Trump rilancia i negoziati per la pace in Ucraina

“Putin vuole raggiungere un accordo e sarebbe molto bello se anche Zelensky lo volesse”, ha detto ieri Donald Trump intrattenendosi coi giornalisti prima di salire sull’Air Force One. Circa la possibilità di un incontro trilaterale tra Stati uniti, Russia e Ucraina per discutere una soluzione del conflitto Trump ha detto “potrebbe accadere. Abbiamo avuto una buona conversazione.”
L’iniziativa dell’Amministrazione Trump di rimandare gli inviati Witkoff e Kushner a Mosca e Kiev e rilanciare il negoziato per la fine della guerra in Ucraina da un lato spiega la precedente visita a Mosca del capo della CIA John Ratcliffe (da molti interpretata in modo fantasioso) e dall’altro coincide con nuove tensioni tra USA ed europei, non solo in relazione al conflitto.
Una telefonata tra Trump e il cancelliere tedesco Friederich Merz, concordata per oggi nel contesto del 25esimo anniversario degli attentati dell’11 settembre 2001, è stata rinviata su iniziativa tedesca dopo che il presidente statunitense si è congratulato con Alternative fur Deutscheland per la brillante vittoria alle elezioni nel lander di Sassonia Anhalt.
Trump ha attribuito il successo dell’AfD alle “orribili” politiche e norme sull’immigrazione che hanno danneggiato la Germania. Il portavoce del governo Stefan Kornelius ha fatto sapere che “non è ancora stata fissata una nuova data” per il colloquio.

Donald Trump sembra quindi determinato a giocare di nuovo la carta dei negoziati di pace nonostante l’ostentato bellicismo degli europei: del resto né Mosca né Kiev intendono contrariarlo pur in assenza di segnali che possano indurre all’ottimismo. Al termine della missione dei mediatori americani Witkoff e Kushner la telefonata di un’ora tra Putin e Trump ha fatto il punto sulla situazione anche se i dettagli trapelati restano pochi.
Innanzitutto perché i negoziatori statunitensi non hanno trasmesso a Mosca la posizione di Kiev circa l’apertura dei negoziati, come ha affermato il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov.
Yuri Ushakov, consigliere del presidente russo, sostiene che la conversazione tra Putin e Trump è stata “costruttiva e franca”, termine solitamente utilizzato per evidenziare che molti punti restano da chiarire ma entrambi intendono tenere aperti i canali di comunicazione.
La scorsa settimana, al termine del vertice della Shangai Cooperation Organizaton, Putin aveva espresso apprezzamento per gli sforzi di Washington e l’incontro, allora imminente, con Witkoff e Kushner.
L’ipotesi di un vertice a tre con Volodymyr Zelensky resta per il momento lontana, poiché solitamente i leader politici si incontrano per ratificare piani e programmi già messi a punto da rispettivi staff. A tal proposito un incontro trilaterale tra i negoziatori russi, ucraini e statunitensi potrebbe invece svolgersi già questo mese.
“Se tutte le parti sono d’accordo, vogliamo tenerlo anche in autunno. Se settembre va bene, sarebbe ottimo. Prima avviene, meglio è“, ha detto Zelensky ai giornalisti aggiungendo che conta “di incontrare Trump intorno al 20 settembre”.
Putin ha certamente ribadito le linee rosse su cui Mosca è disposta a negoziare ma le fonti russe hanno fatto sapere che il presidente considera “speculazioni” le affermazioni dei leader europei circa la “minaccia russa” e avrebbe ribadito a Trump di “non avere alcun piano contro i paesi europei”, come del resto hanno confermato anche numerose fonti militari e d’intelligence sulle due sponde dell’Atlantico.

