Trump demolisce anche l’alleanza storica con Corea del Sud e Oman

Nulla sarà più come prima e nulla può essere più dato per scontato. Donald Trump continua a demolire luoghi comuni, alleanze consolidate e ad aprire tavoli negoziali con interlocutori “nemici” degli Stati Uniti. Trump continua a sorprendere il mondo ma in realtà sembra perseguire la strategia di destabilizzazione che caratterizza gli Stati Unti da almeno quindici anni.
Meglio Kim di Seul
Dopo aver malmenato a più riprese la NATO e gli alleati europei, Trump ora gioca duro con la Corea del Sud. Sì, proprio quella del Sud, non quella comunista del Nord alleata di ferro di Mosca.
Il 17 agosto il presidente americano ha ordinato il ridimensionamento delle grandi esercitazioni militari annuali congiunte tra USA e Corea del Sud a poche ore dal loro inizio.
“Considerato l’ottimo rapporto che ho con Kim Jong-un” Trump ha incaricato il segretario alla Guerra Pete Hegseth di ridimensionare “sostanzialmente” le manovre, ritenendole “costose” ma anche “un segnale del tutto inappropriato e ostile verso un Paese (la Corea del Nord – NdR) che si è mostrato rispettoso e non ha rappresentato alcuna minaccia”.
La dichiarazione è giunta a poche ore dall’avvio delle esercitazioni “Ulchi Freedom Shield”, della durata di 11 giorni e che avrebbe coinvolto i 28.000 militari statunitensi schierati a tempo pieno a difesa della Corea del Sud.
Manovre in cui, come di consueto, viene testata la capacità delle forze statunitensi e sudcoreane di rispondere in modo efficace a un attacco su vasta scala della Corea del Nord,
“Non possiamo andare in giro a proteggere tutti quei Paesi, soprattutto quelli che non vogliono aiutarci” ha dichiarato Trump. “Spendiamo miliardi di dollari all’anno per aiutarli e quando ci servono non ci sono”, ha spiegato riferendosi al mancato intervento di Seul al fianco di Washington nella guerra contro l’Iran.

Trump ha poi assicurato che gli scambi col leader nordcoreano Kim Jong sono “molto positivi” anche se nei giorni scorsi Kim aveva protestato, come di consueto, per le manovre militari congiunte USA-Corea del Sud
Il presidente americano ha riferito che la decisione di ridimensionare le manovre militari rende la Penisola Coreana “più sicura” aggiungendo che resta aperto a colloqui con il Nord “senza alcuna precondizione”.
La decisione di Trump ha destato sconcerto a Seul anche alla luce del rischio di disimpegno militare degli Stati Uniti dalla Corea è un’ipotesi sempre più concreta, come conferma anche il trasferimento in Medio Oriente di parte delle difese antimissili balistici (Patriot e THAAD) schierate in Corea del Sud in occasione della guerra contro l’Iran.
La presidenza della Corea del Sud ha riferito di lavorare per valutare le dichiarazioni di Trump, sottolineando al contempo l’auspicio che i buoni rapporti personali tra Trump e il leader nordcoreano Kim Jong Un possano favorire l’avvio di un dialogo significativo. Il ministero della Difesa sudcoreano ha ribadito che i due Paesi continueranno a mantenere una solida postura di difesa congiunta e a coordinare le attività di addestramento.
Negli Stati Uniti le critiche a Trump giungono soprattutto in virtù della stretta alleanza che unisce Mosca e Pyongyang e in seguito all’invio in Russia di ulteriori armi e militari nordcoreani per la guerra in Ucraina.
Il senatore repubblicano Thom Tillis ha criticato duramente la decisione presidenziale di ridurre le esercitazioni militari. “La Corea del Sud è da oltre 70 anni un solido alleato militare, dotato di capacità militari di eccellenza. Ridurre le esercitazioni congiunte con la Corea del Sud non fa altro che liberare migliaia di soldati nordcoreani, consentendo loro di sostenere Putin nei sistematici atti di sequestro, tortura, stupro e omicidio di cittadini ucraini innocenti”, ha scritto Tillis su X.

