondere in questa fase dopo una richiesta del primo ministro iracheno, che ha chiesto tempo per adottare misure volte a impedire nuovi attacchi lanciati dal territorio nazionale contro l’Arabia Saudita e gli altri Paesi vicini. Il Regno ha comunque ribadito di riservarsi il diritto di adottare tutte le misure necessarie alla protezione della propria sovranità, delle infrastrutture e della popolazione.
L’Arabia Saudita esaurirà le proprie scorte di petrolio destinate all’esportazione se non riattiverà entro pochi giorni il suo principale oleodotto verso il Mar Rosso con una conseguente perdita fino al 4% dell’offerta globale, secondo acquirenti di petrolio saudita e operatori del settore.
Lo scriveva ieri la Reuters valutando che Riad non ha fornito informazioni dettagliate sull’entità dei danni né su quanto tempo resterà fuori servizio. Alcune fonti stimano che riparare i danni potrebbe richiedere da cinque a sei settimane, mentre un’altra valuta che l’oleodotto potrebbe essere ripristinato prima e potrebbe riprendere a pompare parzialmente anche mentre i lavori di riparazione sono ancora in corso.
Quali obiettivi?
Gli Houthi non sembrano però voler ostacolare la navigazione commerciale nello Stretto di Bab el Mandeb e hanno reso noto che le uniche navi a cui sarà impedito l’accesso sono quelle saudite. Le navi di qualsiasi altro Paese sono libere di transitare, secondo una dichiarazione rilasciata dal gruppo.
Una precisazione che probabilmente spiega quanto accaduto a livello diplomatico nelle ultime ore.

Secondo il canale digitale americano Axios, il principe saudita Mohamed Bin Salman ha chiamato due volte Trump il 10 settembre per chiedere agli Stati Uniti di attaccare gli Houthi sostenendo lo sforzo bellico di Riad ma l’ipotesi è stata respinta da Washington. Trump ha affermato sabato che i ribelli Houthi hanno chiesto a Washington di non intervenire nel conflitto yemenita ma il movimento Ansar Allah ha negato di aver avuto relazioni con le autorità di Washington.
L’ammiraglio Brad Cooper, comandante del Central Command statunitense, ha tenuto nei giorni scorsi incontri urgenti di coordinamento in Arabia Saudita, dove secondo la CNN ci sono “100-200 consiglieri militari Usa” che aiutano le forze saudite soprattutto in materia di intelligence, targeting (individuazione degli obiettivi) e dati satellitari, ma la Casa Bianca sembra voler mantenere la tregua con gli Houthi in vigore dal maggio 2025 basata sull’assenza di incursioni americane sullo Yemen e la rinuncia dei Ansar Allah ad attaccare mercantili statunitensi nello Stretto di Bab el Mandeb.

Una decisione che lascia sola Riad, che finora non ha chiesto l’attivazione della nuova alleanza stipulata in agosto a La Mecca con Turchia e Pakistan, né della coalizione navale di difesa del Mar Rosso composta da 14 Paesi, tra cui Turchia, Pakistan, Egitto, Sudan e Gibuti, tutti evidentemente restii a farsi coinvolgere nell’infinita e logorante guerra yemenita.
Il capo di stato maggiore delle Forze Armate israeliane, generale Eyal Zamir, ha incontrato la scorsa settimana in Germania i comandanti de militari di diversi Paesi arabi per discutere della guerra con l’Iran e dell’escalation con gli Houthi, secondo quanto scrive il giornalista su X Barak Ravid citando due alti funzionari israeliani.
Del resto anche la crisi di Hormuz non sembra avviarsi verso una soluzione in tempi rapidi. Da New Delhi, dove è in corso il vertice Brics, il presidente iraniano Massoud Pezeshkian ha avvisato che le pressioni degli Stati Uniti su Teheran hanno “raggiunto una fase critica e pericolosa”.
Ieri Mohsen Rezaei, segretario del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale ha respinto ogni ipotesi di dialogo con gli Stati Uniti: “Nessun colloquio finché non saranno soddisfatte le condizioni dell’Iran!”
Teheran continua a ribadire le stesse condizioni per porre fine alla guerra: lo stop ad ogni aggressione (anche nei confronti di alleati regionali come Hezbollah), il risarcimento dei danni di guerra, la revoca del blocco a Hormuz, oltre a quello delle sanzioni e lo sblocco dei suoi beni congelati all’estero.
Smentendo il presidente. il Pentagono ha ammesso in un rapporto la carenza di munizioni legata alla guerra in Medio Oriente, negata a più riprese dalla Casa Bianca. Il rapporto dell’Ispettore generale del Pentagono stima che tra il 28 febbraio e il 30 giugno, l’operazione Epic Fury sia costata circa 33,4 miliardi di dollari. Di questi, ben 22,3 sono stati spesi per le munizioni, causando “carenze nelle scorte strategiche” e rivelando “colli di bottiglia all’interno delle industrie di rifornimento”.
Oltre a danneggiare centinaia di edifici e strutture nelle basi statunitensi nella regione mediorientale e la flotta aerea americana, che ha riportato quattro F-15 distrutti, un F-35 e sette aerei cisterna KC-135 danneggiati oltre a 30 droni d’attacco MQ-9 Reaper mandati in pezzi.
Se a Hormuz non sembrano emergere possibili accordi, anche a Bab el Mandeb occorre prudenza poiché gli Houthi non hanno oggi interesse ad ostacolare il traffico marittimo nello Stretto ma non si può dare per scontato che in un simile contesto priorità e interessi possano mutare rapidamente.
Foto Ansar Allah, Tasnim e IRNA
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Gianandrea GaianiVedi tutti gli articoli
Giornalista bolognese, laureato in Storia Contemporanea, dal 1988 si occupa di analisi storico-strategiche, studio dei conflitti e reportage dai teatri di guerra. Dal 1991 al 2014 ha seguito sul campo i conflitti nei Balcani, Somalia, Iraq, Afghanistan, Sahara Occidentale, Mozambico e Sahel. Dal febbraio 2000 dirige Analisi Difesa e nel 2026 ha aperto il Canale YouTube “La Penna nel Fianco”. Ha collaborato o collabora con quotidiani e settimanali, università e istituti di formazione militari ed è opinionista per reti TV e radiofoniche. Ha scritto diversi libri tra cui "Iraq Afghanistan, guerre di pace italiane", “Immigrazione, la grande farsa umanitaria” e "L'ultima guerra contro l’Europa". Presso il Ministero dell’Interno ha ricoperto dal 2018 l’incarico di Consigliere per le politiche di sicurezza di due ministri e un sottosegretario. Nel 2026 ha ricevuto l'onorificenza di Cavaliere dell'Ordine al Merito della Repubblica Italiana (OMRI).