Per Ushakov “i miti sulla minaccia russa servono agli europei solo come copertura per aumentare il sostegno all’Ucraina e le proprie spese militari“, mentre il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov ha ribadito che “non abbiamo intenzione di attaccare nessuno. È una sciocchezza, un’idiozia. È la totale assenza di qualsiasi capacità di pensare in termini di Stato”.
Lavrov ha però aggiunto rivolgendosi agli europei che “se questi discorsi significano che state preparando un attacco contro di noi, vi assicuro che la guerra sarà completamente diversa e molto breve“, con un chiaro rifermento alle enormi capacità nucleari della Russia.
Witkoff e Kushner avevano espresso ottimismo riferendo di “significativi progressi” pur senza fornire dettagli circa le opzioni sul tavolo e dopo la loro vista però sia i media russi che quelli ucraini hanno fornito alcune rivelazioni circa i termini dell’accordo in discussione.
Il nuovo piano di pace del presidente statunitense prevederebbe che Kiev riconosca Crimea e Donbass come territori russi ritirando le sue truppe dalle limitate porzioni di territorio che ancora controlla in tre regioni contese (Donetsk, Zaporizhia e Kherson).
Secondo quanto trapelato dopo il ritiro delle truppe di Kiev verrebbe istituita una zona cuscinetto presidiata da caschi blu delle Nazioni Unite in cui non sarebbero presenti contingenti di Paesi della NATO.
La Russia si impegnerebbe a non schierare truppe con capacità offensive nelle cinque regioni ucraine annesse mentre Kiev limiterebbe la consistenza delle sue forze armate a 60.000 militari (oggi sono oltre un milione).
Sempre secondo le indiscrezioni, l’Ucraina dovrebbe indire nuove elezioni entro cento giorni dalla firma dell’accordo e riformare la sua Costituzione per inserirvi la rinuncia all’adesione alla NATO e ad altre alleanze militari oltre ai territori annessi dalla Russia.

Infine, il documento prevederebbe la firma di un vero e proprio trattato di pace da parte del nuovo governo ucraino, con successiva ratifica attraverso una procedura speciale in seno all’Onu.
Non sono emerse conferme o smentite a queste indiscrezioni ma il piano sembrerebbe ricalcare in buona parte le proposte già presentate da Trump lo scorso anno dopo il vertice con Putin in Alaska e che vennero respinte da Kiev grazie all’impegno dell’Unione europea a rimpiazzare gli USA nel supporto militare e finanziario a all’Ucraina.
Un accordo di questo tenore sancirebbe la sconfitta onorevole dell’Ucraina ma non la sua disfatta e con la pace potrebbero decollare la ricostruzione post-bellica in vista di una possibile adesione alla Ue. Per la Russia si tratterebbe di una vittoria ma non di un trionfo, con il vantaggio di vedere disegnata una cornice di scurezza credibile ai suoi confini occidentali, idonea a normalizzare in futuro i rapporti con gli europei.
Lo scorso anno Kiev respinse ogni ipotesi di cessioni territoriali e la formula espressa da Trump, che disse esplicitamente a Zelensky “che non aveva le carte per dettare le condizioni”.
Oggi forse qualcosa è cambiato con l’Ucraina ormai in ginocchio sul piano economico, militare ed energetico: in ogni caso le possibilità che un accordo venga definito dipendono essenzialmente dalle valutazioni sulla tenuta dell’Ucraina con l’avvicinarsi dell’inverno e dal ruolo che assumeranno gli europei.
Per ora i segnali non sono positivi. Sul primo punto Peskov si è detto convinto che Kiev non stia “dimostrando molta flessibilità, e non direi nemmeno che voglia davvero porre fine a questa guerra”. Gli ucraini, ha aggiunto l’8 settembre, “vengono sobillati in modo significativo da alcuni Paesi europei” per continuare il conflitto.
Il portavoce del Cremlino ha auspicato che gli sforzi di pace di Washington continuino valutando che “Kiev sa perfettamente cosa bisogna fare e quali compromessi bisogna mostrare per raggiungere davvero una soluzione pacifica” evidenziando come l’improvvisa flessibilità mostrata dall’Ucraina sia direttamente collegata alla sua mancanza di denaro e armi.

