Petrolio oltre i 100 dollari: la crisi a Bab el-Mandeb preoccupa l’economia mondiale

 

 

Il prezzo del petrolio ha chiuso ieri in forte rialzo a New York, con il Wti che è salito di oltre il 6% sopra i 92 dollari al barile e mettendo a segno la quinta seduta consecutiva in aumento e raggiungendo i livelli più alti dallo scorso maggio.

Anche il prezzo del Brent è balzato dell’8% superando la soglia dei 101 dollari al barile. A sostenere l’aumento delle quotazioni sono state le crescenti tensioni geopolitiche, che hanno alimentato i timori di nuove interruzioni delle forniture globali.

I ribelli Houthi sostenuti dall’Iran hanno rivendicato gli attacchi contro due petroliere saudite nel Mar Rosso, affermando che le operazioni miravano a far rispettare il blocco dei porti sauditi annunciato di recente.

Gli attacchi hanno accresciuto le preoccupazioni per possibili ulteriori interruzioni del traffico marittimo nella regione, spingendo gli acquirenti asiatici a valutare rotte alternative, più lunghe e costose. I rischi per l’offerta sono stati aggravati anche dal protrarsi degli attacchi alle navi nello Stretto di Hormuz, dai nuovi raid statunitensi contro l’Iran e dalla decisione del Kazakistan di sospendere le esportazioni di greggio attraverso il terminal del Caspian Pipeline Consortium dopo gli attacchi con droni.

Nel frattempo, Washington e Teheran continuano a escludere la possibilità di negoziati di pace nel breve termine, rafforzando le aspettative che le tensioni geopolitiche possano mantenere elevati i prezzi del petrolio.

“Il rischio è «più che concreto». Il blocco in simultanea degli stretti di Hormuz e Bab el-Mandeb, sottolinea una fonte diplomatica, può mettere in ostaggio il commercio globale e spingere il mondo verso una crisi energetica ancora più profonda.

L’annuncio dei ribelli yemeniti Houthi di un embargo navale contro l’Arabia Saudita eliminerebbe una rotta vitale per le esportazioni di greggio, saldando due fronti speculari del caos mediorientale.

«L’impatto sarà massiccio nel primo mese e ricadrà per la maggior parte sui flussi sauditi», avverte Matt Smith, analista di Kpler. La minaccia rischia di congelare un ulteriore 7% della produzione mondiale e costringe le petroliere a circumnavigare l’Africa. Tradotto, fino al 30% del greggio in meno sui mercati. I numeri elaborati da Kpler delineano una paralisi logistica senza precedenti, un imbuto capace di strozzare i rifornimenti verso Occidente e Asia. Le cifre aggiornate a luglio fotografano il collasso.

Lo Stretto di Hormuz, snodo da 20 milioni di barili al giorno di media tra il 2021 e il 2025, ha visto crollare i transiti a soli 3,9 milioni da marzo a causa del conflitto iraniano. Questa frenata aveva ridato centralità a Bab el-Mandeb, risalito a 7,1 milioni di barili quotidiani negli ultimi mesi dopo il crollo a 4,5 milioni patito durante la prima crisi del Mar Rosso.

Ora la chiusura del cancello meridionale azzera l’alternativa principale e si somma al declino del Canale di Suez, passato dai 6,5 milioni del biennio 2022-2023 agli attuali 2,6 milioni.

Fonti: AGI e Energia Oltre

Immagini: DepositPhotos.com

 

 

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