“Questa è un’altra decisione insensata e caotica del presidente Trump e della sua amministrazione”, ha dichiarato in un comunicato Jack Reed, membro del Partito Democratico della Commissione per i Servizi Armati del Senato.
“Quando il presidente Trump interrompe le esercitazioni militari per adulare un dittatore o punisce la Corea del Sud per essersi rifiutata di entrare in una guerra da lui iniziata, tutti i nostri alleati – e avversari – pensano che gli impegni dell’America siano negoziabili”, ha aggiunto.
Reed ha definito la decisione una “vittoria propagandistica” per Kim Jong-un e una punizione “senza altra ragione se non l’ego di Trump” per la Corea del Sud. “Cina e Russia stanno osservando con quanta facilità questo presidente abbandona gli alleati dell’America e se lo ricorderanno la prossima volta che ci metteranno alla prova”, ha affermato Reed.
Seul punterà a una maggiore autonomia per la propria difesa in seguito al venir meno delle garanzie offerte da Washington e probabilmente verrà accelerato il processo con cui il presidente della Corea del Sud, Lee Jae Myung, ha ribadito ieri di voler completare il trasferimento da Washington a Seul del controllo operativo delle forze armate sudcoreane in caso di guerra, sottolineando la necessità di rafforzare le capacità di difesa autonome.
Le minacce all’Oman
Anche nel Golfo Persico Trump sembra determinato a demolire quanto resta dell’alleanza pluridecennale con le monarchie arabe.
Dopo aver minacciato nuove durissime sanzioni all’Iran, con cui non riesce (o non vuole?) a trovare un accordo, Trump ha pubblicato come provocazione sul suo profilo Truth una mappa dello Stretto di Hormuz con sotto la scritta “nuovo territorio Usa”.
Il viceministro degli Esteri, Kazem Gharibabadi, ha risposto ieri parlando di “illusione di un uomo delirante che sarà corretta”. Trump ha però preso di mira il Sultanato di Oman, cioè l’unica nazione appartenente al Gulf Cooperaton Council ad aver cercato di mediare la crisi tra Washington e Teheran.
In un’intervista a Fox News, il 17 agosto, il presidente americano ha dichiarato che se l’Oman “si mette di mezzo li bombarderemo fino a distruggerli”, per poi aggiungere più tardi che “l’Oman non si è comportato molto bene, ma lo gestiremo molto facilmente, come abbiamo fatto con altri Stati”.

Poco prima l’Iran aveva annunciato di aver chiuso l’accordo con l’Oman per la gestione congiunta dello Stretto di Hormuz.
Il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Esmail Baghaei, aveva affermato che “un accordo in merito alla mappa del percorso di transito nello stretto è stato raggiunto” con l’Oman. L’intesa riaprirebbe lo stretto alle navi consentendo di entrare nel Golfo attraverso una rotta vicina all’Iran e di uscirne in prossimità delle coste omanite.
Baghaei ha anche precisato che devono ancora essere definiti gli ultimi dettagli prima che possa essere pubblicata una dichiarazione congiunta, ma l’accordo bilaterale non è stato digerito da Trump che già nel maggio scorso aveva minacciato il sultanato reo di aver negoziato con l’Iran.
“L’Oman si comporterà esattamente come tutti gli altri, altrimenti dovremo farli saltare in aria”, aveva avvertito allora. “Lo capiscono. Andrà tutto bene”.
Il segretario alla Guerra Pete Hegseth ha affermato che gli Stati Uniti sono in grado di mantenere il blocco navale allo Stretto di Hormuz a tempo indeterminato, ammettendo così che Washington non prevede la fine delle ostilità a breve termine.
Uno scenario da incubo per le economie mondiali e per le nazioni arabe del Golfo i cui interessi vengono ignorati e compromessi dagli USA anche a suon di minacce. Trump ha infatti ripetuto di non avere fretta di porre fine al conflitto. “Sono bravi giocatori di poker, ma sono allo stremo. Non ho scadenze”.