Circa il secondo aspetto la Ue ha concesso all’Ucraina i fondi per l’acquisto d’urgenza di armi per la difesa aerea. “La prossima erogazione di 3,2 miliardi di euro consentirà all’Ucraina di proteggere meglio i propri cieli dagli attacchi indiscriminati della Russia“, ha fatto sapere la presidente della Commissione Ursula von der Leyen d’intesa con il Segretario generale della NATO Mark Rutte.
In realtà gli europei hanno pochi missili disponibili da fornire a Kiev mentre quelli ordinati oggi richiederanno anni per venire consegnati: inoltre, come evidenza il New York Times, molti in Europa sono rimasti perplessi per la richiesta urgente ucraina di altri 23 miliardi di euro aggiuntivi per le spese militari.
Perplessità ma anche contraddizioni come quella emersa n Germana dopo lo “shock” del trionfo di AfD alle elezioni in Sassonia Anhalt che potrebbe venire presto replicato nei lander di Berlino e Magdeburgo.
Dopo aver sostenuto per anni la necessità di dotare la Bundeswehr di più truppe e armamenti, il ministro della Difesa tedesco, Boris Pistorius, ha giustificato l’aumento della spesa per la difesa da parte della Germania sottolineando il significativo rafforzamento militare della Russia. “Mosca sta utilizzando gran parte del suo bilancio militare per rifornire i depositi in vista di futuri conflitti, non per inviare armi in prima linea in Ucraina”, ha affermato Pistorius durante il suo intervento alla seduta plenaria del Bundestag, il Parlamento tedesco.
“Dei 150 missili balistici a corto e medio raggio che la Russia può produrre al mese, in media solo circa 80 vengono effettivamente impiegati in Ucraina”, ha dichiarato. Secondo Pistorius, gli obiettivi di investimento in materiali, equipaggiamenti, macchinari e infrastrutture, così come per l’ulteriore crescita del personale della Bundeswehr, “rimarranno estremamente ambiziosi nei prossimi anni“.
Secondo il ministro, si prevede che i fondi destinati a questo scopo aumenteranno fino a circa 152 miliardi di euro entro il 2029. In questo modo, la Germania punta a raggiungere l’obiettivo NATO del 3,5 per cento del Pil per le spese della difesa entro il 2029, sei anni prima di quanto richiesto dall’Alleanza.

Mentre Pistorius annuncia la necessità costosissima di potenziare la difesa tedesca, ha reso noto che la Germania è pronta a fornire parte delle sue scorte di missili da difesa aerea Patriot PAC-2 a Kiev: privando così Berlino dell’unica arma in grado forse di intercettare i missili balistici che i russi producono a ritmi così intensi.
Il ministro della Difesa ucraino, Yevgeniy Khmara, ha messo in luce i termini della questione precisando che sono in fase di conclusione contratti per la fornitura di circa 1.000 missili per i sistemi Patriot (che pagheranno gli europei) ma “la maggior parte di questi missili inizierà a essere consegnata solo nei prossimi anni, ed è per questo che vi chiediamo di fornirci i missili dai vostri arsenali già oggi”.
Con queste prospettive è difficile ritenere che l’Ucraina possa affrontare l’offensiva russa nei prossimi mesi, considerando anche le crescenti difficoltà al fronte dove le truppe di Mosca continuano ad avanzare.
Il portavoce del Cremlino ha fatto balenare anche i vantaggi che un accordo di pace offrirebbe all’Europa che sta pagando il prezzo della scelta di rinunciare al gas russo mentre i costi dell’energia salgono vertiginosamente.
Peskov, ha affermato che l’Europa si sta danneggiando acquistando gas costoso sul mercato spot, anziché optare per le più economiche alternative russe. “Gli europei dovrebbero cercare delle fonti di energia più economiche. Il gas russo, sia esso trasportato via gasdotto o sotto forma di GNL, avrebbe potuto rappresentare da tempo un’opzione più conveniente per loro, sebbene il GNL venga sempre venduto ai prezzi del mercato spot”.
Una valutazione che, con un po’ di buon senso, si dovrebbe pragmaticamente imporre in Europa suggerendo di sostenere la rinnovata iniziativa negoziale di Trump, anche perché il rischio concreto è di venire schienati dal prezzo del gas vicino ai 90 euro al Megawattora e dal petrolio oltre 100 dollari al barile.
Foto Casa Banca, Presidenza Ucraina e Presidenza Russa
Gianandrea GaianiVedi tutti gli articoli
Giornalista bolognese, laureato in Storia Contemporanea, dal 1988 si occupa di analisi storico-strategiche, studio dei conflitti e reportage dai teatri di guerra. Dal 1991 al 2014 ha seguito sul campo i conflitti nei Balcani, Somalia, Iraq, Afghanistan, Sahara Occidentale, Mozambico e Sahel. Dal febbraio 2000 dirige Analisi Difesa e nel 2026 ha aperto il Canale YouTube “La Penna nel Fianco”. Ha collaborato o collabora con quotidiani e settimanali, università e istituti di formazione militari ed è opinionista per reti TV e radiofoniche. Ha scritto diversi libri tra cui "Iraq Afghanistan, guerre di pace italiane", “Immigrazione, la grande farsa umanitaria” e "L'ultima guerra contro l’Europa". Presso il Ministero dell’Interno ha ricoperto dal 2018 l’incarico di Consigliere per le politiche di sicurezza di due ministri e un sottosegretario. Nel 2026 ha ricevuto l'onorificenza di Cavaliere dell'Ordine al Merito della Repubblica Italiana (OMRI).








