Patriot: il mito dell’intercettore infallibile

 

 

Theodore Postol insegna da decenni al Massachusetts Institute of Technology, dove è stato titolare della cattedra di Science, Technology and National Security Policy fino a diventare professore emerito. Fisico di formazione e dottore di ricerca in ingegneria nucleare, ha lavorato all’Argonne National Laboratory, all’Office of Technology Assessment del Congresso degli Stati Uniti e come consulente scientifico presso lo stato maggiore della Marina statunitense. Nel corso della carriera è stato più volte chiamato dal Pentagono a valutare programmi di difesa missilistica, un ruolo che lo ha reso una delle voci più autorevoli, e più scomode, nel dibattito sull’efficacia reale degli intercettori antimissile.

Fu proprio questa competenza a metterlo al centro di una delle controversie più aspre nella storia recente della difesa missilistica americana. Subito dopo la guerra del Golfo del 1991, mentre l’amministrazione Bush celebrava il sistema Patriot come prova della superiorità tecnologica statunitense, Postol iniziò ad analizzare insieme al fisico George N. Lewis le registrazioni video degli ingaggi avvenuti in Arabia Saudita e in Israele.

Il lavoro, pubblicato nel 1993 sulla rivista Science and Global Security con il titolo Video Evidence on the Effectiveness of Patriot during the 1991 Gulf War, mostrava fotogramma dopo fotogramma che gli intercettori mancavano quasi sempre le testate degli Scud che avrebbero dovuto distruggere.

Le stesse immagini erano già state mostrate da Postol in una testimonianza alla Camera dei Rappresentanti nel 1992, testimonianza che aprì un’inchiesta del Congresso.

Il contrasto con le dichiarazioni ufficiali era clamoroso. Nel discorso tenuto negli stabilimenti Raytheon poche settimane dopo la fine della guerra, il presidente Bush aveva parlato di 41 Scud intercettati su 42, una percentuale di successo vicina al 97%..

La commissione per le operazioni governative della Camera, nel rapporto Performance of the Patriot Missile System, arrivò a una conclusione radicalmente diversa. Su 44 ingaggi analizzati, gli Scud effettivamente distrutti risultavano tra 0 e 4.

Non stupisce che le conclusioni di Postol e Lewis non siano state accolte con favore. Raytheon, l’azienda che costruisce il Patriot, fece pressioni dirette sull’amministrazione del MIT perché il professore fosse messo a tacere, e secondo la ricostruzione pubblicata all’epoca dal Christian Science Monitor lo stesso Postol denunciò tentativi di intimidazione provenienti anche dal Pentagono.

Le critiche al metodo di Postol e Lewis non si placarono negli anni successivi, tanto che nel 2000 i due autori tornarono sull’argomento con un nuovo articolo, sempre su Science and Global Security, intitolato Technical Debate over Patriot Performance in the Gulf War.

Il testo dava conto della revisione condotta da un panel indipendente dell’American Physical Society, chiamato a giudicare se la metodologia del primo studio fosse solida. Il panel confermò l’impostazione scientifica dell’analisi originale, respingendo punto per punto le obiezioni sollevate dalle forze armate e dai produttori.

Per oltre due decenni dopo quella guerra il Patriot non ha più dovuto affrontare un avversario capace di mettere davvero alla prova le sue capacità dichiarate, e questo ha permesso alle conclusioni scomode di Postol e Lewis di restare ai margini del dibattito pubblico.

Va detto che il missile impiegato nel 1991, il PAC-2, era un intercettore pesante e ingombrante, costruito attorno a una testata a frammentazione pensata più per gli aerei che per i missili balistici, e costava circa un milione di dollari a esemplare.

L’attuale PAC-3, in particolare la variante MSE (Missile Segment Enhancement) oggi in produzione, è un sistema diverso, più piccolo, pensato per colpire direttamente il bersaglio anziché limitarsi a disperdere frammenti nelle sue vicinanze.

Il prezzo però è cresciuto di conseguenza, tra i 3,7 e i 4,7 milioni di dollari per intercettore secondo le stime più recenti, e la dottrina d’impiego prevede che se ne lancino almeno due contro ogni missile in arrivo, il che raddoppia di fatto il costo reale di ogni ingaggio.

Lockheed Martin, che oggi produce il PAC-3, e Raytheon continuano a citare tassi di successo attorno al 90%, cifre non troppo distanti da quelle diffuse trent’anni fa a proposito del PAC-2 e poi smentite dai fatti. Gli eventi degli ultimi anni offrono l’occasione per verificare se la storia si stia ripetendo.