Nell’intervista a Fox, ha poi confermato di avere un canale di comunicazione diretto e riservato con il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica ma un portavoce dei pasdaran ha nettamente smentito. “Non sono in corso colloqui tra funzionari dell’IRGC e gli americani”, ha detto all’agenzia di stampa iraniana semi-ufficiale Tasnim News. “E’ una bugia di Trump, frutto di mere fantasie, scaturite dai deliri e dagli incubi che lo tormentano a seguito della sconfitta e della disperazione vissute nel conflitto”.
Ieri però lo stesso Trump ha scritto su Truth che al momento “non ci sono né sono programmati colloqui con l’Iran”.
Una situazione caotica in cui tornano a salire le quotazioni di gas e petrolio (ieri Brent a 91,05 dollari al barile, gas ad Amsterdam a 64,1 euro al Mwh) e in cui la credibilità internazionale degli Stati Uniti rischia di ridursi al lumicino. Non stupisce in questo contesto che il Pentagono stia valutando un ridimensionamento della propria presenza militare in Medio Oriente. Lo riferiva ieri il Washington Post, citando diverse fonti a conoscenza della questione.
Il dipartimento della Difesa ha già lasciato intendere che potrebbe non ricostruire le basi nelle nazioni arabe del Golfo distrutte dai missili e dai droni iraniani: opzione che imporrebbe di ridurre le forze statunitensi alle dipendenze del Central Command che in Medio Oriente schiera abitualmente circa 40.000 soldati in una ventina di basi dalla Giordania all’Oman.
Considerazioni
Se dopo aver messo in scacco la NATO, la Casa Bianca punta oggi evidentemente a scardinare le alleanze in Asia Orientale e Medio Oriente bruciando i rapporti con alleati storci quali Corea del Sud e Oman, occorre chiedersi quali obiettivi Trump stia realmente perseguendo.
Da un lato la brutale modifica de rapporti con gli USA impone, a queste nazioni come agli europei, di gestire con maggiore autonomia crisi che gli stessi Stat Uniti stanno contribuendo a esacerbare. Trattandosi di nazioni fortemente connesse a Washington sul piano economico, finanziario, energetico e militare, l’iniziativa destabilizzatrice di Trump punta ad accentuare questi condizionamenti.
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In un contesto di guerra tutte queste nazioni, le cui forze armate sono equipaggiate in larga misura con armi e mezzi statunitensi, non potranno sottrarsi a tale dipendenza strategica né potranno acquisire in tempi rapidi forniture militari di diversa provenienza.
Trump sembra quindi perseguire, forse con maggiore enfasi dei suoi predecessori, il ruolo degli Stati Uniti come grande potenza destabilizzatrice che mira a colpire gli interessi di tutti i suoi competitor strategici ed economici.
Un’operazione che prevede soprattutto la destabilizzazione delle aree energetiche sviluppata dagli USA fin da quando, nel 2010, raggiunsero l’autosufficienza energetica per poi diventare grandi esportatori di petrolio e GNL, anche se a costi troppo elevati rispetto alle tradizionali aree energetiche.
Barack Obama animò la guerra alla Libia, sostenne le cosiddette “Primavere Arabe” (contro governi per lo più filo-americani) e la guerra civile in Siria che portarono il caos nelle aree energetiche di Medio Oriente e Nord Africa.
Nel 2014 l’insurrezione dell’ISIS era guidata da ex prigionieri qaedisti liberati dai campi di prigionia statunitensi in Iraq. Lo stesso anno l’Amministrazione Obama panificò il colpo di stato in Ucraina per separare l’Europa dalle forniture energetiche russe e imporre gli alleati della NATO l’acquisto del costoso GNL statunitense.
Operazione completata con l’Amministrazione Biden in seguito alla guerra russo-ucraina e all’esplosone del gasdotto Nord Stream, preannunciata dallo stesso presidente Biden e dal sottosegretario Victoria Nuland.
Con l’imposizione all’Europa dell’acquisto di 750 miliardi di dollari di GNL americano, le sanzioni, i dazi e i ricatti alle nazioni che acquistano energia russa e con il rapimento del presidente venezuelano Nicolas Maduro che ha portato Washington a gestire direttamente il petrolio di Caracas, l’Amministrazione Trump continua oggi a perseguire gli stessi obiettivi e interessi.

Anche la guerra all’Iran, fallimentare per gli USA sul pano militare, sta determinando la prolungata destabilizzazione del Golfo Persico e delle economie che da esso dipendono, incluse quelle dei rivali degli USA.
Se la leggiamo nell’ottica di una strategia destabilizzatrice affermatasi e consolidatasi negli ultimi 15 anni, la crisi di Hormuz potrebbe rappresentare in realtà un grande successo che Washington è pronta a conseguire anche e soprattutto a scapito degli “alleati”, da sempre sacrificabili nella visione strategica statunitense.
«Gli Stati Uniti non hanno né amici permanenti né nemici permanenti. Hanno solo interessi” sosteneva negli anni ’70 il segretario di Stato Henry Kissinger. Frase più attuale che mai oggi che Trump “tradisce” l’alleato sudcoreano per favorire le relazioni con Kim Jong Un.
Stupisce semmai, che dopo 50 anni gli “alleati” degli Stati Uniti non lo abbiano ancora compreso.
Foto Casa Bianca
Gianandrea GaianiVedi tutti gli articoli
Giornalista bolognese, laureato in Storia Contemporanea, dal 1988 si occupa di analisi storico-strategiche, studio dei conflitti e reportage dai teatri di guerra. Dal 1991 al 2014 ha seguito sul campo i conflitti nei Balcani, Somalia, Iraq, Afghanistan, Sahara Occidentale, Mozambico e Sahel. Dal febbraio 2000 dirige Analisi Difesa e nel 2026 ha aperto il Canale YouTube “La Penna nel Fianco”. Ha collaborato o collabora con quotidiani e settimanali, università e istituti di formazione militari ed è opinionista per reti TV e radiofoniche. Ha scritto diversi libri tra cui "Iraq Afghanistan, guerre di pace italiane", “Immigrazione, la grande farsa umanitaria” e "L'ultima guerra contro l’Europa". Presso il Ministero dell’Interno ha ricoperto dal 2018 l’incarico di Consigliere per le politiche di sicurezza di due ministri e un sottosegretario. Nel 2026 ha ricevuto l'onorificenza di Cavaliere dell'Ordine al Merito della Repubblica Italiana (OMRI).








