La guerra che nessuno può vincere

 

 

La guerra contro l’Iran non può più essere interpretata come una semplice sequenza di bombardamenti tra Stati Uniti, Israele e Repubblica islamica. Teheran sta cercando di trasformare il conflitto in un sistema di deterrenza regionale, collegando la propria sicurezza a quella del Libano, di Gaza e delle forze alleate presenti nello Yemen e in Iraq.

La novità strategica consiste nel tentativo iraniano di imporre una regola: Israele non può colpire separatamente Gaza, il Libano o l’Iran, negoziando poi tregue distinte con ciascun avversario. Teheran vuole rendere indivisibili i diversi fronti. Un attacco contro uno dei componenti della rete dovrebbe provocare una risposta dell’intero sistema.

Israele rifiuta questa impostazione perché significherebbe accettare una limitazione permanente della propria libertà militare. Tuttavia, proprio il tentativo di spezzare la rete iraniana rischia di allargare la guerra. Ogni bombardamento destinato a ristabilire la superiorità israeliana produce nuovi bersagli, nuove rappresaglie e nuove richieste di intervento americano.

 

La questione palestinese rimossa dal centro della crisi

Dietro il confronto con l’Iran rimane la questione che la diplomazia occidentale continua a rinviare: il futuro dei palestinesi. La guerra regionale viene presentata come una lotta contro il programma nucleare iraniano, i missili o le organizzazioni armate, ma la radicalizzazione dell’intero sistema mediorientale nasce anche dall’assenza di una soluzione politica per Gaza e la Cisgiordania.

La pressione iraniana mira quindi a collegare qualsiasi cessazione delle ostilità alla sorte dei palestinesi. In questa prospettiva, una tregua tra Washington e Teheran che lasciasse Israele libero di continuare le operazioni a Gaza non sarebbe più considerata accettabile.

La crisi umanitaria diventa inoltre una vera economia di guerra. La scarsità di cibo, acqua, carburante ed elettricità alimenta reti di intermediazione e mercati clandestini nei quali beni essenziali vengono venduti a prezzi insostenibili. La popolazione civile non è soltanto vittima dei bombardamenti, ma anche di un sistema economico che trasforma la privazione in profitto. La guerra produce così interessi materiali che possono diventare contrari alla pace.

 

L’alleanza con Israele da risorsa a vincolo strategico

Un altro passaggio centrale riguarda il rapporto tra Stati Uniti e Israele. Durante la guerra fredda, Israele poteva essere considerato una piattaforma avanzata dell’influenza americana nel Mediterraneo orientale. Nel nuovo sistema internazionale, però, quel rapporto rischia di trasformarsi da vantaggio in obbligo permanente.

L’integrazione tra apparati militari, servizi informativi, sistemi di difesa e strutture politiche riduce l’autonomia decisionale di Washington. Gli Stati Uniti non sostengono soltanto un alleato: finiscono per assumersi le conseguenze delle sue scelte operative.

Questo vincolo diventa particolarmente pericoloso quando gli obiettivi israeliani non coincidono con quelli americani. Israele può ritenere necessaria una guerra prolungata per ristabilire la propria deterrenza, mentre gli Stati Uniti devono considerare il costo globale dell’energia, la sicurezza delle basi nel Golfo, il consumo delle munizioni e la competizione con Russia e Cina.

L’alleanza rischia dunque di produrre un rovesciamento: non è più Washington a utilizzare Israele per controllare la regione, ma è la politica israeliana a trascinare gli Stati Uniti in una guerra che ne accelera il sovraccarico strategico.

 

La superiorità militare non garantisce la vittoria

Sul piano militare, gli Stati Uniti conservano un’enorme superiorità aerea e navale. Possono distruggere basi, centri di comando, depositi, infrastrutture e sistemi di difesa. Ma la distruzione non coincide con il controllo politico.

L’Iran non deve sconfiggere direttamente le forze americane. Deve sopravvivere, continuare a colpire e impedire a Washington di trasformare i successi tattici in una conclusione politica. La sua strategia consiste nel prolungare la guerra fino a renderne insostenibili i costi.

Teheran sembra inoltre evitare, finché possibile, attacchi diretti contro le grandi unità navali americane. Non si tratta necessariamente di incapacità, ma di prudenza. Colpire una portaerei o provocare numerose vittime statunitensi potrebbe offrire a Washington la giustificazione politica per una campagna molto più distruttiva.