Il funzionamento del sistema aiuta a capire dove nascano le difficoltà. Un radar terrestre, la cui installazione costa tra i 200 e i 300 milioni di euro, individua il missile in arrivo e ne calcola la traiettoria.

L’intercettore viene lanciato verso il punto di incontro previsto e, negli ultimi secondi di volo, usa un proprio radar montato sull’ogiva per agganciare il bersaglio e correggere la rotta. Per neutralizzare la minaccia non basta avvicinarsi.

L’intercettore deve colpire la parte anteriore del missile bersaglio, dove si trova la testata, in modo che i frammenti prodotti dall’esplosione ne danneggino il carico. Se invece l’urto avviene sulla coda o sul corpo del razzo vettore, come mostrano ripetutamente i filmati raccolti negli ultimi anni, il missile prosegue la sua corsa ed esplode comunque nei pressi del bersaglio originario.

In Ucraina il Patriot è rimasto a lungo l’unica difesa credibile contro i missili balistici russi, ma i dati raccolti dal 2023 in avanti raccontano una storia più complicata di quella riportata dai comunicati ufficiali.

Un’analisi del Royal United Services Institute (RUSI) di Londra, basata sui lanci osservati contro le città ucraine, ha calcolato che su 939 missili Iskander e Kinzhal lanciati dalla Russia solo 227 sono stati intercettati, poco meno del 25%, con un tasso in calo negli ultimi mesi.

Un rapporto della Defense Intelligence Agency statunitense, ripreso dal sito specializzato The War Zone, ha documentato che il 28 giugno di quest’anno, su sette missili balistici lanciati contro obiettivi ucraini, ne è stato intercettato uno soltanto, mentre il 9 luglio, di fronte al più grande attacco aereo della guerra con tredici missili, le difese ne hanno fermati o deviati sette.

Il portavoce dell’aeronautica ucraina Yurii Ihnat ha spiegato che i missili russi non seguono più una traiettoria balistica prevedibile ma compiono manovre nella fase finale del volo, mentre l’intelligence militare ucraina ha segnalato l’introduzione di esche elettroniche pensate apposta per confondere i radar del Patriot.

Un banco di prova ancora più severo si è presentato nella recente guerra tra la coalizione a guida statunitense e l’Iran. Le immagini diffuse da fonti indipendenti hanno mostrato batterie Patriot schierate a difesa di basi in Bahrein e negli Emirati Arabi Uniti mancare ripetutamente i missili iraniani in arrivo, con danni a infrastrutture civili e militari che le stesse difese avrebbero dovuto proteggere.

Secondo le stime circolate durante il conflitto, nei primi quattro giorni di scontro le forze della coalizione hanno consumato intercettori Patriot al ritmo di circa 225 unità al giorno, mentre la produzione statunitense procedeva a un decimo di quella velocità, un divario che da solo racconta quanto la domanda reale di questi sistemi superi la capacità industriale di sostenerla.

C’è poi un problema che riguarda la sopravvivenza stessa delle batterie sul campo di battaglia. Per funzionare, il Patriot deve tenere acceso un radar che emette una grande quantità di energia elettromagnetica, un segnale che i satelliti da ricognizione, i droni e i sistemi di puntamento avversari possono individuare con relativa facilità, trasformando la batteria da strumento di difesa a bersaglio essa stessa.

I sistemi russi più recenti, come le famiglie S-300, S-400 e S-500, affrontano il problema in modo diverso, distribuendo la funzione radar su più stazioni collegate in rete anziché concentrarla in un unico apparato. Per neutralizzare l’intera batteria un avversario dovrebbe colpire più radar contemporaneamente, un’operazione molto più complessa che colpirne uno solo.

Va detto, per completezza d’informazione, che contro i bersagli più lenti e prevedibili come gli aerei il Patriot funziona bene, con un tasso di successo vicino al 100% riportato dagli analisti indipendenti.

Il problema è che si tratta di un impiego molto costoso per una minaccia che si può affrontare con sistemi più economici. Il missile Aster 30, impiegato dal sistema europeo SAMP-T, costa secondo le analisi comparative più recenti circa un milione di dollari in meno per esemplare rispetto al PAC-3 MSE, a fronte di prestazioni giudicate sostanzialmente equivalenti contro le minacce aeree e contro molti bersagli balistici a corto raggio.

Se l’obiettivo è difendersi dagli aerei o da vettori offensivi relativamente lenti, insomma, esistono alternative europee che costano meno e non sono meno efficaci.

Le difficoltà diventano ancora più evidenti quando il bersaglio è un missile balistico moderno. Gran parte dei vettori russi e iraniani oggi in servizio monta alette di manovra sull’ogiva, che permettono alla testata di correggere la propria traiettoria negli ultimi istanti del volo, proprio quando l’intercettore avrebbe bisogno della massima prevedibilità per centrare il bersaglio.