La Repubblica islamica preferisce quindi esercitare una pressione indiretta: colpire basi, infrastrutture, impianti energetici e alleati regionali, mantenendo l’inasprimento sotto la soglia di una guerra totale. Se però la sopravvivenza dello Stato fosse minacciata, questa cautela potrebbe venir meno.

 

Hormuz e Bab el-Mandeb: la guerra passa attraverso il commercio

La parte più importante della discussione riguarda i passaggi marittimi. Lo Stretto di Hormuz rappresenta per l’Iran una sorta di arma economica estrema. Non è necessario chiuderlo completamente: basta rendere incerta la navigazione, aumentare i premi assicurativi e ridurre il numero delle navi disposte ad attraversarlo.

A questa pressione si aggiunge quella esercitata dallo Yemen su Bab el-Mandeb, accesso meridionale al Mar Rosso. Se entrambi i passaggi diventassero insicuri, l’Arabia Saudita perderebbe contemporaneamente la via orientale del Golfo e quella occidentale verso il Canale di Suez.

La guerra assumerebbe allora una dimensione geoeconomica mondiale. Il prezzo del petrolio aumenterebbe, i trasporti diventerebbero più costosi e l’inflazione colpirebbe soprattutto Europa e Asia. La Cina, l’India, il Giappone e la Corea del Sud sarebbero costretti a riorganizzare rapidamente le forniture.

Gli Stati Uniti si troverebbero nella posizione più difficile: proteggere Hormuz, difendere Bab el-Mandeb, sostenere Israele, mantenere le basi nel Golfo e conservare contemporaneamente gli impegni militari in Europa e nell’Asia orientale.

 

La crisi accelera il passaggio del potere verso l’Eurasia

La conseguenza più profonda potrebbe essere l’accelerazione del trasferimento del potere economico dall’Occidente all’Eurasia. Russia, Cina, India e altri Paesi stanno costruendo corridoi terrestri, porti, reti ferroviarie, sistemi bancari e pagamenti nelle monete nazionali per ridurre la dipendenza dalle rotte e dalle istituzioni controllate dagli Stati Uniti.

Mosca trae vantaggio dalla dispersione delle risorse americane, mentre Pechino osserva la difficoltà di Washington nel garantire simultaneamente sicurezza energetica e presenza militare globale. La Cina non desidera però il collasso del commercio marittimo, perché resta una grande importatrice di energia. Il suo interesse è quindi favorire l’indebolimento strategico americano senza permettere una distruzione completa dell’ordine commerciale.

La guerra contro l’Iran rischia così di produrre l’opposto dell’obiettivo dichiarato. Invece di restaurare il predominio statunitense, può convincere un numero crescente di Paesi a sottrarsi al dollaro, alle sanzioni e alla protezione navale americana.

 

Tre scenari possibili

Il primo scenario è una tregua negoziata che riconosca implicitamente la capacità iraniana di sopravvivere. Sarebbe presentata come compromesso, ma verrebbe interpretata come una riduzione della deterrenza occidentale.

Il secondo è una guerra di logoramento, con bombardamenti, rappresaglie limitate e crisi periodiche delle rotte energetiche. È lo scenario più probabile e anche il più costoso, perché mantiene l’economia mondiale in una condizione di instabilità permanente.

Il terzo è l’allargamento incontrollato: attacchi contro unità americane, distruzione di infrastrutture energetiche, intervento più diretto delle potenze regionali e possibile coinvolgimento di Russia e Cina. Non sarebbe necessariamente una guerra mondiale dichiarata, ma una crisi mondiale composta da più conflitti collegati.

La conclusione è che gli Stati Uniti possono vincere quasi ogni battaglia, ma non dispongono di una soluzione politica capace di concludere la guerra. L’Iran, al contrario, non ha bisogno di vincere: deve soltanto impedire all’avversario di dichiarare una vittoria credibile. È in questa asimmetria che si trova il vero pericolo.

Foto: Casa Bianca,  US Department of War, Fars e Forze Armate Iraniane

 

 

Giuseppe GaglianoVedi tutti gli articoli

Nel 2011 ha fondato il Network internazionale Cestudec (Centro studi strategici Carlo de Cristoforis) con sede a Como, con la finalità di studiare in una ottica realistica le dinamiche conflittuali delle relazioni internazionali ponendo l'enfasi sulla dimensione della intelligence e della geopolitica alla luce delle riflessioni di Christian Harbulot fondatore e direttore della Scuola di guerra economica (Ege). Gagliano ha pubblicato quattro saggi in francese sulla guerra economica e dieci saggi in italiano sulla geopolitica.

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