Gli Iskander russi, oltre a manovrare, rilasciano esche elettroniche che replicano la firma radar di una testata reale, moltiplicando i bersagli che il Patriot deve valutare in pochi secondi.

Quando poi si passa ai missili ipersonici, che viaggiano a velocità più che quintuple rispetto a quella del suono seguendo traiettorie in parte manovrabili, lo stesso Postol non usa mezzi termini.

Interpellato a proposito del missile russo Oreshnik ha dichiarato “non esiste nulla in grado di ingaggiare quel sistema e offrire una difesa realmente efficace”, aggiungendo che concetti come Patriot, Aegis, THAAD e Iron Dome sono viziati fin dall’impostazione teorica quando applicati a minacce di questo tipo.

A complicare il quadro c’è anche la capacità produttiva. Gli Stati Uniti fabbricano poco più di 600 intercettori PAC-3 l’anno, un ritmo che nel 2025 si è tradotto in circa 620 unità consegnate, mentre la domanda degli alleati ha già generato un arretrato di oltre 4.300 missili non consegnati, l’equivalente di circa sette anni di produzione ai livelli attuali.

Il Pentagono e Lockheed Martin hanno firmato all’inizio del 2026 un accordo settennale per portare la produzione a 2000 unità l’anno entro il 2030, un obiettivo che dà la misura di quanto la domanda reale si sia allontanata dall’offerta disponibile oggi.

Tuttavia, i soldi e i contratti da soli non risolvono il problema. La realizzazione del sistema di guida del PAC-3, vale a dire la parte che permette a un intercettore di colpire il bersaglio, dipende dalla disponibilità di due terre rare (samario-cobalto (SmCo) e ittrio) il cui approvvigionamento è quasi interamente controllato dalla Cina.

Washington vuole più che triplicare la capacità produttiva di un’arma i cui componenti più insostituibili si trovano all’estremità opposta di una catena di approvvigionamento che passa per Pechino.

L’ex analista della CIA Larry Johnson ci dice che tra il 2020 e il 2023, la Cina ha fornito il 93% delle importazioni statunitensi di ittrio. Per il samario il problema non è tanto il minerale grezzo, ma la separazione e la raffinazione delle terre rare pesanti in materiale utilizzabile, e lì il dominio cinese si avvicina al monopolio.

Fino al 2023, la Cina rappresentava circa il 99% della lavorazione globale delle terre rare pesanti; l’unico concorrente significativo, una raffineria in Vietnam, è stato fermato da una disputa fiscale, lasciando di fatto la Cina come unica fonte.

Gli Stati Uniti attualmente non dispongono praticamente di alcuna capacità interna di separazione pesante delle terre rare, e sono valutati dal governo americano e fonti accademiche, come dipendenti al 100% dalle importazioni nette dei magneti delle terre rare finite.

Inoltre, sia il samario che l’ittrio sono nella lista di controllo delle esportazioni della Cina, rafforzata nel gennaio 2026 quando Pechino ha inasprito i controlli specifici sui composti del samario. Questo è dunque il paradosso: gli Stati Uniti vogliono triplicare la produzione di un’arma la cui guida e radar dipendono da due elementi che un concorrente strategico può limitare a piacimento.

Nel frattempo, l’Ucraina voleva saltare la fila e produrre i Patriot in proprio sul suo territorio. Trump, dopo averglielo promesso, si è rimangiato prontamente la parola e a Zelensky è andata male. Dovrà attendere il suo turno assiema a tutti quelli che vogliono acquistare il sistema di difesa aerea più famoso del mondo.

Foto:  US Army, Forze Armate Tedesche, Forze Armate Giapponesi, RTX, e Lockheed Martin

 

 

Nato a Vicenza nel 1960, è stato il vice comandante dell'Allied Rapid Reaction Corps (ARRC) di Innsworth (Regno Unito), capo di stato maggiore del NATO Rapid Reaction Corps Italy (NRDC-ITA) di Solbiate Olona (Varese), nonché capo reparto pianificazione e politica militare dell'Allied Joint Force Command Lisbon (JFCLB) a Oeiras (Portogallo). Ha comandato la brigata Pozzuolo del Friuli, l'Italian Joint Force Headquarters in Roma, il Centro Simulazione e Validazione dell'Esercito a Civitavecchia e il Regg. Artiglieria a cavallo a Milano ed è stato capo ufficio addestramento dello Stato Maggiore dell'Esercito e vice capo reparto operazioni del Comando Operativo di Vertice Interforze a Roma. Giornalista pubblicista, è divulgatore di temi concernenti la politica di sicurezza e di difesa.

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